Forum /2001

Gli intellettuali comunisti nella storia della Sardegna

  Roberto Serra

  Francesco Bullegas

La fatica di restare paese

  Maria Gabriella Da Re

Lingua, cultura e identità degli scrittori sardi

  Bachisio Bandinu

  Anna Saderi

Scrivete a info@cuec.it

 

Gli intellettuali comunisti nella storia della Sardegna

Il ricco dibattito seguito alle diverse presentazioni del libro di Pia Giganti, La prigionia di un sogno, ha suggerito l'opportunità di mantenere aperta la possibilità di un confronto tra le differenti interpretazioni che il libro, per la sua struttura e per i temi trattati, ha saputo suscitare. Ringraziamo tutti coloro che oltre ad aver reso possibile la realizzazione del libro, hanno altresì contribuito alla riuscita delle diverse iniziative che, in differenti città della Sardegna, lo hanno accompagnato.

Pia Giganti
La prigionia di un sogno. Lettere di Umberto Giganti

di Roberto Serra

Sono molteplici i personaggi e le voci che prendono vita nelle pagine di questo libro, secondo una complessa tessitura nella quale trovano articolazione la ricostruzione della biografia del padre dell'autrice, Umberto Giganti, con le lettere che egli scrisse durante gli anni della vile carcerazione, ingiustamente subita, indirizzate soprattutto alla propria moglie Ina, della quale pure emerge l'importante figura assieme al coro di personaggi che hanno accompagnato U. Giganti nella sua breve ma intensa vita; insieme a questo, nelle stesse pagine del libro, sono narrati gli eventi storici e sociali, il dibattito politico e intellettuale che prepara le vicende dell'immediato dopoguerra e, infine, la personale esperienza che l'autrice propone di se stessa di ricostruzione della propria memoria che pure non evita di interrogarsi sulle necessità della scrittura.
La vicenda personale risulta così intessuta dei fili del lungo dibattito che ha preparato le sorti della repubblica, dalla fine della seconda guerra mondiale con la caduta del fascismo e il dibattito interno all'area politica e culturale, con la svolta di Salerno del PCI e l'attentato a Togliatti, fino alla eco dei disordini verificatisi nel Sulcis-iglesiente da cui ebbe corso la vicenda che condusse alla carcerazione del padre. Al contempo, la storia civile e politica non viene ricostruita secondo le modalità che solitamente caratterizzano il saggio storico, e su cui già pesa una determinata concezione della storia, con i suoi effetti totalizzanti, bensì secondo le necessità del proprio destino, sempre conteso tra le specificità dell'individuale e la dimensione globalizzante della storia.
Una storia dunque filtrata nell'occorrenza della propria individuale esperienza che svela il senso di quella prigionia di un sogno come affermazione di un ideale di giustizia, costantemente richiamato nelle pagine del libro, nel trascorrere di storie e di storia, attraverso molteplici registri tra i quali anche i toni lirici della dedica al proprio figlio, che insieme contribuiscono a definire la singolare ricchezza di questo libro e la peculiarità che lo attraversa. È in questo intreccio di piani che l'esperienza della scrittura risalta come articolazione del particolare e dell'individuale, anche contro quel progetto di totalitarizzazione dell'arte e della cultura, della storia stessa, che pure ha caratterizzato la strategia del PCI, e che l'autrice ha messo in risalto: "il pericoloso primato della politica e la relativa dipendenza da essa della cultura e della morale annullano l'individuo e l'esistenza del singolo". Ne risulta un' "etica totalizzante", non quale aspetto occasionale e contingente, risultato di tatticismi politici, come si sarebbe portati a credere, bensì risultato di quella interpretazione assolutizzante della storia che ha quale suo presupposto proprio l'umanitarismo dell'identificazione di ideale e reale, secondo una concezione progressiva e totalizzante che troverebbe il proprio compimento nella piena realizzazione della società giusta. Secondo una tale prospettiva la sfera dell'individuale deve necessariamente subordinarsi alle presunte necessità del cammino di salvezza, nell'affermazione del sacrificio in vista del bene futuro, conformemente ad ogni teocratismo, anche nelle sue versioni laiche. In alcuni passaggi in particolare emerge una forte tensione intorno alla quale si svolgono le pagine scritte dall'autrice così come le lettere inviate dal carcere, dove pure ci pare emerga il rigore morale e intellettuale di cui Umberto Giganti ha dato testimonianza e che l'autrice ci ripropone e cioè l'essere disposto a serbare quegli ideali "qualunque sacrificio mi costi", un sacrificio che però riafferma la "tua sensibilità, più forte di qualsiasi idea".
Il sogno di giustizia che il libro esprime, rilascia allora uno scarto tra la parola e l'oggetto, tra la dimensione narrativa della propria vicenda esistenziale e il computo universalizzante della storia, rivelando la giustizia come medietà, luogo di impegno nella parola e nel racconto, affermazione di un diritto che l'autrice guadagna nella ricostruzione della propria personale esperienza che è l'esperienza stessa della scrittura.
Allora se si vuole trovare una traccia cifrale nel bel libro di Pia Giganti, che armonizzi il coro di queste voci, lo si deve cercare in una incrinatura che si insinua, attraversandola, in quella stessa prigionia di un sogno, uno scarto nella coincidenza cercata di ideale e reale, nel senso della esperienza individuale, con i suoi affetti e la dimensione totale e assoluta della Storia, uno scarto che nella ricostruzione della memoria storica della personalità paterna, con gli affetti che la hanno caratterizzata, e nella ricostruzione degli eventi storici, sociali e politici, rivela il dispositivo stesso della scrittura; così nella rievocazione della figura paterna, troviamo scritto: "(…) trasformava il desiderio, fino a farlo coincidere perfettamente, nell'universo reale della mia esistenza ed in quello immaginario della mia fantasia". È nel mancare di questa coincidenza che dunque prende corpo la scrittura: dalla malattia che attanaglia il proprio padre, fino alla sua morte che l'autrice, allora bambina, sperimenta come colpa, cui si sovrappone la rovina di un ideale di trasformazione sociale, culturale, etico e politico su cui si era riposta la speranza di tutta una generazione di intellettuali.
Il racconto allora non importa tanto come spuria rievocazione di eventi storici, o come nostalgiche riattualizzazioni dell'ideale comunista, quanto piuttosto come domanda rivolta a quel silenzio su cui l'autrice bambina trovava rifugio e a partire dal quale si è imposta una ricostruzione della propria memoria attraverso la biografia paterna: "niente è casuale, né può apparire insolito che, con il trascorrere degli anni, ciascuno debba anche scavare, e non superficialmente, nel proprio passato per ricomporre le tessere della biografia personale del padre", anche qui rispondendo ad una indicazione che viene dal proprio padre: "la scrittura diventa ad un tempo specchio di se stesso, immagine riflessa del suo pensiero e modo privilegiato di comunicare con la realtà oltre le alte mura del carcere". In questa Prigionia di un sogno che si rivela paradossalmente quasi un raddoppio della carcerazione del padre ingiustamente subita e insieme anelito a mantenere viva una tensione di giustizia, così colpevolmente sfibrata nella conclusione del nostro secolo, troviamo allora la traccia di una contraddizione forte che ha avvolto il popolo della sinistra di fronte all'evidenziarsi di quella vocazione totalitaria, fino al crollo dei paesi dell'est e alla fine delle ideologie, e che certo alludono ad una grave mancanza nella stessa sinistra, una certa carenza nella teoria e l'aver evitato una adeguata elaborazione culturale che consentisse di definire modelli etici alternativi al liberalismo, e tra quelli che l'autrice prospetta nella conclusione del libro pesa davvero il vuoto, il nulla di alternative che il '900 oramai chiuso sembra prefigurare. Si può cogliere dunque, nelle pagine del libro, più che un appello nostalgico, una delle cause delle contraddizioni e incertezze, quella percezione di vuoto che oggi attanaglia il popolo della sinistra, proprio la mancanza di una strategia culturale che consenta di dare una chiara individuazione alla sinistra, forse una occasione per riflettere e cercare o per recuperare, contro l'indifferenza e l'appiattimento che sembra caratterizzare questa fine secolo, quel rigore morale e intellettuale che l'autrice ha individuato e ci ha reso nella figura del padre, quella sensibilità più forte di qualsiasi idea.
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Sulla sinistra, il vuoto ed il sentimento
di Francesco Bullegas

Segretario cittadino dei Democratici di Sinistra

E’ sempre interessante cogliere le sollecitazioni - da qualsivoglia parte provengano oltre che emergenti da occasioni più o meno professionali o rituali - alla riflessione intorno al SOGNO, sogno che qui, nello specifico, tende a perdere la connotazione naturalmente onirica, per addentrarsi piuttosto nella dura e difficile, seppure a tratti esaltante, esperienza fenomenica della quotidianità dell’agire politico. Colgo allora davvero la sollecitazione che il Serra, nelle more della sua riflessione-recensione del libro di Pia Giganti La prigionia di un sogno. Lettere di Umberto Giganti, viene avanzando, direi anche con buona ragione, intorno ai ritardi ed alle difficoltà che oggi contraddistinguono il variegato ‘popolo’ della sinistra comunista/post-comunista/antagonista non solo nella sua dimensione periferica (la ‘base’) bensì pure nei suoi ‘maître à penser’, nella sua dimensione intellettuale, davvero imponente negli anni 50-80 del ‘900, e che oggi appare bloccata, quasi incapace di proporre le proprie ragioni.
Cosa resta, oggi, di quella elaborazione che segnò, anche politicamente (elezioni europee del 1984; primo governo dell’Ulivo con Prodi prima e con D’Alema poi in chiusura di secolo), la punta apicale dell’affermarsi della sinistra in Italia? E’ davvero conclusa, con la sconfitta delle ideologie, la spinta propulsiva di un pensiero antagonista capace di orientare idee, sentimenti, passioni? Quale possibilità possiede oggi una qualsiasi delle diverse organizzazioni della sinistra italiana di captare questa spinta emozionale/passionale (percepibile nonostante tutto) dando ad essa senso ed intenzionalità politica?
Io credo che tali domande - elementi importanti, a mio avviso, di una riflessione intorno all’agire politico contemporaneo - non possano essere facilmente eluse, pena il pericolo evidenziato dal Serra, il quale sottolinea una grave mancanza - imputandola quale errore politico della sinistra dell’ultimo scorcio del ‘900 - [consistente nell’] aver evitato un’adeguata elaborazione culturale che consentisse di definire modelli etici alternativi al liberalismo.
Restano a mio avviso alcune eccezionali intuizioni che Enrico Berlinguer, forse anticipando troppo la sua epoca e ciascuno dei suoi contemporanei, venne appena delineando come appunti sparsi - dunque ancora poco coerenti e coesi - di un’azione politica tutta da compiersi, limandola, rivisitandola, dandole spessore e vigore di pensiero teorico (di pratica teorica alla Althusser).
Sono punti importanti del pensiero berlingueriano:
1. la sottolineatura, più volte espressa, che il nuovo soggetto politico nell’Italia degli anni ’70 è rappresentato dalle classi lavoratrici, quale forza dirigente della società italiana rinnovata e dello Stato nel suo insieme. Siamo allora in un’Italia che sta appena affacciandosi nell’abisso nero della crisi che investirà in maniera dirompente tutto l’assetto sociale italiano. Il riconoscere la funzione di guida e di riferimento dell’azione politica orientata sul versante dei deboli e dei poveri - dei senza tutela e dei ‘dannati della terra’ - appare allora, proprio perché niente affatto rituale, una dolente, anticipata denuncia del delirio onnipotente del socialismo craxiano che di lì a poco tenterà di imporsi come unica soluzione alla crisi italiana, avviando il nostro Paese verso una inesorabile deriva sudamericana.
2. l’orientare e denotare la gestione dello stato e della società con una politica dell’austerità, che da necessità avrebbe potuto (avrebbe dovuto secondo il segretario) trasformarsi in grande occasione, leva per trasformare la nostra società.(Milano, 30.01.1977)
3. la questione morale come grande indicazione strategica e chiave interpretativa della disillusione che grandi masse hanno vissuto come rimozione del sogno. La denuncia berlingueriana contro i partiti ( i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientelai partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni… tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire La Repubblica 28.07.1981 intervista a Scalfari), il posizionamento della questione morale come centro del problema italiano degli anni ’80, si presenta così come discriminante tra chi vuole occupare lo Stato e chi invece vuole i partiti luoghi importanti che, insieme ad altre istanze, concorrono alla formazione della volontà politica della nazione.
4. il compromesso storico che consente, all’interno di una ancora prevalente ideologizzazione dei rapporti politico-economici propri della ortodossia marxista-leninista, di sconvolgere in modo deflagrante rapporti politici, sindacali, culturali.
Dopo, dentro il PCI, non sarà mai più lo stesso. Il riconoscimento della enorme carica rinnovatrice presente nelle masse lavoratrici italiane non apparirà più come delega al partito rivoluzionario, che interpreta, condiziona, elabora, sintetizza, in una parola sostituisce. Da qui il nuovo modo di leggere la specificità italiana ed il tentativo di avviare una davvero incredibile stagione di grandi riforme civili e sociali di cui, con giusta ragione, la sinistra italiana è stata protagonista fondamentale.
Ma ciò che ancora appare immensamente distante tra questa figura di uomo politico ed i nostri attuali piccoli leader, è la dirittura morale, quel rigore morale ed intellettuale che, così come Pia Giganti viene individuando nella figura del padre, noi oggi riconosciamo essere l’essenza stessa dell’azione e della riflessione politica di Berlinguer. Appare allora oggi fondamentale, a mio avviso, recuperare quell’insegnamento, farlo divenire lievito della passione e dell’impegno civile che deve necessariamente connotare l’azione politica della sinistra del nuovo secolo, di questa nostra sinistra che ancora appare navigare a vista, tra sbandamenti da new economy, neo-liberalismo, neo-statalismo, anarco-sindacalismo, …
Forse occorre ri/trovare nuovi accompagnatori che nel tempo avevamo perso: Aldo Capitini ed Emilio Lussu e Piero Gobetti; ma ancora, più vicini a noi nel tempo Lorenzo Milani e Altiero Spinelli, Danilo Dolci ed Ernesto Balducci.
Ad alcuni di questi nomi si legano inscindibilmente, come esplicitazione dell’agire, le nuove riflessioni che provengono dalle esperienze terzosettoriali oggi, credo, l’unico luogo che suggerisce impegno concreto e sperimentazione sul campo della politica (nei due sensi della pratica-teorica e della pratica-prassica), qui siamo all’oggi, al cardinale Martini e al vescovo Bettazzi d’Ivrea e a Dom Franzoni, a Luigi Ciotti, al Gruppo Abele e ad Aldo Ellena, don Gallo di Genova e a tanti altri, tutti compagni del medesimo camminare, della nostra pesante esistenza.
Sono forse qui gli input capaci da una parte di riempire il vuoto che oggi attanaglia il popolo della sinistra (secondo quanto sembra suggerire Serra) e dall’altra – contro l’indifferenza e l’appiattimento - di ricomporre, nella nostra società sempre più conflittuale, un quadro d’insieme di quel frastagliato consorzio di istinti, sentimenti, passioni, e razionalità che ci sforziamo di definire uomo sociale contemporaneo alla nostra epoca, e con il quale la sinistra - se vuole anch’essa essere contemporanea alla sua epoca – dovrà necessariamente stipulare nuovi ed originali patti di rappresentanza, partendo da una nuova definizione dell’esser/ci, non più in termini io-esso, ma di un riscoperto – vorrei dire transazionale - io-tu di buberiana memoria.
Sant’Antioco, 3 marzo 2001
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La fatica di restare paese

Armungia è sul mare?
Come restare paese nella Sardegna interna

di Maria Gabriella Da Re

Non so se la domanda cui è più difficile rispondere sia perché i paesi in Sardegna si spopolano o non invece perché i paesi continuano ad esistere, nonostante la mancanza di lavoro, di scuole, di mercati, di opportunità e di scelta. Che cosa, quali condizioni materiali, quali inerzie, quali attaccamenti e sentimenti per i luoghi e le persone fanno si che ancora molte persone preferiscano abitare in paese o non abbiano la forza di andarsene?
Ma se, in primavera, abbandonando le terribili strade statali, ci inoltriamo, ad esempio, nelle colline del Gerrei coperte di cisto e di asfodeli in fiore o nei suoi piccoli paesi ascoltiamo l'eco di profondissimi silenzi, o se, sempre per esempio, arriviamo ad Armungia, il paese di Emilio e Joyce Lussu, arroccato intorno al suo nuraghe, circondato da colline che sembrano montagne, con i boschi di Murdega che ci raccontano di cinghiali bianchi e diavoli, di olivastri e di innesti, allora cominciamo a capire.
"Perché Armungia? Che succede ad Armungia?" si chiede Giulio Angioni nella presentazione al libro di Felice Tiragallo, Restare paese. Antropologia dello spopolamento nella Sardegna sud-orientale (Cagliari, CUEC, 1999, L. 29.000), "Niente di particolare - continua - ma qualcosa di importante. Tanti paesi in Sardegna oggi sono come Armungia, tra l'altro sull'orlo di un precipizio demografico". Il tema è dunque lo spopolamento moderno delle zone interne montane e collinari, fenomeno europeo, ma visto in questo libro attraverso le specifiche manifestazioni isolane, a cominciare dagli anni della grande emigrazione verso il Nord. Lo spopolamento visto come risultato di molteplici cause, dal crollo dell'agricoltura estensiva negli anni sessanta al calo della natalità dagli anni settanta, allo spostamento verso i poli urbani e le zone costiere. Lo spopolamento visto come processo di mutamento che "permette di vedere queste comunità come luoghi della forzata sperimentazione di una nuova forma di vita" (p. 36). Dunque se un approccio quantitativo fornisce la cornice indispensabile per inquadrare il fenomeno e operare ampie comparazioni, è l'approccio qualitativo quello che consente di cogliere gli adattamenti, le risposte che a livello locale vengono elaborati per continuare a dare un senso sociale alla vita della collettività e dei singoli.
Il problema dello spopolamento negli anni ottanta è diventato in Sardegna, come in precedenza anche altrove in Europa, un problema esplicitamente politico, da quando gli amministratori locali in modi organizzati hanno opposto strategie alternative alla razionalizzazione indiscriminata della spesa sociale nel territorio, che porta alla cancellazione di uffici e di servizi pubblici fondamentali come scuole, ospedali, uffici postali ecc. Le strategie alternative tendenti per lo meno a rallentare il fenomeno puntano sulla valorizzazione turistico-ambientale e sulle produzioni locali. Ma non sono di facile realizzazione, in quanto comportano la realizzazione di un difficile equilibrio tra la logica del mercato e quella del lavoro per lo meno incentivato. In questo quadro, Armungia è un caso difficile. Lontana dal mare e dai poli urbani, si colloca fra i 142 comuni sardi (su 375) che hanno uno "stato di salute" demografico definito "gravissimo" dalla équipe del prof. G. Puggioni. Rarissimi i nuovi nati, sempre più numerosi gli anziani (8,25 per ogni bambino) e gli inattivi (54,63 ogni 100 abitanti). Nel 1998 aveva circa 500 abitanti effettivi, numero pericolosamente vicino al numero di persone al di sotto del quale, secondo i demografi, un gruppo perde capacità riproduttiva autonoma. Armungia batte con i suoi indici negativi anche i vicini centri del Gerrei, i quali non godono certo di ottima salute demografica ed economica. È, purtroppo, un ottimo luogo per pensare lo spopolamento.
Il libro di Felice Tiragallo, andando oltre le ideologie, le troppo facili paure e gli ottimismi, mette al centro della sua analisi i matrimoni attraversando il tempo lungo del Novecento al fine di cogliere della comunità la capacità di autoriproduzione che, prima ancora della produzione, ne fonda e definisce il corpo fisico. Sposarsi significa essere giovani, avere un progetto di vita, una casa, un lavoro. Il matrimonio è uno di quei fatti altamente espressivi dell'intera comunità, delle sue relazioni interne ed esterne, della sua vitalità, del suo sentirsi o non sentirsi proiettata nel futuro. "Coia in bidda dua e chi podisi in bixinau". Sposati in paese e se puoi nel vicinato. E un tempo i giovani sardi, come nella maggior parte dei villaggi d'Europa, più o meno obbedivano alla morale consolidata del proverbio. Si, perché in fondo per gli armungesi sposarsi a Ballao o a Villasalto era quasi come sposarsi in paese. Le rivalità e le contese non mancavano, come appunto avviene tra futuri, potenziali parenti.
Ma poi lo sguardo amoroso è stato costretto a posarsi su altri visi. Negli anni sessanta ci si sposa anche a Cagliari, Busto Arsizio, a Lussevera, a Roma, a Chieti, in Germania, in Belgio. L'emigrazione, che ha quasi posto fine ad una forma di vita basata su agricoltura estensiva e pastorizia brada, costringe ad una visione più aperta delle relazioni.
Ma è proprio cosi? A guardare da vicino i dati anagrafici che con molta precisione ci vengono presentati da Felice Tiragallo, quell'equilibrio - che da sempre caratterizza le scelte matrimoniali dei gruppi umani - tra il polo del troppo vicino e il polo del troppo lontano, tra l'incesto e lo straniero, è perennemente ricercato. Al 'noi' limitato del paese e alla piccola e familiare regione circostante viene via via aggiungendosi il 'noi' sardi. Il matrimonio tra sardi emigrati non cancella l'antica ideologia dello sposarsi nell'ambito del noto, ma la ristruttura e la adegua ai nuovi confini dell'agire sociale. Con le debite eccezioni, ovviamente, visto che si tratta pur sempre dell'amore.
Ma ecco che le cose cambiano ancora e alla turbolenza del periodo della grande emigrazione subentra un ripiegarsi del paese su se stesso e una evidente perdita di vitalità. Nel decennio 1987-96 ad Armungia si dimezza il numero di matrimoni, da 90 del decennio precedente a 43, e ci si sposa di nuovo prevalentemente in zona e nel paese. La sposa è di nuovo quasi solo casalinga, come fino agli anni cinquanta, lo sposo operaio, guardia forestale, minatore. I laureati e i diplomati, figure emergenti negli anni settanta-ottanta se ne vanno prima del matrimonio, cambiano residenza, si sposano fuori, spesso non ritornano.
Il paese si sdoppia. Emerge con sempre maggior evidenza una comunità virtuale di armungesi che si vive autonomamente al di fuori del paese e una comunità radicata nel territorio ormai quasi al limite della capacità di riprodursi. Una comunità legata ancora al territorio, ma quasi più da sentimenti di appartenenza e da attività ludiche e simboliche che dall'antico radicamento produttivo dell'autosussistenza. "Spazio d'attesa", di potenzialità future che attendono un indirizzo, una indicazione di nuovo senso allo stare come baluardo in territori sempre più deserti di uomini e donne. Dall'analisi di Tiragallo emerge un indirizzo nuovo negli studi sullo spopolamento e sulla nozione stessa di comunità. Indirizzi che già da tempo tentano di rinnovare i quadri teorici entro cui pensare il mutamento in Sardegna, superando drammatiche dicotomie.
Armungia è qua e altrove. L'altra Armungia, quella creata dall'emigrazione trova la sua virtuale unità nel riferimento ideologico affettivo e relazionale con il sempre più piccolo paese del Gerrei. Armungia e il suo doppio sembrano garantirsi reciprocamente continuità, identità, radicamento, vitalità.
La tematizzazione de "il paese replicato" e l'interrogarsi sulla natura di esso e delle sue relazioni con il paese è uno degli elementi di maggior interesse dello studio di Tiragallo, che si conclude con il racconto della marcia ecologica che annualmente si svolge ad Armungia visto dall'autore come evento simbolo della capacità della comunità da un lato di sdoppiarsi e dall'altro di riaggregarsi secondo modalità al contempo vecchie e nuove: per gruppi parentali e familiari, che però riuniscono segmenti di famiglie e di parentele disperse ai quattro angoli dell'Europa.
Ma, come è ovvio, questa capacità di resistere della comunità e di costituire punto di riferimento per la diaspora ha bisogno di precise condizioni materiali. I paesi interni che siano di passaggio o no, per quanto aggirati, ignorati, dai percorsi delle grandi superstrade o autostrade, hanno il vantaggio di rientrare in un paesaggio ridisegnato e ristrutturato dalla esigenza tutta attuale di comprimere i tempi dei percorsi, una caratteristica del mondo contemporaneo. E forse è questo uno dei modi attraverso il quale si possono pensare nuovi equilibri demografici per i piccoli centri, nuove forme di vitalità anche se intermittenti. Forse così anche un piccolo e isolato paese come Armungia può pensare di attrarre oltre gli emigrati, qualche turista e soprattutto impedire che i giovani del luogo se ne vadano. Quando Linetta Serri, attuale sindaco di Armungia, dice che:" Armungia è sul mare", fa solo finta di fare una battuta paradossale e scherzosa. In realtà sta compiendo una operazione antropologicamente assai significativa. Infatti con la recente costruzione di una grande e comoda strada che in venti minuti porta da Armungia alla costa del Sarrabus, uno dei poli turistici più importanti dell'Isola, per il nostro paese si apre la possibilità concreta di un rafforzamento concreto del legame economico e sociale con quel polo. Dire che "Armungia è sul mare" significa ristrutturare ideologicamente lo spazio intorno al paese, dargli una prospettiva di mantenimento se non di sviluppo: si propone che lo sguardo del paese non sia più rivolto solo al distante polo cagliaritano o al di là del mare, ma si volga al mare. Si allude alla possibilità che esso possa diventare un luogo nel quale non si dovrà necessariamente fare una scelta drammatica tra l'identità, il senso di appartenenza da un lato e la relazione, la modernità e i servizi dall'altro.
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Il paese replicato
(da F. Tiragallo, Restare paese, Cagliari, Cuec, 1999)

Nell'ultima domenica di aprile o nella prima domenica di maggio gli armungesi organizzano una "Marcia ecologica". Si tratta di una manifestazione laica, nata nel 1981, che ha come luogo di partenza una località sempre diversa, oltre il Flumendosa. La marcia per i ragazzi e ragazze è competitiva, come una corsa campestre, mentre per tutti gli altri assume l'aspetto di una passeggiata tonificante. I concorrenti alla marcia sono in gran parte donne e giovani, perché gli uomini adulti si dedicano alla preparazione della carne arrosto. Dopo l'arrivo ha luogo la distribuzione del casascedu, un latticinio fresco, poi avviene il pranzo in cui si ricompongono i gruppi familiari. Dopo il pranzo avviene la premiazione dei partecipanti. Infine si fanno giochi di gruppo, come il tiro alla fune ...
Il pranzo che segue la manifestazione sportiva non viene consumato collettivamente. Le famiglie dei partecipanti si sistemano sotto gli alberi ognuna in una zona distinta, contigua agli altri gruppi, ma abbastanza lontana da consentire una certa riservatezza. Ogni gruppo accende il suo fuoco e arrostisce la sua carne. Spesso l'auto viene parcheggiata vicino al luogo dove la famiglia apparecchia la sua mensa. Le autoradio diffondono musica o la cronaca della partita di calcio o altro, in una polifonia che ricorda quella di un villaggio o di un accampamento stabilizzato. Lo sguardo d'insieme abbraccia dunque una vasta porzione di bosco abitato, in cui viene fatta vivere per alcune ore una comunità che replica ai bordi del suo territorio il modello di vita del suo centro urbano, con lo stesso spezzettamento nucleare, con i rapporti di vicinato, con gli spazi comuni, dove si fanno i giochi e ci si incontra. In questo senso, l'evidenza, la fattualità anche banale della scampagnata, suggerisce che l'evento, nella sua globalità, si può leggere appunto come il segnale della volontà da parte sia degli armungesi residenti, sia di quelli che accorrono dalla città appositamente per la manifestazione, di affermare la propria vitalità come gruppo sociale, capace dello sforzo logistico di trasferirsi , virtualmente "in toto", in un lembo del territorio, apparentemente ormai non più toccato dalla loro presenza.
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Lingua, cultura e identità degli scrittori sardi

Intervento di Bachisio Bandinu (Fondazione Sardinia) al dibattito sul tema Lingua, cultura e identità degli scrittori sardi, svoltosi a Cagliari il 12 dicembre 2000 presso la sala conferenze degli Amici del Libro.

Il mio è un intervento di testimonianza in rappresentanza della Fondazione Culturale Sardinia che ha aderito al progetto che prevede l'organizzazione di un ciclo di dibattiti sul tema Lingua, cultura e identità degli scrittori sardi. La fondazione Sardinia ha, infatti, come statuto il preciso compito di impegnarsi per il recupero, la restituzione e la diffusione della lingua e la cultura sarda. Siamo qui anche per dire grazie alla Cuec e a Peppino Marci per questa impresa, per questa impresa di recuperare e di restituirci autori e opere di cose sarde lungo il tempo, lungo i secoli; c'è questa convinzione diffusa che la nostra storia abbia come un vuoto, sia povera di opere; invece il vuoto è in una nostra ignoranza delle cose, della storia, della cultura sarda; quindi si è diffusa questa convinzione sbagliata proprio di una mancanza di presenza storica nei secoli, di personaggi, di opere che hanno dibattuto questioni del loro tempo circa le cose nostre. In questo senso la collana, promossa dalla CUEC, Scrittori sardi è estremamente interessante perché ha questo compito, come potete leggere nella presentazione, di pubblicare questi libri per lo più sconosciuti se non agli addetti ai lavori; basterebbe vedere gli ultimi tre: Antonio Purqueddu, De su Tesoru de sa Sardigna a cura di Giuseppe Marci o il libro che presentiamo oggi di Andrea Manca dell'Arca Agricoltura di Sardegna, o quello precedente di Giovanni Delogu Ibba Tragedia in su Isclavamentu, sempre curata da Giuseppe Marci. In questo senso un grazie al curatore e alla casa editrice, per questo compito civile di ridarci la presenza nel tempo di autori e di opere sarde, per questo compito civile di recuperare un patrimonio e di farne oggetto di dibattito e di confronto tra i sardi. In questo progetto di rintracciare la presenza nel tempo degli autori sardi si è riconosciuta la Fondazione Sardinia che parteciperà attivamente, insieme alla CUEC e ad altre associazioni presenti nel territorio, ai dibattiti che si terranno in tutta la Sardegna.
A me interessa oggi toccare gli aspetti più generali per dire dell'importanza di queste opere non solo per l'aspetto specifico dei contenuti della materia trattata, per esempio in questo caso, sarebbe interessante anche oggi ascoltare qualche scrittura contemporanea dei grani e legumi, della giuntura delle vigne, del modo di entrare in vigna e conservarla, siamo nel 1700, degli alberi e degli arbusti che si piantano e di quelli che naturalmente producono i terreni della Sardegna. Delle piante e fiori ed erbe che sono solite piantarsi negli orti di Sardegna e della custodia delle api, del bestiame di Sardegna e della sua custodia e utilità.
A noi interesserebbe avere un documento che dica del tempo attuale, circa queste cose, saperne di più, per esempio, sulle prospettive per il comparto agroalimentare sardo o per l'agricoltura e per la pastorizia sarda; questo per dire che nel tempo passato noi abbiamo tempi pieni di dibattiti e di progetti e di indicazioni e opinioni differenti.
Per restare al Manca dell'Arca, in questa bella, minuziosa e particolareggiata introduzione di Peppino Marci c'è un confronto di idee che ci dice che nell'opera c'è un confronto più allargato con un dibattito culturale agricolo d'Europa , ci dice di un confronto ad esempio con l'opera del Gemelli Rifiorimento di Sardegna pubblicato pochi anni prima di questa, che certamente aveva uno spazio, come dire, teorico, più vasto di Agricoltura di Sardegna, ma che forse si perdeva per noi sardi, dentro un orizzonte troppo vasto e poco pertinente alla realtà effettuale della Sardegna di allora, mentre l'Agricoltura di Sardegna è un'opera che guarda specificatamente alla realtà sociale culturale operativa pratica della coltivazione, in relazione a costumi ed usi, in relazione ad una tipologia storicamente determinata, con pregi e difetti, con limiti se vogliamo, ma che era pertinente ad un fare in Sardegna in quel preciso momento storico. Un carattere didattico interessato più che non ad un orizzonte teoricamente più vasto ma più generale, a un compito più specifico.
Quello che posso dire da un primo sguardo di insieme su queste opere è che la Sardegna nel Settecento produce testi, studiosi che dibattono argomenti importanti e soprattutto c'è questa apertura nei confronti di orizzonti più vasti con quello che è il clima culturale europeo, contrariamente a quelle nostre convinzioni sempre limitative, restrittive di una Sardegna chiusa, di una Sardegna incapace di dialogare, di una Sardegna che non si commisura con la realtà più vasta dell'Europa.
A me interessa toccare, ora, soltanto due aspetti più generali. Da queste opere della collana Scrittori sardi emergono due problemi che possono essere osservati con riferimento al percorso storico compiuto sino ad oggi, con riferimento alla problematica che oggi è molto dibattuta: cioè il problema di una coscienza di sé, una coscienza di sardità, di una coscienza di autonomia, se noi a questa parola non dessimo quella accezione che oggi acquista per necessità di elaborazione storica; ma nel senso etimologico di autonomia, di una coscienza di se stessi nel tempo. Da questo punto di vista questi libri ci restituiscono pienamente questa presenza di sardità, questa presenza di coscienza, di capacità di affrontare completamente questioni sarde e questioni vaste con riferimento alla nostra specificità.
Un'altra questione molto importante secondo me è questa della lingua, perché Manca dell'Arca sente la necessità di scrivere in italiano, un italiano nient'affatto perfetto, con la componente sardesca e castigliana, spagnola, per commisurarsi con una lingua altra e vedere come si potesse dialogare ed esprimersi in tutti questi registri; sente la necessità di uscire fuori dalla lingua sarda per confrontarsi con un discorso in italiano perché immaginava lettori diciamo di una certa alfabetizzazione, perché non pensava certamente che questo libro potesse essere letto dagli agricoltori sardi, per l'indice altissimo di analfabetismo; oppure osservate l'interesse linguistico di Giovanni Delogu Ibba Tragedia de su Isclavamentu, in cui è evidente l'uso di quattro lingue: il sardo come ossatura centrale della tragedia legata ad esperienze rituali, in cui interviene il latino come lingua dominante "confessionale", e il Castigliano, e anche l'italiano. Questa commistione di lingue può lasciare perplesso lo stilista, il purista, colui che crede che l'opera deve avere una sua unità di stile e quindi rifuggire da compromissioni, contaminazioni di varie lingue. In realtà a noi interessa proprio come le lingue intervengono tra di loro, come questi fili più o meno spessi giocano in una tessitura gerarchica, questa esperienza ci serve oggi per esempio per confrontarci nel gioco delle commistioni linguistiche o dei saperi plurilinguistico e pluriculturale. Allora qui potete osservare come l'ossatura sardesca ha necessità di trovare una rima in latino e interviene un sintagma in latino per chiusura di rima, come intervengono testi di italiano, castigliano, cioè com'è che giocano in un'opera le lingue con diverso dosaggio: una conoscenza plurilinguistica, pluriculturale. Allora potete isolare questa presenza del sardo che traduce il rito della Passione così come viene espressa dal popolo, come invece interviene quasi in alleggerimento e in distanziamento il latino, come lingua ufficiale della Chiesa: a me pare un laboratorio estremamente interessante questo dal punto di vista linguistico e come conferma oggi la coscienza che viene sempre maturando in Sardegna delle concezione delle lingue non in senso sostitutivo, non in senso sottrattivo, ma in senso affettivo, additivo del fatto che le lingue non sono merce tariffata nel mercato, dove l'una esclude l'altra, ma sono nella dimensione del dono, nell'intervento inclusivo non esclusivo, sono nella dimensione di un transito, di un transfert anche inconscio dei diversi registri che intervengono in noi per destare sensazioni, espressioni che vengono dai caratteri tipici, specifici di una lingua con i loro contenuti e con essi si trasferiscono anche inconsciamente in uno scambio simbiotico produttivo di senso. A me tutte queste opere appaiono estremamente interessanti per recuperare questa linea di identità sarda attraverso la scrittura di opere del passato. Il libro di Umberto Cardia Autonomia sarda recupera nei secoli questa origine questa presenza, elaborazione e sviluppo dell'identità sarda; questi libri danno spessore concreto a secoli che sembrano lontani, una presenza dimenticata che ci restituiscono in opere creative e pertinenti ad una specificità di vita, ad un arte-mestiere, ad una professione, a quella che è l'attività tradizionale del mondo agricolo e pastorale della Sardegna. Osservate in questo libro che oggi stiamo presentando come emerge il rapporto tra agricoltori e pastori: una diversa concezione della natura, una concezione della natura al femminile, produttiva come quella dell'agricoltura; invece una concezione del pastore non materna della terra, una concezione del pascolo, la terra non viene aperta dal vomere, la terra non viene seminata per produrre, in una maternità piena come quella agricola.
Oggi l'identità si misura nella produzione materiale come produzione di senso, l'identità in Sardegna non va relegata a simbolismi, a forme negative che spesso caratterizzano il dibattito, va invece esplorata, verificata, nella produzione di oggetti segni, di prodotti messaggi, in tutto ciò che è produzione materiale che si pone anche come messaggio culturale, nell'ambito del mercato allargato economico e culturale.
Oggi non esiste un prodotto che non sia esso stesso un messaggio e non esiste un messaggio che non sia materialmente un prodotto; il discorso della struttura e della sovrastruttura non regge più, la sovrastruttura è tutta dentro la struttura e la struttura è sovrastruttura.
Allora per noi sardi l'identità si misura nel produrre, nel produrre politica, nel produrre agricoltura e pastorizia, nel produrre istituzioni pertinenti al nostro tempo e forme istituzionali capaci di definirci, nel produrre cultura, messaggi, poesia, romanzi, saggistica, economia; l'identità è produzione di senso, produzione materiale, per questo la Fondazione Sardinia è veramente convinta, è vuole partecipare intensamente nelle varie presentazioni in tutta la Sardegna, di questa meritoria opera della CUEC e di questi specifici libri curati da Peppino Marci, per questa opera meritoria di ridarci lo spessore del tempo nostro, la documentazione come presenza storica datata che ci dice di una pienezza del nostro tempo passato.
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Relazione di presentazione di Anna Saderi al dibattito sul tema Lingua, cultura e identità degli scrittori sardi, svoltosi a Nuoro il 1° dicembre 2000 presso l’Auditorium della Biblioteca “S. Satta”.

Paul Auster, uno degli scrittori americani contemporanei più significativi ed interessanti, autore, tra l’altro, dei famosi Mr. Vertigo, Trilogia di New York e sceneggiatore di Smoke e Blue in the Face, per citare solo i più noti titoli, nel suo libro del 1982 “L’invenzione della solitudine” ripercorre a distanza di poche settimane dalla morte del padre, attraverso documenti, oggetti, testimonianze, i frammenti sparsi di una esistenza, quella paterna ovviamente, che fino a quel momento gli era risultata abbastanza distante e sfuggente.
Questo percorso alla ricerca del padre, o meglio dell’immagine del padre, perché ogni ricostruzione non può che essere un’immagine del reale, lo condurrà inevitabilmente ad un percorso verso il riconoscimento di sé ed anche ad una profonda riflessione sulla identità, a sua volta, di padre di un figlio dal quale lo separa un distacco necessario e dolente. Il libro è infatti diviso in due parti: la prima “Ritratto di un uomo invisibile” ripercorre ed insegue l’immagine del padre attraverso la ricostruzione della sua identità, la seconda “ Il libro della memoria “ sposta il fuoco sul protagonista stesso con la ricerca questa volta della sua identità di padre, ciò consentirà al figlio/padre di ricomporre almeno in parte il mosaico di sé. La complessa operazione avviene in una stanza di Parigi, la stessa che suo padre aveva casualmente occupato durante la guerra, nella quale si sente come un naufrago nel cuore della città e vive con la sensazione di non appartenenza al presente, pur standoci completamente, e con l’obbligo di porsi sulle tracce del passato per ritrovarsi e per poter abitare il futuro. La stanza diventa un santuario che racchiude l’intero universo, uno spazio onirico, il ventre della balena, il luogo da cui ha origine ogni immaginazione ed ogni senso. Ritrovare le tracce diventa allora necessario e indispensabile a Paul Auster per ritrovare il senso di sé e per “stanare la morte che abita in ognuno di noi” come sostiene in un passo particolarmente significativo, ma diventa necessario, io credo, per gli stessi motivi ad ogni comunità che voglia, non definirsi, ché lo ritengo impossibile ed anche metodologicamente scorretto, ma conoscersi e capirsi.
Ecco proprio questo obbligo all’identità, tramite il passaggio continuo dal presente al passato e da questo e quello al futuro, è ciò che costringe tutti a continuare ad indagare, psicoanaliticamente o storicamente, come studiosi professionisti o semplici appassionati, per sapere e rinnovare il sapere. La memoria e la ricostruzione di essa è quanto di più affascinante, complesso ed essenziale afferisca alla cultura ed alla civiltà umana ed ha costituito infatti, con i modi di coltivarla, un’arte vera e propria fino a quando non è diventata, anch’essa come tante altre attività del pensiero dell’uomo, appannaggio della tecnica, costringendo ad un confronto perenne con la totalità della memoria e non permettendo il diritto all’oblio, o meglio lasciando a noi la responsabilità durissima della selezione e del giudizio.
La metafora è di per sé evidente. La ricerca della paternità culturale che anche questa collana della CUEC porta avanti è un bisogno di ricostruzione del mosaico globale che, una volta terminato, dovrebbe consegnarci il disegno di ciò che eravamo per capire chi siamo o perché siamo così e porci quindi “sulle tracce del domani” con più alta consapevolezza; consapevolezza possibilmente sgombra da considerazioni meschine ed utilitaristiche, legate ad ammiccamenti alle mode del momento e ad altre poco nobili considerazioni, perché sarebbe il segno mortifero della incapacità allo sviluppo culturale.
Il problema della ricerca, è evidentemente allo stesso tempo complesso e sfuggente, delicato ma ineludibile perché abbraccia ambiti diversi, da quello produttivo a quello estetico, da quello distributivo a quello comunicativo, da quello politico a quello metodologico.
Su quest’ultimo fronte si sta sviluppando un dibattito molto interessante e stimolante sulla “Grotta della vipera” (rivista di cui e condirettore appunto Marci).
Attualmente la ricerca su scala locale conosce in Sardegna, ma non solo, una stagione particolarmente fruttuosa in ambito accademico e non. Vi è quindi il rischio, ed è giusto sottolinearlo, non tanto per gli studiosi, quanto per i politici, che tali studi devono sostenere, di costruire un puzzle dispersivamente giocato il cui disegno finale potrebbe risultare indecifrabile. Occorre allora una intelligente politica di sintesi per raggiungere una visione densa del costruito storico attraverso le sue stratificazioni della realtà del sapere e delle sue rappresentazioni artistiche, letterarie, urbanistiche, documentarie, culturali in genere. Ogni ricerca di studio locale deve entrare in un progetto culturale che renda il locale, non fine a se stesso, che equivarrebbe a mortificarlo e vanificarlo, ma di interesse universale. Lo studio locale non può essere corpo inerte, memoria stanca e arida, ma deve fungere da mediatore, da tramite tra passato, presente e futuro; deve educare allo scambio, al confronto tra le differenze per farsi forza propulsiva di nuovi sedimenti e di nuovi passaggi. La memoria infatti di per sé non costituisce sapere, la costituisce nel momento in cui da materiale grezzo originario viene organizzato in un progetto non solo di conservazione e sistematizzazione, ma di fruizione pubblica in un continuum spazio – temporale che costituisce la condizione essenziale, come sostiene il Manifesto dell’Unesco, per “l’approfondimento permanente, l’indipendenza delle decisioni, lo sviluppo culturale dell’individuo e dei gruppi sociali”.
La memoria storica, culturale e documentaria deve quindi, senza incertezze, investire sì sul passato, ma, per vivere meglio il presente e per edificare con progettualità di ricerca, un senso di sé che con sicurezza bilanci la potente e nefasta opera di omogeneizzazione e globalizzazione culturale operata dai media. La serietà del progetto culturale si riconosce quindi proprio dalla sua capacità, da una parte di caratterizzarsi, individuando le sue tipicità, il suo genius loci, “la fisionomia irripetibile del suo patrimonio” come direbbe Prof. Maltese, dall’altra di contemperarsi con la imprescindibile necessità di conoscenza e di intelligenza universali.
Il sapere scientifico tout court, il sapere per il sapere, non può prendere il sopravvento sulle scienze umane, sul sapere finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita dei popoli. Così pure la ricerca storica, letteraria e artistica. Tralasciando quindi la presunzione cieca che la ricerca e lo studio possano da soli essere garanzia di inarrestabile progresso, bisogna operare per un comune progetto di crescita di tutti tenendo stretto quel filo di continuum spazio – temporale che garantisce la nostra unicità e tutela i nostri affetti culturali.
v Ogni città, sostiene Predrag Matvejevic, in una qualche misura, vive dei propri ricordi.
Il passato fa sempre concorrenza al presente. Il futuro si propone più a immagine del primo che del secondo e la rappresentazione della realtà si confonde facilmente con la realtà stessa. Questo gioco di specchi, molto ben esplicitato nel libro di Paul Auster, ma anche chiaramente espresso dalle parole di Matvejevic, permette da un lato di vedersi chiaramente,ma dall’altro facilita la confusione dell’immagine col reale. Si tende spesso infatti a rifugiarsi nella memoria per paura di tradire se stessi. Allora anche questo lavoro, se rappresenterà solo la memoria e la sua salvaguardia, pur meritevole, non avrà raggiunto l’obiettivo,e certo questo non mi pare sia l’intento né dell’editore né tantomeno del curatore della collana. Ai lettori e a tutti coloro che vorranno farne uso spetta quindi il compito di utilizzarli al meglio per sé e per il beneficio della comunità tutta.

 

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