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La forza della cultura La Stampa - 15 maggio 2003 di
Ernesto Ferrero L’imprevidenza americana di fronte alle devastazioni e agli incendi che hanno colpito musei e biblioteche dell’Iraq non nasce dal nulla. L’offesa recata ai reperti che documentano la nascita della scrittura, dell’arte, dell’urbanesimo, della legislazione, dell’architettura delle acque, è anche figlia del torpido disprezzo per la cultura che abbiamo sentito lievitare in questi anni anche in casa nostra, come se la cultura fosse un optional di cui si può fare tranquillamente a meno, tempo perso, alibi di pochi intellettuali avulsi dalla realtà. Poiché viviamo nel più complicato dei mondi possibili, abbiamo un bisogno crescente di adeguati strumenti interpretativi. Non ci possiamo accontentare di una visione semplificata e ridotta della realtà, come se il mondo d’oggi fosse diviso in due metà bianche e nere, o interpretabile con il codice binario dei computer. Il logo che la Fiera del libro di Torino si è dato cinque anni fa, sette barre di colore che sono altrettanti dorsi di libri, e lo stesso motivo conduttore dell’edizione 2003, i colori, ci ricordano che l’immagine della realtà è fatta di milioni di sfumature diverse. I buoni libri fanno proprio questo: si occupano di sfumature, e ci aiutano a distinguerle. Il gesto silenzioso della lettura ci avvia a quel costoso ma irrinunciabile processo che è la conoscenza, l’approfondimento, la comprensione dell'altro e degli altri. Quello che malgrado tutto salva la "vecchia Europa" fragile, divisa, nevrotica e opportunista è proprio un residuo di questa consapevolezza. Non si dà futuro senza memoria, senza interrogazione e reinvenzione delle radici. Senza libri. Il popolo dei lettori che per cinque giorni invade il Lingotto queste cose le sa. Forse per questo ha un’aria affamata e felice. Va a frugare nei cataloghi degli editori grandi e piccoli, porta i figli nel coloratissimo spazio ragazzi, affolla le decine e centinaia di incontri, dibattiti e convegni con la voglia di capire, di partecipare, di fare politica vera, cioè di elaborare una sua idea della polis. Il Paese ospite d’onore 2003, il Canada, è molto amato dagli italiani per il senso di libertà e d'avventura che emana dai suoi grandi spazi. È un Paese che rafforza la propria identità attraverso la valorizzazione delle diversità, e accoglie immigrati da ogni parte del mondo, compresa l’Italia, inserendoli in un progetto civile forte, perché attraverso istituzioni di efficienza esemplare investe molto e bene in cultura: lettere, arti, cinema, teatro. I venti scrittori canadesi che arrivano a Torino sono la storia di un successo su cui la "vecchia Europa" farà bene a meditare.
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