Mercoledì 17 dicembre 2003

Aula Magna Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Cagliari
 


Libro bianco sull'editoria regionale

L’AES – Associazione Editori Sardi ha tenuto, mercoledì 17 dicembre 2003, nell’Aula Magna della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, una conferenza stampa-dibattito per presentare il LIBRO BIANCO SULL’EDITORIA REGIONALE, un appello-denuncia contro il progressivo degrado del mercato editoriale.

Nel corso dell’affollata conferenza alle quale erano presenti rappresentanti delle Istituzioni, delle associazioni culturali, delle scuole e biblioteche, degli operatori librari e del mondo culturale, gli editori sardi hanno esposto le ragione della protesta, rivolta principalmente alla classe politica e ai media, che mortificano con la loro indifferenza, tutta l’azione degli editori sardi.

Le ragioni della protesta sono tutte condensate nelle copertine del libro bianco anche perché, con un’idea originale e certamente ad effetto, il volume, pur prezioso e finemente rilegato come una normale produzione dell’editoria sarda, è composto di 160 pagine completamente bianche, pagine comunque da riempire di buoni propositi, come quelli illustrati nella relazione del presidente dell’AES, Mario Argiolas, che, qui, pubblichiamo.

Gli editori sardi si sono presentati uniti e compatti nel rivendicare una più attenta e doverosa politica culturale, motivando con dati e cifre concrete la forte crisi di tutto il comparto editoriale e i grossi pericoli di impoverimento culturale già fatalmente in atto, in un settore, ricordano, composto sia da editori, ma anche da autori, studiosi, grafici, fotografi, illustratori, correttori di bozze, tipografie, librerie e biblioteche e da tutte quelle professionalità che concorrono a comporre al filiera dell’editoria in Sardegna.

                                                                                         Ufficio Stampa AES



Presentazione libro bianco sull’editoria regionale
 

17 dicembre 2003 - Aula Magna facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari

Relazione introduttiva di Mario Argiolas (presidente Aes)

Nel prendere la parola a nome dell’AES, del direttivo, di tutti i soci, ringrazio il prof. Paulis, Preside della Facoltà, studioso illustre della lingua sarda. Ci piaceva l’idea di avere insieme alla Presidenza il prof. Paulis e il prof. Giovanni Lilliu, il Preside di oggi e il Preside di ieri. Ricordiamo tutti l’anno 1971, quando il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, preside prof. Lilliu, approvò la famosa delibera a favore del patrimonio etnico-linguistico sardo. Purtroppo non è stato possibile avere qui il prof. Lilliu, afflitto da problemi di salute. Vi porto comunque il suo caloroso saluto.

Ringrazio anche il prof. Granese, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione. Abbiamo anche ricevuto un telegramma di solidarietà e apprezzamento da parte del Presidente del Consiglio Regionale Efisio Serrenti e, tramite il prof. Giovanni Pirodda, un saluto e un augurio da parte di Pasquale Mistretta, magnifico Rettore dell’Università di Cagliari.

Un ringraziamento particolare al Prof. Antonio Romagnino che siede qui con noi alla Presidenza a rappresentare tutti gli autori sardi, tutti gli intellettuali che da tantissimi anni si sono battuti e impegnati per la cultura e la diffusione del libro. Un grazie a tutti voi che siete qui convenuti in questo periodo pre-natalizio, in molti anche da lontano. Grazie ai giornalisti, numerosissimi, agli editori, ai docenti e agli insegnanti, agli operatori culturali, ai bibliotecari, ai sindaci e agli amministratori.

Non è un caso che siamo qui in quest’aula prestigiosa, all’Università. Gli editori sardi hanno, infatti, sempre tenuto in gran conto la cultura e la conoscenza, considerandola un valore aggiunto per la propria attività.

C’è una spinta che proviene dalla nostra terra, dalla nostra gente, c’è una grande attenzione nei confronti del tema dell’identità culturale, dello studio della nostra storia, del recupero del nostro patrimonio letterario e linguistico. Ecco perché, noi editori sardi abbiamo, nel complesso oltre 3500 titoli in catalogo; non c’è confronto con altre regioni d’Italia. La nostra è una terra ricca di storia, di esperienze millenarie, di incroci di culture, di lingue.

Permettetemi, a questo proposito una citazione da un bellissimo libro, "Elogio della creolità" di Bernabè, Chamoiseaux, Confiant:

"La nostra storia è un intreccio di storie. Abbiamo sperimentato tutte le lingue, tutte le parlate… abbiamo cercato rifugio nella chiusa normalità delle culture millenarie, senza sapere di rappresentare l’anticipazione dell’incrocio di culture, il mondo futuro che si preannuncia".

Gli editori sardi, nel loro piccolo, con tutti i limiti, raccolgono questa spinta, consapevoli che in quest’epoca di globalizzazione per essere attori protagonisti occorre valorizzare al massimo la propria cultura locale, l’identità culturale.

L’AES

Voglio ora dirvi qualcosa sull’AES, la nostra associazione. E’ difficile trovare l’unità in Sardegna, spesso prevale la divisione, la disunione, il particolarismo. Eppure ci sono segnali nuovi, che occorre raccogliere. Non solo c’è un’associazione di editori ma da pochi giorni c’è anche un’associazione di librai sardi indipendenti. E’ un fatto positivo. Con grandi difficoltà, e sacrifici personali dei soci, l’AES è andata avanti, fin dal 1986, e oggi ha raggiunto una nuova consapevolezza. Alla fine di un lungo percorso è riuscita a consolidarsi e oggi rappresenta 31 editori, ma svolge un servizio informativo e di collegamento anche per gli altri editori (in tutto 45). Qui, oggi, sono presenti diversi soci fondatori: Salvatori Fozzi e Carlo Delfino, ma voglio ricordare anche Silvio Pulisci, per quello che hanno fatto per la crescita dell’associazione. Abbiamo messo al centro del nostro statuto obiettivi sociali. Siamo imprenditori ma siamo impegnati in tutte le iniziative che possono contribuire alla conoscenza e alla diffusione del libro e della cultura sarda nel mondo, con particolare riguardo alle comunità degli emigrati.

C’è una frase nel nostro statuto

"Gli editori sardi nell’operare nell’isola ne difendono l’identità culturale e il patrimonio letterario e linguistico, la specificità storica e ambientale e le minoranze in essa presenti".

Mi sembra che questa frase ci qualifichi molto bene.

Perché il libro bianco? Perché la lettera aperta?

Perché questo è un momento cruciale ricco di opportunità e pericoli.

Vorremmo si cogliessero le opportunità ma non possiamo tacere i pericoli. Aumenta il pericolo di un impoverimento culturale, di un degrado del mercato editoriale. Elenco le cause principali:

1. La classe dirigente, l’attuale classe dirigente a livello politico, non crede nella cultura e nella conoscenza che è la maggiore ricchezza della Sardegna, la vera materia prima. In questi giorni al Consiglio Regionale si sta votando la manovra di bilancio. Ci auguriamo ci sia una svolta, un segnale concreto. Le previsioni parlano, per il settore, di una drastica ulteriore riduzione dei fondi che sono già oggi assolutamente insufficienti, appena 700.000,00 euro. Chiediamo di portare lo stanziamento ad almeno 2500.000,00 euro. Ci sono delle ragioni precise a fondamento di questa richiesta. Ne spiegherò più avanti le motivazioni.

2. Operiamo in un contesto di totale deregulation, di assenza di regole. C’è l’espansione selvaggia delle grandi superfici di vendita che distruggono il tessuto dei piccoli e medi punti vendita. In queste superfici i libri sono ammassati e svenduti senza criterio.

3. Assistiamo alle iniziative editoriali dei grandi quotidiani nazionali e da 6 mesi dei maggiori quotidiani regionali, La Nuova e L’Unione, iniziative che, per come sono programmate ed attuate, stanno creando serissimi danni a tutta la filiera del libro.

Il comparto editoriale

Noi ci chiediamo: c’è consapevolezza dell’importanza culturale ed economica del settore?

Noi pensiamo di no. Allora ci sembra utile presentare alcune cifre:

In Sardegna operano 45 editori che pubblicano oltre 300 titoli l’anno. Ogni anno si stampano più di 600.000 copie con una tiratura media di 2000 copie. Il fatturato annuo è superiore ai 4 milioni di euro, il comparto, compreso l’indotto (grafici, tipografi, illustratori, fotografi, service, correttori di bozze, distributori), dà lavoro ad oltre 1000 persone e offre possibilità di crescita professionale a giovani neolaureati. Gli editori, in collaborazione con librai, biblioteche, comuni, organizzano ogni anno in Sardegna 400 presentazioni, soprattutto nei piccoli centri.

Da oltre vent’anni gli editori sardi partecipano con la Regione Sardegna (Assessorato Pubblica Istruzione, Ufficio beni librari, Affari generali e promozione) alle Fiere del libro di Bologna, Torino e Francoforte, promuovendo così l’immagine della Sardegna nel mondo e la cultura sarda. Gli editori sardi danno voce a nuovi autori, nuovi studi e nuove ricerche e collaborano con gli studiosi delle Università sarde.

L’editoria sarda fa parte integrante della grande realtà della piccola editoria, che si è appena riunita a Roma all’Eur in occasione della Fiera Più libri più liberi. Dove sta l’importanza della piccola editoria?

Sta nel fatto che nel territorio è diffusa una rete di 1500 editori che insiste su 800 comuni, più della metà di essi è al Sud. Questi editori hanno una forte identità culturale e presentano proposte innovative e, prevalentemente, titoli originali in prima edizione.

I grandi editori, invece, sono concentrati al nord, in appena 5 regioni, e stampano ben poche novità. Preferiscono pubblicare soprattutto libri tradotti dall’inglese, dal francese, dal tedesco, dallo spagnolo. In Italia si producono (escluse le edicole) 100 milioni di libri l’anno, il 60% sono di saggistica e varia, più della metà sono prodotti dalla piccola editoria. I piccoli editori sono quelli che pubblicano almeno 11 novità l’anno. E’ un comparto importante, che si relaziona con altre realtà, altri soggetti. Ho citato le librerie, le biblioteche, le scuole, le tipografie, etc.

Negli anni, in seno alle case editrici sarde, si sono accumulate competenze importantissime che occorre valorizzare. Perché stampare fuori, per esempio, come fanno l’Unione e la Nuova, se in Sardegna esistono competenze che ci permettono di ottenere ottimi prodotti a prezzi buoni?

Ecco che emergono quindi nel loro complesso le ragioni di una protesta. Non è lamentazione la nostra, è, invece, preoccupazione per un degrado che è ancora possibile arrestare.

Le ragioni di una protesta

La legge regionale 22 sull’editoria, limiti e potenzialità.

Benché nasca nel 1998 con un vizio d’origine (regime de minimis) essa rappresenta comunque l’approdo di una lunga battaglia condotta dagli editori e dai nostri intellettuali più avvertiti perché si avesse un testo di legge che superasse l’assistenzialismo (il fondo perduto) e puntasse sulla crescita delle imprese (innovazione e capacità di commercializzazione) e l’incremento del patrimonio librario di scuole e biblioteche. Questa legge non ha mai funzionato veramente. Non ci sono fondi, interi capitoli restano inutilizzati (l’art. 19 sull’innovazione tecnologica, per esempio)

La legge 26 (lingua e cultura sarda), importante anch’essa. Ma, ci chiediamo, perché essa è preclusa agli editori, perché non è possibile produrre e diffondere il libro sardo nella scuola? Che fine fanno gli elaborati prodotti nelle scuole sulla lingua e la cultura sarda? Perché non circolano nella comunità?

La nuova legge sulle biblioteche. Perché è ferma in Consiglio Regionale nonostante la sua importanza?

Le librerie. Esse sono, storicamente, il luogo ideale di incontro tra libro e lettore, l’unico luogo dove il lettore può effettuare la libertà di scelta. Perché sono solo 50 in Sardegna? Perché non crescono? Perché nasce ogni giorno un nuovo editore e non aprono nuove librerie? Noi abbiamo provato a rispondere a queste domande.

La nostra proposta

Noi proponiamo che si faccia sistema di tutte le potenzialità e le competenze disponibili con l’obiettivo di promuovere la lettura e la diffusione del libro, la valorizzazione delle risorse intellettuali locali, la crescita culturale della Sardegna

E’ un grande progetto per cui vale la pena di impegnarsi.

Di questo sistema devono far parte necessariamente anche i mass media, i giornali, le testate giornalistiche. L’informazione ha, infatti, un ruolo decisivo nella società contemporanea.

I giornalisti sono impegnati in una dura vertenza in questi giorni. Tra gli obiettivi c’è quello della libertà d’informazione e della completezza dell’informazione. Esprimiamo solidarietà ai giornalisti anche perché essi pongono problemi importanti come quello della progressiva de-sardizzazione dei contenuti e il prevalere di interessi extraeditoriali sull’informazione. Dobbiamo rilevare che la professionalità dei giornalisti è sempre più mortificata dall’invadenza della pubblicità e del marketing. I giornali, ma vorrei dire i media, stanno smarrendo il senso della loro missione. In questo quadro abbiamo fatto le nostre critiche, abbiamo protestato contro le iniziative editoriali dei quotidiani.

La Fieg (federazione italiana editori giornali) ha fatto una campagna (che è ancora in atto) basata su queste parole d’ordine:

Accendete la TV senza spegnere la stampa

Per garantire il pluralismo è necessario impedire che un mezzo di comunicazione domini sugli altri.

La pubblicità è la risorsa che alimenta in tutto il mondo i mezzi di informazione: la concentrazione della pubblicità su pochi mezzi riduce il pluralismo.

Non è vero che si realizzerà un maggior pluralismo grazie alla moltiplicazione dei canali televisivi derivante dall’avvento della trasmissione digitale.

Tutte cose condivisibili. Ma allora ci chiediamo, ancora di più, come mai, con le loro iniziative, gli editori di giornali danneggiano pesantemente il comparto editoriale? E perché fanno questo utilizzando soprattutto il mezzo pubblicitario gratuito? Come mai pur ricevendo cospicui contributi dall’Ente pubblico non informano adeguatamente sull’attività degli editori sardi? Come mai lo spazio che i giornali riservano all’informazione, anche a quella sui libri sardi, è drasticamente diminuito negli ultimi sei mesi a favore dell’autopromozione, in coincidenza, appunto, con la produzione dei propri libri?

Noi siamo contro la riduzione dei libri a gadget, così si crea un danno

Il libro ha una sua specifica identità e si realizza con l’apporto di diverse componenti. Il libro è cura editoriale, spesso richiede apparati, commenti. Bisogna tenere conto che è uno strumento di comunicazione culturale. Occorre rendersi conto che ciò che manca è una cultura della lettura. Non si può aggravare la situazione riempiendo le case di libri che pochi leggeranno veramente. Occorre lavorare nel rispetto delle prerogative del lettore. Noi editori da anni abbiamo scelto la qualità, il progetto. Basti pensare che la legge 22 prevede tutta una serie di vincoli per l’accesso. Sono richiesti agli editori: continuità, progetto, struttura d’impresa, qualità, cura redazionale. Noi ci sottoponiamo volentieri a questi vincoli. Ecco perché chiediamo la massima cura editoriale a tutti coloro che entrano in questo mercato. Gli editori di giornali non possono ritenersi esenti da queste responsabilità.

Abbiamo chiesto, e ribadiamo oggi la richiesta, ai giornali di autoregolarsi:

  • prevedendo la vendita in edicola di libri esclusivamente in abbinamento con i quotidiani

  • attuare campagne programmate e limitate nel tempo

  • mandare al macero i libri invenduti come fanno la Repubblica e Il Corriere

  • non togliere libri agli editori corteggiando gli autori ma semmai di fare cose diverse da quelle che già ci sono sul mercato. Gli editori di giornali dovrebbero aggiungere e non togliere

  • Chiediamo che si corregga l’enorme squilibrio pubblicitario a loro favore nei nostri confronti

E’ utopia questa?

No, sono richieste ragionevoli se vogliamo fare sistema. Noi chiediamo regole, rispetto reciproco.

Solo noi diciamo queste cose?

No, anche l’AIE, Associazione Italiana Editori, scrive che

"Le operazioni sembrerebbero configurarsi come rilevanti operazioni di marketing piuttosto che iniziative – come talvolta vengono presentate- di promozione della lettura"

E Mauro Masi- Capo dipartimento editoria e informazione della Presidenza del Consiglio- che conosce le nostre posizioni, lo abbiamo incontrato alla Fiera di Francoforte a Ottobre, ha dichiarato a Roma alla Fiera della piccola editoria:

"Alla luce dei fenomeni come quelli della vendita abbinata di libri e quotidiani, bisogna cercare di capire tutti insieme dove sta andando il mercato editoriale, in particolare per le piccole e medie imprese editoriali. E’ un problema sentito specie dopo l’abbinamento dei libri ai quotidiani: si tratta di un fenomeno che ha aperto la platea dei lettori, ma occorre capire quanto questo incida sugli assetti produttivi dei mercati, e in particolare, sulle piccole e medie imprese editoriali, che costituiscono una nostra ricchezza".

Nell’ultima settimana abbiamo ricevuto qualche segnale positivo da parte dei maggiori quotidiani regionali, abbiamo avuto maggiore spazio, più notizie riservate ai nostro libri, disponibilità al confronto.

Ci incontreremo e parleremo, se c’è disponibilità. Ci auguriamo che si arrivi a definire regole che limitino al minimo i danni e consentano la ripresa di un dialogo e di un lavoro comune. Anche perché in questi progetti dei giornali sono coinvolti autori, giornalisti e studiosi che hanno spesso condiviso con noi momenti importanti.

Finisco con una citazione che è anche un augurio, in modo che non sia più necessario pubblicare e diffondere un libro come questo, che poi distribuiremo all’ingresso, che ha una copertina, i risvolti e la quarta, come un libro dei tanti che pubblichiamo, ma che ha le pagine interne tutte bianche. Per protesta, Per segnalare una deriva verso la quale stiamo andando se non si fa qualcosa, una deriva di degrado culturale.

Si tratta del "Consiglio per le prossime feste" di Giuseppe Prezzolini

Pubblicato nel giornale di Piero Gobetti, La "Rivoluzione Liberale" del 18.12.1923:

Bisogna abituare gli italiani a regalare

Un libro invece di una torta, di una cravatta o di un soprammobile.

Se si potesse sostituire un bel libro alle figurine di biscuit,

al quadretto col moschettiere, al fagiano impagliato, al vaso d’alabastro,

che un tempo hanno riempito i salotti provinciali, e magari anche i pagliacci di stoffe, le ballerine atteggiate alla danza, che si trovano nei salotti cittadini, sarebbe un bel passo innanzi.

Giuseppe Prezzolini

La Rivoluzione Liberale 18.12.1923. Mi sembra un consiglio tuttora valido.

Grazie


 

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