|
|
||||||||||||||||
|
Inauguriamo la nuova rubrica rendendo disponibile la lettura on line di alcuni capitoli diTriglie di scoglio
Triglie di scoglio. Tracce del Sessantotto cagliaritano CUEC Editrice Collana:
Itaca Pietro Clemente (Nuoro 1942) è professore ordinario di Antropologia Culturale nella Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. Si è occupato di vari aspetti della cultura popolare, di museografia e beni culturali, di realizzazione di musei, di problemi teorici dell’antropologia, di problematiche quali l’emigrazione, l’identità dei paesi, gli archivi della memoria. In questo libro racconta gli anni dal 1964 al 1973 tra Milano, Cagliari e Siena. E’ il racconto di una stagione politica piena di gente e di idee, sono storie di giovani ribelli che, come le triglie di scoglio, non si sono troppo allontanati nel mare aperto.
Iniziando La voce dell’assemblea Il Piccolo Principe Dolcevita Antonia La FAS Ittabbollisi La Rumianca di Macchiareddu SINCRONIE 1: bottiglie SINCRONIE 2: fascisti SINCRONIE 3: davanti a L’Unione Sarda Dagherrotipi I figli Totemismo a Cagliari Alba Guardate che nei ’60 c’ero anch’io La
Cecoslovacchia e le pantofole Dodici anni, e il mare di Eugenio Testa Tracce della memoria di Roberto Serra
La voce dell’Assemblea 6. Leadereggiando Dopo molti anni, trenta, qualcuno mi ha detto: "ma lo sai che tu per noi eri un mito". Ho risposto la verità: "no, non lo so". Essere un mito? Se l’avessi saputo avrei perso il contenuto della razionalità della mia formazione che era radicalmente antimitico, mi sono sempre pensato organico a una comunità, a un soggetto nuovo. Non un individuo singolo, un "eroe plasmatore". Facevo quel che a me sembrava dover essere il mio compito. Forse il mio gusto per gli ossimori ha qualcosa a che fare con una battuta che mi fu fatta da una ragazza all’ingresso della Facoltà di Giurisprudenza occupata. Disse pressappoco rivolgendosi a me: "Sembra impossibile che tutto questo sconvolgimento sia opera di questo nano". Il nano ero io. L’antifrasi e l’ossimoro alla sarda mi aiutano a dare un esito benevolo all’espressione, che in effetti non voleva essere cattiva. Mi dava spunti fortemente riflessivi. Quel senso dell’esser visto dall’esterno per come sono che l’espressione amplificava, lo ho vissuto come un senso del mio limite, non come elogio di una grandezza. Credo di avere avuto anche per questa particolare fisicità i requisiti del leader non autoritario: è vero che ho avuto un eccesso di fluenza retorica che forse aveva il suo contraltare fisico nel silenzio cosmico di qualcun altro, ma per me (nella mia teoria costruita su me stesso) il leader dev’essere timido, e possibilmente autoironico (non so se lo ero allora, certo lo sono diventato dopo), la sua arte dev’essere impersonale e non egoistica: nei timidi l’elaborazione di una strategia di comunicazione impossibile nel privato, può determinare l’arte del parlare in pubblico. La mia retorica da dibattito e da assemblea è l’elaborazione di una mancanza, la mancata capacità di rapporto faccia a faccia, la timidezza. Se sai che sei come l’albatros di Baudelaire (figura che mi ha affascinato da sempre anche se ho sempre cercato di non identificarmi in essa; in effetti non si addice a un militante rivoluzionario) non abuserai del tuo carisma, in fondo ti affiderai alla pietas degli altri nel rapporto personale. D’altra parte molti che mi cedevano la voce pubblica gestivano la rete dei piccoli rapporti, e voce e silenzio privato e pubblico godettero, per qualche tempo, di un raro equilibrio. Per ciò che mi concerne c’è anche un fatto caratteriale che allude a una formazione teorica più che pragmatica, a un vissuto di libertà che nasceva dal pensiero e non era ancora ben incarnato nelle persone ma solo nelle mie scelte personali. In senso lato il mio modo di essere ideologico si può sintetizzare in un celebre motto: "Amo l’umanità, ma non posso vedere la gente". Motto pericoloso, delle cui nefaste conseguenze non ho avuto modo di soffrire troppo perché Dio mi ha protetto, anche se non gliene ho dato mai motivo non credendo affatto in lui, dalla pratica più radicale e oscena di questo motto che è quella del terrorismo. Molti anni dopo il ’68 mi trovavo a tavola con Cirese e altri colleghi durante un convegno, forse era quello di Montecatini sulla Festa del 1979, avevo trovato in Inghilterra un asciugamano con una vignetta di Schultz in cui Linus diceva a un amico: "I love mankind, it’s people I can’t stand", la cosa mi aveva colpito molto, piccola traccia anche questa di una mia mania riflessiva un po’ autopersecutoria. Venendo a proposito durante la cena citai in inglese questo riferimento da Linus, e lo tradussi con millantato tono poliglotta, Cirese mi guardò un po’ allibito ma disse con garbo e a voce non esageratamente sputtanante "Ma è Voltaire". Beh! può capitare di confondere Voltaire con un asciugamano; a me è capitato, ed ho finto di superare molto sfacciatamente l’imbarazzo, ma me ne ricordo ancora. Quanti pasticci e posticci nella mia e nella nostra memoria di gente formata nella società delle masse, ai suoi inizi, in quell’altro tempo in cui con l’editoria di massa, la radio, i giornali a 50 lire la funzione intellettuale si diffondeva e popolarizzava, e gli intellettuali perdevano però la purezza e il rigore delle generazioni che i libri li leggevano di prima mano. Poi venne la TV e dalla seconda mano si passò alla terza ed oggi si può andare oltre gli asciugamani, e rischiare di citare inconsapevolmente D’Annunzio parlando di sottaceti. Una delle più grandi gioie fu quando riuscimmo a bloccare gli smatricolatori di ingegneria, prima li cacciammo da lettere e poi bloccammo la loro azione direttamente a casa loro. Un successo strepitoso contro questi sparuti gruppi di maschilisti inconsapevoli, agiti da una tradizione e da una giovinezza che noi sprezzammo. Non riesco a pentirmi di questo. Distruggemmo delle pratiche iniziatiche di alto interesse antropologico, impoverimmo il valore dei riti che dirimono il tempo, aprimmo al mondo dei senza leggi e senza riti. Di questo so che debbo epocalmente rimproverarmi. Ma non posso per il mio senso etico ed estetico rimproverarmi della sconfitta che il sessantotto cagliaritano inferse agli squallidi smatricolatori. Io ero già stato smatricolato ad architettura a Milano, in una vita ancora precedente, avevo fatto buon viso, ma come si vede ancora non ho perdonato. Che si inventino dei riti di iniziazione meno volgari! Nella
fase dei sit-in e della resistenza passiva era la gioventù di provenienza
cattolica a guidarci, e fu Pinella il leader del sit-in nel rettorato.
Ricordo ancora lo studente ingegnere Resta che veniva trascinato in tutta
la sua corpulenza per le scale da un poliziotto, gradino per gradino. Non
ci trattarono troppo male, ma per noi non erano persone, erano entità
metafisiche negative. Anch’io e Pinella battemmo il sedere gradino per
gradino: nei nostri cuori la colonna sonora sarebbe stata Momenti di
gloria, se il film non fosse uscito molti anni dopo. Dolcevita Non so perché sia diventato "Dolcevita", credo che ostentasse maglioni a collo alto, con delle bretelle ben in vista, per darsi un’aria di duro elegante. Lo avevo conosciuto come Efisio. La sua storia è stata una mia colpa, o forse un suo merito. La scintilla venne da me. Lo avevo visto a Carbonia in una riunione del PSIUP, tra i giovani, pochissimi, che venivano agli incontri. Alba della politica, ricoprivo allora il ruolo di segretario della politica giovanile psiuppina: sarà stato il ‘64 o il ‘65 e Carbonia era un luogo difficile per un giovane militante che conosceva meglio Pavese che Lenin. Quasi una prova della verità, in un territorio che nell’immaginario militante era il luogo mitico delle lotte dei minatori: c’era stata l’occupazione della radio dopo l’attentato a Togliatti, ed era risaputa la presenza di armi ovunque (ben nascoste ma ben oliate), gli uomini poi avevano fama di grande durezza e grande era la riserva di voti comunisti. I psiuppini di Carbonia erano di quel tipo, giganti proletari. Ma ne vivevo le ragioni politiche con disagio. Duri significa spesso anche settari, incapaci di capire discorsi non allineati ai codici della politica tradizionale e incapaci di compren- dere l’impegno anche etico della nostra militanza. Non si sapeva ancora cos’era il maschilismo, ma loro lo praticavano indiscutibilmente. Tra due, maestri in realtà, non minatori, si era svolta una competizione su chi avrebbe procreato il numero maggiore di figli quale attestato di virilità. Nel comitato di Federazione il mio operaismo era visto con sospetto, roba da intellettuali. Sentivano minacciate le loro certezze, basate sulla conservazione delle idee forti del ’48: uno stalinismo senza oggetto politico, una sorta di fedeltà intorno alla quale riconoscersi e opporsi agli altri. I giovani psiuppini di Carbonia, ragazzini sui 15 anni, mi ispirarono un senso di tragedia. Sottoproletari, incolti, anarcoidi, legati più alla norma corrente della gioventù periferica (calcetto, flipper, fare i grandi bevendo e picchiandosi) che a qualche segno di cultura politica. Venivo da Cagliari per questi quattro ragazzini di strada. Ma questa era la mia missione. Adattavo il linguaggio della politica per cercare di intuire-incontrare i loro bisogni elementarissimi: fare gruppo, avere una identità e un ruolo, sentirsi toghi, avere punti di riferimento in cui riconoscersi. Elementi di disponibilità indisciplinata e gregaria che cercavo di sollecitare alle forme dell’auto organizzazione: ma un ballo in sezione era il massimo cui si potesse arrivare. Ed erano troppo anarcoidi per questo. Qualcosa però si accese in Efisio. Venne in città. Ci raggiunse in sezione qualche anno dopo. Grosso e nero, con quell’occhio lesionato che lo rendeva invalido, utilmente per le strategie di impiego in una vita nata sotto l’impronta sottoproletaria. Forse l’esplosione di un residuato bellico. Fu sottoproletariato anche a Cagliari. Ne presi le distanze ma restavo il suo punto di riferimento. Inseguiva tutti per entrare nei piccoli giri d’amicizia, cercava di imporsi. Voleva vivere la città e la politica come una "notte brava". Venne evitato da tutti, le ragazze per prime. Le occasioni di incontro dove bere insieme, tagliare due fette di prosciutto, parlare di politica criticando tutti, gli apparivano luoghi mitici, avventure da custodire per future narrazioni. Stare fino a tarda sera insieme a ragazze e ragazzi a parlare gli sembrava un modello di vita, non una occasione laterale delle relazioni personali legate alla politica. Smaniava per ritrovare sempre momenti di questo tipo. Forse con segreti disegni orgiastici, per scoprire la nascosta immaginata libertà sessuale delle compagne e imporre il suo modello ‘sottoproletario’ come eroticamente desiderabile per una rivoluzionaria. Allora fu Dolcevita: la persecuzione dei bar notturni ritrovo dei compagni. Ma ebbe tenacia. L’emarginazione non lo fece arrendere. Trovò ragazze anche e più d’una. Credo sia stato infermiere, bidello, forse bigamo. Riuscì in qualche modo ad affermare il suo modello, che non era di costruire il socialismo ma di qualificare un’idea anarchico-sottoproletaria della vita. Ma seppe capire dall’esperienza. Lo ritrovai dopo molti anni leader di lotte per la casa. Circondato da gente dell’ipoproletariato, diseredati davvero, ammirato da diversi compagnetti giovani e figura rilevante per una certa fase del movimento. Ero già insegnante allora. Lo seguii a distanza, con il piacere di vedere risolversi l’esperienza disorientata in capacità di maturazione, di coscienza, di responsabilità, mentre continuava a scegliersi con libertà la sua vita. La sua forza era in lui, in me vide una diligenza per andare dove intuiva di dover andare. Spesso sono stato senza saperlo un traghettatore di anime. Mi sono pensato talvolta, per un destino del nome, come un "pescatore di anime", ma è più semplice vedere che ho solo assecondato compimenti di storie, passaggi, il cui compimento era nelle cose. Traghettare piuttosto che pescare. È congeniale ad un mondo che fu di triglie di scoglio e non di mare aperto.
|
|||||||||||||||||
| © CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana | |||||||||||||||||