Il giorno 25 giugno 2003 è morto Umberto Cardia.

La CUEC Editrice nell'unirsi al dolore dei familiari ne ricorda la statura morale e intellettuale e l'inestimabile contributo all'elaborazione del pensiero autonomistico



Esponente storico del Partito comunista, con la sua lunga attività, ha caratterizzato un'epoca della vita isolana

Mezzo secolo da protagonista

E' morto Umberto Cardia, l'uomo-guida nel solco di Gramsci

È morto ieri mattina, 25 giugno 2003, a 81 anni nella sua casa cagliaritana Umberto Cardia, a lungo protagonista della vita politica sarda e leader storico del Pci regionale.

Era stato colpito da un'ischemia e da tempo non usciva più. Originario di Arbatax, aveva lavorato nella redazione sarda della Rai ed era stato uno dei promotori del periodico "Rinascita Sarda": Eletto più volte consigliere comunale di Cagliari, è stato consigliere regionale per quattro legislature, dal 1953 al 1967, quando si dimise per diventare deputato. Nel 1976, eletto contemporaneamente alla Camera e al Senato, scelse la prima. Successivamente passò al Parlamento europeo dove ha rappresentato la Sardegna per due legislature. La famiglia Cardia, originaria di Tortoli, è di antica nobiltà spagnola. Per espressa volontà di Cardia, i funerali si svolgeranno oggi pomeriggio, alle ore 16, informa privata e con rito civile, nel cimitero cagliaritano di San Michele.

di Giorgio Melis


Un tempo politicamente remoto, quando leaders carismatici dominavano la scena, di Umberto Cardia si sarebbe detto che era il Migliore: la "qualifica" di Togliatti nel Pci. In Sardegna era prima riconosciuta a Renzo Laconi, che di Togliatti avrebbe potuto essere successore. Poi, senza proclami (ma oggi va testimoniato: non per galateo funebre), il Migliore per tutti divenne Umberto Cardia. Lo è rimasto fino a 12 anni fa, quando un'ischemia esplosa in pubblico lo rinserrò nelle tenebre di un coma dal quale uscì dopo sei mesi. Purtroppo non più la stessa persona. Limitati la capacità intellettuale e il primato culturale e politico che ne avevano fatto l'uomo-guida del Pci: anche riferimento dei migliori negli altri partiti. Attorno a un'idea-forza: fin dal Medioevo, scorreva un filone ideale, una vocazione autonomistica che era la grande anima sotterranea dei sardi.

Questa visione storica - così interpreta Pietro Soddu - era la molla del progetto di unità autonomistica che prima Laconi e poi compiutamente Cardia hanno travasato nel loro partito: ispirandosi al pensiero e alle biografie esemplari di Antonio Gramsci ed Emilio Lussu. Cardia l'aveva portato all'incontro con le posizioni maturate tra le culture cattolica democratica, socialista e naturalmente sardista: con leaders come Titino Melis, particolarmente Paolo Dettori e poi Pietro Soddu che non ha dubbi: "Con lui se ne va un pezzo importante della nostra storia". Da questa tormentata elaborazione, è scaturita negli ultimi decenni una generosa e feconda stagione verso l'unità politica del popolo sardo. Ormai è un frustrante ricordo. Ne restano ceneri spente nella decadenza ideale e morale della politica. Nello stesso ex Pci, che ha patito enormemente la perdita di Cardia. Ne è stato l'ultimo leader riconosciuto, avendovi campeggiato per 50 anni: da protagonista.

"Cardia è stato il più colto di noi. Quello che dopo Laconi ha dato il più alto contributo per affermare tra molte resistenze nel Pci la continuità di un pensiero: l'autonomia è la coscienza e il destino che ha unito i sardi migliori". Parole lucide di Armando Congiu, il migliore amico e compagno. Erano stati insieme al liceo "Dettori" di Cagliari. Divisi in università diverse, poi entrambi arruolati "volontari" in guerra. Congiu ferito nella campagna di Russia. Cardia ufficiale di fanteria in Liguria, arruolato nel Sim: il servizio di controspionaggio militare. Una destinazione assegnata per la perfetta conoscenza dell'inglese, appreso leggendo Shakespeare nei volumetti della "Sansoni" in lingua originale (imparò da solo anche il russo, studiando la notte: dormiva poche ore).

Il dopoguerra pareva destinare Cardia al giornalismo. In Rai, chiamato a Roma. A una sistemazione gratificante, preferì l'impegno di funzionario del Pci: compensi da ristrettezze familiari, che indussero l'amata Simonetta all'insegnamento, alternato alla cura delle tre figlie.

Mentre Umberto proseguiva il cursus honorum nel partito, al Consiglio comunale di Cagliari, in quello regionale, alla Camera e poi nel Parlmento europeo. Erano tempi di ferro e fuoco: anche nel partito. Con scontri durissimi di linea. Laconi, Cardia e Congiu, sostenuti contro Velio Spano da Togliatti e Giorgio Amendola, inviato a Cagliari in un partito con grandi nomi nazionali: incluso un certo Enrico Berlinguer. Cardia lo guidò con fortune alterne, anche quando vi venne esiliato Luigi Pintor: in lunga marcia verso la scissione del "Manifesto".

Eppure fu candidato (ed eletto) deputato sardo con impegno personale di Cardia. Oltre le differenze, amicizia e frequentazioni domestiche.

Anche in quella fase e negli anni a seguire, Umberto Cardia affermò la pacata leadership con le qualità che facevano di lui un oratore sempre ascoltato rispettosamente. Un tratto umano garbatissimo, da gran signore con multiformi interessi culturali. Equilibrio super partes verso i confliggenti gruppi interni, uno stile laicamente cardinalizio che incantava anche compagni

"di base" rispettatissimi: come Licio Atzeni (il padre dello scrittore scomparso), leader-operaio amato come pochi. "E' stato un maestro di tutti; anche di vita", ricorda Giuseppe Podda, pilastro della stampa comunista e post. Vicino a Cardia fino all'estremo: venerdì l'ultima visita. Come Enzo Disco: straordinario. Era un operaio della Satas, ha 89 anni. Ma ogni settimana saliva a piedi da Stampace a viale Merello "per salutare Umberto": l'antico volto umano della politica. Sì, Cardia ha ben meritato stima e affetto: anche per sobrietà. Aveva portato nel Parlamento europeo le "piccole patrie" con una risoluzione assieme allo storico socialista Gaetano Arfé. Era un duro viaggio. Cagliari-Roma-Nizza-Strasburgo (le ultime tappe con inquietanti aeroplanini) e ritorno. Eppure lo trovavi e gli offrivi un passaggio mentre con due borsoni aspettava alla stazione il filobus numero 5 per arrivare a casa. Sempre pronto al dialogo e ad ascoltare.

Non sempre calmo. Come quando suscitò scandalo pubblicando sull'"Unità" un articolo definitivo sul tradimento di Stalin e Togliatti contro Gramsci in carcere. Una tempesta del partito, scatenato il segretario Natta. Cardia replicò quasi sprezzante: "Natta non è uno storico".

Gramsci era la sua stella polare (ha fondato l'Istituto sardo intitolato al grande pensatore), ne era tra i massimi studiosi: Enzo Bettiza lo ha riconosciuto in un saggio. Anche così Umberto Cardia ha onorato il rigore morale, la politica, il suo partito, le assemblee in cui è stato eletto.

Soprattutto la Sardegna, che oggi può ricambiarlo onorando la figura e l'opera di un leader con un carisma insostituibile: purtroppo, senza eredi.

dalla Nuova Sardegna del 26 giugno 2003

 

 

 

 

Testimonianza di stile e di una coerenza che non temeva il confronto a tutto campo

Il coraggio, il rigore, l’onestà

Un intellettuale che ha pagato alti prezzi politici

di Gianni Filippini
È stato un collega a dirmi, ieri in tarda mattinata, che Umberto Cardia era morto. Sì, sapevo che stava male, che da tempo aveva iniziato un percorso senza ritorno e senza speranza. Ma rifiutavo l’idea dell’evento finale, l’idea di una vita giunta al capolinea dopo aver scelto di spegnersi lentamente. E per una reazione di cui non so rendermi conto, ho avvertito un dolore meno acuto e forte di quello provato anni fa quando si era sparsa la voce che un grave malore l’aveva ucciso. Allora, commosso dall’improvvisa perdita di un amico, dalla scomparsa di un personaggio di primo piano, avevo dovuto trattenere le lacrime. Stavolta, la prevedibilità dell’evento ha trasformato il dolore in una profonda tristezza.

È anche per questa sincera tristezza che nell’improvvisato ricordo non riuscirò a indicare con chiarezza le ragioni della mia amicizia, della mia stima e del mio affetto per Umberto Cardia. Perché neanche io, a pensarci bene, le conosco tutte e a fondo. E non le conosco per il semplice fatto che in quarant’anni non ho creduto necessario mettere a fuoco quelli che ho sempre considerato soprattutto sentimenti istintivi. Certo non campati in aria, ma sempre tenuti nella sfera soggettiva, nell’ambito personale. E quindi del tutto liberi dall’esigenza di analisi razionali e di riscontri obbiettivi.

Di Umberto Cardia - che fra l’altro aveva oltre dieci anni più di me e che in quei dieci anni aveva maturato robuste esperienze - non condividevo le idee politiche. E tanto meno l’impegnata militanza partitica. Ma di lui ho sempre ammirato la coerenza, l’equilibrio, lo stile, il buon senso. E gli sono stato riconoscente di non avere nemmeno tentato di fare con me del proselitismo. Forse - non ne abbiamo mai parlato - aveva capito che neppure lui sarebbe riuscito a trascinarmi fuori dall’area delle idee liberaldemocratiche culturalmente coltivate sin dagli anni del liceo. So per certo che rispettava le mie idee, pur sottoponendole all’esame di un confronto a tutto campo. E amichevolmente liquidava la diversità di opinioni definendomi "volterriano": un’etichetta sulla quale avevo molto da obbiettare, a cominciare dalla doppia erre che non era sbagliata ma che non mi piaceva, per finire con le personali perplessità su Candido e il suo ottimismo.

Ho conosciuto Umberto Cardia nei primissimi anni di professione giornalistica. E inizialmente è stata la retorica della colleganza ad abbattere le barriere dei "lei". Poi ci è accaduto di portare insieme i primi mattoni per la costruzione del sindacato dei giornalisti. Quindi - e certamente per la sua generosa disponibilità - mi è accaduto spesso, in anni lontani, di chiacchierare con lui e di avere così la possibilità di constatarne e ammirarne lo spessore culturale. Non c’era soltanto l’eco delle letture sollecitate dalla fede politica nel pacato discorrere e nel lucido argomentare. Contrariamente a quanto è stato scritto in un volumetto di qualche tempo fa (un volumetto che lo ha dipinto più o meno come un magliaro della cultura, come un falsario delle citazioni), Umberto Cardia aveva letto, e letto attentamente, se non altro gli scrittori appartenenti al mio personale patrimonio culturale. E quando parlava, per esempio, di Antonio Gramsci, di Emilio Lussu, di Renzo Laconi quelli che proponeva erano sempre, e per tutti, ritratti umani e politici di straordinaria forza evocativa: il risalto di molte luci non nascondeva, di volta in volta, la presenza di qualche ombra. Anzi, per il coraggio e l’onestà anche intellettuale di aver indicato qualche angolo molto buio della storia del partito comunista - in particolare a proposito di Gramsci - dovette pagare alti prezzi politici. Umberto Cardia ha scritto molti articoli e saggi. A Renzo Laconi, per esempio, ha dedicato la cura e un’illuminante prefazione per la raccolta di scritti e discorsi pubblicata quindici anni fa. Sulla nostra Isola, anzi sull’autonomia sarda, su quella che ha sempre considerato un’idea che attraversa i secoli, ha scritto un volume apparso quattro anni fa. Frutto di una ricerca approfondita e di una meditata riflessione, il volume era presentato, con parole di aperto consenso, da Giovanni Lilliu. E l’accademico dei Lincei aveva fra l’altro proposto un’autorevole sottolineatura alla correttezza e all’oggettività di Umberto Cardia anche nel ricostruire la storia sarda: "C’è un rigore - ha scritto Lilliu - che stupisce e torna a grande merito dell’autore. Altri al suo posto avrebbero assunto posizioni di parte". È soltanto una conferma di personali convinzioni. Comunque, è anche per questo rigore che noi estimatori di Umberto Cardia siamo oggi tristi. Molto tristi.

da L’unione sarda del 26 giugno 2003

 

 

 

 

Scompare una prestigiosa figura di politico, intellettuale e studioso

Umberto Cardia, vita da comunista nell’ideale dell’autonomismo


Umberto Cardia, figura storica del partito comunista in Sardegna, è morto ieri a Cagliari, nella sua casa piena di libri in viale Merello da dove non usciva, se non per brevi passeggiate con la moglie, da quando un ictus l’aveva sottratto alla sua intensa vita pubblica di politico, amministratore, studioso, saggista, intellettuale di rara levatura. Giornalista professionista, consigliere regionale, deputato alla Camera, europarlamentare, esponente di spicco del Pci, è stato presidente del Partito democratico di sinistra nei primi anni Novanta. Nonostante la sua carismatica autorevolezza, nel Partito comunista italiano non ha sempre avuto vita facile: costantemente in posizione di grande indipendenza, si distingueva come severo critico.

Era nato il 9 settembre 1921 ad Arbatax, da una famiglia di nobile casato: nel 1644 il re di Spagna Filippo IV aveva dato il titolo di "cavaliere nobile don" al suo antenato Marc’Antonio Cardia. Non era materia, questa, che potesse interessare Umberto, il cui padre funzionario del Genio si trasferì con la famiglia a Bosa e poi definitivamente a Cagliari.

Dopo avere studiato giurisprudenza ed essersi laureato in lettere e filosofia, nell’immediato dopoguerra Umberto Cardia abbracciò la professione di giornalista: lavorò nella redazione Rai della Sardegna e più tardi fu tra i promotori del periodico comunista "Rinascita sarda". La sua vera passione è sempre stata la politica: iscritto giovanissimo al Pci, è stato più volte consigliere comunale di Cagliari e per quattro legislature consigliere regionale. Dall’assemblea sarda si dimise nel 1967 quando fu eletto per la prima volta deputato. Venne rieletto alla Camera e al Senato nel 1976: rinunciò al seggio di Palazzo Madama (permettendo al sardista Mario Melis di diventare senatore) e poi lasciò anche Montecitorio per il Parlamento europeo, dove ha rappresentato la Sardegna per due legislature.

A Strasburgo Cardia ha operato nella Commissione per i trasporti (di cui era vice-presidente ed esperto soprattutto dei problemi dei collegamenti fra le regioni marittime e periferiche) e di quella per lo sviluppo delle regioni. In quegli anni si impegnò particolarmente sul tema dei rapporti di cooperazione fra l’Europa e i paesi del Mediterraneo, che considerava area privilegiata di sviluppo comune. Sosteneva fermamente che la cooperazione est-sud-ovest sia un importante fattore di pace e di sviluppo. Non a caso è stato socio fondatore Ñ e a lungo presidente Ñ dell’Isprom, l’istituto di studi e programmi per il Mediterraneo. Sul tema della cooperazione internazionale e dei rapporti mediterranei d’interdipendenza resta fondamentale un suo saggio del 1988.

All’attività politica Umberto Cardia ha sempre affiancato gli studi e le ricerche storiche. Teorico del pensiero autonomistico sardo, era un profondo conoscitore di Gramsci e Lussu. E parlava di Emilio Lussu, il 7 dicembre 1991 in un convegno nell’hotel Regina Margherita, quando fu colto dal malore che in tempi brevi lo avrebbe costretto a lasciare ogni impegno pubblico. Ma non lo studio.

Fra le sue pubblicazioni, molto importante è il volume pubblicato dalla Cuec nel 1999: Autonomia sarda. Un’idea che attraversa i secoli. È un’appassionata ricostruzione del passato della Sardegna coniugato con il progetto del futuro: dall’età giudicale fino all’approvazione dello Statuto speciale le tappe di un processo autonomistico sviluppatosi attraverso i secoli con sostanziale continuità. Una storia della Sardegna assolutamente inedita, che si affianca a un altro libro, La quercia e il vento: pubblicato nel ’91 dalle Edizioni universitarie della Sardegna, è una raccolta di scritti, saggi, interventi sulla tradizione e la modernità nel pensiero autonomistico sardo. Per la Edes, negli anni Novanta, Cardia ha collaborato anche a un libro su Renzo Laconi.

M. M.

da L’unione Sarda del 26 giungo 2003

 

 

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Il testamento politico del leader

La commemorazione di Gavino Angius e il viaggio di Mario Melis


CAGLIARI.
Un sobrio ma intenso addio. Una cerimonia quasi privata ma anche politica: nell'accezione più alta. Resa vibrante dal "testamento" breve scritto da Umberto Cardia nel 1978 e che la famiglia ha letto a quanti, nel cimitero di San Michele, ieri hanno reso l'estremo saluto al grande leader politico scomparso. Un rito laico, sfrondato di ogni retorica, chiuso nella commozione e senza gli applausi insopportabili che ormai accompagnano ogni feretro illustre. Il momento davvero significativo quando il prof. Giuseppe Marci, genero di Cardia, ha spiegato il perché del funerale privato, senza l'ufficialità, le insegne e i luoghi del partito di cui Umberto era presidente ancora nel 1991, quando fu colpito dall'infermità. Nel 1978, Cardia era stato colpito da un serio malore che gli aveva fatto temere una fine improvvisa. In quella circostanza, aveva vergato una breve memoria che era anche una sintesi essenziale della sua vita politica, del senso che aveva voluto dargli. Questi i passaggi fondamentali letti da Marci. "Ho legato completamente la mia vita aveva scritto Umberto Cardia - alla causa dell'emancipazione sarda. Ho cercato con coerenza e una certa ostinazione di restare fedele ai principi per i quali nel 1945 sono diventato comunista. L'essenziale è che la lotta politica quotidiana non perda mai di vista quello che, anche per uno 'storicista', è il senso 'religioso' dell'eterno. Il fϋrewig (per sempre) di Gramsci”. Un messaggio che, 25 anni dopo, riassume perfettamente la vita di Cardia e costituisce appunto un lascito morale e politico di assoluta attualità. In quelle lontane note, Cardia aveva anche scritto la "regia" del suo funerale, chiedendo si svolgesse in forma privata. Non certo per una volontà di separazione dal suo partito. "Se vorrà ricordarmi, potrà farlo in altre forme": per le quali la famiglia si è dichiarata interamente disponibile. Questo messaggio lontano di Cardia ha concluso il rito, aperto dalla commemorazione fortemente partecipata di Gavino Angius, capogruppo dei Ds al Senato (ed ex segretario regionale), giunto da Roma per recare il saluto di Fassino, D'Alema e di tutto il partito. Angius ha ricordato Cardia "grande sardo" che ha onorato la sua terra, il partito e la politica nei parlamenti nazionale ed europeo e negli organismi internazionali di cui è stato prestigioso componente. Ha richiamato "il fascino di una personalità fuori dal comune, la coerenza e il profondo rigore morale di Cardia: un'eredità da raccogliere, un lascito da coltivare per restituire alla politica i valori nei quali ha creduto e per i quali ha combattuto Umberto". A nome "dei ventenni che hanno avuto Umberto Cardia come maestro e modello", Eugenio Orrù si è soffermato sull'impegno culturale del leader scomparso, anche nella fondazione e nell'attività dell'Istituto Gramsci.

Il corpo di Cardia sarà cremato lunedì a San Michele, mentre solo oggi compaiono i necrologi della famiglia (cui vanno le commosse condoglianze del nostro giornale) e le partecipazioni dei tanti che hanno amato e ammirato, e oggi piangono, un personaggio indimenticabile. Uno per tutti, l'ex presidente della Regione Mario Melis. Appena appresa la notizia, si è messo in viaggio da Nuoro per Cagliari. Ha sfidato le quattro rampe di ripide scale per l'ultimo saluto alla salma di Cardia. "Non potevo che venire subito, per esprimere la mia tristezza. Umberto è stato un personaggio di grande statura, di una semplicità solare. Il suo spessore culturale si accompagnava a una coerenza etica e politica che ne faceva una personalità unica". Un tale riconoscimento, da un altro protagonista della vita sarda del calibro di Mario Melis, è il miglior viatico che Umberto Cardia potesse ricevere nel giorno infinito del viaggio senza ritorno. 

(g.m)

da la Nuova sardegna del 27 giugno 2003


Bibliografia degli scritti di Umberto Cardia
Umberto Cardia (a cura di), Renzo Laconi, La Sardegna di ieri e di oggi,
Edes, Sassari, 1988
Umberto Cardia, La quercia e il vento, Eus, Cagliari, 1991
Umberto Cardia, Autonomia Sarda. Un'idea che attraversa i secoli, Cuec,
Cagliari, 1999



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