Pietro Clemente

Triglie di scoglio.

Tracce del Sessantotto cagliaritano

 

 


Giulio Stocchi
L'altezza del gioco


Con una conversazione
di Massimo A. Bonfantini

Fotografie di
Fulvio Magurno
Collana: Estro Versi

CUEC Editrice 2003,

cm 14x20, pp. 266
€ 13,00
ISBN 88-8467-141-8


L'autore

Giulio Stocchi, nato nel 1944, ha studiato filosofia all’università statale di Milano e recitazione all’Accademia dei Filodrammatici. La sua attività poetica pubblica è iniziata nel 1975. Da allora, e per molti anni, i suoi palcoscenici sono stati le piazze, le fabbriche occupate, le manifestazioni popolari; oggi i teatri, le sale di conferenza, le università: ma sempre caratterizzando la sua poesia per un originalissimo contatto con il pubblico. Particolarmente attento alle valenze sonore della poesia, Stocchi ha pubblicato diversi dischi: Il dovere di cantare (Premio nazionale della critica discografica), Punto e a capo, La cantata rossa per Tall el Zaatar (con la collaborazione del musicista Gaetano Liguori). Ha pubblicato il volume di versi e prosa Compagno Poeta, Einaudi, 1980. Nel 2003 il sito www.nonsoloparole.com ha pubblicato in forma cartacea, nocopyright, la raccolta In tempo di guerra che l’autore aveva distribuito in rete, in tutto il mondo, nelle versioni italiana, inglese e spagnola. Fa parte del Club Psòmega che unisce artisti, filosofi, scienziati nello studio del pensiero inventivo.



Alcuni brani…

Bonfantini: Ma come ti è venuto in mente di fare il poeta? Quando? E perché? E quali sono stati i tuoi primi maestri? E i primi temi e motivi?

Stocchi: Più che venirmi in mente, la poesia mi è entrata in corpo. Ricordo benissimo: La sala di Via Sapeto, dalle parti di corso Genova, con i mobili che mio padre aveva comprato d’occasione da una famiglia di sfollati quando ancora Milano bruciava nella guerra, il tavolo enorme, la credenza col soldatino di Capodimonte con cui, malgrado tutti i divieti, ero solito giocare, e lo specchio che rifletteva l’immagine di un bimbo, chino sul suo diario rilegato in cuoio, molto anni ‘50, col ritratto della Fornarina in copertina.

Su una pagina il bimbo aveva incollato la foto dei suoi genitori, più giovani allora di quanto non sia io adesso. E sotto quella foto scriveva, preso da una strana agitazione, una sensazione quasi fisica, di rapimento, di batticuore, di esaltazione. Qualcosa che avrei riconosciuto alcuni decenni dopo nella parole di Valéry:"Mi sono trovato un giorno ossessionato da un ritmo, che divenne improvvisamente assai sensibile alla mia mente...". Un ritmo che cercava delle parole. Fuori dalla finestra, Milano era ancora una distesa di macerie, su cui qua e là si levavano le impalcature della ricostruzione.

E il bimbo riempiva quel ritmo con le parole che erano sue: "Un giorno nella spazzatura/trovai un mazzo di carte/sporche stracciate fra la segatura...". E la sua vertigine cresceva: per la prima volta l’universo si era messo in rotazione seguendo il gioco ingenuo di quelle prime rime: "Mi fecero pena le povere carte/le raccolsi con cura dalla sozza segatura/le pulii e le posi fra un portacenere e un fermacarte...". E obbedendo a quella voce che "mi dittava dentro", seguivo l’avventura del povero mazzo che cerca va un’improbabile ascesa sociale che si concludeva con la condanna del suo ritorno alla spazzatura, sancita da questa sentenza: "Se sei di bassa condizione/non tentar di andare in alto/che il fermacarte oggi mi dié gran lezione". Una massima, questa, che tutta la mia vita futura si sarebbe incaricata di confutare.Ma allora era quello che mi avevano insegnato, e nello stesso tempo mi invitavano a trasgredire, gli abiti decorosi e gli occhi tristi di quell’uomo e quella donna che mi fissavano dalla foto in Piazza Duomo.

E allora, com’è naturale nella primissima adolescenza, – e ormai conquistato dalla magia di quella voce che mi aveva toccato nell’infanzia e seguire la quale significava "fare il poeta" – cercavo altri modelli che mi aiutassero a sciogliere quel "doppio legame", l’imposizione di una regola e, nello stesso tempo, l’invito alla disobbedienza.

A stare a quel curioso libro che è L’angoscia dell’influenza di Harold Bloom, in cui lo studioso considera la storia della poesia come una lotta che ogni poeta ingaggia (come fa ogni figlio col suo genitore naturale) con il padre poetico che si è scelto, il mio romanzo famigliare è davvero complicato. Verlaine, Rimbaud e soprattutto Baudelaire – il ritratto del quale campeggiava sul mio letto di quindicenne – sono stati i miei primi modelli. Padri severi, pur nella loro dissolutezza, e che anzi, proprio col disordine della loro vita, mi indicavano la via della ribellione.

Io so bene che gli artisti e gli scrittori veri non riconoscono maestri nei loro contemporanei. Mio zio Sergio Bonfantini, il pittore, aveva però considerazione per qualche connazionale più anziano: per certi temi o ‘trucchi’, beninteso, più che per la poetica o la visione del mondo in generale. Così, stimava Sironi rilevante, e persona da cui aveva imparato più che dal suo maestro ‘di bottega’ Casorati. E tu? Da chi hai imparato? Da Montale non direi. E fra gli stranieri? Hai un debito forse un po’ strano con Ezra Pound? E, magari più riconoscibile, con certo Enzesberger?


E invece da Montale ho imparato molto, il senso della misura, della decenza in un’epoca di tromboni e cartapesta come quella in cui scriveva durante il fascismo. E proprio in questo mattino presto di giovedì 20 marzo 2003, mentre da poche ore è scoppiata una guerra dagli esiti imprevedibili, e comunque catastrofici, la sua lezione mi torna in mente ancora più forte di fronte alla galleria di piazzisti, pagliacci, delinquenti che la televisione ci mostra ogni giorno e che sarebbe la classe dirigente di questo sventurato paese. Senza contare il mio tema preferito, il rapporto suono-senso: "Buffalo", dice da qualche parte "Eusebio", "e il nome agì...".

Fortini, che ho avuto la ventura di incontrare per la prima volta a 18 anni in certi garage frequentati dai Quaderni rossi, dove la mia ribellione cominciava ad assumere sfumature rivoluzionarie, è stato invece l’esempio dell’impegno, di quell’engagement che Sartre ci aveva insegnato e di cui Franco è stato il campione più coerente fino all’ultimo in Italia.

Con "Zio Ez" il debito c’è, e come! Mi ha insegnato che la poesia è un edificio che può essere costruito coi materiali più disparati, nessuno dei quali è, a priori, "antipoetico", come vorrebbero i piccoli orfei nostrani. E poi, come non avere simpatia per un poeta il quale a Mussolini che gli chiedeva "Pound, cosa posso fare per voi?", durante un incontro che l’americano aveva a lungo mendicato, rispondeva: "Non fate la guerra Duce: lasciatemi il tempo per finire il mio poema"? Enzesberger è stato per me il conservatore che ha consegnato la storia del novecento in quel vero e proprio museo delle cere che è il suo Mausoleum.

E serbare la memoria non è forse uno dei compiti della poesia che, non a caso, gli antichi consideravano figlia di Mnemosine?

E infine Nanni Balestrini: è stato un incontro tardivo, attorno agli anni 80, quando ormai pregi e difetti mi si erano consolidati nel volto e nella fisionomia che mi sono costruito. Ma non meno significativo quell’incontro perché, da una parte mi confermava l’importanza di quello strumento del "montaggio" di cui ti parlavo e dall’altra mi rivelava la possibilità e la capacità della cosiddetta "avanguardia" di uscire dal recinto degli spettrali ed esangui cruciverba cui spesso si condannava, e sciogliersi in un canto civile ed appassionato, come avviene in Blackout.

Tutta quella folla che, nel poemetto di Nanni, si riversa per le strade, nella New York del black-out del ‘78, e sfascia, e rompe, e ride e canta è una delle immagini più potenti di ciò che succede quando quelli di "bassa condizione", come dicevo nei miei lontani versi infantili, acquistano coscienza della loro forza.

Così come il canto della mia Allodola, che conclude il libro che state per aprire, rovescia le certezze che mi erano state insegnate da bambino, paga la promessa che ho fatto alla rassegnazione dei miei genitori e attesta che la rivoluzione è avvenuta. Almeno in poesia.

Ma non dice Kunert che dietro la poesia avanza il futuro?


****


Ed arrivati agli estremi confini

si fece avanti Calcante

con occhi di lustro vento

ghiacciati dal sonno notturno

imprecato nella forma

dei cavalli alati intravisti nei sogni

per dire il volo di uccelli a sinistra

e l’onda di viole appassite

mischiate a giacinti dove le agavi

invadevano profumi di spezie

intonando canti sulla cetra oscura

un pianto e un gorgoglìo spezzava la voce

vedendo nel dono concesso lutti e rovine

dei compagni di viaggi marini

ritto al cielo levando le braccia

all’amore invocava il nome gridato

di infrante bottiglie di vetro

impallidendo e piangendo nel covo

senza sapere neppure allora fermare

la gola dei venti e i sospiri del nostos

uomini

           mi sentite

ascoltate

           compagni

dove oggi sappiamo avventure per sfuggire

infamie di roghi notturni e grida di donne

il terrore seminerà con passi di vento

e sorrisi di stella profonde alghe di pianto

ahimè inascoltate e disprezzate parole

vedo libri di sconfitta e maestri di lacrime

predicare rassegnazione dove prima saggezza

gesti inutili e sospiri di mani calanti

nuove stelle dagli occhi d’oro accumulate

il maltolto e il guadagno

di case innalzate con grida di corpi

e stive di pianto dai pesci guizzanti

calpesteranno i calzari filari di mondi

inutili i canti dalle gole di ferro

o danze di scarpe chiodate

il cielo pieno di annunci e di segni

precipiterà dentro scintille di fiamma

e mondi perduti senza potere potere potere

scotendo i capelli e battendo i piedi in cadenza

busseranno alle sponde di porte inconsulte chiuse da spaventi di soli

e catene di passi delle fanciulle maleaccoppiate

per stenti figlioli dal cibo di rospo

accartocciati nelle borse i messaggi

genereranno vermi in morta terra

con ferite di solchi e sguardi di vuoto

la pazzia bandita diverrà regola

di ruote rotolanti alla sconfitta

uomini

         mi sentite

ascoltate

         compagni

l’ultima voce e la parola della notte

non ridirla sarebbe condanna per quelli

votati al nulla del contratto della terra

e della desolazione dei campi e delle città

non costa più fatica l’addio sapendo il futuro

e i chiodi le spine i ferri

le carte e tutti i cocci del pianto

spezzare i soli delle mani

in acute grida di unghie

quando uccelli dalle ali di fiamma

crolleranno con sospiri filanti e sorrisi

case di rotolanti anni e accumulate menzogne

i nuovi miti e le clessidre

rivoltate anzitempo insonni per vegliare

madri piangenti di figli mediocri

e socchiuse cosce di spose

eserciti mossi dal vento intorbidito

da aliti maledicenti di bocche bruciate

suoni suoni suoni in mezzo a colori di urla

e urla e urla

non si vedono che strisciare di rovi dalla testa di serpe

e parossismi di gesti richiamanti

le porte rinchiuse in faccia per fare paura

scongiuri di cartelli e di insegne

i mirti fioriranno nei canti di stridori lancinati

menzogne e menzogne

uomini

          mi sentite

ascoltate

          compagni

non ci resta davanti altro io vedo

non si conoscono altrimenti i semi predetti

o il fondo dei mari

i nostri viaggi e i ritorni

come le cinture dei corpi o le braccia

d’amore

vento vento vento

odo disprezzare in colpi di accetta

e cadere di gesti

la vicenda di stagioni ostili

ai rami del corpo e all’orma

dei passi dell’avvenire

fare stracci di bandiere e grida di bocche

asservite per scongiurare le tovaglie e le tavole

niente più cibo di mondi o libri

pane pane miseria che avanza

sulle spighe del grano

scaveranno dalla terra

per fare nuovi insulti di fuoco

e materia di canti

né raccogliere le urla per poi ridirle

sarà mestiere di voci spezzate

diversamente agitate dalle mani dei cieli

con scrosci di pioggia e temporali

uomini

          mi sentite

ascoltate

          compagni

l’ultima voce e la parola della notte

nella stella dei sogni filanti

imploranti di sconfitte e poltrone

non si vedranno le torce quando farà l’alba

né grida o canzoni

ma solo rimbombi lontani

e conti ributtati dal vento

sulle carezze dei mari

e volti scavati dalle buone lacrime

di perle e viole sotto gli occhi

nuovi arriveranno con fiaccole e uccelli

vendetta gridando

vendetta di unghie

nel sacco rinfusa dei sogni

e sentina di fogne

si confonde con la parola il pianto

la cenere e la sabbia

sulle ultime ondate per ricadere in spruzzi

di spume

uomini

           mi sentite

ascoltate

           compagni

quando si nasconderanno i padri

per non udire i rimproveri

o le mani di sangue invano

invano lavate invano

a richiamare azzurri di cielo e purezza

senza potere comperare il gomitolo per tessere di nuovo

i giorni del troppo tardi

i giorni dell’altrimenti e del peccato

i girasoli che seguono gli steli di rugiada

e fuggire di cani lungo le strade

le strade della discesa verso la notte

non si sente altro e difficile è vedere

dagli occhi dei giganti di terra e di vetro

idoli e feticci di stracci

fumi di arcobaleni impiccati

e violenza di cieli si confondono

in nebbie di soli ed aspro sapore di sale

anche se consumata nella luce del giorno

la nostra speranza di saggi

sulle terre rivoltate da zolle

e desolazioni di pianti

concimate dai passi cattivi

di stoppie bruciate e discordie

tra ostriche di perle e molluschi di grida

con urla intrecciate

nella stella dei sogni filanti

uomini

           mi sentite

ascoltate

           compagni

l’ultima voce

e la parola della notte

solo

nell’ora infinita

dell’alba

riprenderà il viaggio


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