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Un'editoria
illuministica Dopo i vari sondaggi dell’‘Indice" sulle editorie cittadine del Sud, è possibile tentare un quadro d'insieme, per cogliere le linee di tendenza più che enumerare le iniziative? Si potrebbe partire da un libro bello e di successo, di un editore meridionale, appunto, Un romanzo civile, di Giuliana Saladino (Sellerio, 1999; cfr. "L'Indice", 2000, n. 6). Vi si narra la storia di un intellettuale siciliano che, conclusa l'attività di militante di sinistra, si trasforma in libraio esperto di mercati internazionali. É una vicenda emblematica dell'editoria di cultura meridionale, animata da tensioni etiche, oscillante tra storia locale, impegno politico, vocazioni cosmopolite. Editoria di cultura è una definizione di comodo, che esclude buona parte degli editori, che ritaglia segmenti di attività entro la produzione di un medesimo editore. Il settore che così si individua è certo esiguo, pur dentro un mondo editoriale che è già assai ridotto rispetto quello nazionale. Al settembre 1999 nel Sud si contavano 566 editori, contro i 1806 del Nord Italia e i 1546 del Centro; la dislocazione geografica è varia, ma non imprevedibile: 219 editori in Campania (nel 1997, 163) e 146 in Sicilia (131). Il confronto Sud-Nord conferma le difficoltà imprenditoriali meridionali anche qui: ma, sebbene sia tema essenziale per qualsiasi, anche sommaria considerazione sull'attività editoriale, la questione dei rapporti tra editori e poteri politici ed economici e dei condizionamenti che ne scaturiscono viene ora accantonata. Mi limiterò all’altra questione, quella degli intellettuali e delle loro opere. Si può parlare in generale di editoria di cultura del Sud? Approssimativamente, sì. Sono iniziative che, senza aggirare il problema di avere relazioni con poteri economici e politici (in genere, pubblici), hanno consapevolmente di mira il collegamento con le istituzioni della scuola, delle accademie, dell'università, spesso così raggiungendo aree interregionali di mercato (la difficoltà di accedere alla distribuzione nazionale è lamentela costante ma vera, con pochissime eccezioni, la Laterza soprattutto). In tal modo questa editoria svolge, o mira a svolgere, una funzione di guida, di selezione, di orientamento per le forze che si muovono nella società meridionale. Alle sue radici v'è, quindi, una forte esigenza etica illuministica. Ci si può domandare, perciò, se e in che misura questa produzione abbia aiutato a comprendere il presente e il passato: due aspetti connessi a un terzo lato sempre presente in questa editoria, talora silenzioso, talora esplicito, che è la volontà di progettare e pervenire a un futuro in cui vi siano al Sud condizioni di civile e moderna convivenza. Uno dei motivi preminenti è dunque la riflessione sui modi della modernizzazione, sia nel senso di una sua periodizzazione, sia nel senso di decifrare la sua tendenza. Discorso tutt'altro che concluso, e affrontato in vari modi. Può essere privilegiata la dimensione della testimonianza, come fa la palermitana Edizioni della Battaglia, che è risalita con Cortile Cascino alla figura di Danilo Dolci; spesso, anche altre case editrici si appoggiano alla ripresa di alcune figure esemplari: di Dolci anche Dante e Descartes ha preparato una bibliografia; di Ernesto De Martino la leccese Argo sta pubblicando l’Opera omnia; di Rocco Scotellaro e Tommaso Pedio la lucana Osanna ha pubblicato il carteggio. Ovvero, si ricostruiscono storie spesso minute, frammenti di un più largo mosaico, di cui cosi si coglie il senso. É un modo per rintracciare dentro i tanti orrori e storture civili e ambientali della modernizzazione anche tracce di una positiva vitalità. Tre esempi di versi, ma con un solo tema: Napoli. Gabriella Gribaudi, in Donne, uomini famiglie. Napoli nel '900 (L'ancora), ha cercato di ricostruire il farsi e il disfarsi del tessuto simbolico che unisce passato e presente di mondi diversi della città; Avagliano ha pubblicato vari romanzi storici (tra i quali Maria Orsini Natale, Francesca e Nunziata, ed Enzo Striano, Il resto di niente), fidando in questa strada che meriterebbe nuova attenzione e che è straordinariamente vivace nell'attuale produzione meridionale per affrontare i nodi irrisolti della storia del Sud. Francesco Ceci e Daniela Lepo con Arcipelago vesuviano. Percorsi e ragionamenti intorno a Napoli (Argo), unendo sociologia e storia dell'architettura mostrano in un panorama dolorosamente devastato come un filo di vitalità sia riuscito a emergere, magari aggrappandosi a forme di socialità antiche più che all'idea di Stato. Il tema della vita politica, delle sue origini e delle sue forme è infatti un altro motivo di fondo di questa attività editoriale, svolto o in modi cronachistici e giornalistici, o attraverso ricostruzioni storiche originali, o con la pubblicazioni di fonti. Oltre alla ricerca sulla storia della storiografia, attiva specialmente a Napoli e a Catania, un altro soggetto presente in molte attività editoriali è la storia religiosa. Si hanno indagini sulle forme di religiosità arcaiche o precinquecentesche, di derivazione da De Martino, sulle forme di culto tridentino impostesi nella tarda età moderna, che vanno dalle ricerche avviate da Gabriele De Rosa (Osanna), a quella recente sul massacro dei Valdesi di Calabria di Pierroberto Scaramella (Editoriale Scientifica), alle ristampe di classici , come il Santo Officio dell'Inquisizione di Napoli (Rubbettino). Il problema del rapporto Stato-Chiesa è uno dei nodi fondamentali di tutta la storia del Mezzogiorno, e non certo per caso le ricerche di storia illuministica sono un forte patrimonio della storiografia meridionale. Oltre che nei centri tradizionali di Napoli e Catania, hanno trovato molto spazio anche in Puglia e in Calabria grazie alle recenti ricerche di Biagio Salvemini e Antonino De Francesco (presso, tra le altre, Adriatica, di Bari, e Lacaita, di Taranto): vale la pena di ricordare che si debbono alla palermitana Sellerio le traduzioni del libro di Franco Venturi Giovinezza di Diderot e del Saggio sui regni di Claudio e Nerone di Diderot. Queste ricerche, dove spesso prevale una volontà di studio della storia congiunto all'applicazione di categorie antropologiche o di microstoria, sono animate da una tensione morale, nella quale si sente forse l'eredità dello storicismo crociano e della sua idea, per nulla consolatoria se pensata seriamente, che nella storia anche la sconfitta può avere un valore morale. Il tentativo di capire perché le forze del cambiamento al Sud abbiano fallito, quali siano state le svolte cruciali e quale il loro portato si carica perciò sempre della volontà di sconfiggere l’apatia morale e avviare un processo di rinnovamento. Questa tensione etica, che prende dunque forme varie ma convergenti nella riflessione storica, ha un solo modello? Direi di no. Diversi sono i progetti civili che vengono a contatto e si fronteggiano, diverse le ispirazioni politiche. C'è ad esempio la ripresa dei "grandi liberali" a opera di Rubbettino, mentre in altri casi si riscopre l'attualità anche politica di De Martino; inoltre, si direbbe che il ruolo egemone esercitato da Napoli e da Palermo stia declinando. Impossibile parlare del Sud solo attraverso Napoli. Si pensi alla rivista "Agorà" (Rubbettino), che riprende l'ispirazione dell'ultimo Omodeo e eredita la tradizione di "Prospettive Settanta", periodico napoletano fondato da Elena Croce. Il problema delle riviste è spinoso: se si escludono quelle accademiche, assai poche riescono ad avere forza di lettura di ampio raggio. Se la presenza di riviste è da considerarsi un indicatore delle condizioni generali dell'editoria, nel caso meridionale conferma la difficoltà di farsi ascoltare. Non mancano e non sono mancate coraggiose iniziative; alcune, dovute in passato a Goffredo Fofi ("Lo straniero" e "La terra vista dalla Luna"), hanno sviluppato un'originale intersezione tra punto di vista critico e descrittivo; altre, come "Elites" (Guida), cercano un difficile incrocio di teoria e politica; "Immaginazione" è il mensile di poesia e recensioni della casa editrice leccese di Piero Manni, che rappresenta una voce originale nella produzione letteraria e poetica. Abbiamo finora osservato come si sia imposta la riflessione storica quale strumento di rinnovamento della cultura meridionale. L'elaborazione teorica e filosofica, l'altro punto di riferimento per la comprensione della propria storia, ha seguito nell’ultimo ventennio strade diverse da quelle dell'analisi storica. Si è preferito poggiare sulla tradizione tedesca heideggeriana o su quella francese di Derrida, presente soprattutto in varie case editrici napoletane (Cronopio, Filema, Guida), o sull'attenzione alle scienze naturali (Bibliopolis) piuttosto che sull'indirizzo storicista. Ma in entrambi i campi, si nota come l'attenzione alle proprie radici, alla dimensione locale e particolare, non si separi dall'attenzione cosmopolita ai grandi movimenti più generali. Il caso sardo è illuminante, volto da un lato alla ripresa della propria storia (come nel volume su Sardegna, Spagna e Stati italiani nell'età di Filippo Il, della AM&D, e altre sue numerose opere storiche), dall'altro mosso da una forte attenzione per vicende attuali sarde e insieme per fenomeni di respiro internazionale (come si vede nell'attività della Cuec). È questo il solo modo per interrogarsi su quali identità si sono disfatte e verso quali identità ci si stia muovendo. Un'indicazione era emersa da parte dell'accademia, che additava una identità mediterranea. Non mi sembra che il mondo della cultura meridionale creda molto a questa idea. Piuttosto, pare che riscopra che sia la propria storia, sia il proprio futuro appartengono all'Europa, nei modi drammatici del passato e del presente, e in quelli problematici del futuro. Girolamo
Imbruglia
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