17
dicembre 2003 - Aula Magna facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
di Cagliari
Relazione introduttiva di Mario Argiolas (presidente Aes)
Nel
prendere la parola a nome dell’AES, del direttivo, di tutti i soci, ringrazio
il prof. Paulis, Preside della Facoltà, studioso illustre della lingua sarda.
Ci piaceva l’idea di avere insieme alla Presidenza il prof. Paulis e il prof.
Giovanni Lilliu, il Preside di oggi e il Preside di ieri. Ricordiamo tutti
l’anno 1971, quando il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, preside
prof. Lilliu, approvò la famosa delibera a favore del patrimonio
etnico-linguistico sardo. Purtroppo non è stato possibile avere qui il prof.
Lilliu, afflitto da problemi di salute. Vi porto comunque il suo caloroso
saluto.
Ringrazio anche il prof. Granese, Preside della Facoltà di Scienze della
Formazione. Abbiamo anche ricevuto un telegramma di solidarietà e
apprezzamento da parte del Presidente del Consiglio Regionale Efisio Serrenti
e, tramite il prof. Giovanni Pirodda, un saluto e un augurio da parte di
Pasquale Mistretta, magnifico Rettore dell’Università di Cagliari.
Un
ringraziamento particolare al Prof. Antonio Romagnino che siede qui con noi
alla Presidenza a rappresentare tutti gli autori sardi, tutti gli
intellettuali che da tantissimi anni si sono battuti e impegnati per la
cultura e la diffusione del libro. Un grazie a tutti voi che siete qui
convenuti in questo periodo pre-natalizio, in molti anche da lontano. Grazie
ai giornalisti, numerosissimi, agli editori, ai docenti e agli insegnanti,
agli operatori culturali, ai bibliotecari, ai sindaci e agli amministratori.
Non è
un caso che siamo qui in quest’aula prestigiosa, all’Università. Gli editori
sardi hanno, infatti, sempre tenuto in gran conto la cultura e la conoscenza,
considerandola un valore aggiunto per la propria attività.
C’è
una spinta che proviene dalla nostra terra, dalla nostra gente, c’è una grande
attenzione nei confronti del tema dell’identità culturale, dello studio della
nostra storia, del recupero del nostro patrimonio letterario e linguistico.
Ecco perché, noi editori sardi abbiamo, nel complesso oltre 3500 titoli in
catalogo; non c’è confronto con altre regioni d’Italia. La nostra è una terra
ricca di storia, di esperienze millenarie, di incroci di culture, di lingue.
Permettetemi, a questo proposito una citazione da un bellissimo libro, "Elogio
della creolità" di Bernabè, Chamoiseaux, Confiant:
"La
nostra storia è un intreccio di storie. Abbiamo sperimentato tutte le lingue,
tutte le parlate… abbiamo cercato rifugio nella chiusa normalità delle culture
millenarie, senza sapere di rappresentare l’anticipazione dell’incrocio di
culture, il mondo futuro che si preannuncia".
Gli
editori sardi, nel loro piccolo, con tutti i limiti, raccolgono questa spinta,
consapevoli che in quest’epoca di globalizzazione per essere attori
protagonisti occorre valorizzare al massimo la propria cultura locale,
l’identità culturale.
L’AES
Voglio
ora dirvi qualcosa sull’AES, la nostra associazione. E’ difficile trovare
l’unità in Sardegna, spesso prevale la divisione, la disunione, il
particolarismo. Eppure ci sono segnali nuovi, che occorre raccogliere. Non
solo c’è un’associazione di editori ma da pochi giorni c’è anche
un’associazione di librai sardi indipendenti. E’ un fatto positivo. Con grandi
difficoltà, e sacrifici personali dei soci, l’AES è andata avanti, fin dal
1986, e oggi ha raggiunto una nuova consapevolezza. Alla fine di un lungo
percorso è riuscita a consolidarsi e oggi rappresenta 31 editori, ma svolge un
servizio informativo e di collegamento anche per gli altri editori (in tutto
45). Qui, oggi, sono presenti diversi soci fondatori: Salvatori Fozzi e Carlo
Delfino, ma voglio ricordare anche Silvio Pulisci, per quello che hanno fatto
per la crescita dell’associazione. Abbiamo messo al centro del nostro statuto
obiettivi sociali. Siamo imprenditori ma siamo impegnati in tutte le
iniziative che possono contribuire alla conoscenza e alla diffusione del libro
e della cultura sarda nel mondo, con particolare riguardo alle comunità degli
emigrati.
C’è
una frase nel nostro statuto
"Gli
editori sardi nell’operare nell’isola ne difendono l’identità culturale e il
patrimonio letterario e linguistico, la specificità storica e ambientale e le
minoranze in essa presenti".
Mi
sembra che questa frase ci qualifichi molto bene.
Perché
il libro bianco? Perché la lettera aperta?
Perché
questo è un momento cruciale ricco di opportunità e pericoli.
Vorremmo si cogliessero le opportunità ma non possiamo tacere i pericoli.
Aumenta il pericolo di un impoverimento culturale, di un degrado del mercato
editoriale. Elenco le cause principali:
1.
La classe dirigente, l’attuale classe dirigente a livello politico, non crede
nella cultura e nella conoscenza che è la maggiore ricchezza della Sardegna,
la vera materia prima. In questi giorni al Consiglio Regionale si sta votando
la manovra di bilancio. Ci auguriamo ci sia una svolta, un segnale concreto.
Le previsioni parlano, per il settore, di una drastica ulteriore riduzione dei
fondi che sono già oggi assolutamente insufficienti, appena 700.000,00 euro.
Chiediamo di portare lo stanziamento ad almeno 2500.000,00 euro. Ci sono delle
ragioni precise a fondamento di questa richiesta. Ne spiegherò più avanti le
motivazioni.
2.
Operiamo in un contesto di totale deregulation, di assenza di
regole. C’è l’espansione selvaggia delle grandi superfici di vendita che
distruggono il tessuto dei piccoli e medi punti vendita. In queste superfici i
libri sono ammassati e svenduti senza criterio.
3.
Assistiamo alle iniziative editoriali dei grandi quotidiani nazionali e da 6
mesi dei maggiori quotidiani regionali, La Nuova e L’Unione, iniziative che,
per come sono programmate ed attuate, stanno creando serissimi danni a tutta
la filiera del libro.
Il
comparto editoriale
Noi ci
chiediamo: c’è consapevolezza dell’importanza culturale ed economica del
settore?
Noi
pensiamo di no. Allora ci sembra utile presentare alcune cifre:
In
Sardegna operano 45 editori che pubblicano oltre 300 titoli l’anno. Ogni anno
si stampano più di 600.000 copie con una tiratura media di 2000 copie. Il
fatturato annuo è superiore ai 4 milioni di euro, il comparto, compreso
l’indotto (grafici, tipografi, illustratori, fotografi, service, correttori di
bozze, distributori), dà lavoro ad oltre 1000 persone e offre possibilità di
crescita professionale a giovani neolaureati. Gli editori, in collaborazione
con librai, biblioteche, comuni, organizzano ogni anno in Sardegna 400
presentazioni, soprattutto nei piccoli centri.
Da
oltre vent’anni gli editori sardi partecipano con la Regione Sardegna
(Assessorato Pubblica Istruzione, Ufficio beni librari, Affari generali e
promozione) alle Fiere del libro di Bologna, Torino e Francoforte, promuovendo
così l’immagine della Sardegna nel mondo e la cultura sarda. Gli editori sardi
danno voce a nuovi autori, nuovi studi e nuove ricerche e collaborano con gli
studiosi delle Università sarde.
L’editoria sarda fa parte integrante della grande realtà della piccola
editoria, che si è appena riunita a Roma all’Eur in occasione della Fiera
Più libri più liberi. Dove sta l’importanza della piccola editoria?
Sta
nel fatto che nel territorio è diffusa una rete di 1500 editori che insiste su
800 comuni, più della metà di essi è al Sud. Questi editori hanno una forte
identità culturale e presentano proposte innovative e, prevalentemente, titoli
originali in prima edizione.
I
grandi editori, invece, sono concentrati al nord, in appena 5 regioni, e
stampano ben poche novità. Preferiscono pubblicare soprattutto libri tradotti
dall’inglese, dal francese, dal tedesco, dallo spagnolo. In Italia si
producono (escluse le edicole) 100 milioni di libri l’anno, il 60% sono di
saggistica e varia, più della metà sono prodotti dalla piccola editoria. I
piccoli editori sono quelli che pubblicano almeno 11 novità l’anno. E’ un
comparto importante, che si relaziona con altre realtà, altri soggetti. Ho
citato le librerie, le biblioteche, le scuole, le tipografie, etc.
Negli
anni, in seno alle case editrici sarde, si sono accumulate competenze
importantissime che occorre valorizzare. Perché stampare fuori, per esempio,
come fanno l’Unione e la Nuova, se in Sardegna esistono competenze che ci
permettono di ottenere ottimi prodotti a prezzi buoni?
Ecco
che emergono quindi nel loro complesso le ragioni di una protesta. Non è
lamentazione la nostra, è, invece, preoccupazione per un degrado che è ancora
possibile arrestare.
Le
ragioni di una protesta
La
legge regionale 22 sull’editoria, limiti e potenzialità.
Benché
nasca nel 1998 con un vizio d’origine (regime de minimis) essa rappresenta
comunque l’approdo di una lunga battaglia condotta dagli editori e dai nostri
intellettuali più avvertiti perché si avesse un testo di legge che superasse
l’assistenzialismo (il fondo perduto) e puntasse sulla crescita delle imprese
(innovazione e capacità di commercializzazione) e l’incremento del patrimonio
librario di scuole e biblioteche. Questa legge non ha mai funzionato
veramente. Non ci sono fondi, interi capitoli restano inutilizzati (l’art. 19
sull’innovazione tecnologica, per esempio)
La
legge 26 (lingua e cultura sarda), importante anch’essa. Ma, ci chiediamo,
perché essa è preclusa agli editori, perché non è possibile produrre e
diffondere il libro sardo nella scuola? Che fine fanno gli elaborati prodotti
nelle scuole sulla lingua e la cultura sarda? Perché non circolano nella
comunità?
La
nuova legge sulle biblioteche. Perché è ferma in Consiglio Regionale
nonostante la sua importanza?
Le
librerie. Esse sono, storicamente, il luogo ideale di incontro tra libro e
lettore, l’unico luogo dove il lettore può effettuare la libertà di scelta.
Perché sono solo 50 in Sardegna? Perché non crescono? Perché nasce ogni giorno
un nuovo editore e non aprono nuove librerie? Noi abbiamo provato a rispondere
a queste domande.
La
nostra proposta
Noi
proponiamo che si faccia sistema di tutte le potenzialità e le competenze
disponibili con l’obiettivo di promuovere la lettura e la diffusione del
libro, la valorizzazione delle risorse intellettuali locali, la crescita
culturale della Sardegna
E’ un
grande progetto per cui vale la pena di impegnarsi.
Di
questo sistema devono far parte necessariamente anche i mass media, i
giornali, le testate giornalistiche. L’informazione ha, infatti, un ruolo
decisivo nella società contemporanea.
I
giornalisti sono impegnati in una dura vertenza in questi giorni. Tra gli
obiettivi c’è quello della libertà d’informazione e della completezza
dell’informazione. Esprimiamo solidarietà ai giornalisti anche perché essi
pongono problemi importanti come quello della progressiva de-sardizzazione dei
contenuti e il prevalere di interessi extraeditoriali sull’informazione.
Dobbiamo rilevare che la professionalità dei giornalisti è sempre più
mortificata dall’invadenza della pubblicità e del marketing. I giornali, ma
vorrei dire i media, stanno smarrendo il senso della loro missione. In questo
quadro abbiamo fatto le nostre critiche, abbiamo protestato contro le
iniziative editoriali dei quotidiani.
La
Fieg (federazione italiana editori giornali) ha fatto una campagna (che è
ancora in atto) basata su queste parole d’ordine:
Accendete la TV senza spegnere la stampa
Per
garantire il pluralismo è necessario impedire che un mezzo di comunicazione
domini sugli altri.
La
pubblicità è la risorsa che alimenta in tutto il mondo i mezzi di
informazione: la concentrazione della pubblicità su pochi mezzi riduce il
pluralismo.
Non è
vero che si realizzerà un maggior pluralismo grazie alla moltiplicazione dei
canali televisivi derivante dall’avvento della trasmissione digitale.
Tutte
cose condivisibili. Ma allora ci chiediamo, ancora di più, come mai, con le
loro iniziative, gli editori di giornali danneggiano pesantemente il comparto
editoriale? E perché fanno questo utilizzando soprattutto il mezzo
pubblicitario gratuito? Come mai pur ricevendo cospicui contributi dall’Ente
pubblico non informano adeguatamente sull’attività degli editori sardi? Come
mai lo spazio che i giornali riservano all’informazione, anche a quella sui
libri sardi, è drasticamente diminuito negli ultimi sei mesi a favore dell’autopromozione,
in coincidenza, appunto, con la produzione dei propri libri?
Noi
siamo contro la riduzione dei libri a gadget, così si crea un danno
Il
libro ha una sua specifica identità e si realizza con l’apporto di diverse
componenti. Il libro è cura editoriale, spesso richiede apparati, commenti.
Bisogna tenere conto che è uno strumento di comunicazione culturale. Occorre
rendersi conto che ciò che manca è una cultura della lettura. Non si può
aggravare la situazione riempiendo le case di libri che pochi leggeranno
veramente. Occorre lavorare nel rispetto delle prerogative del lettore. Noi
editori da anni abbiamo scelto la qualità, il progetto. Basti pensare che la
legge 22 prevede tutta una serie di vincoli per l’accesso. Sono richiesti agli
editori: continuità, progetto, struttura d’impresa, qualità, cura redazionale.
Noi ci sottoponiamo volentieri a questi vincoli. Ecco perché chiediamo la
massima cura editoriale a tutti coloro che entrano in questo mercato. Gli
editori di giornali non possono ritenersi esenti da queste responsabilità.
Abbiamo chiesto, e ribadiamo oggi la richiesta, ai giornali di autoregolarsi:
-
prevedendo la vendita in edicola di libri esclusivamente in abbinamento con
i quotidiani
-
attuare campagne programmate e limitate nel tempo
-
mandare al macero i libri invenduti come fanno la Repubblica e Il Corriere
-
non
togliere libri agli editori corteggiando gli autori ma semmai di fare cose
diverse da quelle che già ci sono sul mercato. Gli editori di giornali
dovrebbero aggiungere e non togliere
-
Chiediamo che si corregga l’enorme squilibrio pubblicitario a loro favore
nei nostri confronti
E’
utopia questa?
No,
sono richieste ragionevoli se vogliamo fare sistema. Noi chiediamo regole,
rispetto reciproco.
Solo
noi diciamo queste cose?
No,
anche l’AIE, Associazione Italiana Editori, scrive che
"Le
operazioni sembrerebbero configurarsi come rilevanti operazioni di marketing
piuttosto che iniziative – come talvolta vengono presentate- di promozione
della lettura"
E
Mauro Masi- Capo dipartimento editoria e informazione della Presidenza del
Consiglio- che conosce le nostre posizioni, lo abbiamo incontrato alla Fiera
di Francoforte a Ottobre, ha dichiarato a Roma alla Fiera della piccola
editoria:
"Alla
luce dei fenomeni come quelli della vendita abbinata di libri e quotidiani,
bisogna cercare di capire tutti insieme dove sta andando il mercato
editoriale, in particolare per le piccole e medie imprese editoriali. E’ un
problema sentito specie dopo l’abbinamento dei libri ai quotidiani: si tratta
di un fenomeno che ha aperto la platea dei lettori, ma occorre capire quanto
questo incida sugli assetti produttivi dei mercati, e in particolare, sulle
piccole e medie imprese editoriali, che costituiscono una nostra ricchezza".
Nell’ultima settimana abbiamo ricevuto qualche segnale positivo da parte dei
maggiori quotidiani regionali, abbiamo avuto maggiore spazio, più notizie
riservate ai nostro libri, disponibilità al confronto.
Ci
incontreremo e parleremo, se c’è disponibilità. Ci auguriamo che si arrivi a
definire regole che limitino al minimo i danni e consentano la ripresa di un
dialogo e di un lavoro comune. Anche perché in questi progetti dei giornali
sono coinvolti autori, giornalisti e studiosi che hanno spesso condiviso con
noi momenti importanti.
Finisco con una citazione che è anche un augurio, in modo che non sia più
necessario pubblicare e diffondere un libro come questo, che poi distribuiremo
all’ingresso, che ha una copertina, i risvolti e la quarta, come un libro dei
tanti che pubblichiamo, ma che ha le pagine interne tutte bianche. Per
protesta, Per segnalare una deriva verso la quale stiamo andando se non si fa
qualcosa, una deriva di degrado culturale.
Si
tratta del "Consiglio per le prossime feste" di Giuseppe Prezzolini
Pubblicato nel giornale di Piero Gobetti, La "Rivoluzione Liberale" del
18.12.1923:
Bisogna abituare gli italiani a regalare
Un
libro invece di una torta, di una cravatta o di un soprammobile.
Se si
potesse sostituire un bel libro alle figurine di biscuit,
al
quadretto col moschettiere, al fagiano impagliato, al vaso d’alabastro,
che un
tempo hanno riempito i salotti provinciali, e magari anche i pagliacci di
stoffe, le ballerine atteggiate alla danza, che si trovano nei salotti
cittadini, sarebbe un bel passo innanzi.
Giuseppe Prezzolini
La
Rivoluzione Liberale 18.12.1923. Mi sembra un consiglio tuttora valido.
Grazie