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a cura di Stefano Salis Quando
lo scrittore pretende mari e monti. Per protagonisti
L'arte
di vivere secondo Tonino
IL SOLE 24 ORE 18 Agosto 2002 Per molta letteratura italiana, e per alcuni scrittori "periferici" in particolare, il paesaggio è non solo un insostituibile mezzo per poter raccontare o un veicolo di ispirazione poetica, ma il protagonista (ora occulto, ora palese) del romanzo o della poesia. E qui è di soccorso l'intera opera narrativa di autori come Francesco Biamonti, da sempre attento a cogliere nei piccoli segnali del mutamento geografico, intensi segnali di cambiamento storico e sociale. I limoni montaliani proprio nella contrapposizione con i ligustri o acanti, o la brezza che spira dal mare ligure si trasferiscono spesso nell'opera di autori (si vedano le ultime prove narrative di Nico Orengo, autore anche di una guida fotografica alla riviera, Terre blu. Sguardi sulla riviera di ponente, pagg. 80, Il nuovo melangolo, € 16,53) che del contatto con la natura hanno fatto la loro principale fonte di ispirazione. Si potrebbe andare avanti per molto con gli esempi, dalla narrativa della resistenza ai racconti di terra di Mario Rigoni Stern fino al leggendario isolamento di Pieve di Soligo, l'"orlo di mondo" dal quale ha cantato al mondo intero Andrea Zanzotto. Ma se una letteratura più di tutte ha raggiunto il parossismo di questa tendenza è certo quella degli autori sardi: al centro delle loro prove narrative, quasi sempre (anche se in modi diversi) un solo oggetto: la Sardegna. Lo ha dimostrato nei suoi studi recenti Giuseppe Marci (Narrativa sarda del Novecento, Cuec, paggi 368, C 19,63) che oggi rinnova la riflessione concentrandosi, con Laura Pisano, su Giuseppe Dessi, in un ottimo volume (corredato anche da fotografie di Salvatore Ligios) dal titolo I luoghi della memoria Cuec, pagg. 136, € 14,00, telefono 070291201). Un'occasione (a 25 anni dalla scomparsa di Dessì) per rileggere il bellissimo Paese d'ombre (premio Strega nel 1972), racconto sottotraccia delle modificazioni subite dai boschi intorno a Villacidro, e riscoprirne l'identità con i luoghi reali, e il ragionamento etico e morale che c'è dietro il romanzo. Anche a questo servono, dopo tutto, i molti "parchi letterari" che stanno sorgendo in tutta Italia. Una tendenza anticipata da Italo Calvino, splendido costruttore di città invisibili: "i luoghi - scrisse in Una pietra sopra - il più possibile precisi e amati sono necessari allo scrittore come concrete forme di ciò che nella storia si muove o su cui la storia scorre, ma non possiamo porli come contenuto del romanzo". Previsione, quest'ultima, sbagliata e, in parte, contraddetta dallo stesso Calvino. Com'è destino, del resto, di tutte le generalizzazioni. Felicita tra i performer IL SOLE 24 ORE 22 luglio 2001 Il destino di Gozzano è la penombra. Non c'è volta, che rileggendo i versi del crepuscolare (poeta di certo tra i maggiori nel nostro '900) non ci si accorga della sua grandezza e, insieme, della sua sottovalutazione. Eppure la sua poesia - l'occasione per riprenderla è il volume di Sellerio che raccoglie i Colloqui, con la celebre <Signorina Felicita> -, non solo non è opacizzata dal tempo, anzi guadagna nuovi significati e simbologie. Il <grande poeta perplesso>, come scrive nell'acuta nota di accompagnamento Beppe Benvenuto, resta sfuggente e difficile nonostante l'apparente immediatezza, e di una profondità tutta da riconsiderare e da apprezzare. Guido Gozzano, <La signorina Felicita e le poesie dei Colloqui>, Sellerio, Palermo 2001, pagg. 130, L. 15.000. Un altro gradito ritorno sono le prove di traduzione di Vittorio Sereni. Alle prese con lirici diversissimi tra loro finisce, talvolta, per arricchire di sfumature la propria statura poetica più che quella degli autori che prende in esame. Notevoli le traduzioni - e le poesie - da William Carlos Williams. Vittorio Sereni, <Il musicante di Saint-Merry>, Einaudi, Torino 2001, pagg. 220, L. 28.000. Due poeti contemporanei, che meritano di essere conosciuti dal grande pubblico sono invece due performer, due "sciamani" del verso come Serge Pey e Pedro Pietri. L'uno occitano, impastato di tradizione occidentale incontra i riti degli indiani huicholes del Messico tramite le visioni ottenute col peyote. La parola poetica è accompagnata dagli ideogrammi che Pey disegna sul suo bastone al quale si appoggia nelle sue letture. E chi le ha viste (anche alla Fiera di Torino) non può non rimanerne conquistato. L'altro è un "nuyorican", di origini corse, che descrive l'amore, la modernità, la ricerca dell'identità con forza inconsueta e potente. Che raccoglie l'esperienza orale della sua gente e la usa in versi che spiazzano e travolgono il lettore con cortocircuiti linguistici di grande effetto. Due raccolte per le quali, stavolta, l'aggettivo "grande" non è sprecato. (Stefano Salis) Serge Pey, <Nierika>, Il Maestrale, Nuoro, 2001, pagg. 208, L. 28.000, tel. 078431830; Pedro Pietri, <Out of order>, a c. di Mario Maffi, Cuec, Cagliari 2001, pagg. 240, L. 26.000, tel. 070291201.
Tra
lingua e memoria L'arte di vivere secondo Tonino Il Sole 24 Ore La grande poesia sa volare alto. Perché ha i piedi ben piantati per terra. Almeno quella di Tonino Guerra, che, dei nostri poeti del '900, è certo da inserire tra i maggiori. Nel campo arduo e sottile della letteratura in dialetto la lezione del poeta di Santarcangelo (ma oggi residente a Pennabilli, paese che ha "reinventato") durerà ancora a lungo. Nel campo più difficile della vita, le scelte di Guerra sono già di valore universale: e la sua biografia, straordinaria, lo dimostra. Un episodio per tutti: <Mia madre era analfabeta. Le ho insegnato a scrivere. Ho letto il suo testamento nella casupola sulla sponda del fiume Uso, dove eravamo sfollati al tempo del fronte>. La sua, come ha colto Dante Isella, è una <capacità straordinaria di guardare le cose, fino a svelarne il potenziale fantastico che racchiudono dentro di sé>. Realtà e fantasia: ecco gli assi lungo i quali ha ruotato l'opera poetica di Guerra e, perché no, anche quella di sceneggiatore (Oscar con Amarcord). Per ripercorrerla quasi interamente, inclusi il teatro e la narrativa, arriva ora la ristampa collettiva effettuata da Maggioli nella collana "I serpenti acrobati" curata da Roberto Roversi. Una dozzina di titoli (da Il miele a La capanna, fino allo splendido Il viaggio, con fotografie di Loretta dell'Ospedale, dedicato al Marecchia <che nasce sul monte Zucca e arriva all'Adriatico, nella speranza che molti occhi si accorgano di lui>) impeccabili, eppure sobri, dalle copertine elegantemente illustrate con i pastelli dello stesso Guerra. Una scelta, quella dell'editore riminese, apparentemente contronatura (è specializzato in pubblica amministrazione, circa 800 titoli in catalogo, ben 34 periodici) dovuta a motivi, forse sentimentali (Manlio Maggioli è amico e coetaneo del poeta) ma ripagata, anche, dalla continua e alta richiesta delle librerie. Leggere Guerra è (ri)scoprire il piacere degli odori e dei profumi della terra, capire l'importanza segreta delle piccole cose, della natura, delle foglie e del mare, comprendere che ciascuno ha una propria, insostituibile, Itaca. Ha scritto in una nota autobiografica: <Mi piace se piove o anche quando la nebbia copre completamente la valle del piccolo affluente del Marecchia, il Messa, e io ho l'impressione di vivere con me stesso>. É questa semplicità a essere irripetibile e a fare di Guerra un poeta "autentico". Che è poi la cosa più difficile che si possa chiedere a un poeta: l'onestà. Ecco perché l'ottantenne Guerra ha potuto permettersi di girare uno spot senza perdere credibilità. Anzi: dandone di più alla poesia!
Nei
libri la storia delle fabbriche
MILANO * Le ciminiere fumanti, i ventri di Parigi, i volti ricoperti di carbone, la fatica, l'insofferenza ad una condizione umana troppo difficile. Dalla rivoluzione industriale in poi, le pagine della letteratura hanno sempre cercato di descrivere la nuova "natura" sociale, umana ma anche propriamente paesaggistica e geografica dovuta all'insediamento delle industrie. Il tratto comune di questa lunga e fruttuosa letteratura che - stando a termini molto larghi - può inglobare i migliori nomi dell'800 francese e inglese (da Dickens a Zola, per intenderci, ma il Renzo di Manzoni è un altro grande operaio-eroe letterario) è sempre stato quello della descrizione dell'industria come un luogo quasi infernale. Niente di cui stupirsi e anzi, non sarà un caso se, nei primi decenni del 900, i futuristi facevano scalpore rovesciando la prospettiva e preferendo il rombo dei motori alle quiete campagne dipinte dai vedutisti, il rumore al silenzio, la forza propulsiva dell'industria al mite lavoro contadino. Se questi, per sommi capi, sono gli scenari entro i quali si è mosso il dibattito, l'Italia ha una data precisa per il complesso rapporto tra letteratura e industria: il 1961, quando il numero 4 della rivista <Menabò> di Vittorini e Calvino dedicava al tema tutto il fascicolo. Gli scrittori italiani già prima avevano considerato il binomio, ma la forza ideologica con la quale si poneva il dibattito in quel momento era dirompente. A rileggerlo oggi, quel saggio fondamentale in cui Vittorini chiedeva che la letteratura fosse capace di produrre nuove opere con rinnovata linfa dalla nascente (e ben presente in quel momento storico) realtà industriale, sembra essere molto più condivisibile di quanto non lo fu, di fatto, condiviso e capito allora. L'Italia abbandonava, per sempre, il nucleo forte della sua cultura contadina. Bene o male che ciò fosse era uno choc troppo forte, per non essere percepito immediatamente dalla letteratura di allora. Che fu, quasi sempre, letteratura ideologica: dalla prospettiva degli operai (Bilenchi e Pratolini scrissero romanzi esemplari: Il capofabbrica o Cronache di poveri amanti, per esempio), sfruttati e disconosciuti nella loro dignità umana e di classe. Come succede al Donnarumma di Ottiero Ottieri. Eppure la cultura industriale italiana ha avuto un ruolo grandissimo nella promozione della cultura. Emblematici i casi di Comunità di Olivetti o delle riviste dell'Eni (dirette dal poeta Vittorio Sereni), per non parlare di Paolo Volponi: la sua opera (lui dirigente insutriale) è di gran lunga la più significativa di questo filone e la sua lezione e i suoi libri sono ancora oggi di estrema attualità e vigore. Tensione e impegno, da una parte, azione di promozione dall'altra, hanno contraddistinto il difficile ibrido letteratura-industria in Italia. Con code nei nostri giorni. Basta leggere il romanzo di Rea sulla dismissione di Bagnoli o, per altri versi, un'opera trascurata ma non meno buona come quella di Gianfranco Bettetini, L'imperfezione del fare. E se, in questo caso, il dirigente d'azienda qui lascia tutto per una vita con meno agi economici ma più soddisfazioni personali, qualche nuovo motivo di riflessione, sulla nostra società nel suo complesso, ci sarà pure. Flavio Soriga - Pioggia sui sogni persi 29 10 2002 Il Sole 24 Ore Piove.
Piove a dirotto, lungo tutto il romanzo (il secondo, dopo il buon
esordio, che gli fruttò, a suo tempo, il premio Calvino) di Flavio
Soriga, promettente giovane scrittore sardo (è nato nel 1975). Piove la
sera in cui avviene il delitto: lei l'unica donna bella di uno sperduto
paesino della Sardegna, dove essere belle e, per di più metterlo in
mostra e darsi, è un peccato mortale, di più: un insulto a tutti gli
altri. Non è una pioggia che lavi le coscienze, o attenui le ferite; al
contrario è una strana complice: produce fango e tutti invischia,
protagonisti, personaggi minori, poveri diavoli in fuga da se stessi.
C'entrano ancora i piccoli diavoli di Nuraiò (questo il nome del paese,
questo il titolo del primo romanzo, edito dal Maestrale), persi in una
lotta con qualcosa che è di più e oltre se stessi. Compreso il povero
maresciallo, "costretto" dal ruolo a indagare, ma che ne
avverte non solo tutta la faticosa ufficialità, ma persino
l'inutilità. Che poi il maresciallo Crissanti non voglia essere anche
(soprattutto) un antropologo non può non dirci dell'approccio usato da
Soriga nel provarsi col noir. Non un'indagine per conoscere il colpevole
di un omicidio (e i sospettati sono tanti, tutti con buoni moventi), ma
un'indagine per rivelare a se stessi che cosa si è diventati: quali
sogni si sono persi per strada, cosa si è fatto delle proprie
giovinezze, esistenze, speranze; delle proprie battaglie ideali. In un
esercizio che coinvolge tutti: così gli uomini, così le "terre
desolate" che abitano. Marcello Fois - L'inquietudine dell'avvocato 24 11 2002 Il Sole 24 Ore <La
notte passa. Il vento no>. É una frase, sola, e riempie la pagina.
Sotto questa nitidezza narrativa (che ci pare la cifra maggiore
raggiunta dalla prosa oramai esperta di Marcello Fois) il bianco, il
silenzio. Ecco: Fois è divenuto, col tempo, maestro nel saper scrivere
il silenzio, i silenzi. Ciò che c'è ma non viene detto, il sottinteso,
il dialogo non esplicitato. Operazione letteraria, questa, di gran lunga
più difficile di quella del saper mettere le parole giuste in bocca ai
personaggi. E che ha a che fare, crediamo, con la stessa identità
profonda del l'autore, figlio di una terra (la Sardegna, e, di più,
Nuoro) dove non è la parola il più autentico modo di comunicare, ma,
forse, lo sono gli sguardi, i codici di comportamento (talora da
spezzare), le frasi taciute, i gesti misurati. Il risultato raggiunto da
Fois è rafforzato dal fatto che il più importante dei suoi personaggi
è un avvocato, che dell'uso (e del peso) delle parole ha fatto un
mestiere. Tant'è che non solo è avvocato, ma pure poeta: colui che,
per definizione, deve "conoscere" il valore della parola.
Sebastiano Satta (poeta nuorese veramente esistito a fine '800-primi
'900, e autore, per esempio, dei Canti barbaricini) è il detective
"creato" da Fois, giunto ormai alla terza avventura. La più
riuscita: perché in L'altro mondo, oltre al plot tipico del giallo (che
basta e avanza per gli appassionati del genere), c'è uno scavo preciso
nella personalità dei personaggi: colti, soprattutto l'avvocato
Bustianu, in un momento decisivo delle loro vite; nel caso di Bustianu
c'è l'amore per Clorinda da rivendicare e proteggere. Il trapasso dalla
gioventù alla maturità: <ecco l'uomo>: questa frase indica lo
scioglimento, umano e narrativo, dell'intera vicenda. Alla quale si
accompagna, inscindibile dalla trama, la percezione e il sentimento di
un paesaggio naturale (boschi, caverne, salti, notti stellate) che è,
esso stesso, elemento dal valore letterario forte. Forte come quel vento
che continua a soffiare dalle pagine di Fois anche quando la lettura è
compiuta. (Stefano Salis) |
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