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Con
la mondializzazione cosa cambia per i ricchi e per i poveri?
di Edgar Morin
"La Stampa", 22 maggio 2001
Globalmente rassegnati
di Amartya K. Sen
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2001
Quando
Dio arma gli eserciti
di Umberto Galimberti
Repubblica il 25 settembre 2001
Le
guerre sante
passione e ragione
di Umberto Eco
La Repubblica, 5 ottobre 2001
Le
nouveau visage du monde
Les États-Unis entre hyperpuissance et hyperhégémonie
Par Ignacio Ramonet
Le Monde Diplomatique Décembre 2001
La democrazia fa male?
La
globalizzazione e i mass media, i governi e la volontà popolare
di Eric Hobsbawm
Internazionale,
20 marzo 2001
L'Islam tra
noi. Dalle paure al confronto.
Sabato 11 novembre 2000 Tavola Rotonda
Intervento di Massimo Cacciari
In cerca delle
radici. Furono gli umanisti italiani, da Boccaccio a Machiavelli, a
unificare il continente. Conquistatori armati di libri
di Vittore Branca
Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2002
LE
IDEE - Il mondo piegato all'ordine americano
di
John Le Carre
The Times del 15/01/03. La
Repubblica del 16 gennaio 2003/Traduzione di Emilia Benghi
Le vere debolezze del Sessantotto
La Nuova Sardegna - Liberazione (luglio 2004)
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Con la
mondializzazione cosa cambia per i ricchi e per i poveri?
di Edgar Morin
"La Stampa", 22 maggio 2001
La storia umana è cominciata con una diaspora planetaria su tutti i
continenti; poi, a partire dai tempi moderni, è entrata nell’era
planetaria della comunicazione fra tutti i frammenti della diaspora
umana. La diaspora dell’umanità non ha prodotto scissioni genetiche:
pigmei, neri, gialli, indiani, bianchi appartengono alla stessa specie,
dispongono degli stessi caratteri fondamentali d’umanità. Ma ha
prodotto una straordinaria diversità di lingue, di culture, di destini,
fonte di innovazioni e di creazioni in tutti i campi. Il tesoro dell’umanità
è nella sua diversità creatrice, ma la fonte della sua creatività è
nella sua unità generatrice.
Alla fine del XV secolo europeo, la Cina dei Ming e l’India moghul
sono le civiltà più importanti del globo. L’Islam, in Asia e in
Africa, è la religione più diffusa della Terra. L’impero ottomano -
che dall’Asia si è espanso nell’Europa orientale, ha annientato
Bisanzio e ha minacciato Vienna - diviene una grande potenza d’Europa.
L’impero inca e l’impero azteco regnano sulle Americhe, e Cuzco,
così come Tenochtitlán, superano per popolazioni, monumenti e
splendori Madrid, Lisbona, Parigi, Londra, capitali di giovani e piccole
nazioni dell’Occidente europeo.
Eppure, a partire dal 1492, sono queste giovani e piccole nazioni che si
lanciano alla conquista del globo, e attraverso l’avventura, la
guerra, la morte, danno vita all’era planetaria che mette ormai in
comunicazione i cinque continenti nel bene e nel male. La dominazione
dell’Occidente europeo sul resto del mondo provoca enormi catastrofi
di civiltà, specie in America, irrimediabili distruzioni culturali,
terribili schiavitù. Così, l’era planetaria si apre e si sviluppa
attraverso e con la violenza, la d istruzione, la schiavitù, lo
sfruttamento feroce delle Americhe e dell’Africa. I bacilli e i virus
dell’Eurasia si scagliano sulle Americhe provocando ecatombi,
disseminando morbillo, herpes, influenza, tubercolosi, mentre dall’America
il treponema della sifilide passa di sesso in sesso fino a Shanghai. Gli
europei importano il mais, la patata, il fagiolo, il pomodoro, la
manioca, la patata dolce, il cacao, il tabacco venuti dalle Americhe.
Portano in America i montoni, i bovini, i cavalli, i cereali, le viti,
gli ulivi e le piante tropicali, il riso, l’igname, il caffè, la
canna da zucchero.
La planetarizzazione dà origine nel XX secolo a due guerre mondiali, a
due crisi economiche mondiali e, dopo il 1989, alla generalizzazione
dell’economia liberale chiamata mondializzazione. L’economia
mondiale è sempre di più un tutto interdipendente: ciascuna delle sue
parti è divenuta dipendente dal tutto e il tutto, a sua volta, subisce
le perturbazioni e i rischi che coinvolgono le parti. Il pianeta si è
ristretto.
A Magellano sono stati necessari tre anni per fare il giro del mondo per
mare (1519-1522 ). Un ardito viaggiatore del XIX secolo ha impiegato
ottanta giorni per il giro della Terra, utilizzando strade, ferrovia e
navigazione a vapore. Alla fine del XX secolo, il jet compie il giro del
mondo in ventiquattro ore.
Ma, soprattutto, tutto è istantaneamente presente da un punto del
pianeta all’altro con la televisione, il telefono, il fax, Internet...
Il mondo diviene sempre più un tutto. Ciascuna parte del mondo fa
sempre più parte del mondo, e il mondo in quanto tale è sempre più
presente in ciascuna delle sue parti.
Così l’europeo, per esempio, si sveglia ogni mattina accendendo la
sua radio giapponese e da essa riceve gli eventi del mondo: eruzioni
vulcaniche, terremoti, colpi di Stato, conferenze internazionali gli
arrivano mentre sorseggia il suo tè di Ceylon, dell’India o della
Cina, a meno che non sia un caffè di qualità moka dell’Etiopia o
arabica dell’America Latina; indossa il suo maglione, i suoi slip e la
sua camicia di cotone dell’Egitto e dell’India; veste giacca e
pantaloni di lana d’Australia, lavorata a Manchester e poi a
Roubaix-Tourcoing, oppure un giubbotto di cuoio venuto dalla Cina,
indossato sopra jeans di stile americano. Il suo orologio è svizzero o
giapponese. Gli occhiali sono di scaglie di tartaruga equatoriale. Può
trovare d’inverno sulla sua tavola le fragole e le ciliegie dell’Argentina
o del Cile, i fagiolini freschi del Senegal, gli avocado o gli ananas
dell’Africa, i meloni della Guadalupa.
Mentre l’europeo vive nel suo circuito planetario di comfort, un
grandissimo numero di africani, asiatici, sudamericani sono in un
circuito planetario di miseria e subiscono, nella vita quotidiana, i
contraccolpi del mercato mondiale che influenzano le quotazioni del
cacao, del caffè, dello zucchero, delle materie prime prodotte dai loro
paesi. Sono stati cacciati dai loro villaggi da processi mondializzati
originati dall’Occidente, in particolare dai progressi della
monocoltura industriale; contadini auto sufficienti sono diventati
abitanti suburbani in cerca di salario; i loro bisogni sono ormai
tradotti in termini monetari. Aspirano alla vita di benessere fatta loro
sognare dalle pubblicità e dai film occidentali. Usano stoviglie di
alluminio o di plastica, bevono birra o Coca-Cola. Dormono su pezzi di
polistirolo recuperati non si sa come e portano T-shirt stampate all’americana.
Danzano su musiche sincretiche dove i ritmi delle loro tradizioni
entrano in un’orchestrazione venuta dall’America.
Così, nel bene e nel male, ogni essere umano, ricco o povero, del Sud o
del Nord, dell’Est o dell’Ovest porta in sé, senza saperlo, l’intero
pianeta. La mondializzazione è nel contempo evidente, subcosciente,
onnipresente. La mondializzazione è certamente unificatrice, ma va
subito aggiunto che è anche conflittuale nella sua essenza. L’unificazione
mondializzante è sempre più accompagnata dal proprio negativo, che
essa produce come controeffetto: la balcanizzazione. Il mondo diviene
sempre più uno, ma, nello stesso tempo, diviene sempre più diviso.
Paradossalmente, è l’era planetaria stessa che ha permesso e favorito
il frazionamento generalizzato in Stati-nazione: in effetti, la domanda
emancipatrice di nazione è stimolata da un movimento di ritorno alle
origini nell’identità ancestrale, che si attua in reazione alla
corrente planetaria di omogeneizzazione di civiltà, e questa domanda è
intensificata dalla crisi generalizzata del futuro. Gli antagonismi fra
nazioni, fra religioni, fra laicità e religione, fra modernità e
tradizione, fra democrazia e dittatura, fra ricchi e poveri, fra Oriente
e Occidente, fra Nord e Sud si nutrono a vicenda, e a ciò si mescolano
gli interessi strategici ed economici antagonisti delle grandi potenze e
delle multinazionali votate al profitto. Tutti questi antagonismi si
incontrano in zone che sono allo stesso tempo d’interferenza e di
frattura, come la grande zona sismica del globo che parte dall’Armenia/Azerbaigian,
attraversa il Medio Oriente e arriva fino al Sudan. Essi si esasperano
là dove ci sono religioni ed etnie frammiste, frontiere arbitrarie fra
Stati, rivalità e ingiustizie di ogni tipo, come in Medio Oriente.
Così il XX secolo ha, nello stesso tempo, creato e frazionato un
tessuto planetario unico; i suoi frammenti si sono isolati, irrigiditi,
si sono combattuti fra loro. Gli Stati dominano la scena mondiale come
titani brutali e ubriachi, potenti e impotenti. Nello stesso tempo, l’irruzione
tecnico-industriale sul globo tende a sopprimere molte diversità umane,
etniche, culturali. Lo stesso sviluppo ha creato più problemi di quanti
ne abbia risolti, e conduce alla crisi profonda di civiltà che affligge
le soci età prospere d’Occidente. Concepito in modo solo
tecnico-economico, lo sviluppo a breve termine è insostenibile.
Abbiamo bisogno di un concetto più ricco e complesso dello sviluppo,
che sia nello stesso tempo materiale, intellettuale, affettivo,
morale... Il XX secolo non è uscito dall’età del ferro planetaria,
vi è sprofondato.
Globalmente
rassegnati
di Amartya K. Sen
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2001
Data la gravità e le conseguenze dei contrasti tra ricchezza e povertà
che osserviamo nel mondo, come fa la maggior parte di noi a condurre una
vita spensierata? L'assenza di riflessione etica è dovuta a un'assenza
di empatia, a una specie di cecità morale o di supremo egocentrismo che
affligge e travia il nostro modo di pensare e di agire? O esiste
un'altra spiegazione, riconducibile a una visione meno negativa della
nostra psicologia e dei nostri valori?
Non è facile rispondere, ma io credo che la nostra indifferenza sia
legata più a un difetto di conoscenza che a una mancanza di
solidarietà. Tale fallimento cognitivo può essere il frutto tanto di
un irragionevole ottimismo quanto di un pessimismo senza fondamento; e,
stranamente, capita che questi due estremi si tocchino. L'ottimista
testardo tende a sperare che presto le cose migliorino, che l'economia
di mercato, che ha portato prosperità in una parte del mondo, finisca
automaticamente per estendere a tutti i suoi benefici. "Dateci
tempo, non siate così impazienti", dice. D'altro canto il
pessimista a oltranza riconosce ed enfatizza la persistenza della
miseria nel mondo. Ma egli è pessimista anche sulla nostra capacità di
cambiare le cose. "Dovremmo cambiarle, ma a essere realistici,
sappiamo che non ci riusciremo", dice. Il pessimismo conduce spesso
alla supina accettazione di grandi mali. Come scrisse Thomas Browne nel
1643, "il mondo... non è una locanda, ma un ospedale":
possiamo imparare a vivere felici in un posto pieno di gente sofferente,
evitando di pensare a tutti quei disgraziati intorno a noi.
C'è dunque una convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista testardo
e il pessimista incorreggibile. Il primo ritiene che non sia il caso di
fare resistenza, il secondo che sia inutile. O come disse James Branch
Cabell (di fronte a una manifestazione ben diversa di questo paradosso):
"Per l'ottimista viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il
pessimista teme che sia vero". I punti di vista opposti si uniscono
nella rassegnazione, e la passività globale si nutre non solo di
cecità morale, apatia, egocentrismo ma anche dell'alleanza
conservatrice di due posizioni estreme. Convinti - o per lo meno
confortati - da entrambe, possiamo occuparci dei fatti nostri senza
vedere nulla di imbarazzante nell'accettare tranquillamente le
disuguaglianze del mondo.
È in questo contesto che vanno analizzare gli attuali dubbi sulla
globalizzazione, e i movimenti di protesta che tanto turbano i vertici
internazionali. Le proteste hanno molte sfaccettature (tra cui
un'arroganza e una violenza difficili da tollerare) ma sipossono
considerare comeuna sfida all'autocompiacimento etico e all'inazione
generati dalla coalizione tra ottimisti e pessimisti. Sono movimenti
spesso goffi, rabbiosi, semplicistici, dissennati eppure, a mio parere,
hanno la funzione di mettere in discussione la tendenza ad accontentarci
del mondo in cui viviamo. Anche se certe premesse e molti dei rimedi
proposti dal fronte della protesta sono raffazzonati e confusi, bisogna
riconoscere il ruolo fecondo dei dubbi e vanno tenuti ben distinti gli
elementi distruttivi dei movimenti dalla loro funzione costruttiva.
Le proteste esprimono dubbi creativi. Ma a proposito di che? Qui occorre
fare uno sforzo interpretativo. I manifestanti si descrivono spesso come
contrari alla globalizzazione. Ma a dispetto di ciò che dicono, non lo
sono affatto. Infatti le loro proteste sono fra gli eventi più globali
che ci siano. I fenomeni di Seattle, Melbourne, Praga, Québec e altrove
non sono né locali né isolati; non sono creati dai giovani del posto,
ma da uomini e donne venuti da tutto il mondo per far sentire la propria
voce globale. La globalizzazione dei rapporti non è certo quello che
intendono fermare, altrimenti dovrebbero cominciare col fermare se
stessi.
Prima di tornare a ragionare sulle proteste, vorrei sottolineare che la
globalizzazione non è una novità né una follia. In una prospettiva
storica, contribuisce da millenni al progresso nel mondo attraverso
viaggi, commerci, migrazioni, disseminazione delle influenze culturali,
del sapere e delle conoscenze, scienza e tecnologia comprese. Fermarla
avrebbe recato al progresso umano danni irreparabili.
Anche se oggi la globalizzazione è vista spesso come un corollario del
dominio occidentale, storicamente ha seguito strade diverse. Attorno
all'anno Mille, la diffusione globale della scienza, della tecnologia e
della matematica stava cambiando il vecchio mondo ma proveniva da una
direzione opposta a quella attuale. La carta e la stampa, la balestra e
la polvere da sparo, l'orologio e il ponte sospeso con catene di ferro,
l'aquilone e la bussola, la carriola e il ventilatore girevole - tutti
esempi dell'alta tecnologia di un millennio fa - erano usati comunemente
in Cina e ignoti altrove. La globalizzazione li ha portati nel resto del
mondo, fino in Europa.
L'influenza dell'Oriente sulla matematica occidentale ha seguito lo
stesso percorso. Il sistema decimale, nato in India tra il II e il VI
secolo, è stato poco dopo adattato dai matematici arabi. Sul finire del
X secolo l'innovazione ha raggiunto l'Europa e ha avuto un ruolo di
primo piano nella rivoluzione scientifica. L'Europa sarebbe stata ben
più povera - economicamente, culturalmente e scientificamente - se
allora avesse resistito a quella globalizzazione e lo stesso vale per
quella in atto oggi. Rifiutare la globalizzazione della scienza e della
tecnologia in quanto influenza occidentale non solo significherebbe
ignorare i contributi - venuti da svariate regioni del mondo - sui quali
si sono edificate la scienza e la tecnologia dette
"occidentali", ma in pratica sarebbe una scelta idiota, visti
i vantaggi che da tale processo trarrebbe il mondo intero. Identificare
questo fenomeno con "l'imperialismo occidentale" in materia di
idee e credenze (sempre stando alla retorica) sarebbe un errore grave e
costoso, così come lo sarebbe stata una resistenza europea
all'influenza orientale mille anni fa. Certo, non vanno trascurati i
problemi della globalizzazione connessi con l'imperialismo (la storia
delle conquiste e del colonialismo ha ancora i suoi effetti). Ma la
globalizzazione non si riduce a questi: è molto, molto di più.
In effetti, la questione più importante è come usare bene i grandi
benefici derivanti dai rapporti economici e dal progresso tecnologico,
in maniera da prestare la dovuta attenzione agli interessi dei più
poveri. Questo chiedono i movimenti di protesta, anche se in sostanza la
questione non riguarda affatto la globalizzazione.
Mi sembra che per un verso o per l'altro l'oggetto del contendere siano
le disuguaglianze inter e intra-nazionali di ricchezza, le notevoli
asimmetrie del potere politico, sociale ed economico, e quindi la
condivisione dei potenziali benefici della globalizzazione tra paesi
ricchi e poveri e tra diversi gruppi all'interno di uno stesso paese.
Non basta convenire sul fatto che i poveri del mondo hanno bisogno della
globalizzazione almeno quanto i ricchi, bisogna anche assicurarsi che
ottengano ciò di cui hanno bisogno. E questo potrebbe richiedere una
profonda riforma istituzionale, da affrontare nel momento stesso in cui
si prendono le difese della globalizzazione.
Forse occorre concentrarsi innanzitutto sull'immenso ruolo delle
istituzioni non di mercato nel determinare la natura e la portata delle
disuguaglianze. Le istituzioni politiche, sociali, legali e altre
ancora, possono influire fortemente sul buon funzionamento dei
meccanismi di mercato, allargandoli e facilitandone un uso equo, e così
facendo intervenire sulle disparità tra le nazioni e sulle
disuguaglianze interne ad esse.
L'architettura internazionale economica, finanziaria e politica del
mondo che abbiamo ereditato dal passato - comprese istituzioni come la
Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e altre ancora -
deriva soprattutto dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944.
All'epoca, occorreva affrontare i problemi post-bellici. Gran parte
dell'Asia e dell'Africa erano ancora sotto una qualche forma di dominio
coloniale, e certo non erano in grado di contrastare la spartizione
internazionale del potere e dell'autorità che le potenze alleate
imposero al mondo. L'insicurezza economica e la povertà erano molto
più tollerate di oggi, i diritti umani erano un'idea ancora
fragilissima, il potere delle Ong era tutto da inventare e la democrazia
non era sicuramente vista come un principio globale.
Da allora il mondo è cambiato. La forza delle proteste globali riflette
in parte una nuova mentalità, una nuova tendenza a sfidare
l'establishment mondiale ed è, in larga misura, l'equivalente globale
delle proteste interne alle nazioni, associate ai movimenti dei
lavoratori e al radicalismo politico. Le recenti esplosioni dei dubbi
globali sembrano addirittura condividere lo spirito con cui Leadbelly,
il grande cantante di blues, scrisse un giorno, mutuando il primo verso
dall'inno nazionale statunitense: "In the home of the brave, land
of the free,/I will not be put down by no bourgeoisie" (Nella
patria dei prodi, terra dei liberi / Non mi farò schiacciare da nessuna
borghesia). Il radicalismo, si sa, non ha mai avuto in America il potere
suggerito da questa canzone, ma la determinazione che essa esprime ha
contribuito nel tempo a molti cambiamenti concreti, a cominciare dal
potere delle organizzazioni dei lavoratori, del quale tanti industriali
si lamentano oggi.
Si può fare un parallelo con gli attuali movimenti di protesta globale:
non sono ancora molto forti in termini organizzativi ma sono in larga
misura un segno di quanto sta per accadere. Siccome pongono domande
vere, occorre trovare risposte adeguate, anche se agli occhi
dell'establishment mondiale i manifestanti sembrano rozzi e chiassosi.
C'è davvero bisogno di cambiare. Il mondo di Bretton Woods non è
quello di oggi. La sua struttura istituzionale va rivista da cima a
fondo. Anzi, non credo che le potenzialità costruttive dei movimenti di
protesta possano essere imbrigliate né la loro presenza distruttiva
eliminata senza una risposta istituzionale chiara.
Di questa, già si colgono le avvisaglie: stanno cambiando le priorità
delle istituzioni internazionali. Anche se l'eliminazione della povertà
non era l'oggetto principale delle risoluzioni di Bretton Woods, per
esempio, essa è diventata almeno formalmente lo scopo della Banca
mondiale. C'è un ripensamento in atto del peso del debito sui paesi
poveri, della vecchia pratica del Fmi e della Banca mondiale di imporre
ai paesi poveri "riforme strutturali" malamente formulate,
spesso con effetti dannosi sull'infrastruttura sociale. Sono cambiamenti
che vanno nella direzione giusta, ma ci vorrà molto di più,
specialmente in termini di costruzione istituzionale. Ben vengano questi
cambiamenti in strutture come la Banca mondiale, ma occorre prendere
esplicitamente le distanze dall'architettura ereditata da Bretton Woods.
C'è bisogno oggi di interrogarsi non soltanto sull'economia e sulla
politica della globalizzazione ma anche sui valori che contribuiscono
alla nostra concezione del mondo globale, senza lasciarsi sopraffare da
un misto di ottimismo testardo e di pessimismo dissennato. C'è bisogno
di riflettere non solo sugli impegni dettati da un'etica globale ma
sulla necessità concreta di mettere le istituzioni internazionali al
servizio del mondo e di estendere il ruolo delle istituzioni sociali in
ogni paese. È importante tenere conto della complementarità tra
istituzioni diverse, tra cui il mercato e i sistemi democratici, le
opportunità sociali, le libertà politiche e altri elementi
istituzionali, vecchi e nuovi. Serviranno istituzioni innovative per
affrontare le questioni di sostanza sollevate dai dubbi globali e per
spezzare il cerchio di incomunicabilità nel quale i movimenti di
protesta tendono sempre a rinchiudersi. La protesta globale degli
attivisti in tutto il mondo può davvero essere costruttiva, ma perché
lo sia questi movimenti vanno giudicati per le domande globali che
pongono, più che per le risposte apparentemente contrarie alla
globalizzazione contenute nei loro slogan.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
Quando
Dio arma gli eserciti
di Umberto Galimberti
Repubblica il 25 settembre 2001
Vorrei spendere una parola
inutile contro la guerra che l' Occidente sembra apprestarsi a scatenare
contro il mondo dell'Islam. "Inutile" perché è noto a tutti
quanto gli strumenti della ragione siano deboli contro la potenza dei
singoli che annullano le differenze, infiammano i cuori, dopo avere
assopito o addirittura ottenebrato le menti. La storia umana è uscita
dalla dimensione simbolica solo da due secoli e limitatamente
all'Occidente, che con l'illuminismo ha promosso il primato della
ragione e quel suo corollario che è l'ateismo, essendo Dio il
fondamento di ogni dimensione simbolica.
Prima di allora la "guerra santa" o, come dicono gli arabi la
"jihad" , era comune tanto al mondo islamico quanto
all'Occidente cristiano, e affondava le sue radici nell'antica cultura
ebraica, il cui Dio era un dio di guerra, capace di scatenare venti e
tempeste, tuoni e fulmini, calamità di ogni genere in aiuto alle genti
poste sotto la sua protezione, aggiungendo alla confusione del campo di
battaglia quello delle potenze naturali, controllate dalla sua
soprannaturale potenza.
La "guerra santa" ebraica finì nel ‘70 dopo Cristo con la
distruzione del tempio di Gerusalemme, ma a raccogliere l'eredità fu il
Cristianesimo che già con l'Apocalisse di Giovanni riesuma
l'iconografia della guerra santa per la raffigurazione di Cristo, cinto
di una corona d'oro, nella mano una falce affilata, con un angelo ai
suoi ordini, per fare vendemmia della terra e depositarla nel torchio
dell'ira divina (Apocalisse 9,19).
Il Cristianesimo diverrà religione dell'Occidente sotto il segno della
guerra quando Costantino vide nel sole di mezzogiorno qualcosa che
assomigliava al segno della croce: "In hoc signo vinces" .
Con quel segno si convertirono in seguito le popolazioni del nord, dette
"barbari" , che invadevano l'Impero romano, sotto quel segno
si riunirono le truppe di Carlo Magno che diedero origine al Sacro
Romano Impero separato dall'Impero d'Oriente di fede ortodossa e
dall'Islam che aveva fatto la sua comparsa nel VII secolo in Arabia
Saudita con Maometto.
Maometto non ripudiava né la rivelazione ebraica né quella cristiana,
rivendicava tra i suoi predecessori il patriarca Abramo, distruttore di
idoli e adoratori di Allah, solo insisteva sul carattere definitivo
della sua rivelazione rispetto a quella ebraica e cristiana, negando la
proclamata divinità di Gesù Cristo.
L'allora mondo conosciuto si divise in tre parti: l'Ortodossia occupò,
a partire da Costantinopoli, il mondo slavo, mentre nel Mediterraneo
rimasero a contendersi le terre l'Islam e il Cristianesimo, entrambi a
colpi di "guerre sante" o come da noi si diceva
"crociate" , dove gli arabi distinguevano la terra della pace
(dar alIslam) dalla terra della guerra (dar alharb), a cui corrispondeva
da parte cristiana la terra dei fedeli (partes fidelium) da quella degli
infedeli (partes infedelium).
Questa mentalità, nel mondo cristiano non si estingue con il Medioevo,
ma inaugura l'età moderna con Cristoforo Colombo che nel suo
"Giornale di bordo" precisa gli obiettivi della sua avventura.
Il primo è quello di un figlio devoto della cristianità che vuol
salvare il mondo portando il battesimo ai pagani. Il secondo è quello
in cui il mondo moderno si riconoscerà: riportare in patria tanto oro
("il Signore nella sua bontà mi faccia trovare questo oro" ,
23 dicembre 1492). Costo dell'operazione: quella "moltitudine di
ignudi e indifesi" , come li chiama Colombo nel suo Giornale di
bordo, erano sette milioni al suo arrivo e saranno appena quindicimila
sedici anni dopo. Esportare battesimi e importare ricchezza è stato il
senso di questa guerra santa cristiana, e insieme, pur nel mutar dei
nomi e delle forme, il senso della "modernità" , avanzata a
colpi di colonialismo prima territoriale e oggi economico.
Da questo breve excursus storico appare evidente che la "guerra
santa" o "jihad" non è una prerogativa del mondo
islamico e neppure un'arretratezza medioevale (dal momento che percorre
l'intero arco della storia moderna), ma è un tratto tipico delle
religione monoteiste, che in buona fede, trovano in Dio la
giustificazione dei delitti più esecrabili compiuti in suo nome. Nulla
allora di più benefico della "morte di Dio" proclamata da
Nietzsche e anticipata un secolo prima dall'ateismo illuminista.
Una morte (e qui bisogna che si presti una grande attenzione) che non
lascia solo orfani ma anche eredi. E tra gli eredi non fatichiamo ad
annoverare quanti, lasciata alle spalle la "guerra santa" ,
oggi approdano alla "guerra giusta" . Dove la nozione di
"giustizia" , tra due contendenti senza un arbitro,
difficilmente si scosta dalla nozione di "vendetta" , che
attorciglia la storia in una spirale i cui risvolti tragici nessuno
fatica a immaginare.
Israeliani e palestinesi, nel loro piccolo, ci hanno già raccontato il
futuro. Un esercito tra i più attrezzati del mondo e una povertà tra
le più disperate del mondo da cinquant'anni sono l'uno nelle mani
dell'altro. Se questo decidiamo sia il nostro futuro, non abbiamo che da
seguire passivamente la storia.
L'Islam è ancora immerso nella dimensione simbolica, la più terribile,
perché i simboli lavorano con la legge del tutto o nulla, categoria
religiosa che prevede solo salvezza o dannazione. L'Occidente è appena
uscito dalla dimensione simbolica ed è approdato all'uso illuministico
della ragione, non grazie al Cristianesimo che parla di pace senza avere
le carte in regola, ma grazie alla scristianizzazione dell'Occidente,
che, lasciate alle spalle le figure apocalittiche della fede, ha
incominciato a frequentare i percorsi più angusti, più modesti se si
vuole, ma più efficaci della ragione che, senza una verità
precostituita alle spalle, non dimette il lavoro duro della ricerca e
della comprensione.
Ora è necessario che l'Occidente non rinneghi se stesso e gli strumenti
razionali che ha faticosamente guadagnato nel corso della sua storia, e
non ripiombi nel simbolico e nella violenza che sempre accompagna questa
dimensione, per la quale il bene sta tutto da una parte e il male
dall'altro: "O con noi o contro di noi" come inopportunamente
dice il presidente Bush con chiaro riferimento alla lettera e allo
spirito biblico madre e padre di tutte le "jihad" .
La cristianità teocratica del Medioevo da un lato e la teocrazia
islamica dall'altro avevano trasmesso alla "modernità" il
loro paradigma universalistico. In forza di un privilegio stabilito da
Dio toccava all'Islam su un versante e alla cristianità sull'altro
difendere le proprie forme culturali fino ai confini della terra.
L'Islam è rimasto prigioniero di questa vocazione.
Non vorrei che l'Occidente, che ritiene di essersene liberato, grazie al
processo di scristianizzazione che nel suo seno è in corso da due
secoli, oggi non riprenda, sotto nuove forme e nuovi metodi, la
vocazione messianica in cui è cresciuto per diciotto secoli. E con la
forza delle armi e del denaro scelga, di fronte a un'aggressione
terribile, la via della distruzione e dell'integrazione, proponendo se
stesso come "totalità" , invece di cogliere la possibilità
di crescita umana implicita nel confronto con la "diversità"
.
Ogni tanto la storia si incarica di rendere la soluzione dei problemi
non più rinviabile. E chiede una scelta. Per quanto riguarda noi
occidentali la scelta è se proseguire, sia pure in forme laicizzate, la
vocazione messianica che fa coincidere l'Occidente con la totalità
umana, o se invece non è meglio percorrere l'altra via che visualizza
l'Occidente come una parte nell'orizzonte più ampio della totalità
umana.
Nel primo caso quel che seguirà ai preparativi bellici che l'Occidente
sta approntando, anche se non sarà chiamata "guerra santa" ,
in nulla si distinguerà da una vera e propria "jihad",
perché quando il bene è tutto da una parte e il male tutto dall'altra
il simbolico ha già fatto il suo lavoro più importante e devastante, e
l'Occidente avrà rinunciato alla sua prerogativa, che è poi quella
dell'uso costante della ragione, da salvaguardare ogni giorno dalla
potenza devastante dei simboli che, sotto la protezione delle religioni,
ancora regola gran parte dell'umanità. E gli effetti, non da oggi, sono
sotto gli occhi di tutti.

Bisogna
ricordare che fa parte della cultura occidentale
anche Hitler che bruciava i libri e condannava l'arte degenerata
Le guerre sante
passione e ragione
di Umberto Eco
La Repubblica, 5 ottobre 2001
Che qualcuno abbia, nei giorni scorsi, pronunciato parole inopportune
sulla superiorità della cultura occidentale, sarebbe un fatto
secondario. E' secondario che qualcuno dica una cosa che ritiene giusta
ma nel momento sbagliato, ed è secondario che qualcuno creda a una cosa
ingiusta o comunque sbagliata, perché il mondo è pieno di gente che
crede a cose ingiuste e sbagliate, persino un signore che si chiama Bin
Laden, che forse è più ricco del nostro presidente del Consiglio e ha
studiato in migliori università. Quello che non è secondario, e che
deve preoccupare un poco tutti, politici, leader religiosi, educatori,
è che certe espressioni, o addirittura interi e appassionati articoli
che in qualche modo le hanno legittimate, diventino materia di
discussione generale, occupino la mente dei giovani, e magari li
inducano a conclusioni passionali dettate dall'emozione del momento. Mi
preoccupo dei giovani perché tanto, ai vecchi, la testa non la si
cambia più.
Tutte le guerre di religione che hanno insanguinato il mondo per secoli
sono nate da adesioni passionali a contrapposizioni semplicistiche, come
Noi e gli Altri, buoni e cattivi, bianchi e neri. Se la cultura
occidentale si è dimostrata feconda (non solo dall'Illuminismo a oggi
ma anche prima, quando il francescano Ruggero Bacone invitava a imparare
le lingue perché abbiamo qualcosa da apprendere anche dagli infedeli)
è anche perché si è sforzata di "sciogliere", alla luce
dell'indagine e dello spirito critico, le semplificazioni dannose.
Naturalmente non lo ha fatto sempre, perché fanno parte della storia
della cultura occidentale anche Hitler, che bruciava i libri, condannava
l' arte "degenerata", uccideva gli appartenenti alle razze
"inferiori", o il fascismo che mi insegnava a scuola a
recitare "Dio stramaledica gli inglesi" perché erano "il
popolo dei cinque pasti" e dunque dei ghiottoni inferiori
all'italiano parco e spartano.
Ma sono gli aspetti migliori della nostra cultura quelli che dobbiamo
discutere coi giovani, e di ogni colore, se non vogliamo che crollino
nuove torri anche nei giorni che essi vivranno dopo di noi. Un elemento
di confusione è che spesso non si riesce a cogliere la differenza tra
l'identificazione con le proprie radici, il capire chi ha altre radici e
il giudicare ciò che è bene o male. Quanto a radici, se mi chiedessero
se preferirei passare gli anni della pensione in un paesino del
Monferrato, nella maestosa cornice del parco nazionale dell'Abruzzo o
nelle dolci colline del senese, sceglierei il Monferrato. Ma ciò non
comporta che giudichi altre regioni italiane inferiori al Piemonte.
Quindi se, con le sue parole (pronunciate per gli occidentali ma
cancellate per gli arabi), il presidente del Consiglio voleva dire che
preferisce vivere ad Arcore piuttosto che a Kabul, e farsi curare in un
ospedale milanese piuttosto che in uno di Bagdad, sarei pronto a
sottoscrivere la sua opinione (Arcore a parte). E questo anche se mi
dicessero che a Bagdad hanno istituito l'ospedale più attrezzato del
mondo: a Milano mi troverei più a casa mia, e questo influirebbe anche
sulle mie capacità di ripresa. Le radici possono essere anche più
ampie di quelle regionali o nazionali. Preferirei vivere a Limoges,
tanto per dire, che a Mosca. Ma come, Mosca non è una città
bellissima? Certamente, ma a Limoges capirei la lingua. Insomma,
ciascuno si identifica con la cultura in cui è cresciuto e i casi di
trapianto radicale, che pure ci sono, sono una minoranza. Lawrence
d'Arabia si vestiva addirittura come gli arabi, ma alla fine è tornato
a casa propria.
***
Passiamo ora al confronto di civiltà, perché è questo il punto.
L'Occidente, sia pure e spesso per ragioni di espansione economica, è
stato curioso delle altre civiltà. Molte volte le ha liquidate con
disprezzo: i greci chiamavano barbari, e cioè balbuzienti, coloro che
non parlavano la loro lingua e dunque era come se non parlassero
affatto. Ma dei greci più maturi come gli stoici (forse perché alcuni
di loro erano di origine fenicia) hanno ben presto avvertito che i
barbari usavano parole diverse da quelle greche, ma si riferivano agli
stessi pensieri. Marco Polo ha cercato di descrivere con grande rispetto
usi e costumi cinesi, i grandi maestri della teologia cristiana
medievale cercavano di farsi tradurre i testi dei filosofi, medici e
astrologi arabi, gli uomini del Rinascimento hanno persino esagerato nel
loro tentativo di ricuperare perdute saggezze orientali, dai Caldei agli
Egizi, Montesquieu ha cercato di capire come un persiano potesse vedere
i francesi, e antropologi moderni hanno condotto i loro primi studi sui
rapporti dei salesiani, che andavano sì presso i Bororo per
convertirli, se possibile, ma anche per capire quale fosse il loro modo
di pensare e di vivere forse memori del fatto che missionari di alcuni
secoli prima non erano riusciti a capire le civiltà amerindie e ne
avevano incoraggiato lo sterminio.
Ho nominato gli antropologi. Non dico cosa nuova se ricordo che, dalla
metà del XIX secolo in avanti, l'antropologia culturale si è
sviluppata come tentativo di sanare il rimorso dell'Occidente nei
confronti degli Altri, e specialmente di quegli Altri che erano definiti
selvaggi, società senza storia, popoli primitivi. L'Occidente coi
selvaggi non era stato tenero: li aveva "scoperti", aveva
tentato di evangelizzarli, li aveva sfruttati, molti ne aveva ridotto in
schiavitù, tra l'altro con l'aiuto degli arabi, perché le navi degli
schiavi venivano scaricate a New Orleans da raffinati gentiluomini di
origine francese, ma stivate sulle coste africane da trafficanti
musulmani. L'antropologia culturale (che poteva prosperare grazie
all'espansione coloniale) cercava di riparare ai peccati del
colonialismo mostrando che quelle culture "altre" erano
appunto delle culture, con le loro credenze, i loro riti, le loro
abitudini, ragionevolissime del contesto in cui si erano sviluppate, e
assolutamente organiche, vale a dire che si reggevano su una loro logica
interna. Il compito dell'antropologo culturale era di dimostrare che
esistevano delle logiche diverse da quelle occidentali, e che andavano
prese sul serio, non disprezzate e represse.
Questo non voleva dire che gli antropologi, una volta spiegata la logica
degli Altri, decidessero di vivere come loro; anzi, tranne pochi casi,
finito il loro pluriennale lavoro oltremare se ne tornavano a consumare
una serena vecchiaia nel Devonshire o in Piccardia. Però leggendo i
loro libri qualcuno potrebbe pensare che l'antropologia culturale
sostenga una posizione relativistica, e affermi che una cultura vale
l'altra. Non mi pare sia così. Al massimo l'antropologo ci diceva che,
sino a che gli Altri se ne stavano a casa propria, bisognava rispettare
il loro modo di vivere.
***
La vera lezione che si deve trarre dall'antropologia culturale è
piuttosto che, per dire se una cultura è superiore a un'altra, bisogna
fissare dei parametri. Un conto è dire che cosa sia una cultura e un
conto dire in base a quali parametri la giudichiamo. Una cultura può
essere descritta in modo passabilmente oggettivo: queste persone si
comportano così, credono negli spiriti o in un'unica divinità che
pervade di sé tutta la natura, si uniscono in clan parentali secondo
queste regole, ritengono che sia bello trafiggersi il naso con degli
anelli (potrebbe essere una descrizione della cultura giovanile in
Occidente), ritengono impura la carne di maiale, si circoncidono,
allevano i cani per metterli in pentola nei dì festivi o, come ancor
dicono gli americani dei francesi, mangiano le rane.
L'antropologo ovviamente sa che l'obiettività viene sempre messa in
crisi da tanti fattori. L'anno scorso sono stato nei paesi Dogon e ho
chiesto a un ragazzino se fosse musulmano. Lui mi ha risposto, in
francese, "no, sono animista". Ora, credetemi, un animista non
si definisce animista se non ha almeno preso un diploma alla Ecole des
Hautes Etudes di Parigi, e quindi quel bambino parlava della propria
cultura così come gliela avevano definita gli antropologi. Gli
antropologi africani mi raccontavano che quando arriva un antropologo
europeo i Dogon, ormai scafatissimi, gli raccontano quello che aveva
scritto tanti anni fa un antropologo, Griaule (al quale però, così
almeno asserivano gli amici africani colti, gli informatori indigeni
avevano raccontato cose abbastanza slegate tra loro che poi lui aveva
riunito in un sistema affascinante ma di dubbia autenticità). Tuttavia,
fatta la tara di tutti i malintesi possibili di una cultura
Altra si può avere una descrizione abbastanza "neutra". I
parametri di giudizio sono un'altra cosa, dipendono dalle nostre radici,
dalle nostre preferenze, dalle nostre abitudini, dalle nostre passioni,
da un nostro sistema di valori. Facciamo un esempio. Riteniamo noi che
il prolungare la vita media da quaranta a ottant'anni sia un valore? Io
personalmente lo credo, però molti mistici potrebbero dirmi che, tra un
crapulone che campa ottant'anni e san Luigi Gonzaga che ne campa
ventitré, è il secondo che ha avuto una vita più piena. Ma ammettiamo
che l'allungamento della vita sia un valore: se è così la medicina e
la scienza occidentale sono certamente superiori a molti altri saperi e
pratiche mediche.
Crediamo che lo sviluppo tecnologico, l'espansione dei commerci, la
rapidità dei trasporti siano un valore? Moltissimi la pensano così, e
hanno diritto di giudicare superiore la nostra civiltà tecnologica. Ma,
proprio all'interno del mondo occidentale, ci sono coloro che reputano
valore primario una vita in armonia con un ambiente incorrotto, e dunque
sono pronti a rinunciare ad aerei, automobili, frigoriferi, per
intrecciare canestri e muoversi a piedi di villaggio in villaggio, pur
di non avere il buco dell'ozono. E dunque vedete che, per definire una
cultura migliore dell'altra, non basta descriverla (come fa
l'antropologo) ma occorre il richiamo a un sistema di valori a cui
riteniamo di non potere rinunciare. Solo a questo punto possiamo dire
che la nostra cultura, per noi, è migliore.
***
In questi giorni si è assistito a varie difese di culture diverse in
base a parametri discutibili. Proprio l'altro giorno leggevo una lettera
a un grande quotidiano dove si chiedeva sarcasticamente come mai i premi
Nobel vanno solo agli occidentali e non agli orientali. A parte il fatto
che si trattava di un ignorante che non sapeva quanti premi Nobel per la
letteratura sono andati a persone di pelle nera e a grandi scrittori
islamici, a parte che il premio Nobel per la fisica del 1979 è andato a
un pakistano che si chiama Abdus Salam, affermare che riconoscimenti per
la scienza vanno naturalmente a chi lavora nell'ambito della scienza
occidentale è scoprire l'acqua calda, perché nessuno ha mai messo in
dubbio che la scienza e la tecnologia occidentali siano oggi
all'avanguardia. All'avanguardia di cosa? Della scienza e della
tecnologia. Quanto è assoluto il parametro dello sviluppo tecnologico?
Il Pakistan ha la bomba atomica e l'Italia no. Dunque noi siamo una
civiltà inferiore? Meglio vivere a Islamabad che ad Arcore?
I sostenitori del dialogo ci richiamano al rispetto del mondo islamico
ricordando che ha dato uomini come Avicenna (che tra l'altro è nato a
Buchara, non molto lontano dall'Afghanistan) e Averroè - ed è un
peccato che si citino sempre questi due, come fossero gli unici, e non
si parli di Al Kindi, Avenpace, Avicebron, Ibn Tufayl, o di quel grande
storico del XIV secolo che fu Ibn Khaldun, che l'Occidente considera
addirittura l'iniziatore delle scienze sociali. Ci ricordano che gli
arabi di Spagna coltivavano geografia, astronomia, matematica o medicina
quando nel mondo cristiano si era molto più indietro. Tutte cose
verissime, ma questi non sono argomenti, perché a ragionare così si
dovrebbe dire che Vinci, nobile comune toscano, è superiore a New York,
perché a Vinci nasceva Leonardo quando a Manhattan quattro indiani
stavano seduti per terra ad aspettare per più di centocinquant'anni che
arrivassero gli olandesi a comperargli l'intera penisola per
ventiquattro dollari. E invece no, senza offesa per nessuno, oggi il
centro del mondo è New York e non Vinci.
Le cose cambiano. Non serve ricordare che gli arabi di Spagna erano
assai tolleranti con cristiani ed ebrei mentre da noi si assalivano i
ghetti, o che il Saladino, quando ha riconquistato Gerusalemme, è stato
più misericordioso coi cristiani di quanto non fossero stati i
cristiani con i saraceni quando Gerusalemme l'avevano conquistata. Tutte
cose esatte, ma nel mondo islamico ci sono oggi regimi fondamentalisti e
teocratici che i cristiani non li tollerano e Bin Laden non è stato
misericordioso con New York. La Battriana è stato un incrocio di grandi
civiltà, ma oggi i talebani prendono a cannonate i Buddha. Di converso,
i francesi hanno fatto il massacro della Notte di San Bartolomeo, ma
questo non autorizza nessuno a dire che oggi siano dei barbari.
Non andiamo a scomodare la storia perché è un'arma a doppio taglio. I
turchi impalavano (ed è male) ma i bizantini ortodossi cavavano gli
occhi ai parenti pericolosi e i cattolici bruciavano Giordano Bruno; i
pirati saraceni ne facevano di cotte e di crude, ma i corsari di sua
maestà britannica, con tanto di patente, mettevano a fuoco le colonie
spagnole nei carabi; Bin Laden e Saddam Hussein sono nemici feroci della
civiltà occidentale, ma all'interno della civiltà occidentale abbiamo
avuto signori che si chiamavano Hitler o Stalin (Stalin era così
cattivo che è sempre stato definito come orientale, anche se aveva
studiato in seminario e letto Marx).
No, il problema dei parametri non si pone in chiave storica, bensì in
chiave contemporanea. Ora, una delle cose lodevoli delle culture
occidentali (libere e pluralistiche, e questi sono i valori che noi
riteniamo irrinunciabili) è che si sono accorte da gran tempo che la
stessa persona può essere portata a manovrare parametri diversi, e
mutuamente contraddittori, su questioni differenti. Per esempio si
reputa un bene l'allungamento della vita e un male l'inquinamento
atmosferico, ma avvertiamo benissimo che forse, per avere i grandi
laboratori in cui si studia l'allungamento della vita, occorre avere un
sistema di comunicazioni e rifornimento energetico che poi, dal canto
proprio, produce l'inquinamento. La cultura occidentale ha elaborato la
capacità di mettere liberamente a nudo le sue proprie contraddizioni.
Magari non le risolve, ma sa che ci sono, e lo dice. In fin dei conti
tutto il dibattito su globale-sì e globale-no sta qui, tranne che per
le tute nere spaccatutto: come è sopportabile una quota di
globalizzazione positiva evitando i rischi e le ingiustizie della
globalizzazione perversa, come si può allungare la vita anche ai
milioni di africani che muoiono di Aids (e nel contempo allungare anche
la nostra) senza accettare una economia planetaria che fa morire di fame
gli ammalati di Aids e fa ingoiare cibi inquinati a noi?
Ma proprio questa critica dei parametri, che l'Occidente persegue e
incoraggia, ci fa capire come la questione dei parametri sia delicata.
E' giusto e civile proteggere il segreto bancario? Moltissimi ritengono
di sì. Ma se questa segretezza permette ai terroristi di tenere i loro
soldi nella City di Londra? Allora, la difesa della cosiddetta privacy
è un valore positivo o dubbio? Noi mettiamo continuamente in
discussione i nostri parametri. Il mondo occidentale lo fa a tal punto
che consente ai propri cittadini di rifiutare come positivo il parametro
dello sviluppo tecnologico e di diventare buddisti o di andare a vivere
in comunità dove non si usano i pneumatici, neppure per i carretti a
cavalli. La scuola deve insegnare ad analizzare e discutere i parametri
su cui si reggono le nostre affermazioni passionali.
***
Il problema che l'antropologia culturale non ha risolto è cosa si fa
quando il membro di una cultura, i cui principi abbiamo magari imparato
a rispettare, viene a vivere in casa nostra. In realtà la maggior parte
delle reazioni razziste in Occidente non è dovuta al fatto che degli
animisti vivano nel Mali (basta che se ne stiano a casa propria, dice
infatti la Lega), ma che gli animisti vengano a vivere da noi. E passi
per gli animisti, o per chi vuole pregare in direzione della Mecca, ma
se vogliono portare il chador, se vogliono infibulare le loro ragazze,
se (come accade per certe sette occidentali) rifiutano le trasfusioni di
sangue ai loro bambini ammalati, se l'ultimo mangiatore d'uomini della
Nuova Guinea (ammesso che ci sia ancora) vuole emigrare da noi e farsi
arrosto un giovanotto almeno ogni domenica?
Sul mangiatore d'uomini siamo tutti d'accordo, lo si mette in galera (ma
specialmente perché non sono un miliardo), sulle ragazze che vanno a
scuola col chador non vedo perché fare tragedie se a loro piace così,
sulla infibulazione il dibattito è invece aperto (c'è persino chi è
stato così tollerante da suggerire di farle gestire dalle unità
sanitarie locali, così l'igiene è salva), ma cosa facciamo per esempio
con la richiesta che le donne musulmane possano essere fotografate sul
passaporto col velo? Abbiamo delle leggi, uguali per tutti, che
stabiliscono dei criteri di identificazione dei cittadini, e non credo
si possa deflettervi. Io quando ho visitato una moschea mi sono tolto le
scarpe, perché rispettavo le leggi e le usanze del paese ospite. Come
la mettiamo con la foto velata?
Credo che in questi casi si possa negoziare. In fondo le foto dei
passaporti sono sempre infedeli e servono a quel che servono, si studino
delle tessere magnetiche che reagiscono all'impronta del pollice, chi
vuole questo trattamento privilegiato ne paghi l'eventuale sovrapprezzo.
E se poi queste donne frequenteranno le nostre scuole potrebbero anche
venire a conoscenza di diritti che non credevano di avere, così come
molti occidentali sono andati alle scuole coraniche e hanno deciso
liberamente di farsi musulmani. Riflettere sui nostri parametri
significa anche decidere che siamo pronti a tollerare tutto, ma che
certe cose sono per noi intollerabili.
***
L'Occidente ha dedicato fondi ed energie a studiare usi e costumi degli
Altri, ma nessuno ha mai veramente consentito agli Altri di studiare usi
e costumi dell'Occidente, se non nelle scuole tenute oltremare dai
bianchi, o consentendo agli Altri più ricchi di andare a studiare a
Oxford o a Parigi - e poi si vede cosa succede, studiano in Occidente e
poi tornano a casa a organizzare movimenti fondamentalisti, perché si
sentono legati ai loro compatrioti che quegli studi non li possono fare
(la storia è peraltro vecchia, e per l'indipendenza dell'India si sono
battuti intellettuali che avevano studiato con gli inglesi).
Antichi viaggiatori arabi e cinesi avevano studiato qualcosa dei paesi
dove tramonta il sole, ma sono cose di cui sappiamo abbastanza poco.
Quanti antropologi africani o cinesi sono venuti a studiare l'Occidente
per raccontarlo non solo ai propri concittadini, ma anche a noi, dico
raccontare a noi come loro ci vedono? Esiste da alcuni anni una
organizzazione internazionale chiamata Transcultura che si batte per una
"antropologia alternativa". Ha condotto studiosi africani che
non erano mai stati in Occidente a descrivere la provincia francese e la
società bolognese, e vi assicuro che quando noi europei abbiamo letto
che due delle osservazioni più stupite riguardavano il fatto che gli
europei portano a passeggio i loro cani e che in riva al mare si mettono
nudi - beh, dico, lo sguardo reciproco ha incominciato a funzionare da
ambo le parti, e ne sono nate discussioni interessanti.
In questo momento, in vista di un convegno finale che si svolgerà a
Bruxelles a novembre, tre cinesi, un filosofo, un antropologo e un
artista, stanno terminando il loro viaggio di Marco Polo alla rovescia,
salvo che anziché limitarsi a scrivere il loro Milione registrano e
filmano. Alla fine non so cosa le loro osservazioni potranno spiegare ai
cinesi, ma so che cosa potranno spiegare anche a noi. Immaginate che
fondamentalisti musulmani vengano invitati a condurre studi sul
fondamentalismo cristiano (questa volta non c'entrano i cattolici, sono
protestanti americani, più fanatici di un ayatollah, che cercano di
espungere dalle scuole ogni riferimento a Darwin). Bene, io credo che lo
studio antropologico del fondamentalismo altrui possa servire a capire
meglio la natura del proprio. Vengano a studiare il nostro concetto di
guerra santa (potrei consigliare loro molti scritti interessanti, anche
recenti) e forse vedrebbero con occhio più critico l'idea di guerra
santa in casa loro. In fondo noi occidentali abbiamo riflettuto sui
limiti del nostro modo di pensare proprio descrivendo la pensée
sauvage.
***
Uno dei valori di cui la civiltà occidentale parla molto è
l'accettazione delle differenze. Teoricamente siamo tutti d'accordo, è
politically correct dire in pubblico di qualcuno che è gay, ma poi a
casa si dice ridacchiando che è un frocio. Come si fa a insegnare
l'accettazione della differenza? L'Academie Universelle des Cultures ha
messo in linea un sito dove si stanno elaborando materiali su temi
diversi (colore, religione, usi e costumi e così via) per gli educatori
di qualsiasi paese che vogliano insegnare ai loro scolari come si
accettano coloro che sono diversi da loro. Anzitutto si è deciso di non
dire bugie ai bambini, affermando che tutti siamo uguali. I bambini si
accorgono benissimo che alcuni vicini di casa o compagni di scuola non
sono uguali a loro, hanno una pelle di colore diverso, gli occhi
tagliati a mandorla, i capelli più ricci o più lisci, mangiano cose
strane, non fanno la prima comunione. Né basta dirgli che sono tutti
figli di Dio, perché anche gli animali sono figli di Dio, eppure i
ragazzi non hanno mai visto una capra in cattedra a insegnargli
l'ortografia. Dunque bisogna dire ai bambini che gli esseri umani sono
molto diversi tra loro, e spiegare bene in che cosa sono diversi, per
poi mostrare che queste diversità possono essere una fonte di
ricchezza.
Il maestro di una città italiana dovrebbe aiutare i suoi bambini
italiani a capire perché altri ragazzi pregano una divinità diversa, o
suonano una musica che non sembra il rock. Naturalmente lo stesso deve
fare un educatore cinese con bambini cinesi che vivono accanto a una
comunità cristiana. Il passo successivo sarà mostrare che c'è
qualcosa in comune tra la nostra e la loro musica, e che anche il loro
Dio raccomanda alcune cose buone. Obiezione possibile: noi lo faremo a
Firenze, ma poi lo faranno anche a Kabul? Bene, questa obiezione è
quanto di più lontano possa esserci dai valori della civiltà
occidentale. Noi siamo una civiltà pluralistica perché consentiamo che
a casa nostra vengano erette delle moschee, e non possiamo rinunciarvi
solo perché a Kabul mettono in prigione i propagandisti cristiani. Se
lo facessimo diventeremmo talebani anche noi.
Il parametro della tolleranza della diversità è certamente uno dei
più forti e dei meno discutibili, e noi giudichiamo matura la nostra
cultura perché sa tollerare la diversità, e barbari quegli stessi
appartenenti alla nostra cultura che non la tollerano. Punto e basta.
Altrimenti sarebbe come se decidessimo che, se in una certa area del
globo ci sono ancora cannibali, noi andiamo a mangiarli così imparano.
Noi speriamo che, visto che permettiamo le moschee a casa nostra, un
giorno ci siano chiese cristiane o non si bombardino i Buddha a casa
loro. Questo se crediamo nella bontà dei nostri parametri.
***
Molta è la confusione sotto il cielo. Di questi tempi avvengono cose
molto curiose. Pare che difesa dei valori dell'Occidente sia diventata
una bandiera della destra, mentre la sinistra è come al solito filo
islamica. Ora, a parte il fatto che c'è una destra e c'è un
cattolicesimo integrista decisamente terzomondista, filoarabo e via
dicendo, non si tiene conto di un fenomeno storico che sta sotto gli
occhi di tutti. La difesa dei valori della scienza, dello sviluppo
tecnologico e della cultura occidentale moderna in genere è stata
sempre una caratteristica delle ali laiche e progressiste. Non solo, ma
a una ideologia del progresso tecnologico e scientifico si sono
richiamati tutti i regimi comunisti. Il Manifesto del 1848 si apre con
un elogio spassionato dell'espansione borghese; Marx non dice che
bisogna invertire la rotta e passare al modo di produzione asiatico,
dice solo che questi di questi valori e di questi successi si debbono
impadronire i proletari.
Di converso è sempre stato il pensiero reazionario (nel senso più
nobile del termine), almeno a cominciare col rifiuto della rivoluzione
francese, che si è opposto all'ideologia laica del progresso affermando
che si deve tornare ai valori della Tradizione. Solo alcuni gruppi
neonazisti si rifanno a una idea mitica dell'Occidente e sarebbero
pronti a sgozzare tutti i musulmani a Stonehenge. I più seri tra i
pensatori della Tradizione (tra cui anche molti che votano Alleanza
Nazionale) si sono sempre rivolti, oltre che a riti e miti dei popoli
primitivi, o alla lezione buddista, proprio all'Islam, come fonte ancora
attuale di spiritualità alternativa. Sono sempre stati lì a ricordarci
che noi non siamo superiori, bensì inariditi dall'ideologia del
progresso, e che la verità dobbiamo andarla a cercare tra i mistici
Sufi o tra i dervisci danzanti. E queste cose non le dico io, le hanno
sempre dette loro. Basta andare in una libreria e cercare negli scaffali
giusti.
In questo senso a destra si sta aprendo ora una curiosa spaccatura. Ma
forse è solo segno che nei momenti di grande smarrimento (e certamente
viviamo uno di questi) nessuno sa più da che parte sta. Però è
proprio nei momenti di smarrimento che bisogna sapere usare l'arma
dell'analisi e della critica, delle nostre superstizioni come di quelle
altrui. Spero che di queste cose si discuta nelle scuole, e non solo
nelle conferenze stampa.

Les États-Unis entre
hyperpuissance et hyperhégémonie
Le
nouveau visage du monde
PAR
IGNACIO RAMONET.
Le Monde Diplomatique Décembre 2001
Presque trois mois après les événements
du 11 septembre, il est temps de faire un premier bilan de tout ce qui
change désormais dans la géopolitique planétaire et qui va affecter
nos vies. Succédant au cycle entamé le 9 novembre 1989, lors de la
chute du mur de Berlin, une nouvelle période historique vient
indiscutablement de démarrer.
Tout
commence donc ce fatidique mardi 11 septembre par la découverte d'une
arme nouvelle : un avion de ligne, bourré de kérosène et transformé
en missile de destruction. Inconnue jusqu'alors, cette monstrueuse bombe
incendiaire percute par surprise l'Amérique à plusieurs reprises, au
même moment. Le choc est d'une telle violence que le monde va en être
effectivement ébranlé.
Ce
qui se modifie d'emblée, c'est la perception même du terrorisme. On
parle immédiatement d'" hyperterrorisme (1) " pour signifier
qu'il ne sera plus comme avant. Un seuil, impensable, inconcevable, a
été franchi. L'agression est d'une telle démesure qu'elle ne
ressemble à rien de connu. Au point qu'on ne sait pas comment la nommer.
Attentat ? Attaque ? Acte de guerre ? Les limites de la violence
extrême semblent repoussées. Et on ne pourra plus revenir en arrière.
Chacun sait que les crimes du 11 septembre, inauguraux, se reproduiront
(2). Ailleurs peut-être, et dans des circonstances différentes sans
doute, mais ils se répéteront. L'histoire des conflits enseigne que,
lorsqu'une arme nouvelle apparaît, aussi monstrueux qu'en soient les
effets, elle est toujours réemployée. Cela a été vrai pour l'usage
des gaz de combat après 1918, ou pour la destruction des villes par
bombardements aériens après Guernica en 1937. C'est d'ailleurs cette
crainte qui entretient, cinquante-six ans après Hiroshima, la terreur
nucléaire...
L'agression
du 11 septembre révèle à la fois, chez ses auteurs, une cruauté
fantastique et un très haut degré de sophistication. Ils ont voulu
frapper fort, frapper au coeur et frapper les esprits. Et ont recherché
à produire au moins trois types d'effets : des dégâts matériels, un
impact symbolique et un grand choc médiatique.
Les
résultats sont bien connus : anéantissement de 4 000 vies humaines
environ, des deux tours du World Trade Center, d'une aile du Pentagone
et, probablement, si le quatrième avion ne s'était pas écrasé en
Pennsylvanie, de la Maison Blanche. Mais ces destructions ne
constituaient pas, de toute évidence, l'objectif principal. Car alors
les avions auraient visé, par exemple, des centrales nucléaires ou des
barrages et auraient provoqué des dévastations apocalyptiques et des
dizaines de milliers de morts (3)...
Le
deuxième objectif visait à frapper les imaginations en avilissant, en
offensant et en dégradant les signes principaux de la grandeur des
Etats-Unis, les symboles de son hégémonie impériale en matière
économique (le World Trade Center), militaire (le Pentagone) et
politique (la Maison Blanche).
Moins
remarqué que les deux précédents, le troisième objectif était d'ordre
médiatique. Par une sorte de coup d'Etat télévisuel, M. Oussama Ben
Laden, cerveau présumé de l'agression, a cherché à occuper les
écrans, à y imposer ses images, les scènes de son oeuvre de
destruction. Il a pris ainsi le contrôle, au grand dam de l'administration
américaine (4), de tous les écrans de télévision des Etats-Unis (et,
au-delà, du monde entier). Il a pu de la sorte dévoiler, démontrer
l'insolite vulnérabilité américaine, exhiber au sein des foyers sa
propre puissance maléfique, et mettre lui-même en scène la
chorégraphie de son crime.
Une
manière de narcissisme que complète l'autre image dominante du début
de cette crise : celle de M. Ben Laden lui-même. Sur fond de caverne
afghane, l'autoportrait d'un homme au regard étrangement doux... Du
jour au lendemain, cette image a fait d'un homme largement inconnu à la
veille du 11 septembre, la personne la plus célèbre du monde.
Depuis
qu'un dispositif technique global permet de diffuser des images en
direct sur l'ensemble de la planète, on savait que tout était prêt
pour l'apparition d'un " messianisme médiatique ". L'affaire
Diana, en particulier, nous avait appris que les médias, beaucoup plus
nombreux qu'auparavant, sont en fait plus unifiés et plus uniformisés
que jamais. Et que tout cela allait être un jour mis à profit par une
sorte de prophète électronique (5).
M.
Ben Laden est le premier. Par le biais de son agression du 11 septembre,
il a eu accès à tous les écrans du monde, et a pu délivrer son
message planétaire. Génie du mal ou moderne Dr Mabuse pour les uns, M.
Ben Laden a pu apparaître aux yeux de millions de personnes à travers,
notamment, le monde arabo-musulman, comme un héros. Plus même qu'un
héros, comme un messie, " celui qui, désigné et envoyé par Dieu,
vient délivrer l'humanité du mal "...
Et
qui, dans ce but et aussi paradoxal que cela puisse paraître, n'hésite
pas à inventer un terrorisme de type nouveau (6). Chacun comprend qu'on
a désormais affaire à un terrorisme global. Global dans son
organisation, mais aussi dans sa portée et ses objectifs. Et qui ne
revendique rien de très précis. Ni l'indépendance d'un territoire, ni
des concessions politiques concrètes, ni l'instauration d'un type
particulier de régime. Même l'agression du 11 septembre n'a toujours
pas été officiellement revendiquée. Cette nouvelle forme de terreur
se manifeste comme une sorte de châtiment ou de punition contre un
" comportement général ", sans plus de précision, des
Etats-Unis et plus largement des pays occidentaux.
Aussi
bien le président George W. Bush, parlant - avant de se rétracter - de
" croisade ", que M. Ben Laden ont décrit cet affrontement en
termes de choc de civilisations, voire de guerre de religion : " Le
monde s'est scindé en deux camps, a affirmé M. Ben Laden, un sous la
bannière de la croix, comme l'a dit le chef des mécréants Bush, et l'autre
sous la bannière de l'islam (7). "
Attaqués
pour la première fois chez eux (8), dans le sanctuaire de leur propre
métropole et d'une manière particulièrement meurtrière, les
Etats-Unis ont décidé de réagir en bouleversant la donne de la
politique internationale. Craignant de leur part une riposte
précipitée et impulsive, dans un premier temps, le monde a retenu son
souffle. Cependant, sous l'influence du secrétaire d'Etat, M. Colin
Powell, qui s'est révélé la personnalité la plus lucide de l'administration
américaine (9), les Etats-Unis sont parvenus à garder leur sang-froid.
Et ont su mettre à profit l'émotion internationale et la solidarité
exprimée par presque toutes les chancelleries (à l'exception notable
de l'Irak) pour renforcer leur hégémonie planétaire.
On
savait déjà, depuis décembre 1991 et la disparition de l'Union
soviétique, que les Etats-Unis étaient la seule hyperpuissance. Mais,
ici ou là, quelques récalcitrants - Russie, Chine, la France à sa
manière, etc. - hésitaient à l'admettre. Les événements du 11
septembre ont balayé les doutes : Moscou, Pékin, Paris et bien d'autres
ont explicitement reconnu la suprématie américaine. De nombreux
dirigeants - dont, le premier de tous, le président français, Jacques
Chirac - se sont précipités à Washington, officiellement pour
exprimer leurs condoléances, en réalité pour faire allégeance
inconditionnelle... Chacun a compris que le moment n'était pas aux
finasseries. " Qui n'est pas avec nous est avec les terroristes
", avait mis en garde M. Bush, ajoutant qu'il se souviendrait de
tous ceux qui, en ce moment particulier, seraient restés passifs...
Une
fois cette allégeance universelle constatée - y compris celle de l'Organisation
des Nations unies (ONU) et celle de l'Organisation du traité de l'Atlantique
nord (OTAN) -, Washington s'est comporté de manière souveraine, c'est-à-dire
sans tenir le moindre compte des recommandations ou des souhaits des
pays ralliés. La coalition constituée obéit à une géométrie
variable. Washington choisissant toujours le partenaire, lui fixant
unilatéralement la mission à conduire, et ne lui laissant aucune marge
de manoeuvre. " La participation de l'Europe à cette guerre,
constate un analyste américain, se fait sur des bases unilatérales qui
supposent la claire acceptation d'une seule autorité : le commandement
américain (10). "
Et
pas seulement dans le domaine militaire. Dans celui du renseignement, la
" guerre invisible ", plus de cinquante pays ont également
placé leurs services aux ordres de la Central Intelligence Agency (CIA)
et du Federal Bureau of Investigations (FBI). A travers le monde, plus
de 360 suspects ont ainsi été arrêtés, accusés d'avoir des liens
avec le réseau Al-Qaida et M. Ben Laden (11).
La
suprématie des Etats-Unis était grande, elle est désormais écrasante.
Les autres puissances occidentales (France, Allemagne, Japon, Italie et
même Royaume-Uni), à côté, font figure de lilliputiens. La preuve la
plus éclatante de l'impressionnant pouvoir d'intimidation qu'exercent
les Etats-Unis a été faite dès le lendemain du 11 septembre.
En
faisant assassiner, le 9 septembre, le commandant Massoud, chef
militaire de l'Alliance du Nord en Afghanistan, M. Ben Laden avait cru
éliminer un atout décisif dont aurait pu se servir Washington après
les attentats. Les Etats-Unis, pensait-il, ne pourraient plus s'appuyer
sur l'Alliance du Nord. S'ils persistaient à le faire pour renverser le
régime des talibans, son protecteur, ils trouveraient sur leur chemin
le Pakistan, une puissance militaire redoutable, peuplée de 150
millions d'habitants et en possession de l'arme nucléaire. Islamabad n'accepterait
jamais, pensait M. Ben Laden, le démantèlement du régime des talibans,
par le biais desquels le Pakistan avait réalisé une ambition
ancestrale : contrôler enfin l'Afghanistan et le réduire, de fait, au
rang de protectorat.
Plus
au nord, la Russie, en froid avec Washington en raison du grave
désaccord sur le projet, cher au président Bush, de bouclier
antimissile, ne collaborerait pas non plus avec les Américains et ne
leur offrirait aucune facilité auprès de ses alliés d'Asie centrale,
Ouzbékistan et Tadjikistan. Selon ce raisonnement, frappé au coin du
bon sens, les Etats-Unis, après le 11 septembre, devraient se résigner
à bombarder de très loin, à l'aide de missiles de croisière. Une
riposte peut-être spectaculaire mais sans réelles conséquences...
Comme
la suite des événements l'a montré, M. Ben Laden avait tout faux. En
moins de vingt-quatre heures, fermement mis devant le choix d'aider les
Etats-Unis ou d'assumer des risques considérables dans les domaines
stratégiques prioritaires que sont le Cachemire, la rivalité avec l'Inde
et la détention de l'arme nucléaire, le haut commandement pakistanais
n'a pas hésité. Il a, comme on sait, sacrifié l'Afghanistan...
Quant
à la Russie, elle n'a pas non plus douté une seconde. C'est M.
Vladimir Poutine qui, le premier, a contacté M. Bush le 11 septembre
pour lui exprimer sa solidarité. Celle-ci est allé si loin en Asie
centrale que la hiérarchie de l'armée s'en est émue. Il est même
question désormais que la Russie rejoigne l'OTAN (12)...
Cette
nouvelle attitude de Moscou signifie, en clair, qu'il n'y a plus, à l'échelle
planétaire, aucune coalition militaire susceptible de se constituer qui
soit en mesure de faire contrepoids aux Etats-Unis. La domination
militaire de ceux-ci est désormais absolue. A cet égard, la "
punition " qu'ils infligent, depuis le 7 octobre, à l'Afghanistan
en le bombardant jour et nuit représente un terrifiant avertissement à
tous les pays du monde. Celui qui est contre les Etats-Unis se
retrouvera seul face à eux, sans le moindre allié, et s'exposera à
être bombardé jusqu'à être ramené à l'âge de pierre... La liste
des prochaines " cibles " éventuelles est publiquement
annoncée dans les colonnes des journaux américains : Irak, Iran, Syrie,
Yémen, Soudan, Corée du Nord...
Un
dispositif global de sécurité
Une
autre leçon de l'après-11 septembre, c'est que la mondialisation
continue et s'affirme comme la principale caractéristique du monde
contemporain. Mais la crise actuelle a révélé sa vulnérabilité.
C'est pourquoi les Etats-Unis soutiennent qu'il est urgent de mettre en
place ce qu'on pourrait appeler l'appareil de sécurité de la
mondialisation. Avec le ralliement de la Russie, l'entrée de la Chine
dans l'Organisation mondiale du commerce (OMC) et le prétexte de la
lutte mondiale contre le terrorisme, qui permet partout de réduire les
libertés et le périmètre de la démocratie (13), les conditions
paraissent désormais réunies pour que ce dispositif global de
sécurité soit rapidement en place et confié sans doute à la nouvelle
OTAN (14).
Mais
des voix aussi se font entendre qui rendent la mondialisation libérale
en partie responsable des événements du 11 septembre. D'une part,
parce qu'elle a aggravé les injustices, les inégalités et la
pauvreté à l'échelle planétaire (15). Et renforcé ainsi le
désespoir et la rancoeur de millions de personnes désormais prêtes à
se révolter ou, dans le monde arabo-musulman, à se rallier aux groupes
islamistes radicaux - dont Al-Qaida - qui font appel à la violence
extrême.
En
affaiblissant les Etats, en dévaluant la politique et en démantelant
les réglementations, la mondialisation a favorisé l'essor d'organisations
aux structures molles, non hiérarchiques, non verticales, réticulaires.
Aussi bien les firmes globales que les ONG, par exemple, ont profité de
cette nouvelle donne et se sont multipliées. Mais des organisations
parasites ont également proliféré dans les mêmes conditions,
profitant de manière chaotique des espaces ainsi dégagés : mafias,
réseaux délinquants, criminalités de toutes sortes, sectes et groupes
terroristes (16).
Al-Qaida,
à cet égard, est une organisation parfaitement adaptée à l'âge de
la mondialisation avec ses ramifications multinationales, ses réseaux
financiers, ses connexions médiatiques et communicationnelles, ses
filières d'approvisionnement, ses pôles humanitaires, ses relais de
propagande, ses filiales et sous-filiales...
Le
monde a connu, au cours de l'histoire, des villes-Etat (Athènes, Venise),
des régions-Etat (à l'époque féodale) et des nations-Etat (au cours
des XIXe et XXe siècles), mais, avec la mondialisation, on voit
maintenant apparaître le réseau-Etat, voire même l'individu-Etat dont
M. Ben Laden est le premier exemple évident. Même si, pour l'instant,
ce dernier a encore besoin - comme un bernard-l'hermite a besoin d'une
coquille vide - d'un Etat vide (la Somalie hier, l'Afghanistan aujourd'hui)
pour l'investir et le mettre tout entier au service de ses ambitions.
La
mondialisation favorise cela, comme elle encouragera demain l'apparition
d'entreprises-Etat qui, à la manière de M. Ben Laden, investiront un
Etat creux, vide, déstructuré, en proie au désordre endémique, pour
l'utiliser à leur guise. A cet égard aussi, M. Ben Laden aura été en
quelque sorte un terrifiant précurseur.
1)
Cf. François Heisbourg, Hyperterrorisme : la nouvelle guerre, Odile
Jacob, Paris, 2001. Lire aussi, Pascal Boniface, Les Guerres de demain,
Seuil, Paris, 2001.
(2)
Comment ne pas se demander, après le 11 septembre, s'il est raisonnable
de poursuivre la construction du futur super Airbus géant, aberration
écologique, dont on sait qu'il constituera, dans les mains d'un pilote
fou, une arme démentielle ?
(3)
On a d'ailleurs appris, à cette occasion, que ni les centrales
nucléaires ni les barrages ne sont construits à l'épreuve d'avions-bombes...
(4)
Washington a vite compris l'importance du défi et a tenté de riposter
- à notre avis maladroitement - en interdisant de montrer les corps des
victimes, afin de ne pas fournir aux auteurs de l'agression le plaisir
de contempler l'aspect le plus tragique de la vulnérabilité
américaine.
(5)
Lire La Tyrannie de la communication, et en particulier le chapitre
" Messianisme médiatique ", col. " Folio Actuel ",
n° 92, Gallimard-Galilée, Paris, 2001. (6) Lire Jean Baudrillard,
" L'esprit du terrorisme ", Le Monde, 3 novembre 2001.
(6)
Lire Jean Baudrillard, " L'esprit du terrorisme ", Le Monde, 3
novembre 2001.
(7)
Le Monde, 3 novembre 2001.
(8)
Pearl Harbor, le 7 décembre 1941, se situait à Hawaï, dans ce qui
était encore une colonie des Etats-Unis.
(9)
Lire Paul-Marie de La Gorce, " Controverses à Washington ",
Le Monde diplomatique, novembre 2001.
(10)
International Herald Tribune, Paris, 21 novembre 2001.
(11)
International Herald Tribune, 24 novembre 2001.
(12)
Ibidem.
(13)
" L'Etat de droit s'est arrêté un moment après le 11 septembre
aux Etats-Unis et en Europe ", a déclaré M. Freimut Duve, in Le
Monde, 7 novembre 2001 ; lire aussi, Patti Waldmeir et Brian Groom,
" In liberty's name ", Financial Times, Londres, 21 novembre
2001.
(14)
International Herald Tribune, 21 novembre 2001.
(15)
Lire, entre autres, l'entretien avec M. Kofi Annan, Le Figaro, 5
novembre 2001 ; lire aussi : Financial Times, Londres, 21 novembre 2001
; El Pais, Madrid, 19 novembre 2001 ; et l'entretien avec Joseph E.
Stiglitz, nouveau Prix Nobel d'économie, Le Monde, 6 novembre 2001.
(16)
Lire Géopolitique du chaos, col. " Folio Actuel ", n° 67,
Gallimard - Galilée, Paris, 2000.

La
democrazia fa male?
La
globalizzazione e i mass media, i governi e la volontà popolare.
Le sfide che ci aspettano nel Ventunesimo secolo e gli strumenti per
affrontarle.
Un intervento dello storico britannico Eric Hobsbawm
(NEW
STATESMAN, GRAN BRETAGNA)
"Internazionale",
20 marzo 2001
Ci sono parole come "razzismo" e "imperialismo" a
cui nessuno vuole essere associato pubblicamente. Ce ne sono altre come
"madre" e l'ambiente" per le quali tutti sono ansiosi di
dimostrare il loro entusiasmo. "Democrazia" è una di queste.
Nei giorni del socialismo reale perfino i regimi meno credibili, come la
Corea del Nord, la Cambogia di Pol Pot e lo Yemen, la esibivano nelle
loro denominazioni ufficiali. Oggi, a parte alcune teocrazie islamiche,
le monarchie ereditarie e gli sceiccati del Medio Oriente, è
impossibile trovare un regime che non renda omaggio all'idea di
assemblee o presidenti democraticamente eletti. Indipendentemente dalla
storia e dalla cultura, le caratteristiche costituzionali comuni a
Svezia, Papua Nuova Guinea e Sierra Leone (quando vi si può trovare un
presidente eletto) collocano ufficialmente questi paesi in una
categoria, mentre Pakistan e Cuba si trovano in un'altra. Ecco perché
una disamina pubblica della democrazia è tanto necessaria quanto
straordinariamente difficile. Non c'è un nesso logico o necessario tra
le varie componenti dell'insieme che costituisce la cosiddetta
"democrazia liberale". Gli Stati non democratici possono
basarsi sul principio del Rechtstaat o Stato di diritto, come
indubbiamente fecero la Prussia e la Germania imperiali. Dai tempi di
Tocqueville e di John Stuart Mill sappiamo che la libertà e il rispetto
delle minoranze sono spesso più minacciati che protetti dalla
democrazia. Sappiamo anche, da Napoleone III, che i regimi che vanno al
potere con un colpo di Stato possono continuare a godere di un consenso
maggioritario attraverso successivi ricorsi al suffragio universale
(maschile). E né la Corea del Sud né il Cile negli anni Settanta e
Ottanta suggeriscono che esista un legame automatico tra capitalismo e
democrazia. Comunque, l'argomentazione a favore delle libere elezioní
non sostiene che esse garantiscano i diritti, bensì che, almeno in
teoria, consentano al popolo di sbarazzarsi dei governi impopolari. E
qui vanno fatte tre osservazioni critiche. Innanzitutto, come ogni altra
forma di regime politico, la democrazia liberale richiede un'unità
politica entro la quale possa essere esercitata: normalmente si tratta
dello "Stato-nazione". Laddove una tale unità non esiste, la
democrazia liberale non è applicabile. La seconda osservazione riguarda
l'affermazione secondo cui il governo liberaldemocratico è sempre
superiore o almeno preferibile al governo non democratico. A parità di
condizioni non c'è dubbio che questo sia vero, ma a volte le condizioni
non sono pari. L'Ucraina ha raggiunto una forma di governo più o meno
democratica, ma al prezzo di perdere due terzi del modesto prodotto
interno lordo che faceva registrare ai tempi dell'unione Sovietica. La
Colombia è stata governata da un regime militare o da caudillos
populisti solo per brevi periodi; per il resto ha avuto un governo
costituzionale, rappresentativo e democratico, con due partiti rivali i
liberali e i conservatori in competizione tra di loro, come da manuale.
Tuttavia le persone uccise, mutilate e cacciate dalle loro case negli
ultimi cinquant'anni si contano a milioni e sono molte di più di quelle
registrate in uno qualsiasi dei paesi latinoamericani vittime di
dittature militari. La terza osservazione è stata espressa da Winston
Churchill "La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto
tutte le altre che sono già state provate". Le argomentazioni a
favore della democrazia sono essenzialmente negative. Anche come
alternativa ad altri sistemi, la democrazia può essere difesa solo a
malincuore. Per gran parte del Ventesimo secolo ciò non ha avuto molta
importanza, dato che i sistemi politici che hanno provato a sfidarla
erano palesemente terribili. Finché la democrazia rappresentativa
liberale ha dovuto fronteggiare queste sfide, i suoi difetti strutturali
come sistema di governo sono stati evidenti solo ai pensatori più acuti
e agli autori satirici. In realtà perfino i politici ne discutevano
ampiamente e apertamente, finché non è diventato imprudente dire in
pubblico quel che si pensava veramente della massa di elettori da cui
dipendeva la propria elezione.
La
propaganda di massa Oggi, tuttavia, "il popolo" è il
fondamento e il punto di riferimento comune di tutti i governi statali,
salvo quelli teocratici. Questo non è solo inevitabile, ma è anche
giusto: se il governo ha una qualche funzione, è proprio quella di
parlare a nome di tutti i cittadini e di prendersi cura del loro
benessere. Nell'era dell'uomo della strada, ogni governo è
"governo del popolo e per il popolo", anche se a nessun
livello pratico può essere "governo gestito dal popolo".
Questo è stato il terreno comune di liberaldemocratici, comunisti,
fascisti e nazionalisti, anche se le loro idee divergevano su come
formulare, esprimere e influenzare 1a volontà popolare". La
propaganda di massa è stata una componente essenziale perfino dei
regimi pronti a esercitare un potere coercitivo illimitato. Nemmeno le
dittature possono sopravvivere a lungo se viene meno la disponibilità
dei cittadini ad accettare il regime. Ecco perché, quando è arrivato
il momento, i regimi "totalitari dell'Europa orientale, seppure con
un apparato statale fedele e una macchina repressiva efficiente, sono
crollati in modo rapido e indolore. I governi dei moderni Stati
territoriali o Stati-nazione si fondano su tre punti cardine: il primo
è che hanno più potere delle altre strutture che operano sul loro
territorio; il secondo è che gli abitanti del loro territorio ne
accettano l'autorità più o meno di buon grado; il terzo è che i
governi possono fornire ai loro cittadini servizi ? come l'ordine
pubblico, il proverbiale "Law and order" che altrimenti non
potrebbero essere erogati con la stessa efficienza, o addirittura non
potrebbero proprio esistere. Negli ultimi trenta o quarant'anni questi
punti cardine hanno via via perso validità. Per prima cosa, come
dimostra l'Irlanda del Nord, perfino gli Stati più forti, più stabili
e più efficienti hanno perso il monopolio della forza, non ultimo
grazie alla valanga di nuovi strumenti di distruzione, piccoli e
portatili, e all'estrema vulnerabilità della vita moderna ai
sovvertimenti improvvisi, per quanto minimi. In secondo luogo, i
cittadini non sono più così disposti né a offrire volontariamente
lealtà e servizio a un governo legittimato dal voto popolare né a
obbedire al potere opprimente di un governo illegittimo. Il terzo punto
cardine è stato minato non solo dall'indebolimento del potere statale
ma anche, dagli anni Settanta in poi, dal ritorno in auge tra i politici
e gli ideologi di una critica ultraradicale e liberista dello Stato.
Più per convinzione teologica che adducendo prove storiche, si è
sostenuto che tutti i servizi che le autorità pubbliche possono fornire
sono indesiderati oppure migliori se erogati dal "mercato".
Gli uffici postali, Le carceri, le scuole, le forniture idriche e
perfino i servizi di assistenza sono stati dati in gestione o
trasformati in aziende, mentre i dipendenti pubblici sono stati
trasferiti a strutture indipendenti o sostituiti da collaboratori
esterni. Anche parti del sistema di difesa sono state appaltate. Il
modus operandi dell'impresa privata, volto a massimizzare il profitto,
è diventato il modello a cui aspira anche il governo. Lo Stato tende
perciò ad affidarsi ai meccanismi economici privati per sostituire la
mobilitazione attiva e passiva dei suoi cittadini.
Da
cittadini a consumatori La sovranità del mercato non è un
completamento della democrazia liberale, bensì una sua alternativa. In
realtà è un'alternativa a ogni tipo di politica, dato che nega il
bisogno stesso di decisioni politiche; decisioni che riguardano gli
interessi comuni o di gruppo, e in quanto tali sono distinte dalla somma
delle scelte, razionali o meno, degli individui che perseguono interessi
privati. La partecipazione al mercato sostituisce dunque la
partecipazione alla politica. Il consumatore prende il posto del
cittadino. Due elementi compensano il declino della partecipazione
civile e dell'efficacia del processo tradizionale del governo
rappresentativo. 1 titoli dei giornali o le irresistibili immagini
televisive sono l'obiettivo immediato dì tutte le campagne politiche,
poiché molto più efficaci e molto più semplici della mobilitazione di
migliaia di persone. Sono finiti ì tempi in cui il lavoro dell'ufficio
di un ministro veniva interrotto per rispondere a un'improvvisa
interrogazione parlamentare. Oggi è l'eventualità della pubblicazione
di un servizio giornalistico a bloccare l'attività del numero lo di
Downing Street. E non sono né i dibattiti parlamentari né le linee
editoriali dei giornali a provocare il malcontento dell'opinione
pubblica. Un malcontento cosi palese che perfino i governi con le
maggioranze più solide devono tenerne conto tra un'elezione e l'altra:
ne siano esempio le proteste popolari contro le imposte sui carburanti o
contro i cibi transgenici, Quando emergono queste proteste è piuttosto
inutile liquidarle come l'opera di piccole minoranze, non elette e
atipiche, anche se di solito è proprio cosi. Grazie ai mass media
l'opinione pubblica è più potente che mai, il che spiega il successo
delle professioni specializzate nell'influenzarla. Quel che è meno
evidente è il legame cruciale tra la politica dei media e l'azione
diretta: l'azione dal basso che influenza direttamente i massimi
responsabili politici, scavalcando i meccanismi intermedi dei governi
rappresentativi. Questo è particolarmente evidente negli affari
transnazionali, dove i meccanismi intermedi non esistono. Noi tutti
conosciamo il cosiddetto effetto.Con la sensazione politicamente forte
ma completamente disorganica che "si deve fare qualcosa" per
il Kurdistan, per Timor Est e così via. Più di recente, le
manifestazioni di protesta a Seattle e a Praga hanno dimostrato
l'efficacia dell'azione diretta mirata, messa in atto da piccoli gruppi
consapevoli del potere della televisione. Questa azione è stata
condotta perfino contro organizzazioni come il Fondo monetario
internazionale e la Banca mondiale, espressamente concepite per essere
immuni ai processi politici democratici. Tutto ciò mette la democrazia
liberale di fronte a quello che è forse il suo problema più serio e
immediato: in un mondo sempre più globalizzato e transnazionale, i
governi nazionali coesistono con forze che hanno un impatto sulla vita
quotidiana dei cittadini almeno pari al loro, ma che in varia misura
supera il loro controllo. I governi, tuttavia, non possono abdicare
davanti a queste forze che sfuggono al loro controllo. Quando salgono i
prezzi del petrolio, per esempio, tutti i cittadini, compresi i
dirigenti &azienda, sono convinti che il governo possa e debba fare
qualcosa, anche in paesi come l'Italia, dove ci si aspetta poco o nulla
dallo Stato, o negli Stati Uniti, dove molti non credono allo Stato.
I
compiti dei governo Ma che possono e devono fare i governi? Più che in
passato essi sono sotto l'incessante pressione di un'opinione pubblica
costantemente monitorata. Ciò limita le loro scelte. Nonostante questo,
però, i governi non possono smettere di governare. In realtà gli
esperti di pubbliche relazioni sollecitano i governi a farsi vedere
sempre intenti a governare. Come sappiamo dalla storia britannica della
fine del Ventesimo secolo, questo non fa che moltiplicare i gesti, gli
annunci e, a volte, le leggi inutili. Oggi, inoltre, le autorità
pubbliche sono alle prese con decisioni di interesse generale di natura
tecnica oltre che politica. E qui i voti democratici ? o le scelte dei
consumatori nel mercato ? non sono di nessun aiuto. Le conseguenze
ambientali della crescita illimitata del traffico e le misure migliori
per affrontarle non possono essere portate all'attenzione dei cittadini
solo attraverso dei referendum. Queste misure possono dimostrarsi
impopolari e in una democrazia è imprudente dire all'elettorato ciò
che non vuole sentirsi dire. Ma allora, come si possono organizzare in
modo razionale le finanze dello Stato quando i governi sono convinti che
ogni proposta di aumentare le tasse equivalga a un suicidio e quando, di
conseguenza, le campagne elettorali sono una gara allo spergiuro fiscale
e i bilanci dei governi sono degli esercizi di ottenebramento fiscale?
Insomma, la "volontà popolare", comunque sia espressa, non
può determinare i compiti specifici del governo. Come Sidney e Beatrice
Webb hanno osservato a proposito dei sindacati, la volontà popolare non
può giudicare i progetti ma solo i risultati. È molto più brava a
votare contro che a favore. E quando raggiunge uno dei maggiori trionfi
negativi, come mettere fine ai cinquant'anni di regime postbellico
corrotto in Italia o in Giappone, è incapace di fornire un'alternativa.
Staremo a vedere se riuscirà a farlo in Serbia. Tuttavia il governo è
per il popolo. E i suoi effetti vanno giudicati in base a ciò che fa al
popolo. Per quanto possa essere disinformata, ignorante o perfino
stupida, e per quanto possano essere inadeguati i metodi per scoprirla,
la "volontà popolare" è indispensabile. Come potremmo
altrimenti giudicare il modo in cui le soluzioni tecnico-politiche - per
quanto accorte e tecnicamente soddisfacenti - influenzano la vita degli
esseri umani in carne e ossa? 1 sistemi sovietici hanno fallito perché
non c'era scambio reciproco tra chi prendeva le decisioni
"nell'interesse del popolo" e coloro ai quali queste decisioni
erano imposte. La globalizzazione liberista degli ultimi vent'anni ha
compiuto lo stesso errore. Oggi la soluzione ideale non è quasi mai
alla portata dei governi. È una soluzione su cui si sono basati i
medici e i piloti degli aerei in passato e a cui ancora oggi cercano di
aggrapparsi in un mondo sempre più diffidente: la convinzione diffusa
che noi e loro condividiamo gli stessi interessi. Noi non gli diciamo in
che modo devono prestare i loro servizi anche perché, in qualità di
non esperti, non potremmo ma finché qualcosa non va storto gli diamo la
nostra fiducia. Pochi governi godono oggi di questa fondamentale fiducia
a priori. Nelle democrazie liberali raramente essi rappresentano la
maggioranza dei voti, per non dire dell'elettorato. 1 partiti e le
organizzazioni di massa, che una volta fornivano ai 1oro" governi
proprio questa fiducia e un appoggio costante, si sono sgretolati. Sugli
onnipresenti mass media i critici di professione, in nome di una
presunta competenza superiore, attaccano continuamente l'operato del
governo. Così la soluzione più conveniente per i governi democratici,
e a volte anche l'unica, è quella di mantenere il processo decisionale
il più possibile fuori dalla sfera pubblica e politica, o almeno di
eludere il processo del governo rappresentativo. Molte decisioni
politiche saranno negoziate e decise dietro le quinte. Questo aumenterà
la sfiducia dei cittadini verso il governo e abbasserà la
considerazione dell'opinione pubblica per i politici. Qual è allora il
futuro della democrazia liberale? Fatta eccezione per la teocrazia
islamica, in linea di principio nessun potente movimento politico pone
una sfida a questa forma di governo. La seconda metà del Ventesimo
secolo è stata l'età dell'oro delle dittature militari. Il Ventunesimo
secolo non sembra cosi favorevole a esse: nessuno degli Stati ex
comunisti ha scelto di seguire questa strada, mentre quasi tutte le
dittature non hanno più il coraggio di esprimere a piena voce le loro
convinzioni antidemocratiche e si limitano ad affermare di voler salvare
la Costituzione fino alla data (imprecisata) di un ritorno al governo
civile. Qualsiasi cosa si pensasse prima dei terremoti economici del
1997?98, oggi è chiaro che l'utopia di un mercato liberista globale,
senza Stati, non si realizzerà. La maggior parte della popolazione
mondiale, e certamente quella dei regimi liberaldemocratici degni di
questo nome, continuerà a vivere in Stati attivi, anche se in alcune
regioni sfortunate il potere e l'amministrazione statale si sono
praticamente disintegrati. Quindi la politica continuerà, e cosi pure
le elezioni democratiche.
Come
affrontare il terzo millennio Dobbiamo affrontare 1 problemi del
ventunesimo secolo con un insieme di meccanismi politici terribilmente
inadeguati allo scopo. Questi meccanismi sono in realtà confinati entro
le frontiere degli Stati-nazione, il cui numero è in aumento, e hanno
di fronte un mondo globale che si estende oltre il loro raggio
&azione. Non è nemmeno chiaro fino a che punto possano applicarsi
all'interno di un territorio vasto ed eterogeneo che possiede una
cornice politica comune, come l'Unione europea. Questi meccanismi
politici devono vedersela con un'economia mondiale che opera attraverso
unità molto diverse? le imprese multinazionali a cui non si applicano
le considerazioni di legittimità politica e di interesse comune. E
soprattutto hanno di fronte un'epoca in cui l'impatto dell'intervento
umano sulla natura e sul globo è diventato una forza di proporzioni
geologiche. L'adozione di nuovi meccanismi richiederà misure per le
quali, quasi certamente, non si troverà nessun sostegno contando i voti
o valutando le preferenze dei consumatori. Questo non è incoraggiante
per le prospettive a lungo termine né della democrazia né del globo.
Dobbiamo affrontare il terzo millennio come quel personaggio di fantasia
irlandese che, a chi gli chiedeva la strada per Ballynahinch, dopo aver
riflettuto un attimo rispondeva: "Fossi in lei non partirei da
qui" Ma è proprio da qui che dobbiamo partire. (N.M.)
Eric
Hobsbawm è uno storico britannico di orientamento marxista. E'
professore emerito di storia economica e sociale alla London University.
Autore di molti saggi, ha analizzato le dinamiche economiche e la
conflittualità sociale nell'età moderna e contemporanea. Le sue opere
più recenti sono: Gente non comune (Rizzoli), intervista sul nuovo
secolo (a cura di Antonio Polito, Laterza); Il secolo breve:l'era dei
grandi cataclismi (Rizzoli).

L'Islam
tra noi. Dalle paure al confronto.
Sabato
11 novembre 2000 Tavola Rotonda
Intervento
di Massimo Cacciari
Io credo che noi siamo in una situazione in cui l'incontro dei paesi in
Europa si potrebbe definire un incontro tra un Islam in via di
devitalizzazione ed un cristianesimo della fine, se dovessimo limitarci
ai comportamenti sociologicamente rilevanti. E questo potrebbe dare
adito a qualche speranza cioè che non vi siano ragioni di conflitto,
che non vi siano ragioni di opposizione, di polemica…
In
fondo la prospettiva è quella di una occidentalizzazione, di una
secolarizzazione ormai sempre più evidente. Il clima è questo, i mass
media trasmettono questo messaggio (non c'è dubbio alcuno): l'incontro
se ha da venire tutti auspicano che avvenga sulla spinta di una
indistinta religione naturale. Quando va bene, quando non è il buonismo,
quando non è marmellata.
Io
ho terrore di questa prospettiva, io detesto questa prospettiva. Io
ritengo che questa prospettiva sia l'opposto del dialogo perché manca
ogni logos . Perché due persone dialoghino bisogna che parlino, bisogna
che siano dotati di logos, bisogna che stiano nel loro logos, bisogna
che lo testimonino con la massima forza, col massimo impegno. Se le cose
procedono invece come il Washington Concensus prevede ed auspica allora
l'incontro avverrà (cito un libro molto famoso che ha venduto un
milione di copie in giro): "Certo che è possibile il dialogo,
basta che cessi ogni forma di integralismo, che tutti abbiano fede
reciproca nel progresso, che tutti assumano un atteggiamento pragmatico
razionalistico e che vengano sconfitti ogni forma di burocratismo
neo-liberal e ogni dogma religioso".
Insomma
se tutti diventiamo dei bravi e buoni laici, ecco vedrete che il
dialogo, partecipazione, convivenza, coesistenza andranno per conto
loro, andranno da sé. Ecco questo ritengo sia la negazione del dialogo.
Il dialogo è abitare un linguaggio, costruirlo, saperne le ragioni e
naturalmente perché dialogo vi sia occorre che io non conosca soltanto
la mia lingua, che io non sia letteralmente un "idiota" che è
quello che conosce solo il proprio idioma, ma conosce anche la lingua
dell'altro.
Questo
allora è il dialogo: sapere la mia lingua, custodirla e fare ogni
sforzo per conoscere anche quella dell'altro nella sua identità.
Questo, se vogliamo uscire dagli schemi alicistici che negano l'essenza
del dialogo e non vogliamo cadere in generici buonismi, è estremamente
difficile. Di grande fascino, di grande seduzione ma estremamente
difficile nel rapporto con l'Islam, di enorme difficoltà. E io ho un
enorme fastidio nel vedere come queste difficoltà nel discorso
interreligioso vengano dribblate, si cerchi di evitare questi scandali,
questi grandi ostacoli, questi grandi impedimenti. Che però ci sfidano,
perché come diceva un poeta soltanto dove c'è il pericolo può
crescere la possibilità di salvezza. Evitare il pericolo è ignavia, è
accidia. Bisogna andare incontro al pericolo, e nulla è più
pericoloso, nel senso letterale del termine, del dialogo tra le nostre
tradizioni giudaico-cristiane e l'Islam.
Non
credete ai buonismi che vi raccontano che vi sono state epoche in cui
questo dialogo fioriva: non è vero niente. L'Islam è apparso nel
Mediterraneo rompendone l'unità, come ormai tutti gli storici accettano
la straordinaria intuizione di sessant'anni fa di uno dei più grandi
storici europei nel dire che l'unità del Mediterraneo non è stata
rotta dalle invasioni barbariche. Le invasioni barbariche sono state
tranquillissimamente assimilate durante tutta la fase dell'impero
romano. L'ecumene Mediterraneo è stato rotto dall'Islam: qui è stata
la grande svolta che ha sfidato l'Europa per secoli. E la conoscenza
dell'Islam da parte europea è stata miserrima. I cristiani con alcune
incredibili eccezioni, specialmente nel mondo spagnolo, non conoscevano
l'Islam. Conoscevano l'Islam come mediatore della cultura greca, ma
l'Islam delle sue tradizioni e dei suoi autori quando mai l'anno
conosciuto. Conoscevano Averroè, ma l'Averroè che trasmette parte
della grande eredità filosofica classica, Avicenna lo conoscevano per
lo stesso motivo. Per non parlare di Algazali vero maestro dell'Islam,
perché non era Averroè certo. Averroè era uno sconosciuto nell'
Islam. Solo alcuni intellettuali laici conoscono Averroè, per noi
invece l'Islam è Averroè, ma non ha alcuna influenza religiosa e
culturale nell'Islam. Quello che veramente è decisivo nell'Islam dal
punto di visto filosofico e teologico è Algazali che non è
assolutamente conosciuto nell'ambiente filosofico e teologico cristiano
fino al 1500.
Il
primo vero incontro culturale dell'occidente con l'Islam lo abbiamo alla
fine del '600, primi del '700. Ma è assente nella cristianità una
conoscenza diretta. Il più grande filosofo europeo cristiano del '400,
il Cusano affronta un libro sul Corano. Aveva letto il libro, ma la sua
conoscenza era limitatissima, nulla filologicamente. La verità è che
noi il dialogo vero con l'Islam dobbiamo ancora tutto affrontarlo. Nel
'900 si è cominciato ad affrontarlo, in alcuni straordinari luoghi di
convivenza, che non esistono più.
Perché
non dobbiamo dimenticarci questo fatterello: che un secolo fa Salonicco,
Istambul, il Libano, il Cairo, le grandi città del Magreb erano tutti
luoghi di convivenza, di coesistenza, che vi erano ricchissime comunità
ebraiche e cristiane che convivevano e dialogavano. Il Libano sembrava
una terra promessa negli anni '50 e '60: grandi studiosi cattolici
vivevano e lavoravano con grandi teologi islamici. Il '900 ha fatto
piazza pulita del Mediterraneo della coesistenza. Dovremmo riflettere
autocriticamente sulle nostre colpe: nel '900 noi, parlando di dialogo,
sono spariti tutti i luoghi di coesistenza, di convivenza che facevano
ricco il Mediterraneo, che lo facevano unico. Questa è la verità, che
si sono moltiplicati i muri e i confini, altro che dialogo. Questi sono
i fatti, i nudi e crudi fatti. Non a caso, perché l'impostazione non è
mai stata una vera impostazione dialogica, quando andava bene era
un'impostazione "abbracciamoci tutti". Non è con i
denominatori comuni che fai il dialogo, il dialogo lo fai se riesci ad
arrivare a conoscere le altezze del discorso dell'altro, dove è più
duro nei tuoi confronti, dove ti sfida, dove è più pericoloso.
Algazali dice a proposito del cristianesimo (e lui era quel musulmano
"tollerante", non certo quello che interpretava la Jihad come
guerra santa come traduciamo noi, ma secondo la radice araba che vuol
dire zelo, zelo nella strada verso Dio, e non si sognava nemmeno di
crociate contro gli infedeli) che chiedeva ai cristiani
"spiegatemi, perché io credo che il vostro Messia che è un uomo
in croce sia un'atroce bestemmia". Un Dio non può essere messo in
croce, e se Gesù è stato messo in croce vuol dire che non era Dio. La
croce, non una cosetta qualsiasi divide l'Islam dal cristianesimo.
Dov'è il denominatore comune? Queste cose ci interessano ancora? Se
vedo i discorsi che abbiamo appena sentito mi pare che non interessano
più a nessuno queste cose.
E
un cristianesimo che la croce la traduce in termini etico morali va
bene, dialoghiamo. Ma non c'entra più niente con cristianesimo e Islam.
Cessiamo di parlare di cristianesimo e Islam. E' possibile il dialogo
intorno alla abissale differenza? Questo a me interessa. E' possibile un
dialogo tra gli assolutamente distinti? Questo a me interessa. O gli
assolutamente distinti per noi devono per forza fare la guerra, le
crociate? Questo è il punto. Perché se per voi ormai tra gli
assolutamente distinti vi può essere soltanto inimicizia, tipico
pensiero occidentale, allora per carità, annulliamo ciò che ci fa
distinti, mescoliamoci, cerchiamo questa risibile religione naturale che
oggi gira per le piazze e per i mercati. Ma per carità di Dio non
parliamo più di Islam, non parliamo più di cristianesimo. Siamo
coerenti.
E
qui il problema diventa interessante per uomini dotati di logos e che
qui vogliono dialogare e cercare un logos. Diventa interessante quando
ci si chiede: "Ma quello che mi è assolutamente distinto, quello
che dice che è la somma della bestemmia la mia croce, è mio nemico? O
forse invece non è forse il mio prossimo più prossimo, quello che mi
interroga di più, quello che mi urge di più, quello che non va a
fuggire dalle mie domande, dai miei dubbi, dalle mie angosce. Non è
proprio quello con cui devo stare sempre, l'amico per eccellenza. Quello
che mi è il più lontano, il più straniero, il più diverso.
Se
sapremo entrare in questo ordine di idee, allora possiamo affrontare
nella loro radicale serietà questi termini: cristianesimo, Islam,
queste civiltà, queste culture. Altrimenti rassegniamoci alla guerra,
all'inimicizia. Magari l'Islam che viene da noi in Europa sarà del
tutto deislamizzato, sarà malato, un Islam che continua a crescere
dell'8-10% di popolazione all'anno. E non verranno mica tutti in Europa,
e guardate un po' cosa sta succedendo.
Lo
scontro di civiltà in Europa è, ne sono certo, molto improbabile, ma
lo scontro di civiltà tra questa Europa compreso l'Islam europeizzato e
l'Islam non europeizzato è proprio così improbabile? Perché c'è
anche questo problema: con quello che non viene in Europa come ci
comportiamo? Come il nemico perché è totalmente diverso da noi,
perché non capisce i valori della nostra laicità oppure lo affrontiamo
alle sue vere altezze? E' possibile questo? C'è nella tradizione
cristiana, nella tradizione islamica un linguaggio, termini, parole che
permettono di sperare questo? Io spero di si.

In
cerca delle radici. Furono gli umanisti italiani, da Boccaccio a
Machiavelli, a unificare il continente. Conquistatori armati di libri
Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2001
Uno dei più autorevoli e brillanti storici francesi, Jacques Le Goff,
ha potuto affermare e dimostrare recentemente sulla rivista
"Iter" (IV, 13) che "il fulcro dell'unità europea, il
legame sostanziale di una comunità europea" non è politico né
economico, ma "è stata ed è la cultura". È una convinzione
che Le Goff fa risalire a Carlo Magno e al suo illuminato circolo
preeuropeo e preumanistico. Anche Ossola, introducendo suggestivamente
il volume linceo che citeremo, rileva che "l'istanza ermeneutica è
fondamentale per la storia d'Europa: essa non esibisce una
"natura" ma una pluralità di storie... la sua idea di
civiltà è costantemente nei secoli la risposta di "cultura"
rispetto a un fondamento di "natura"".
Questa prospettiva ha trovato or ora precise e ricche documentazioni e
illustrazioni in due importanti sillogi: raccolgono in questo senso i
contributi di grandi personalità italiane, francesi, spagnole, inglesi,
tedesche, polacche, americane, canadesi. Emerge da queste analisi e da
queste ragionate prospettive anche la centralità che la cultura
italiana ebbe nella formazione della coscienza europea: e proprio lungo
i secoli in cui i Paesi del nostro continente erano tra loro più che
divisi politicamente e in continue guerre.
Già con San Francesco e San Tommaso si imponeva all'Europa una visione
religiosa poetica e intellettuale tutta europea, tutta unitaria,
risolutamente diversa da quella orientale. Ma sono soprattutto il
preumanesimo e l'umanesimo che, fra Trecento e Quattrocento, com'è
noto, unificano per secoli e secoli - e fino a oggi - la cultura
europea. La distinguono risolutamente da quella asiatica, pur grande che
l'aveva dominata nei secoli attorno al Mille.
Per la prima volta nella storia dell'umanità le avanguardie di un
grande rinnovamento culturale spirituale e politico - quello che
malgrado divisioni cruente e guerre feroci rese e rende una la civiltà
del nostro, continente, dagli Urali a Gibilterra - non sono
rappresentate e imposte da uomini con armi, come i Romani o i Franchi ma
da uomini con libri. Si proiettano, fra metà del Trecento e
metà del Quattrocento, dall'Italia per tutta Europa -dagli Slavi ai
Lusitani dal Peloponneso all'Islanda - questi fondatori della coscienza
e dell'unità europea, armati solo di libri. E la loro lezione
attraverso i secoli, attraverso migliaia di chilometri, attraverso
diversissime ideologie giunge fino alla Lagerloff, a Pasternak, a
Mandelstam. E promuove anche dal Cinque al Settecento, come ha
dimostrato Fumaroli, l'unità europea attraverso la retorica e imposta
una scuola basata sul nuovo umanesimo la quale si impone in tutto il
continente anche grazie ai gesuiti italiani. Fin dal Trecento la
presenza decisiva del Petrarca per il rinnovamento della nostra cultura
in senso umanistico-agostiniano è stata illustrata nei volumi citati
ampiamente dal Billanovich e dalla sua scuola; e quella per la
tradizione lirica moderna (che senza il Petrarca forse non esisterebbe)
da Weinrich e da Rico.
Contemporaneamente il Boccaccio - come ho suggerito io stesso -
introduce e impone le forme che poi dominano esemplarmente la
letteratura europea: il poema cavalleresco coi suoi Filostrato e Teseida
in cui si fondono le avventure di armi e di amori; il romanzo tutto
psicologico colla sua Fiammetta, che Sehlegel e la Staël
riconoscevano come l'opera madre della nuova Eloisa e del Werther, e
Jolles citava come modello della Bovary e persino di certe figure
femminili di Proust; le fantasie pastorali dilaganti in Europa dal
Cinquecento al Settecento con la sua Comedia delle Ninfe fiorentine e
il suo Ninfale; le rivendicazioni femministe col suo De
Mulieribus. E soprattutto col Decameron, come ha potuto
affermare Todorov, Boccaccio ha dato all'Europa l'esempio decisivo del
"processo narrativo... capace di evocare l'universo delle azioni e
delle rappresentazioni».
Le sue stesse opere in italiano tradotte già tra fine Trecento e primi
Quattrocento in francese, spagnolo, inglese tedesco (e poi persino in
islandese ) ne fanno un autore europeo. E non solo, come il Petrarca,
per gli uomini di alta cultura, ma per la borghesia rappresentata nel suo
capolavoro: la quale, per bocca di un autorevole letterato francese
come Laurent de Premierfait, proclama il Boccaccio degno del lauro
poetico europeo.
La novellistica boccacciana e di altri narratori italiani, fino al
Bandello, si pone anche alla base dello sviluppo teatrale nel nostro
continente, da Hans Sachs a Shakespeare e a Moliére
Nella repubblica ideale umanistica -fondata sulla dignità dell'uomo e
proposta da Venezia in una famosa epistola di Francesco Barbaro - si
ritrovarono i più diversi e illuminati uomini d'Europa: per nominarne
solo alcuni più noti Bessarione e Arnoldo di Bost, Budé e gli Estienne,
Giano Pannonio e il Cusano, Erasmo e Tommaso Moro, fino a Ronsard. Si
potrebbe continuare (come si fa nei volumi citati) a constatare in senso
europeo l'azione determinante e sollecitatrice del Machiavelli nel
dibattito politico, del Tasso nella poesia tardorinascimentale e
barocca, di Galileo nel messaggio scientifico, della nostra
"commedia dell'arte" e del nostro melodramma (che impone
Metastasio come il più europeo degli scrittori settecenteschi) fino in
Russia e nell'America del Nord. Ancora alla fine del Settecento, nella
Weimar di Goethe,chi voleva nutrirsi di cultura veramente europea
leggeva "La Gazzetta di Weimar" scritta tutta in italiano
(come brillantemente documenta Lea Ritter nel volume linceo).
Persino nel Novecento, dopo un certo improvincialimento e un certo
ostracismo ottocentesco (nonostante un Foscolo e un Manzoni e un
Leopardi presentissimi in Inghilterra, Francia, Germania) con D'Annunzio
e Pirandello la nostra letteratura dà modelli ed esercita
sollecitazioni nella comunità del nostro continente. E lo ha fatto e lo
fa sempre anche oggi (Montale, Calvino, Luzi...) con spirito non
nazionale ma tutto europeo.
Mi raccontava a Parigi, nel Cinquanta, Louis Jouvet, stretto amico e
collaboratore - come grande attore - del maggior drammaturgo francese
del primo Novecento, Jean Giraudoux, un giudizio di Giraudoux stesso.
Questi era rimasto esterrefatto quando, alla prima parigina dei Sei
personaggi in cerca d'autore, vide emergere sul palcoscenico quelle
sei figure. E all'uscita da teatro sentenziò: "Quell'apparizione
segna l’inizio di una nuova storia per il teatro europeo".
La luminosa tradizione greca e latina e cristiana - concorde nel fondare
la sua civiltà sul primato dell'uomo e della sua dignità e libertà -
trovò nella cultura umanistica italiana, da San Francesco e Dante a
Pirandello, una promotrice efficace di una ideologia comune al nostro
continente. Ed è da questa solida e illuminante ideologia che. deve
prendere slancio e forza, anche per i suoi sviluppi futuri, l’unità
europea, certo ben più che da quella armata o monetaria, politica o
economica.
"L'Italia letteraria e l'Europa", a cura di N. Borsellino e B.
Germano, Fondazione Sapegno di Aosta, Roma-Salerno, 2001, pagg. 280,
s.i.p.;
"La cultura letteraria italiana e l'identità europea, Accademia
Nazionale dei Lincei Roma, giugno 2002, pagg. 404, s.i.p.
LE
IDEE - Il
mondo piegato all'ordine americano
JOHN
LE CARRE
The Times del 15/01/03. La Repubblica del 16 gennaio 2003/Traduzione
di Emilia Benghi
L’AMERICA è entrata in uno dei suoi periodi di follia storica, ma
questo è il peggiore che io ricordi: peggio del maccartismo, peggio
della "Baia dei Porci" e, a lungo termine, potenzialmente più
disastroso della guerra del Vietnam. La reazione all’11 settembre va
al di là di ciò che Osama possa aver sperato nei suoi sogni peggiori.
Come ai tempi di McCarthy i diritti e le libertà dogmatici che hanno
guadagnato all’America l’invidia del mondo vengono sistematicamente
erosi. La persecuzione dei cittadini stranieri residenti negli Stati
Uniti continua a ritmo sostenuto. I residenti non permanenti maschi di
origine nordcoreana e mediorientale stanno sparendo, arrestati in
segreto sulla base di accuse segrete per segreto ordine dei giudici. I
palestinesi residenti negli Usa prima decretati apolidi e perciò non
deportabili, vengono consegnati ad Israele per l’"insediamento"
a Gaza e in Cisgiordania, luoghi in cui magari non hanno mai messo piede
prima. Qui in Gran Bretagna stiamo giocando allo stesso gioco?
Personalmente me lo aspetto. Altri trent’anni e ci sarà dato di
saperlo. La combinazione tra media Usa compiacenti e gli interessi
riconosciuti delle grandi imprese sta facendo ancora una volta sì che
un dibattito che dovrebbe risuonare in ogni piazza sia confinato alle
più altezzose colonne della stampa della East coast: vedi pagina A27 se
riesci a trovarla e a capirla. Nessuna amministrazione americana ha mai
tenuto le carte così strette al petto. Se i servizi di intelligence non
sanno nulla, sarà il più sicuro di tutti i segreti. Ricordatevi che
sono le stesse organizzazioni che ci hanno portato il maggior fiasco
nella storia dei servizi segreti: l’11 settembre. La guerra imminente
fu progettata anni prima che Osama Bin Laden colpisse, ma è stato Osama
a renderla possibile. Senza Osama la giunta militare di Bush starebbe
ancora cercando di spiegare questioni delicate del tipo come è arrivata
ad essere eletta innanzitutto, poi la Enron, gli spudorati favoritismi
nei confronti dei già troppo ricchi, la sprezzante noncuranza nei
confronti dei poveri del mondo, l’ecologia e un cumulo di trattati
internazionali abrogati unilateralmente. Avrebbe potuto dirci anche
perché sostiene Israele nel suo continuo disprezzo delle risoluzioni
Onu. Ma Osama, opportunamente, ha spazzato tutto sotto il tappeto. I
seguaci di Bush hanno successo, l’88 per cento degli americani vuole
la guerra, ci viene detto. Il bilancio della difesa Usa è stato elevato
di altri 60 miliardi di dollari, a circa 360 miliardi. Sta per vedere la
luce una splendida nuova generazione di armi nucleari Usa, progettata
per rispondere indifferentemente ad armi nucleari, chimiche e biologiche
nelle mani degli "Stati canaglia". Così tutti possiamo
respirare. E l’America non si limita a decidere unilateralmente chi
possa o non possa detenere queste armi. Si riserva anche il diritto
unilaterale di schierare senza rimorsi le proprie armi nucleari,
ogniqualvolta e ovunque reputi minacciati i propri interessi, amici e
alleati. Quali sono destinati ad essere precisamente questi amici e
alleati nei prossimi anni sarà, come sempre in politica, un bell’indovinello.
Ti fai dei begli amici e alleati, li armi fino ai denti e il giorno che
non sono più tuoi amici e alleati li distruggi con il nucleare. Vale la
pena di ricordare a questo punto quanto a lungo e approfonditamente il
gabinetto Usa abbia soppesato l’opzione di un attacco nucleare all’Afghanistan
sulla scia dell’11 settembre. Fortunatamente per noi tutti, ma
soprattutto per gli afgani, la cui complicità nell’11 settembre era
molto inferiore a quella del Pakistan, decisero di accontentarsi di 25
tonnellate di "Daisy cutter" (bombe Blu 82, n.d.t.), che a
detta di tutti equivalgono come impatto ad un piccolo ordigno nucleare.
Ma la prossima volta faranno sul serio. è molto meno chiaro quale
esattamente sia la guerra cui l’88 per cento degli americani pensa di
essere a favore. Quanto durerà? A quale costo di vite americane? A
quale costo per le tasche dei contribuenti americani? A quale costo -
perché gran parte di quell’88 per cento sono persone del tutto per
bene e umane - di vite irachene? Probabilmente ormai è un segreto di
stato, ma Desert Storm è costata all’Iraq almeno il doppio delle vite
che l’America ha perduto nell’intera guerra del Vietnam. Come Bush e
la sua giunta siano riusciti a deviare la rabbia dell’America da Osama
Bin Laden a Saddam Hussein è uno dei grandi giochi di prestigio di
pubbliche relazioni che la storia annovera. Ma ce l’hanno fatta. Un
recente sondaggio di opinione ci dice che un americano su due oggi pensa
che Saddam sia stato responsabile dell’attacco al World Trade Center.
Ma l’opinione pubblica americana non è semplicemente fuorviata. è
minacciata, tiranneggiata, intimidita, e mantenuta in uno stato
permanente di ignoranza e paura, con una conseguente dipendenza dalla
sua leadership. La nevrosi accuratamente orchestrata dovrebbe, se tutto
va bene, condurre Bush e i suoi compagni di cospirazione tranquillamente
alle prossime elezioni. Quelli che non sono con Bush sono contro di lui.
Peggio - vedi il suo discorso del tre gennaio - sono con il nemico. Il
che è strano, perché io sono totalmente contro Bush, ma mi piacerebbe
moltissimo assistere alla caduta di Saddam - solo non alle condizioni di
Bush e non con i suoi metodi. E non nel nome di una simile oltraggiosa
ipocrisia. Il colonialismo americano vecchio stile sta per spiegare le
sue ali di ferro su tutti noi. L’ipocrisia religiosa che invierà in
battaglia le truppe americane è forse l’aspetto più rivoltante di
questa surreale guerra in fieri. Bush ha Dio in tasca. E Dio ha opinioni
politiche molto particolari. Dio ha ordinato all’America di salvare il
mondo in qualunque modo convenga all’America. Dio ha ordinato ad
Israele di essere il nesso della politica mediorientale dell’America,
e chiunque voglia andar contro a quell’idea è a) antisemita b)
antiamericano c) col nemico, e d) un terrorista. Dio ha anche
straordinari rapporti personali. In America, dove tutti gli uomini sono
uguali ai suoi occhi, se non a quelli l’uno dell’altro, la famiglia
Bush conta un presidente, un ex presidente, un ex capo della Cia, il
governatore della Florida e l’ex governatore del Texas. Bush senior
vanta alcune belle guerre e una meritata reputazione quando si tratta di
riversare la collera dell’America su stati clienti disobbedienti. Una
piccola guerra che ha dichiarato di suo pugno fu quella contro il suo ex
amico della Cia Manuel Noriega di Panama, che lo servì bene nella
guerra fredda ma alzò un po’troppo la testa quando fu finita. Il
potere non si manifesta in modo molto più esplicito di così, e gli
americani lo sanno. Vi interessa qualche indicazione? George W. Bush
1978-84: dirigente Arbusto-Bush Exploration, compagnia petrolifera.
1986-1990, dirigente della Harkon oil company. Dick Cheney 1995-2000:
presidente della Halliburton oil company. Condoleezza Rice 1991-2000:
dirigente della Chevron, che ha dato il suo nome a una petroliera. E
così via. Ma nessuna di queste trascurabili associazioni scalfisce l’integrità
dell’opera di Dio. Qui si parla di onestà. E sappiamo dove vanno a
scuola i vostri bambini. Nel 1933, mentre l’ex presidente George Bush
rendeva visita al sempre democratico regno del Kuwait per essere
ringraziato di averli liberati, qualcuno tentò di ucciderlo. La Cia
crede che quel "qualcuno" fosse Saddam Hussein. Da qui il
grido di Bush junior: "Quell’uomo ha tentato di uccidere il mio
papà!". Ma questa guerra continua a non aver nulla di personale.
Resta necessaria. è ancora opera di Dio. Serve sempre a portare la
libertà e la democrazia al povero oppresso popolo iracheno. Per essere
accettato nella squadra di Bush a quanto pare bisogna credere anche nel
Bene Assoluto e nel Male Assoluto e Bush, con il grande aiuto dei suoi
amici, della famiglia e di Dio, è qui per dirci cosa è l’uno e cosa
è l’altro. è possibile che io sia il male, per quello che sto
scrivendo, ma devo controllare. Ciò che Bush non ci dirà è la verità
circa il motivo per cui andiamo in guerra. In gioco non c’è l’Asse
del Male - bensì petrolio, denaro e vite umane. La disgrazia di Saddam
è quella di sedere sul secondo maggior giacimento di petrolio del
mondo. Quella dell’Iran, alla porta accanto, è di possedere i più
grandi giacimenti di gas naturali. Bush li vuole entrambi e chi lo aiuta
a prenderli riceverà un pezzo della torta. A chi non lo aiuterà,
niente. Se Saddam non avesse il petrolio, potrebbe torturare e
assassinare i suoi cittadini finché gli pare e piace. Altri leader lo
fanno ogni giorno, pensiamo alla Turchia, alla Siria, all’Egitto,
pensiamo al Pakistan, ma questi sono nostri amici e alleati. In realtà,
temo, Baghdad non rappresenta un pericolo chiaro e attuale per i suoi
vicini, e nessun pericolo per l’America o la Gran Bretagna. Le armi di
distruzione di massa di Saddam, se ancora ne possiede, saranno briciole
confronto a quello che Israele o l’America sarebbero in grado di
scagliargli contro nel giro di cinque minuti. In ballo non c’è una
imminente minaccia militare o terroristica, ma l’imperativo della
crescita economica americana. In ballo c’è il bisogno dell’America
di dimostrare il suo schiacciante potere militare a tutti noi - all’Europa,
alla Russia e alla Cina, a quella piccola povera pazza della Corea del
Nord come al medio oriente. Mostrare chi governa l’America in patria e
chi deve essere governato dall’America all’estero. La spiegazione
più indulgente che si può dare alla parte che Tony Blair ha in tutto
ciò, è che credeva, cavalcando la tigre, di poterla guidare. Non può.
Gli ha dato invece falsa legittimità e voce pacata. Ora, temo, la
stessa tigre lo ha messo all’angolo e non riesce ad uscirne.
Ironicamente lo stesso George W. Bush forse si sente un po’così.
Nella Gran Bretagna del Partito Unico Blair è stato eletto leader
supremo, con una deludente affluenza alle urne, da circa un quarto degli
elettori. Se l’apatia dell’opinione pubblica si manterrà e i
partiti dell’opposizione continueranno a dare deludente prova di sé
alle prossime elezioni, Blair o il suo successore otterranno un potere
assoluto simile con una proporzione ancor più ridotta di voti. è
ridicolo che nel momento in cui Blair si è messo alle corde da solo,
nessuno dei leader britannici dell’opposizione sia in grado di
colpirlo. Ma questa è la tragedia britannica, come quella americana,
mentre i nostri governi ci raccontano storie, mentono e perdono
credibilità, e le presunte alternative parlamentari si limitano a
tirare a campare, l’elettorato non fa che alzare le spalle e guardare
dall’altra parte. I politici non riusciranno mai a credere quanto poco
ci illudono. Così il punto in Gran Bretagna non è quale partito
politico formerà il governo dopo l’imminente carneficina, ma chi
siederà al posto di guida. L’ipotesi migliore per la sopravvivenza
politica di Blair è che, all’ultimo momento, la protesta del mondo e
un’improbabile presa di coraggio da parte dell’Onu costringeranno
Bush a riporre il fucile nella custodia senza aver sparato. Ma che
succede quando il più grande cowboy del mondo torna a cavallo in città
senza la testa del tiranno? La peggiore delle ipotesi per Blair è che,
con o senza l’Onu, Bush ci trascini in una guerra che, se fosse stata
presente la volontà di negoziare con energia, avrebbe potuto essere
evitata. Una guerra che in Gran Bretagna non è stata oggetto di
dibattito democratico più di quanto lo sia stata in America. Così
facendo, Blair avrà contribuito a provocare imprevedibili rappresaglie,
diffusa inquietudine in patria, caos nella regione mediorientale. Avrà
fatto regredire le nostre relazioni con l’Europa e il medio oriente
per decenni a venire. Benvenuto partito della politica estera etica!
Esiste un’ipotesi intermedia, ma è difficile. Bush si butta senza l’approvazione
dell’Onu e Blair resta sulla riva. Addio alla relazione speciale. Il
puzzo di ipocrisia religiosa che ristagna nell’aria americana ricorda
il peggiore impero britannico. Il mantello di Lord Curzon poco si adatta
alle spalle dei commentatori conservatori alla moda di Washington.
Rabbrividisco ancor di più sentendo il primo ministro offrire al suo
capoclasse untuosi sofismi per la sua avventura palesemente coloniale.
Andiamo in guerra, se ci sarà, per tenere al suo posto la foglia di
fico della nostra relazione speciale con l’America, per prenderci la
nostra parte di petrolio, e perché, dopo tutti i mano nella mano a Camp
David e Washington, Blair deve presentarsi all’altare. "Ma
vinceremo, papà?". "Certo, bambino, sarà tutto finito prima
che tu ti svegli". "Perché?". "Perché se no gli
elettori del signor Bush perderanno la pazienza e potrebbero decidere di
non votare per lui". "Ma verranno uccise delle persone,
papà?". "Nessuno che conosci, tesoro, solo stranieri".
"Posso guardarlo in tv?". "Solo se il sig. Bush ti dà il
permesso". "E dopo, tornerà tutto a posto? Nessuno farà più
cose orrende?". "Adesso zitto, vai a letto". Venerdì
scorso un mio amico americano in California è andato al supermercato
con un adesivo sulla macchina che diceva: "Anche la pace è
patriottica". Tempo di fare la spesa ed era sparito
La Nuova Sardegna,
Domenica, 9 Maggio 2004
Al centro di un dibattito alla Fiera del
libro un volume edito dalla Cuec che riapre le discussioni su una stagione di
passioni
Le vere debolezze del Sessantotto
Torino, analisi
sulle rivelazioni e sulle promesse del movimento
Alla presentazione
hanno partecipato Marco Revelli, Franco Sbarberi, Walter Falgio e Daniele
Mocci
dal nostro inviato Costantino Cossu

L’immagine di
copertina di "Rivelazioni e promesse del ‘68"
TORINO
Le debolezze del ’68. Soprattutto di questo ha
parlato ieri alla Fiera del libro Marco Revelli presentando il volume edito
dalla Cuec "Rivelazioni e promesse del ’68", che raccoglie gli atti di un
convegno tenutosi a Cagliari nel 1998 in occasione dei trent’anni della
rottura politica e culturale segnata dal movimento studentesco, in Italia come
in ogni altra parte del mondo.
Alcune promesse, il ’68, le ha mantenute. La messa in circolo di anticorpi
antiautoritari contro la sclerosi della politica ufficiale, ad esempio. E gli
effetti durano tuttora. E poi il rifiuto della delega ai politici di
professione e la democrazia come partecipazione diretta alla gestione della
cosa pubblica di cui ha parlato l’altro relatore chiamato dalla Cuec a
presentare il libro, Franco Sbarberi.
Quanto queste promesse siano operanti oggi e quanto siano importanti, lo si
vede nei movimenti che ancora attraversano le società occidentali, da quello
pacifista a quello no global sino ai girotondi.
Lo hanno opportunamente notato anche due dei curatori del volume intervenuti
al dibattito di ieri, Walter Falgio e Daniele Mocci. I quali hanno anche
gettato un ponte tra l’antiautoritarismo libertario dei movimenti giovanili
del ’68 e la cultura che sta dietro alle esperienze di auto organizzazione
della conoscenza e dei rapporti tra individui rese possibili da Internet e
dalle tecnologie informatiche. Ma poi ci sono i ma. Che sono quelli di cui ha
detto, appunto, Revelli, allievo di Norberto Bobbio e, a suo tempo, uno dei
leader del ’68 italiano.
Due le principali debolezze del ’68. La prima, la più grande, è per Revelli
l’incapacità mostrata dal movimento di inventare forme nuove della politica.
Nel grande crogiolo della contestazione sono confluite, specialmente in Italia
e in Europa, tradizioni diverse della cultura politica del Novecento, dal
marxismo di Rosa Luxembourg all’esperienza dei soviet nella prima fase della
rivoluzione bolscevica, dall’esistenzialismo sartriano al pensiero critico
francofortese.
Ma di queste culture non è stata operata una sintesi che ne costituisse -
questo è il punto che a Revelli preme di più - un effettivo superamento.
Superamento in che direzione? In direzione di una negazione radicale della
assolutizzazione della politica, della preminenza della politica su ogni altro
aspetto della vita sociale e individuale. Lo slogan "tutto è politica" gridato
nei cortei aveva dietro una cultura ancora legata al primato della dimensione
statuale come unico campo di realizzazione di una società di liberi e giusti.
Revelli lo dice da tempo e lo ha ripetuto anche ieri: se non si esce dal
modello fondativo della cultura politica occidentale, quello del Leviatano di
Hobbes, non si va da nessuna parte, si resta prigionieri di una concezione
della politica in cui l’uso legittimo della violenza è pur sempre uso della
violenza. Con tutti prezzi che, anche a sinistra, e anche nell’esperienza del
’68, si sono pagati. La vera domanda è invece: è possibile un modo di fare
politica che alla violenza, in qualunque forma considerata, rinunci per
principio?
La seconda debolezza del ’68 indicata da Revelli è la mancanza di senso del
tragico. La contestazione giovanile aveva dietro di sé esperienze assolute del
tragico: la Shoah, Hiroshima, i gulag. Ma nella gioiosa adesione al movimento,
nell’immergersi vitalistico dentro l’onda liberatoria della rivoluzione,
quelle esperienze furono come rimosse. "Noi avevano più il senso del comico",
dice Revelli. Una risata vi seppellirà, era un altro degli slogan del ’68. Per
Revelli la demistificazione comica in nome di una vita che si afferma nel
movimento nella sua immediatezza ha impedito di capire che la vita è una
faccenda un po’ più complicata, che nella vita ci sono antinomie,
contraddizioni, che non si risolvono con lo sventolio di una bandiera,
interrogativi di senso - ad esempio di fronte alla morte o al male - che
nessuno slogan può risolvere.
E fa impressione sentire Revelli che fa questi discorsi in una Fiera del libro
che quest’anno è dedicata proprio al tema del ridere e che ha un programma
imbottito di comici di tutte le specie. I comici fanno audience, i comici
scrivono best seller. E se la pervasività del comico fosse uno dei più potenti
strumenti non più di critica e di emancipazione ma di istupidimento
collettivo? Colpa anche del ’68?

Un corteo studentesco
******
Quando tanti giovani si battevano per la contestazione di tutti
i poteri a ogni livello
Frattura quasi
rivoluzionaria
Come 36 anni fa sono stati infranti gli schemi precedenti
Dettagliato
intervento sui principali versanti di rottura con il passato
A 36 anni di distanza il Sessantotto ha conservato la capacità di attrarre
l’attenzione generale suscitando ancora oggi scontri ideologici e passioni
immutate. Partendo da questo presupposto la Cuec di Cagliari ha deciso di dare
alle stampe un testo dal titolo significativo: "Rivelazioni e promesse del
’68". Il volume propone una cospicua parte dei materiali prodotti dal ciclo
d’incontri realizzato da un gruppo di giovani aderenti all’Istituto sardo per
la storia della Resistenza e dell’autonomia. Dall’opera abbiamo tratto un
intervento di Marco Revelli che pubblichiamo qui sotto per concessione
dell’autore e dell’editore
di Marco Revelli
Il ’68 viene identificato come il luogo storico di formazione della nuova
sinistra, la quale a sua volta spesso viene considerata come un prolungamento
della vecchia sinistra. No, la nuova sinistra nasce per rottura traumatica con
la vecchia sinistra, nasce mettendone in discussione alcuni elementi
fondamentali dell’identità. E, ripeto, su quattro versanti. Noi possiamo
individuare una linea di frattura netta, legata proprio alla nuova dimensione
globale del fenomeno, su quattro direttrici, o su quattro àmbiti fondanti.
Il primo punto di rottura riguarda proprio la questione nazionale, il problema
della dimensione nazionale. Lo ripeto, il ’48 aveva rappresentato il momento
di inizio del processo di nazionalizzazione delle masse. Il ’48, nella stessa
analisi di Marx, per certi versi, è il momento in cui le due classi
fondamentali si separano, in cui la classe operaia impara a riconoscere i
propri nemici, la borghesia, e si costituisce come classe indipendente, come
classe separata, ma è anche il luogo in cui la questione sociale tende a
incrociarsi con la questione nazionale, in cui la classe operaia come soggetto
indipendente incomincia a porsi il problema della conquista del potere, quindi
della conquista del potere nello Stato nazionale. Lo Stato viene identificato,
a partire dal ’48, come lo strumento fondamentale attraverso il quale il
soggetto sociale classe operaia può modificare la struttura della società. La
conquista del potere nazionale diventa così un fine prioritario; di qui
nascerà la socialdemocrazia, ma su questa stessa matrice si costruirà anche il
modello leninista, si costituirà anche l’ipotesi di rottura rivoluzionaria
attraverso la conquista del potere statale, la rottura dello Stato, la
costruzione di un nuovo Stato e così via. La politica moderna, dal punto di
vista sociale, è conquista del potere da parte delle classi subalterne per
modificare gli assetti sociali.

da sinistra Marco Revelli, Walter Falgio, Franco Sbarberi e Daniele Mocci
Il ’68 non è questo. Al ’68 non interessa la conquista del potere. Al ’68
interessa la constestazione di tutti i poteri a tutti i livelli. Proprio
perché fenomeno transnazionale e postnazionale, nessun movimento del ’68 si
propose di prendere il potere in un qualche Stato per usarlo a un qualche
fine. Alla macrofisica del potere delle esperienze postquarantottesche
contrappone la microfisica del potere, la contestazione puntiforme, locale,
del potere, laddove questo si manifesta nella vita quotidiana. Il ’68 è più
una trasformazione delle coscienze che non un processo di conquista e
trasformazione dello Stato. Per i movimenti del ’68 lo Stato è esclusivamente
nemico. Lo Stato è l’altro, è l’altra parte, è la controparte.
Quello del ’68, è stato appunto rilevato, è un tipo di azione che poteva
raggiungere un piano di simultaneità planetaria nell’insieme radicalmente
nuovo, o al contrario riscoprire un localismo che presentava insieme tinte
arcaiche e aggressivamente innovative. Ma non si trovava a proprio agio nella
dimensione intermedia dello Stato nazionale. Si muoveva a livello universale
dei valori e a livello locale dei micropoteri da contestare, ma ignorava la
dimensione dei governi nazionali, se non per abbatterli, come tentò di fare in
Francia, mai per sostituirli con un progetto alternativo di gestione del
potere. Quindi, rottura sul piano della dimensione nazionale, rottura sul
piano della dimensione statuale.
Il ’48 era stato il trionfo della statualità, aveva fatto dello Stato l’alfa e
l’omega dell’azione politica; il ’68 riporta fuori dallo Stato la dimensione
della politica. Quando il ’68 dice "tutto è politica", quando afferma questo
principio di onnivoricità della politica, questa dimensione panpolitica per
cui la politica pervade l’insieme delle relazioni umane, non intende proporre
una statalizzazione dell’insieme dei rapporti, ma al contrario una liberazione
della politica dall’involucro, dal vincolo dello Stato, per trasferirla
nell’insieme delle relazioni della vita quotidiana. È quella che Guido Viale,
penando all’occupazione di Palazzo Campana, chiamerà la "quoditianizzazione
della politica"; è la riconduzione del conflitto politico all’interno delle
relazioni di lavoro o anche personali quotidiane. Il conflitto politico viene
riportato nelle sedi in cui si vive e si lavora. Viene portato fuori dalla
sfera (remota) della statualità; rimosso dal centro - a Roma, a Parigi, a
Washington, a Mosca -, e ricondotto alle aule di università, ai reparti della
fabbrica, al rapporto col docente, al rapporto col caposquadra, al rapporto
col capoufficio, al rapporto nelle istituzioni totali con il medico, lo
psichiatra che fa l’elettroshock, col carceriere che ti opprime, con il
sergente o il caporale che ti comanda e così via, attraverso una "lunga marcia
attraverso le istituzioni" che tende a scardinare ogni rapporto di potere, che
rifiuta la dimensione centralistica della politica, e quindi anche in qualche
modo la gerarchia che questa stabilisce: gerarchia che vede il massimo di
potere e di interesse concentrato al centro e poi gerarchicamente il degrado
verso la periferia, ridotta a luogo di debolezza.
Quindi, snazionalizzazione del conflitto, snazionalizzazione delle masse,
destatalizzazione della politica.
Altro punto di frattura: la questione delle forme dell’azione politica. Il ’68
è forse il primo movimento moderno che assume la burocrazia come nemico
principale e dichiarato, in questo modo recuperando alcune intuizioni
marxiane, del giovane Marx, della polemica del giovane Marx contro la
burocrazia. Nemico è l’apparato burocratico ovunque e sotto qualunque
ideologia esso si manifesti, comprese le potenti burocrazie di partito del
movimento operaio, comprese le grandi organizzazioni sindacali, le grandi
macchine che finivano per espropriare la partecipazione dei soggetti. Ed è, il
’68, anche il primo movimento che tenta di innovare radicalmente, rispetto a
qualunque altra forma politica novecentesca, comprese le forme che avevano
caratterizzato i vecchi movimenti antisistemici, appunto, il movimento operaio
in primo luogo, tutte in qualche modo legate al principio burocratico, al
principio di efficienza attraverso l’organizzazione formalizzata.
Il ’68 finì nel ’68. Ogni paese, poi, riacquistò una propria dimensione
nazionale, uscì da questo squarcio che si era aperto su uno spazio globale e
ricadde nella tradizione della politica. Indubbiamente, per esempio, in Italia
il ’69 - non il ’69 operaio, ma il ’69 dal punto di vista dell’esperienza
studentesca e della nascita dei primi gruppi che incominciavano a darsi
strutture organizzative - rappresenta una ricaduta indietro; una ricaduta
indietro che in Italia sarà in modo devastante accentuata e accelerata dalla
strategia della tensione e dal 12 dicembre, dall’attentato di piazza Fontana,
da questo ritorno in campo brutale e violento della forma-Stato della sua
dimensione più rozza, nella dimensione del potere occulto, nella dimensione
dei corpi separati, degli apparati segreti e così via, che produsse una
devastazione nella cultura di movimento, un rinchiudersi, un ritorno indietro,
un fronte a fronte con la dimensione statale, una perdita di quella dimensione
e mentalità planetaria che era stata conquistata.
Quindi, il ’68 rimane quello che Morin disse una "brèche culturelle", una
breccia culturale, una rottura che lascia intuire uno spazio nuovo e diverso
dell’azione politica in cui tutto dev’essere ridefinito; rimane questa breccia
che, però, rapidamente si chiude e rimane chiusa per venti, per trent’anni...
- è chiusa ancora. Parallelamente, il processo di globalizzazione, di
internazionalizzazione va avanti, ma anziché andare avanti sulle gambe della
rivolta va avanti nei circuiti del capitale finanziario, del capitale
industriale, di quello che oggi vediamo aver conquistato il mondo.
Liberazione 13 luglio 2004
Pubblicato in Sardegna un libro che analizza la
rivolta del ’68
Un
movimento contro tutti i poteri, progenitore della lotta no-global
C’era Paolo Liguori, che tutti chiamavano Straccio per via del look
trasandato. Coi compagni del gruppo Uccelli attraversava il grande spiazzo
alla guida di un gregge di pecore mentre tutt’intorno era guerra, coi
poliziotti e gli studenti che se le davano di santa ragione.
Era
marzo, era il 1968. E a Valle Giulia il movimento sperimentava Con stupore le
durezze della lotta, quella vera. In tutto il mondo i giovani respiravano
rivolta. Ma era una rivoluzione nuova, una rivoluzione libera alla quale si
andava in ordine sparso. La massa esplodeva e si scopriva moltitudine.
Roma, Parigi, Città del Messico: non c’era una lunga marcia, non un assalto al
Palazzo d’Inverno ma dieci, cento, mille Sessantotto. Un movimentogalassia, un
turbinìo di assiomi e contraddizioni, l’intreccio di storie e barricate
diverse cucite una all’altra dal rifiuto dell’autoritarismo che incrostava
famiglia e lavoro, politica e università. "Rivelazioni e promesse del ‘68",
libro dell’Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia,
riparte dall’unicità di quella rivoluzione, che pure si espresse in una
sconosciuta molteplicità di forme, e tenta una ricostruzione dell’anno-evento
a partire dalle sue componenti minime, i protagonisti del movimento e le loro
storie. Per scoprire cos’era il ’68 e cosa sembra oggi, a quasi quarant’anni
di distanza. Ne viene fuori un colpo d’occhio a più fuochi, una gigantografia
senza centro che restituisce bene la realtà di un "movimento molto loquace",
ma che "dal punto di vista storiografico" è ancora un "evento muto". Il
risultato non è un elegiaco esercizio di rievocazione ma un bilancio ragionato
che si nutre soprattutto di critiche radicali. Per Marco Revelli, ad esempio,
il ’68 resta soprattutto una "breccia culturale, una rottura che lascia
intuire uno spazio nuovo e diverso in cui tutto dev’essere ridefinito" ma poi
non mantiene la promessa di costruire forme nuove di azione politica. E
tuttavia quel movimento "trasnazionale e postnazionale" non interessato alla
conquista del potere ma alla "contestazione di tutti i poteri a tutti i
livelli", alla "snazionalizzazione delle masse e alla destatalizzazione della
politica" sembra il progenitore neanche tanto lontano delle forme nuove e
modernissime di lotta anti-globalizzazione, a testimonianza che, tra le molte
rivelazioni e le moltissime promesse, qualcuno dei buoni propositi del ’68 è
stato mantenuto. Il volume edito dalla Cuec, suddiviso in quattro sezioni
(L’anno-evento, Il ’68 delle donne, Teatro e cinema intorno al’68 e Il ’68 in
Sardegna), è arricchito dai contributi, tra gli altri, di Franco Sbarberi (Le
radici teoriche del ’68), Marcello Flores (Un anno di confine), Vittorio
Rieser (Antiautoritarismo nelle fabbriche e nelle Università), Giorgio Boatti
(Tra il prima e il dopo. Continuità e rottura degli anni della strategia della
tensione). C’è anche una sezione dedicata al "’68 in Sardegna": uno studio
inedito, un approccio all’anno-evento in un’ottica esclusivamente regionale
per confermare che il ‘68 fu una rivoluzione con molti centri e nessuna
periferia.
Giovanni Antonio Lampis
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