Con la mondializzazione cosa cambia per i ricchi e per i poveri?
di Edgar Morin
"La Stampa", 22 maggio 2001

Globalmente rassegnati
di Amartya K. Sen
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2001

Quando Dio arma gli eserciti
di Umberto Galimberti
Repubblica il 25 settembre 2001

Le guerre sante
passione e ragione

di Umberto Eco
La Repubblica, 5 ottobre 2001

Le nouveau visage du monde
Les États-Unis entre hyperpuissance et hyperhégémonie

Par Ignacio Ramonet
Le Monde Diplomatique Décembre 2001


La democrazia fa male?

La globalizzazione e i mass media, i governi e la volontà popolare
di Eric Hobsbawm
Internazionale, 20 marzo 2001


L'Islam tra noi. Dalle paure al confronto.
Sabato 11 novembre 2000 Tavola Rotonda
Intervento di Massimo Cacciari

In cerca delle radici. Furono gli umanisti italiani, da Boccaccio a Machiavelli, a unificare il continente. Conquistatori armati di libri
di Vittore Branca

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2002

LE IDEE - Il mondo piegato all'ordine americano

di John Le Carre
The Times del 15/01/03. La Repubblica del 16 gennaio 2003/Traduzione di Emilia Benghi


Le vere debolezze del Sessantotto
La Nuova Sardegna - Liberazione (luglio 2004)


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Con la mondializzazione cosa cambia per i ricchi e per i poveri?
di Edgar Morin
"La Stampa", 22 maggio 2001

La storia umana è cominciata con una diaspora planetaria su tutti i continenti; poi, a partire dai tempi moderni, è entrata nell’era planetaria della comunicazione fra tutti i frammenti della diaspora umana. La diaspora dell’umanità non ha prodotto scissioni genetiche: pigmei, neri, gialli, indiani, bianchi appartengono alla stessa specie, dispongono degli stessi caratteri fondamentali d’umanità. Ma ha prodotto una straordinaria diversità di lingue, di culture, di destini, fonte di innovazioni e di creazioni in tutti i campi. Il tesoro dell’umanità è nella sua diversità creatrice, ma la fonte della sua creatività è nella sua unità generatrice.

Alla fine del XV secolo europeo, la Cina dei Ming e l’India moghul sono le civiltà più importanti del globo. L’Islam, in Asia e in Africa, è la religione più diffusa della Terra. L’impero ottomano - che dall’Asia si è espanso nell’Europa orientale, ha annientato Bisanzio e ha minacciato Vienna - diviene una grande potenza d’Europa. L’impero inca e l’impero azteco regnano sulle Americhe, e Cuzco, così come Tenochtitlán, superano per popolazioni, monumenti e splendori Madrid, Lisbona, Parigi, Londra, capitali di giovani e piccole nazioni dell’Occidente europeo.
Eppure, a partire dal 1492, sono queste giovani e piccole nazioni che si lanciano alla conquista del globo, e attraverso l’avventura, la guerra, la morte, danno vita all’era planetaria che mette ormai in comunicazione i cinque continenti nel bene e nel male. La dominazione dell’Occidente europeo sul resto del mondo provoca enormi catastrofi di civiltà, specie in America, irrimediabili distruzioni culturali, terribili schiavitù. Così, l’era planetaria si apre e si sviluppa attraverso e con la violenza, la d istruzione, la schiavitù, lo sfruttamento feroce delle Americhe e dell’Africa. I bacilli e i virus dell’Eurasia si scagliano sulle Americhe provocando ecatombi, disseminando morbillo, herpes, influenza, tubercolosi, mentre dall’America il treponema della sifilide passa di sesso in sesso fino a Shanghai. Gli europei importano il mais, la patata, il fagiolo, il pomodoro, la manioca, la patata dolce, il cacao, il tabacco venuti dalle Americhe. Portano in America i montoni, i bovini, i cavalli, i cereali, le viti, gli ulivi e le piante tropicali, il riso, l’igname, il caffè, la canna da zucchero.
La planetarizzazione dà origine nel XX secolo a due guerre mondiali, a due crisi economiche mondiali e, dopo il 1989, alla generalizzazione dell’economia liberale chiamata mondializzazione. L’economia mondiale è sempre di più un tutto interdipendente: ciascuna delle sue parti è divenuta dipendente dal tutto e il tutto, a sua volta, subisce le perturbazioni e i rischi che coinvolgono le parti. Il pianeta si è ristretto.
A Magellano sono stati necessari tre anni per fare il giro del mondo per mare (1519-1522 ). Un ardito viaggiatore del XIX secolo ha impiegato ottanta giorni per il giro della Terra, utilizzando strade, ferrovia e navigazione a vapore. Alla fine del XX secolo, il jet compie il giro del mondo in ventiquattro ore.
Ma, soprattutto, tutto è istantaneamente presente da un punto del pianeta all’altro con la televisione, il telefono, il fax, Internet... Il mondo diviene sempre più un tutto. Ciascuna parte del mondo fa sempre più parte del mondo, e il mondo in quanto tale è sempre più presente in ciascuna delle sue parti.
Così l’europeo, per esempio, si sveglia ogni mattina accendendo la sua radio giapponese e da essa riceve gli eventi del mondo: eruzioni vulcaniche, terremoti, colpi di Stato, conferenze internazionali gli arrivano mentre sorseggia il suo tè di Ceylon, dell’India o della Cina, a meno che non sia un caffè di qualità moka dell’Etiopia o arabica dell’America Latina; indossa il suo maglione, i suoi slip e la sua camicia di cotone dell’Egitto e dell’India; veste giacca e pantaloni di lana d’Australia, lavorata a Manchester e poi a Roubaix-Tourcoing, oppure un giubbotto di cuoio venuto dalla Cina, indossato sopra jeans di stile americano. Il suo orologio è svizzero o giapponese. Gli occhiali sono di scaglie di tartaruga equatoriale. Può trovare d’inverno sulla sua tavola le fragole e le ciliegie dell’Argentina o del Cile, i fagiolini freschi del Senegal, gli avocado o gli ananas dell’Africa, i meloni della Guadalupa.

Mentre l’europeo vive nel suo circuito planetario di comfort, un grandissimo numero di africani, asiatici, sudamericani sono in un circuito planetario di miseria e subiscono, nella vita quotidiana, i contraccolpi del mercato mondiale che influenzano le quotazioni del cacao, del caffè, dello zucchero, delle materie prime prodotte dai loro paesi. Sono stati cacciati dai loro villaggi da processi mondializzati originati dall’Occidente, in particolare dai progressi della monocoltura industriale; contadini auto sufficienti sono diventati abitanti suburbani in cerca di salario; i loro bisogni sono ormai tradotti in termini monetari. Aspirano alla vita di benessere fatta loro sognare dalle pubblicità e dai film occidentali. Usano stoviglie di alluminio o di plastica, bevono birra o Coca-Cola. Dormono su pezzi di polistirolo recuperati non si sa come e portano T-shirt stampate all’americana. Danzano su musiche sincretiche dove i ritmi delle loro tradizioni entrano in un’orchestrazione venuta dall’America.
Così, nel bene e nel male, ogni essere umano, ricco o povero, del Sud o del Nord, dell’Est o dell’Ovest porta in sé, senza saperlo, l’intero pianeta. La mondializzazione è nel contempo evidente, subcosciente, onnipresente. La mondializzazione è certamente unificatrice, ma va subito aggiunto che è anche conflittuale nella sua essenza. L’unificazione mondializzante è sempre più accompagnata dal proprio negativo, che essa produce come controeffetto: la balcanizzazione. Il mondo diviene sempre più uno, ma, nello stesso tempo, diviene sempre più diviso.
Paradossalmente, è l’era planetaria stessa che ha permesso e favorito il frazionamento generalizzato in Stati-nazione: in effetti, la domanda emancipatrice di nazione è stimolata da un movimento di ritorno alle origini nell’identità ancestrale, che si attua in reazione alla corrente planetaria di omogeneizzazione di civiltà, e questa domanda è intensificata dalla crisi generalizzata del futuro. Gli antagonismi fra nazioni, fra religioni, fra laicità e religione, fra modernità e tradizione, fra democrazia e dittatura, fra ricchi e poveri, fra Oriente e Occidente, fra Nord e Sud si nutrono a vicenda, e a ciò si mescolano gli interessi strategici ed economici antagonisti delle grandi potenze e delle multinazionali votate al profitto. Tutti questi antagonismi si incontrano in zone che sono allo stesso tempo d’interferenza e di frattura, come la grande zona sismica del globo che parte dall’Armenia/Azerbaigian, attraversa il Medio Oriente e arriva fino al Sudan. Essi si esasperano là dove ci sono religioni ed etnie frammiste, frontiere arbitrarie fra Stati, rivalità e ingiustizie di ogni tipo, come in Medio Oriente.
Così il XX secolo ha, nello stesso tempo, creato e frazionato un tessuto planetario unico; i suoi frammenti si sono isolati, irrigiditi, si sono combattuti fra loro. Gli Stati dominano la scena mondiale come titani brutali e ubriachi, potenti e impotenti. Nello stesso tempo, l’irruzione tecnico-industriale sul globo tende a sopprimere molte diversità umane, etniche, culturali. Lo stesso sviluppo ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti, e conduce alla crisi profonda di civiltà che affligge le soci età prospere d’Occidente. Concepito in modo solo tecnico-economico, lo sviluppo a breve termine è insostenibile.

Abbiamo bisogno di un concetto più ricco e complesso dello sviluppo, che sia nello stesso tempo materiale, intellettuale, affettivo, morale... Il XX secolo non è uscito dall’età del ferro planetaria, vi è sprofondato.
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Globalmente rassegnati
di Amartya K. Sen
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2001

Data la gravità e le conseguenze dei contrasti tra ricchezza e povertà che osserviamo nel mondo, come fa la maggior parte di noi a condurre una vita spensierata? L'assenza di riflessione etica è dovuta a un'assenza di empatia, a una specie di cecità morale o di supremo egocentrismo che affligge e travia il nostro modo di pensare e di agire? O esiste un'altra spiegazione, riconducibile a una visione meno negativa della nostra psicologia e dei nostri valori?
Non è facile rispondere, ma io credo che la nostra indifferenza sia legata più a un difetto di conoscenza che a una mancanza di solidarietà. Tale fallimento cognitivo può essere il frutto tanto di un irragionevole ottimismo quanto di un pessimismo senza fondamento; e, stranamente, capita che questi due estremi si tocchino. L'ottimista testardo tende a sperare che presto le cose migliorino, che l'economia di mercato, che ha portato prosperità in una parte del mondo, finisca automaticamente per estendere a tutti i suoi benefici. "Dateci tempo, non siate così impazienti", dice. D'altro canto il pessimista a oltranza riconosce ed enfatizza la persistenza della miseria nel mondo. Ma egli è pessimista anche sulla nostra capacità di cambiare le cose. "Dovremmo cambiarle, ma a essere realistici, sappiamo che non ci riusciremo", dice. Il pessimismo conduce spesso alla supina accettazione di grandi mali. Come scrisse Thomas Browne nel 1643, "il mondo... non è una locanda, ma un ospedale": possiamo imparare a vivere felici in un posto pieno di gente sofferente, evitando di pensare a tutti quei disgraziati intorno a noi.
C'è dunque una convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista testardo e il pessimista incorreggibile. Il primo ritiene che non sia il caso di fare resistenza, il secondo che sia inutile. O come disse James Branch Cabell (di fronte a una manifestazione ben diversa di questo paradosso): "Per l'ottimista viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il pessimista teme che sia vero". I punti di vista opposti si uniscono nella rassegnazione, e la passività globale si nutre non solo di cecità morale, apatia, egocentrismo ma anche dell'alleanza conservatrice di due posizioni estreme. Convinti - o per lo meno confortati - da entrambe, possiamo occuparci dei fatti nostri senza vedere nulla di imbarazzante nell'accettare tranquillamente le disuguaglianze del mondo.
È in questo contesto che vanno analizzare gli attuali dubbi sulla globalizzazione, e i movimenti di protesta che tanto turbano i vertici internazionali. Le proteste hanno molte sfaccettature (tra cui un'arroganza e una violenza difficili da tollerare) ma sipossono considerare comeuna sfida all'autocompiacimento etico e all'inazione generati dalla coalizione tra ottimisti e pessimisti. Sono movimenti spesso goffi, rabbiosi, semplicistici, dissennati eppure, a mio parere, hanno la funzione di mettere in discussione la tendenza ad accontentarci del mondo in cui viviamo. Anche se certe premesse e molti dei rimedi proposti dal fronte della protesta sono raffazzonati e confusi, bisogna riconoscere il ruolo fecondo dei dubbi e vanno tenuti ben distinti gli elementi distruttivi dei movimenti dalla loro funzione costruttiva.
Le proteste esprimono dubbi creativi. Ma a proposito di che? Qui occorre fare uno sforzo interpretativo. I manifestanti si descrivono spesso come contrari alla globalizzazione. Ma a dispetto di ciò che dicono, non lo sono affatto. Infatti le loro proteste sono fra gli eventi più globali che ci siano. I fenomeni di Seattle, Melbourne, Praga, Québec e altrove non sono né locali né isolati; non sono creati dai giovani del posto, ma da uomini e donne venuti da tutto il mondo per far sentire la propria voce globale. La globalizzazione dei rapporti non è certo quello che intendono fermare, altrimenti dovrebbero cominciare col fermare se stessi.
Prima di tornare a ragionare sulle proteste, vorrei sottolineare che la globalizzazione non è una novità né una follia. In una prospettiva storica, contribuisce da millenni al progresso nel mondo attraverso viaggi, commerci, migrazioni, disseminazione delle influenze culturali, del sapere e delle conoscenze, scienza e tecnologia comprese. Fermarla avrebbe recato al progresso umano danni irreparabili.
Anche se oggi la globalizzazione è vista spesso come un corollario del dominio occidentale, storicamente ha seguito strade diverse. Attorno all'anno Mille, la diffusione globale della scienza, della tecnologia e della matematica stava cambiando il vecchio mondo ma proveniva da una direzione opposta a quella attuale. La carta e la stampa, la balestra e la polvere da sparo, l'orologio e il ponte sospeso con catene di ferro, l'aquilone e la bussola, la carriola e il ventilatore girevole - tutti esempi dell'alta tecnologia di un millennio fa - erano usati comunemente in Cina e ignoti altrove. La globalizzazione li ha portati nel resto del mondo, fino in Europa.
L'influenza dell'Oriente sulla matematica occidentale ha seguito lo stesso percorso. Il sistema decimale, nato in India tra il II e il VI secolo, è stato poco dopo adattato dai matematici arabi. Sul finire del X secolo l'innovazione ha raggiunto l'Europa e ha avuto un ruolo di primo piano nella rivoluzione scientifica. L'Europa sarebbe stata ben più povera - economicamente, culturalmente e scientificamente - se allora avesse resistito a quella globalizzazione e lo stesso vale per quella in atto oggi. Rifiutare la globalizzazione della scienza e della tecnologia in quanto influenza occidentale non solo significherebbe ignorare i contributi - venuti da svariate regioni del mondo - sui quali si sono edificate la scienza e la tecnologia dette "occidentali", ma in pratica sarebbe una scelta idiota, visti i vantaggi che da tale processo trarrebbe il mondo intero. Identificare questo fenomeno con "l'imperialismo occidentale" in materia di idee e credenze (sempre stando alla retorica) sarebbe un errore grave e costoso, così come lo sarebbe stata una resistenza europea all'influenza orientale mille anni fa. Certo, non vanno trascurati i problemi della globalizzazione connessi con l'imperialismo (la storia delle conquiste e del colonialismo ha ancora i suoi effetti). Ma la globalizzazione non si riduce a questi: è molto, molto di più.
In effetti, la questione più importante è come usare bene i grandi benefici derivanti dai rapporti economici e dal progresso tecnologico, in maniera da prestare la dovuta attenzione agli interessi dei più poveri. Questo chiedono i movimenti di protesta, anche se in sostanza la questione non riguarda affatto la globalizzazione.
Mi sembra che per un verso o per l'altro l'oggetto del contendere siano le disuguaglianze inter e intra-nazionali di ricchezza, le notevoli asimmetrie del potere politico, sociale ed economico, e quindi la condivisione dei potenziali benefici della globalizzazione tra paesi ricchi e poveri e tra diversi gruppi all'interno di uno stesso paese. Non basta convenire sul fatto che i poveri del mondo hanno bisogno della globalizzazione almeno quanto i ricchi, bisogna anche assicurarsi che ottengano ciò di cui hanno bisogno. E questo potrebbe richiedere una profonda riforma istituzionale, da affrontare nel momento stesso in cui si prendono le difese della globalizzazione.
Forse occorre concentrarsi innanzitutto sull'immenso ruolo delle istituzioni non di mercato nel determinare la natura e la portata delle disuguaglianze. Le istituzioni politiche, sociali, legali e altre ancora, possono influire fortemente sul buon funzionamento dei meccanismi di mercato, allargandoli e facilitandone un uso equo, e così facendo intervenire sulle disparità tra le nazioni e sulle disuguaglianze interne ad esse.
L'architettura internazionale economica, finanziaria e politica del mondo che abbiamo ereditato dal passato - comprese istituzioni come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e altre ancora - deriva soprattutto dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944. All'epoca, occorreva affrontare i problemi post-bellici. Gran parte dell'Asia e dell'Africa erano ancora sotto una qualche forma di dominio coloniale, e certo non erano in grado di contrastare la spartizione internazionale del potere e dell'autorità che le potenze alleate imposero al mondo. L'insicurezza economica e la povertà erano molto più tollerate di oggi, i diritti umani erano un'idea ancora fragilissima, il potere delle Ong era tutto da inventare e la democrazia non era sicuramente vista come un principio globale.
Da allora il mondo è cambiato. La forza delle proteste globali riflette in parte una nuova mentalità, una nuova tendenza a sfidare l'establishment mondiale ed è, in larga misura, l'equivalente globale delle proteste interne alle nazioni, associate ai movimenti dei lavoratori e al radicalismo politico. Le recenti esplosioni dei dubbi globali sembrano addirittura condividere lo spirito con cui Leadbelly, il grande cantante di blues, scrisse un giorno, mutuando il primo verso dall'inno nazionale statunitense: "In the home of the brave, land of the free,/I will not be put down by no bourgeoisie" (Nella patria dei prodi, terra dei liberi / Non mi farò schiacciare da nessuna borghesia). Il radicalismo, si sa, non ha mai avuto in America il potere suggerito da questa canzone, ma la determinazione che essa esprime ha contribuito nel tempo a molti cambiamenti concreti, a cominciare dal potere delle organizzazioni dei lavoratori, del quale tanti industriali si lamentano oggi.
Si può fare un parallelo con gli attuali movimenti di protesta globale: non sono ancora molto forti in termini organizzativi ma sono in larga misura un segno di quanto sta per accadere. Siccome pongono domande vere, occorre trovare risposte adeguate, anche se agli occhi dell'establishment mondiale i manifestanti sembrano rozzi e chiassosi. C'è davvero bisogno di cambiare. Il mondo di Bretton Woods non è quello di oggi. La sua struttura istituzionale va rivista da cima a fondo. Anzi, non credo che le potenzialità costruttive dei movimenti di protesta possano essere imbrigliate né la loro presenza distruttiva eliminata senza una risposta istituzionale chiara.
Di questa, già si colgono le avvisaglie: stanno cambiando le priorità delle istituzioni internazionali. Anche se l'eliminazione della povertà non era l'oggetto principale delle risoluzioni di Bretton Woods, per esempio, essa è diventata almeno formalmente lo scopo della Banca mondiale. C'è un ripensamento in atto del peso del debito sui paesi poveri, della vecchia pratica del Fmi e della Banca mondiale di imporre ai paesi poveri "riforme strutturali" malamente formulate, spesso con effetti dannosi sull'infrastruttura sociale. Sono cambiamenti che vanno nella direzione giusta, ma ci vorrà molto di più, specialmente in termini di costruzione istituzionale. Ben vengano questi cambiamenti in strutture come la Banca mondiale, ma occorre prendere esplicitamente le distanze dall'architettura ereditata da Bretton Woods.
C'è bisogno oggi di interrogarsi non soltanto sull'economia e sulla politica della globalizzazione ma anche sui valori che contribuiscono alla nostra concezione del mondo globale, senza lasciarsi sopraffare da un misto di ottimismo testardo e di pessimismo dissennato. C'è bisogno di riflettere non solo sugli impegni dettati da un'etica globale ma sulla necessità concreta di mettere le istituzioni internazionali al servizio del mondo e di estendere il ruolo delle istituzioni sociali in ogni paese. È importante tenere conto della complementarità tra istituzioni diverse, tra cui il mercato e i sistemi democratici, le opportunità sociali, le libertà politiche e altri elementi istituzionali, vecchi e nuovi. Serviranno istituzioni innovative per affrontare le questioni di sostanza sollevate dai dubbi globali e per spezzare il cerchio di incomunicabilità nel quale i movimenti di protesta tendono sempre a rinchiudersi. La protesta globale degli attivisti in tutto il mondo può davvero essere costruttiva, ma perché lo sia questi movimenti vanno giudicati per le domande globali che pongono, più che per le risposte apparentemente contrarie alla globalizzazione contenute nei loro slogan.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)

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Quando Dio arma gli eserciti
di Umberto Galimberti
Repubblica il 25 settembre 2001

Vorrei spendere una parola inutile contro la guerra che l' Occidente sembra apprestarsi a scatenare contro il mondo dell'Islam. "Inutile" perché è noto a tutti quanto gli strumenti della ragione siano deboli contro la potenza dei singoli che annullano le differenze, infiammano i cuori, dopo avere assopito o addirittura ottenebrato le menti. La storia umana è uscita dalla dimensione simbolica solo da due secoli e limitatamente all'Occidente, che con l'illuminismo ha promosso il primato della ragione e quel suo corollario che è l'ateismo, essendo Dio il fondamento di ogni dimensione simbolica.

Prima di allora la "guerra santa" o, come dicono gli arabi la "jihad" , era comune tanto al mondo islamico quanto all'Occidente cristiano, e affondava le sue radici nell'antica cultura ebraica, il cui Dio era un dio di guerra, capace di scatenare venti e tempeste, tuoni e fulmini, calamità di ogni genere in aiuto alle genti poste sotto la sua protezione, aggiungendo alla confusione del campo di battaglia quello delle potenze naturali, controllate dalla sua soprannaturale potenza.
La "guerra santa" ebraica finì nel ‘70 dopo Cristo con la distruzione del tempio di Gerusalemme, ma a raccogliere l'eredità fu il Cristianesimo che già con l'Apocalisse di Giovanni riesuma l'iconografia della guerra santa per la raffigurazione di Cristo, cinto di una corona d'oro, nella mano una falce affilata, con un angelo ai suoi ordini, per fare vendemmia della terra e depositarla nel torchio dell'ira divina (Apocalisse 9,19).
Il Cristianesimo diverrà religione dell'Occidente sotto il segno della guerra quando Costantino vide nel sole di mezzogiorno qualcosa che assomigliava al segno della croce: "In hoc signo vinces" .
Con quel segno si convertirono in seguito le popolazioni del nord, dette "barbari" , che invadevano l'Impero romano, sotto quel segno si riunirono le truppe di Carlo Magno che diedero origine al Sacro Romano Impero separato dall'Impero d'Oriente di fede ortodossa e dall'Islam che aveva fatto la sua comparsa nel VII secolo in Arabia Saudita con Maometto.
Maometto non ripudiava né la rivelazione ebraica né quella cristiana, rivendicava tra i suoi predecessori il patriarca Abramo, distruttore di idoli e adoratori di Allah, solo insisteva sul carattere definitivo della sua rivelazione rispetto a quella ebraica e cristiana, negando la proclamata divinità di Gesù Cristo.
L'allora mondo conosciuto si divise in tre parti: l'Ortodossia occupò, a partire da Costantinopoli, il mondo slavo, mentre nel Mediterraneo rimasero a contendersi le terre l'Islam e il Cristianesimo, entrambi a colpi di "guerre sante" o come da noi si diceva "crociate" , dove gli arabi distinguevano la terra della pace (dar alIslam) dalla terra della guerra (dar alharb), a cui corrispondeva da parte cristiana la terra dei fedeli (partes fidelium) da quella degli infedeli (partes infedelium).
Questa mentalità, nel mondo cristiano non si estingue con il Medioevo, ma inaugura l'età moderna con Cristoforo Colombo che nel suo "Giornale di bordo" precisa gli obiettivi della sua avventura. Il primo è quello di un figlio devoto della cristianità che vuol salvare il mondo portando il battesimo ai pagani. Il secondo è quello in cui il mondo moderno si riconoscerà: riportare in patria tanto oro ("il Signore nella sua bontà mi faccia trovare questo oro" , 23 dicembre 1492). Costo dell'operazione: quella "moltitudine di ignudi e indifesi" , come li chiama Colombo nel suo Giornale di bordo, erano sette milioni al suo arrivo e saranno appena quindicimila sedici anni dopo. Esportare battesimi e importare ricchezza è stato il senso di questa guerra santa cristiana, e insieme, pur nel mutar dei nomi e delle forme, il senso della "modernità" , avanzata a colpi di colonialismo prima territoriale e oggi economico.

Da questo breve excursus storico appare evidente che la "guerra santa" o "jihad" non è una prerogativa del mondo islamico e neppure un'arretratezza medioevale (dal momento che percorre l'intero arco della storia moderna), ma è un tratto tipico delle religione monoteiste, che in buona fede, trovano in Dio la giustificazione dei delitti più esecrabili compiuti in suo nome. Nulla allora di più benefico della "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e anticipata un secolo prima dall'ateismo illuminista.
Una morte (e qui bisogna che si presti una grande attenzione) che non lascia solo orfani ma anche eredi. E tra gli eredi non fatichiamo ad annoverare quanti, lasciata alle spalle la "guerra santa" , oggi approdano alla "guerra giusta" . Dove la nozione di "giustizia" , tra due contendenti senza un arbitro, difficilmente si scosta dalla nozione di "vendetta" , che attorciglia la storia in una spirale i cui risvolti tragici nessuno fatica a immaginare.
Israeliani e palestinesi, nel loro piccolo, ci hanno già raccontato il futuro. Un esercito tra i più attrezzati del mondo e una povertà tra le più disperate del mondo da cinquant'anni sono l'uno nelle mani dell'altro. Se questo decidiamo sia il nostro futuro, non abbiamo che da seguire passivamente la storia.
L'Islam è ancora immerso nella dimensione simbolica, la più terribile, perché i simboli lavorano con la legge del tutto o nulla, categoria religiosa che prevede solo salvezza o dannazione. L'Occidente è appena uscito dalla dimensione simbolica ed è approdato all'uso illuministico della ragione, non grazie al Cristianesimo che parla di pace senza avere le carte in regola, ma grazie alla scristianizzazione dell'Occidente, che, lasciate alle spalle le figure apocalittiche della fede, ha incominciato a frequentare i percorsi più angusti, più modesti se si vuole, ma più efficaci della ragione che, senza una verità precostituita alle spalle, non dimette il lavoro duro della ricerca e della comprensione.
Ora è necessario che l'Occidente non rinneghi se stesso e gli strumenti razionali che ha faticosamente guadagnato nel corso della sua storia, e non ripiombi nel simbolico e nella violenza che sempre accompagna questa dimensione, per la quale il bene sta tutto da una parte e il male dall'altro: "O con noi o contro di noi" come inopportunamente dice il presidente Bush con chiaro riferimento alla lettera e allo spirito biblico madre e padre di tutte le "jihad" .
La cristianità teocratica del Medioevo da un lato e la teocrazia islamica dall'altro avevano trasmesso alla "modernità" il loro paradigma universalistico. In forza di un privilegio stabilito da Dio toccava all'Islam su un versante e alla cristianità sull'altro difendere le proprie forme culturali fino ai confini della terra. L'Islam è rimasto prigioniero di questa vocazione.
Non vorrei che l'Occidente, che ritiene di essersene liberato, grazie al processo di scristianizzazione che nel suo seno è in corso da due secoli, oggi non riprenda, sotto nuove forme e nuovi metodi, la vocazione messianica in cui è cresciuto per diciotto secoli. E con la forza delle armi e del denaro scelga, di fronte a un'aggressione terribile, la via della distruzione e dell'integrazione, proponendo se stesso come "totalità" , invece di cogliere la possibilità di crescita umana implicita nel confronto con la "diversità" .
Ogni tanto la storia si incarica di rendere la soluzione dei problemi non più rinviabile. E chiede una scelta. Per quanto riguarda noi occidentali la scelta è se proseguire, sia pure in forme laicizzate, la vocazione messianica che fa coincidere l'Occidente con la totalità umana, o se invece non è meglio percorrere l'altra via che visualizza l'Occidente come una parte nell'orizzonte più ampio della totalità umana.
Nel primo caso quel che seguirà ai preparativi bellici che l'Occidente sta approntando, anche se non sarà chiamata "guerra santa" , in nulla si distinguerà da una vera e propria "jihad", perché quando il bene è tutto da una parte e il male tutto dall'altra il simbolico ha già fatto il suo lavoro più importante e devastante, e l'Occidente avrà rinunciato alla sua prerogativa, che è poi quella dell'uso costante della ragione, da salvaguardare ogni giorno dalla potenza devastante dei simboli che, sotto la protezione delle religioni, ancora regola gran parte dell'umanità. E gli effetti, non da oggi, sono sotto gli occhi di tutti.
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Bisogna ricordare che fa parte della cultura occidentale 
anche Hitler che bruciava i libri e condannava l'arte degenerata
Le guerre sante
passione e ragione

di Umberto Eco
La Repubblica, 5 ottobre 2001

Che qualcuno abbia, nei giorni scorsi, pronunciato parole inopportune sulla superiorità della cultura occidentale, sarebbe un fatto secondario. E' secondario che qualcuno dica una cosa che ritiene giusta ma nel momento sbagliato, ed è secondario che qualcuno creda a una cosa ingiusta o comunque sbagliata, perché il mondo è pieno di gente che crede a cose ingiuste e sbagliate, persino un signore che si chiama Bin Laden, che forse è più ricco del nostro presidente del Consiglio e ha studiato in migliori università. Quello che non è secondario, e che deve preoccupare un poco tutti, politici, leader religiosi, educatori, è che certe espressioni, o addirittura interi e appassionati articoli che in qualche modo le hanno legittimate, diventino materia di discussione generale, occupino la mente dei giovani, e magari li inducano a conclusioni passionali dettate dall'emozione del momento. Mi preoccupo dei giovani perché tanto, ai vecchi, la testa non la si cambia più.
Tutte le guerre di religione che hanno insanguinato il mondo per secoli sono nate da adesioni passionali a contrapposizioni semplicistiche, come Noi e gli Altri, buoni e cattivi, bianchi e neri. Se la cultura occidentale si è dimostrata feconda (non solo dall'Illuminismo a oggi ma anche prima, quando il francescano Ruggero Bacone invitava a imparare le lingue perché abbiamo qualcosa da apprendere anche dagli infedeli) è anche perché si è sforzata di "sciogliere", alla luce dell'indagine e dello spirito critico, le semplificazioni dannose. Naturalmente non lo ha fatto sempre, perché fanno parte della storia della cultura occidentale anche Hitler, che bruciava i libri, condannava l' arte "degenerata", uccideva gli appartenenti alle razze "inferiori", o il fascismo che mi insegnava a scuola a recitare "Dio stramaledica gli inglesi" perché erano "il popolo dei cinque pasti" e dunque dei ghiottoni inferiori all'italiano parco e spartano.
Ma sono gli aspetti migliori della nostra cultura quelli che dobbiamo discutere coi giovani, e di ogni colore, se non vogliamo che crollino nuove torri anche nei giorni che essi vivranno dopo di noi. Un elemento di confusione è che spesso non si riesce a cogliere la differenza tra l'identificazione con le proprie radici, il capire chi ha altre radici e il giudicare ciò che è bene o male. Quanto a radici, se mi chiedessero se preferirei passare gli anni della pensione in un paesino del Monferrato, nella maestosa cornice del parco nazionale dell'Abruzzo o nelle dolci colline del senese, sceglierei il Monferrato. Ma ciò non comporta che giudichi altre regioni italiane inferiori al Piemonte.
Quindi se, con le sue parole (pronunciate per gli occidentali ma cancellate per gli arabi), il presidente del Consiglio voleva dire che preferisce vivere ad Arcore piuttosto che a Kabul, e farsi curare in un ospedale milanese piuttosto che in uno di Bagdad, sarei pronto a sottoscrivere la sua opinione (Arcore a parte). E questo anche se mi dicessero che a Bagdad hanno istituito l'ospedale più attrezzato del mondo: a Milano mi troverei più a casa mia, e questo influirebbe anche sulle mie capacità di ripresa. Le radici possono essere anche più ampie di quelle regionali o nazionali. Preferirei vivere a Limoges, tanto per dire, che a Mosca. Ma come, Mosca non è una città bellissima? Certamente, ma a Limoges capirei la lingua. Insomma, ciascuno si identifica con la cultura in cui è cresciuto e i casi di trapianto radicale, che pure ci sono, sono una minoranza. Lawrence d'Arabia si vestiva addirittura come gli arabi, ma alla fine è tornato a casa propria.

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Passiamo ora al confronto di civiltà, perché è questo il punto. L'Occidente, sia pure e spesso per ragioni di espansione economica, è stato curioso delle altre civiltà. Molte volte le ha liquidate con disprezzo: i greci chiamavano barbari, e cioè balbuzienti, coloro che non parlavano la loro lingua e dunque era come se non parlassero affatto. Ma dei greci più maturi come gli stoici (forse perché alcuni di loro erano di origine fenicia) hanno ben presto avvertito che i barbari usavano parole diverse da quelle greche, ma si riferivano agli stessi pensieri. Marco Polo ha cercato di descrivere con grande rispetto usi e costumi cinesi, i grandi maestri della teologia cristiana medievale cercavano di farsi tradurre i testi dei filosofi, medici e astrologi arabi, gli uomini del Rinascimento hanno persino esagerato nel loro tentativo di ricuperare perdute saggezze orientali, dai Caldei agli Egizi, Montesquieu ha cercato di capire come un persiano potesse vedere i francesi, e antropologi moderni hanno condotto i loro primi studi sui rapporti dei salesiani, che andavano sì presso i Bororo per convertirli, se possibile, ma anche per capire quale fosse il loro modo di pensare e di vivere forse memori del fatto che missionari di alcuni secoli prima non erano riusciti a capire le civiltà amerindie e ne avevano incoraggiato lo sterminio.
Ho nominato gli antropologi. Non dico cosa nuova se ricordo che, dalla metà del XIX secolo in avanti, l'antropologia culturale si è sviluppata come tentativo di sanare il rimorso dell'Occidente nei confronti degli Altri, e specialmente di quegli Altri che erano definiti selvaggi, società senza storia, popoli primitivi. L'Occidente coi selvaggi non era stato tenero: li aveva "scoperti", aveva tentato di evangelizzarli, li aveva sfruttati, molti ne aveva ridotto in schiavitù, tra l'altro con l'aiuto degli arabi, perché le navi degli schiavi venivano scaricate a New Orleans da raffinati gentiluomini di origine francese, ma stivate sulle coste africane da trafficanti musulmani. L'antropologia culturale (che poteva prosperare grazie all'espansione coloniale) cercava di riparare ai peccati del colonialismo mostrando che quelle culture "altre" erano appunto delle culture, con le loro credenze, i loro riti, le loro abitudini, ragionevolissime del contesto in cui si erano sviluppate, e assolutamente organiche, vale a dire che si reggevano su una loro logica interna. Il compito dell'antropologo culturale era di dimostrare che esistevano delle logiche diverse da quelle occidentali, e che andavano prese sul serio, non disprezzate e represse.
Questo non voleva dire che gli antropologi, una volta spiegata la logica degli Altri, decidessero di vivere come loro; anzi, tranne pochi casi, finito il loro pluriennale lavoro oltremare se ne tornavano a consumare una serena vecchiaia nel Devonshire o in Piccardia. Però leggendo i loro libri qualcuno potrebbe pensare che l'antropologia culturale sostenga una posizione relativistica, e affermi che una cultura vale l'altra. Non mi pare sia così. Al massimo l'antropologo ci diceva che, sino a che gli Altri se ne stavano a casa propria, bisognava rispettare il loro modo di vivere.

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La vera lezione che si deve trarre dall'antropologia culturale è piuttosto che, per dire se una cultura è superiore a un'altra, bisogna fissare dei parametri. Un conto è dire che cosa sia una cultura e un conto dire in base a quali parametri la giudichiamo. Una cultura può essere descritta in modo passabilmente oggettivo: queste persone si comportano così, credono negli spiriti o in un'unica divinità che pervade di sé tutta la natura, si uniscono in clan parentali secondo queste regole, ritengono che sia bello trafiggersi il naso con degli anelli (potrebbe essere una descrizione della cultura giovanile in Occidente), ritengono impura la carne di maiale, si circoncidono, allevano i cani per metterli in pentola nei dì festivi o, come ancor dicono gli americani dei francesi, mangiano le rane.
L'antropologo ovviamente sa che l'obiettività viene sempre messa in crisi da tanti fattori. L'anno scorso sono stato nei paesi Dogon e ho chiesto a un ragazzino se fosse musulmano. Lui mi ha risposto, in francese, "no, sono animista". Ora, credetemi, un animista non si definisce animista se non ha almeno preso un diploma alla Ecole des Hautes Etudes di Parigi, e quindi quel bambino parlava della propria cultura così come gliela avevano definita gli antropologi. Gli antropologi africani mi raccontavano che quando arriva un antropologo europeo i Dogon, ormai scafatissimi, gli raccontano quello che aveva scritto tanti anni fa un antropologo, Griaule (al quale però, così almeno asserivano gli amici africani colti, gli informatori indigeni avevano raccontato cose abbastanza slegate tra loro che poi lui aveva riunito in un sistema affascinante ma di dubbia autenticità). Tuttavia, fatta la tara di tutti i malintesi possibili di una cultura
Altra si può avere una descrizione abbastanza "neutra". I parametri di giudizio sono un'altra cosa, dipendono dalle nostre radici, dalle nostre preferenze, dalle nostre abitudini, dalle nostre passioni, da un nostro sistema di valori. Facciamo un esempio. Riteniamo noi che il prolungare la vita media da quaranta a ottant'anni sia un valore? Io personalmente lo credo, però molti mistici potrebbero dirmi che, tra un crapulone che campa ottant'anni e san Luigi Gonzaga che ne campa ventitré, è il secondo che ha avuto una vita più piena. Ma ammettiamo che l'allungamento della vita sia un valore: se è così la medicina e la scienza occidentale sono certamente superiori a molti altri saperi e pratiche mediche.
Crediamo che lo sviluppo tecnologico, l'espansione dei commerci, la rapidità dei trasporti siano un valore? Moltissimi la pensano così, e hanno diritto di giudicare superiore la nostra civiltà tecnologica. Ma, proprio all'interno del mondo occidentale, ci sono coloro che reputano valore primario una vita in armonia con un ambiente incorrotto, e dunque sono pronti a rinunciare ad aerei, automobili, frigoriferi, per intrecciare canestri e muoversi a piedi di villaggio in villaggio, pur di non avere il buco dell'ozono. E dunque vedete che, per definire una cultura migliore dell'altra, non basta descriverla (come fa l'antropologo) ma occorre il richiamo a un sistema di valori a cui riteniamo di non potere rinunciare. Solo a questo punto possiamo dire che la nostra cultura, per noi, è migliore.

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In questi giorni si è assistito a varie difese di culture diverse in base a parametri discutibili. Proprio l'altro giorno leggevo una lettera a un grande quotidiano dove si chiedeva sarcasticamente come mai i premi Nobel vanno solo agli occidentali e non agli orientali. A parte il fatto che si trattava di un ignorante che non sapeva quanti premi Nobel per la letteratura sono andati a persone di pelle nera e a grandi scrittori islamici, a parte che il premio Nobel per la fisica del 1979 è andato a un pakistano che si chiama Abdus Salam, affermare che riconoscimenti per la scienza vanno naturalmente a chi lavora nell'ambito della scienza occidentale è scoprire l'acqua calda, perché nessuno ha mai messo in dubbio che la scienza e la tecnologia occidentali siano oggi all'avanguardia. All'avanguardia di cosa? Della scienza e della tecnologia. Quanto è assoluto il parametro dello sviluppo tecnologico? Il Pakistan ha la bomba atomica e l'Italia no. Dunque noi siamo una civiltà inferiore? Meglio vivere a Islamabad che ad Arcore?
I sostenitori del dialogo ci richiamano al rispetto del mondo islamico ricordando che ha dato uomini come Avicenna (che tra l'altro è nato a Buchara, non molto lontano dall'Afghanistan) e Averroè - ed è un peccato che si citino sempre questi due, come fossero gli unici, e non si parli di Al Kindi, Avenpace, Avicebron, Ibn Tufayl, o di quel grande storico del XIV secolo che fu Ibn Khaldun, che l'Occidente considera addirittura l'iniziatore delle scienze sociali. Ci ricordano che gli arabi di Spagna coltivavano geografia, astronomia, matematica o medicina quando nel mondo cristiano si era molto più indietro. Tutte cose verissime, ma questi non sono argomenti, perché a ragionare così si dovrebbe dire che Vinci, nobile comune toscano, è superiore a New York, perché a Vinci nasceva Leonardo quando a Manhattan quattro indiani stavano seduti per terra ad aspettare per più di centocinquant'anni che arrivassero gli olandesi a comperargli l'intera penisola per ventiquattro dollari. E invece no, senza offesa per nessuno, oggi il centro del mondo è New York e non Vinci.
Le cose cambiano. Non serve ricordare che gli arabi di Spagna erano assai tolleranti con cristiani ed ebrei mentre da noi si assalivano i ghetti, o che il Saladino, quando ha riconquistato Gerusalemme, è stato più misericordioso coi cristiani di quanto non fossero stati i cristiani con i saraceni quando Gerusalemme l'avevano conquistata. Tutte cose esatte, ma nel mondo islamico ci sono oggi regimi fondamentalisti e teocratici che i cristiani non li tollerano e Bin Laden non è stato misericordioso con New York. La Battriana è stato un incrocio di grandi civiltà, ma oggi i talebani prendono a cannonate i Buddha. Di converso, i francesi hanno fatto il massacro della Notte di San Bartolomeo, ma questo non autorizza nessuno a dire che oggi siano dei barbari.
Non andiamo a scomodare la storia perché è un'arma a doppio taglio. I turchi impalavano (ed è male) ma i bizantini ortodossi cavavano gli occhi ai parenti pericolosi e i cattolici bruciavano Giordano Bruno; i pirati saraceni ne facevano di cotte e di crude, ma i corsari di sua maestà britannica, con tanto di patente, mettevano a fuoco le colonie spagnole nei carabi; Bin Laden e Saddam Hussein sono nemici feroci della civiltà occidentale, ma all'interno della civiltà occidentale abbiamo avuto signori che si chiamavano Hitler o Stalin (Stalin era così cattivo che è sempre stato definito come orientale, anche se aveva studiato in seminario e letto Marx).
No, il problema dei parametri non si pone in chiave storica, bensì in chiave contemporanea. Ora, una delle cose lodevoli delle culture occidentali (libere e pluralistiche, e questi sono i valori che noi riteniamo irrinunciabili) è che si sono accorte da gran tempo che la stessa persona può essere portata a manovrare parametri diversi, e mutuamente contraddittori, su questioni differenti. Per esempio si reputa un bene l'allungamento della vita e un male l'inquinamento atmosferico, ma avvertiamo benissimo che forse, per avere i grandi laboratori in cui si studia l'allungamento della vita, occorre avere un sistema di comunicazioni e rifornimento energetico che poi, dal canto proprio, produce l'inquinamento. La cultura occidentale ha elaborato la capacità di mettere liberamente a nudo le sue proprie contraddizioni.
Magari non le risolve, ma sa che ci sono, e lo dice. In fin dei conti tutto il dibattito su globale-sì e globale-no sta qui, tranne che per le tute nere spaccatutto: come è sopportabile una quota di globalizzazione positiva evitando i rischi e le ingiustizie della globalizzazione perversa, come si può allungare la vita anche ai milioni di africani che muoiono di Aids (e nel contempo allungare anche la nostra) senza accettare una economia planetaria che fa morire di fame gli ammalati di Aids e fa ingoiare cibi inquinati a noi?
Ma proprio questa critica dei parametri, che l'Occidente persegue e incoraggia, ci fa capire come la questione dei parametri sia delicata. E' giusto e civile proteggere il segreto bancario? Moltissimi ritengono di sì. Ma se questa segretezza permette ai terroristi di tenere i loro soldi nella City di Londra? Allora, la difesa della cosiddetta privacy è un valore positivo o dubbio? Noi mettiamo continuamente in discussione i nostri parametri. Il mondo occidentale lo fa a tal punto che consente ai propri cittadini di rifiutare come positivo il parametro dello sviluppo tecnologico e di diventare buddisti o di andare a vivere in comunità dove non si usano i pneumatici, neppure per i carretti a cavalli. La scuola deve insegnare ad analizzare e discutere i parametri su cui si reggono le nostre affermazioni passionali.

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Il problema che l'antropologia culturale non ha risolto è cosa si fa quando il membro di una cultura, i cui principi abbiamo magari imparato a rispettare, viene a vivere in casa nostra. In realtà la maggior parte delle reazioni razziste in Occidente non è dovuta al fatto che degli animisti vivano nel Mali (basta che se ne stiano a casa propria, dice infatti la Lega), ma che gli animisti vengano a vivere da noi. E passi per gli animisti, o per chi vuole pregare in direzione della Mecca, ma se vogliono portare il chador, se vogliono infibulare le loro ragazze, se (come accade per certe sette occidentali) rifiutano le trasfusioni di sangue ai loro bambini ammalati, se l'ultimo mangiatore d'uomini della Nuova Guinea (ammesso che ci sia ancora) vuole emigrare da noi e farsi arrosto un giovanotto almeno ogni domenica?
Sul mangiatore d'uomini siamo tutti d'accordo, lo si mette in galera (ma specialmente perché non sono un miliardo), sulle ragazze che vanno a scuola col chador non vedo perché fare tragedie se a loro piace così, sulla infibulazione il dibattito è invece aperto (c'è persino chi è stato così tollerante da suggerire di farle gestire dalle unità sanitarie locali, così l'igiene è salva), ma cosa facciamo per esempio con la richiesta che le donne musulmane possano essere fotografate sul passaporto col velo? Abbiamo delle leggi, uguali per tutti, che stabiliscono dei criteri di identificazione dei cittadini, e non credo si possa deflettervi. Io quando ho visitato una moschea mi sono tolto le scarpe, perché rispettavo le leggi e le usanze del paese ospite. Come la mettiamo con la foto velata?
Credo che in questi casi si possa negoziare. In fondo le foto dei passaporti sono sempre infedeli e servono a quel che servono, si studino delle tessere magnetiche che reagiscono all'impronta del pollice, chi vuole questo trattamento privilegiato ne paghi l'eventuale sovrapprezzo. E se poi queste donne frequenteranno le nostre scuole potrebbero anche venire a conoscenza di diritti che non credevano di avere, così come molti occidentali sono andati alle scuole coraniche e hanno deciso liberamente di farsi musulmani. Riflettere sui nostri parametri significa anche decidere che siamo pronti a tollerare tutto, ma che certe cose sono per noi intollerabili.

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L'Occidente ha dedicato fondi ed energie a studiare usi e costumi degli Altri, ma nessuno ha mai veramente consentito agli Altri di studiare usi e costumi dell'Occidente, se non nelle scuole tenute oltremare dai bianchi, o consentendo agli Altri più ricchi di andare a studiare a Oxford o a Parigi - e poi si vede cosa succede, studiano in Occidente e poi tornano a casa a organizzare movimenti fondamentalisti, perché si sentono legati ai loro compatrioti che quegli studi non li possono fare (la storia è peraltro vecchia, e per l'indipendenza dell'India si sono battuti intellettuali che avevano studiato con gli inglesi).
Antichi viaggiatori arabi e cinesi avevano studiato qualcosa dei paesi dove tramonta il sole, ma sono cose di cui sappiamo abbastanza poco. Quanti antropologi africani o cinesi sono venuti a studiare l'Occidente per raccontarlo non solo ai propri concittadini, ma anche a noi, dico raccontare a noi come loro ci vedono? Esiste da alcuni anni una organizzazione internazionale chiamata Transcultura che si batte per una "antropologia alternativa". Ha condotto studiosi africani che non erano mai stati in Occidente a descrivere la provincia francese e la società bolognese, e vi assicuro che quando noi europei abbiamo letto che due delle osservazioni più stupite riguardavano il fatto che gli europei portano a passeggio i loro cani e che in riva al mare si mettono nudi - beh, dico, lo sguardo reciproco ha incominciato a funzionare da ambo le parti, e ne sono nate discussioni interessanti.
In questo momento, in vista di un convegno finale che si svolgerà a Bruxelles a novembre, tre cinesi, un filosofo, un antropologo e un artista, stanno terminando il loro viaggio di Marco Polo alla rovescia, salvo che anziché limitarsi a scrivere il loro Milione registrano e filmano. Alla fine non so cosa le loro osservazioni potranno spiegare ai cinesi, ma so che cosa potranno spiegare anche a noi. Immaginate che fondamentalisti musulmani vengano invitati a condurre studi sul fondamentalismo cristiano (questa volta non c'entrano i cattolici, sono protestanti americani, più fanatici di un ayatollah, che cercano di espungere dalle scuole ogni riferimento a Darwin). Bene, io credo che lo studio antropologico del fondamentalismo altrui possa servire a capire meglio la natura del proprio. Vengano a studiare il nostro concetto di guerra santa (potrei consigliare loro molti scritti interessanti, anche recenti) e forse vedrebbero con occhio più critico l'idea di guerra santa in casa loro. In fondo noi occidentali abbiamo riflettuto sui limiti del nostro modo di pensare proprio descrivendo la pensée sauvage.

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Uno dei valori di cui la civiltà occidentale parla molto è l'accettazione delle differenze. Teoricamente siamo tutti d'accordo, è politically correct dire in pubblico di qualcuno che è gay, ma poi a casa si dice ridacchiando che è un frocio. Come si fa a insegnare l'accettazione della differenza? L'Academie Universelle des Cultures ha messo in linea un sito dove si stanno elaborando materiali su temi diversi (colore, religione, usi e costumi e così via) per gli educatori di qualsiasi paese che vogliano insegnare ai loro scolari come si accettano coloro che sono diversi da loro. Anzitutto si è deciso di non dire bugie ai bambini, affermando che tutti siamo uguali. I bambini si accorgono benissimo che alcuni vicini di casa o compagni di scuola non sono uguali a loro, hanno una pelle di colore diverso, gli occhi tagliati a mandorla, i capelli più ricci o più lisci, mangiano cose strane, non fanno la prima comunione. Né basta dirgli che sono tutti figli di Dio, perché anche gli animali sono figli di Dio, eppure i ragazzi non hanno mai visto una capra in cattedra a insegnargli l'ortografia. Dunque bisogna dire ai bambini che gli esseri umani sono molto diversi tra loro, e spiegare bene in che cosa sono diversi, per poi mostrare che queste diversità possono essere una fonte di ricchezza.
Il maestro di una città italiana dovrebbe aiutare i suoi bambini italiani a capire perché altri ragazzi pregano una divinità diversa, o suonano una musica che non sembra il rock. Naturalmente lo stesso deve fare un educatore cinese con bambini cinesi che vivono accanto a una comunità cristiana. Il passo successivo sarà mostrare che c'è qualcosa in comune tra la nostra e la loro musica, e che anche il loro Dio raccomanda alcune cose buone. Obiezione possibile: noi lo faremo a Firenze, ma poi lo faranno anche a Kabul? Bene, questa obiezione è quanto di più lontano possa esserci dai valori della civiltà occidentale. Noi siamo una civiltà pluralistica perché consentiamo che a casa nostra vengano erette delle moschee, e non possiamo rinunciarvi solo perché a Kabul mettono in prigione i propagandisti cristiani. Se lo facessimo diventeremmo talebani anche noi.
Il parametro della tolleranza della diversità è certamente uno dei più forti e dei meno discutibili, e noi giudichiamo matura la nostra cultura perché sa tollerare la diversità, e barbari quegli stessi appartenenti alla nostra cultura che non la tollerano. Punto e basta. Altrimenti sarebbe come se decidessimo che, se in una certa area del globo ci sono ancora cannibali, noi andiamo a mangiarli così imparano. Noi speriamo che, visto che permettiamo le moschee a casa nostra, un giorno ci siano chiese cristiane o non si bombardino i Buddha a casa loro. Questo se crediamo nella bontà dei nostri parametri.

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Molta è la confusione sotto il cielo. Di questi tempi avvengono cose molto curiose. Pare che difesa dei valori dell'Occidente sia diventata una bandiera della destra, mentre la sinistra è come al solito filo islamica. Ora, a parte il fatto che c'è una destra e c'è un cattolicesimo integrista decisamente terzomondista, filoarabo e via dicendo, non si tiene conto di un fenomeno storico che sta sotto gli occhi di tutti. La difesa dei valori della scienza, dello sviluppo tecnologico e della cultura occidentale moderna in genere è stata sempre una caratteristica delle ali laiche e progressiste. Non solo, ma a una ideologia del progresso tecnologico e scientifico si sono richiamati tutti i regimi comunisti. Il Manifesto del 1848 si apre con un elogio spassionato dell'espansione borghese; Marx non dice che bisogna invertire la rotta e passare al modo di produzione asiatico, dice solo che questi di questi valori e di questi successi si debbono impadronire i proletari.
Di converso è sempre stato il pensiero reazionario (nel senso più nobile del termine), almeno a cominciare col rifiuto della rivoluzione francese, che si è opposto all'ideologia laica del progresso affermando che si deve tornare ai valori della Tradizione. Solo alcuni gruppi neonazisti si rifanno a una idea mitica dell'Occidente e sarebbero pronti a sgozzare tutti i musulmani a Stonehenge. I più seri tra i pensatori della Tradizione (tra cui anche molti che votano Alleanza Nazionale) si sono sempre rivolti, oltre che a riti e miti dei popoli primitivi, o alla lezione buddista, proprio all'Islam, come fonte ancora attuale di spiritualità alternativa. Sono sempre stati lì a ricordarci che noi non siamo superiori, bensì inariditi dall'ideologia del progresso, e che la verità dobbiamo andarla a cercare tra i mistici Sufi o tra i dervisci danzanti. E queste cose non le dico io, le hanno sempre dette loro. Basta andare in una libreria e cercare negli scaffali giusti.
In questo senso a destra si sta aprendo ora una curiosa spaccatura. Ma forse è solo segno che nei momenti di grande smarrimento (e certamente viviamo uno di questi) nessuno sa più da che parte sta. Però è proprio nei momenti di smarrimento che bisogna sapere usare l'arma dell'analisi e della critica, delle nostre superstizioni come di quelle altrui. Spero che di queste cose si discuta nelle scuole, e non solo nelle conferenze stampa.
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Les États-Unis entre hyperpuissance et hyperhégémonie
Le nouveau visage du monde

PAR IGNACIO RAMONET.
Le Monde Diplomatique Décembre 2001


Presque trois mois après les événements du 11 septembre, il est temps de faire un premier bilan de tout ce qui change désormais dans la géopolitique planétaire et qui va affecter nos vies. Succédant au cycle entamé le 9 novembre 1989, lors de la chute du mur de Berlin, une nouvelle période historique vient indiscutablement de démarrer.

Tout commence donc ce fatidique mardi 11 septembre par la découverte d'une arme nouvelle : un avion de ligne, bourré de kérosène et transformé en missile de destruction. Inconnue jusqu'alors, cette monstrueuse bombe incendiaire percute par surprise l'Amérique à plusieurs reprises, au même moment. Le choc est d'une telle violence que le monde va en être effectivement ébranlé.

Ce qui se modifie d'emblée, c'est la perception même du terrorisme. On parle immédiatement d'" hyperterrorisme (1) " pour signifier qu'il ne sera plus comme avant. Un seuil, impensable, inconcevable, a été franchi. L'agression est d'une telle démesure qu'elle ne ressemble à rien de connu. Au point qu'on ne sait pas comment la nommer. Attentat ? Attaque ? Acte de guerre ? Les limites de la violence extrême semblent repoussées. Et on ne pourra plus revenir en arrière. Chacun sait que les crimes du 11 septembre, inauguraux, se reproduiront (2). Ailleurs peut-être, et dans des circonstances différentes sans doute, mais ils se répéteront. L'histoire des conflits enseigne que, lorsqu'une arme nouvelle apparaît, aussi monstrueux qu'en soient les effets, elle est toujours réemployée. Cela a été vrai pour l'usage des gaz de combat après 1918, ou pour la destruction des villes par bombardements aériens après Guernica en 1937. C'est d'ailleurs cette crainte qui entretient, cinquante-six ans après Hiroshima, la terreur nucléaire...

L'agression du 11 septembre révèle à la fois, chez ses auteurs, une cruauté fantastique et un très haut degré de sophistication. Ils ont voulu frapper fort, frapper au coeur et frapper les esprits. Et ont recherché à produire au moins trois types d'effets : des dégâts matériels, un impact symbolique et un grand choc médiatique.

Les résultats sont bien connus : anéantissement de 4 000 vies humaines environ, des deux tours du World Trade Center, d'une aile du Pentagone et, probablement, si le quatrième avion ne s'était pas écrasé en Pennsylvanie, de la Maison Blanche. Mais ces destructions ne constituaient pas, de toute évidence, l'objectif principal. Car alors les avions auraient visé, par exemple, des centrales nucléaires ou des barrages et auraient provoqué des dévastations apocalyptiques et des dizaines de milliers de morts (3)...

Le deuxième objectif visait à frapper les imaginations en avilissant, en offensant et en dégradant les signes principaux de la grandeur des Etats-Unis, les symboles de son hégémonie impériale en matière économique (le World Trade Center), militaire (le Pentagone) et politique (la Maison Blanche).

Moins remarqué que les deux précédents, le troisième objectif était d'ordre médiatique. Par une sorte de coup d'Etat télévisuel, M. Oussama Ben Laden, cerveau présumé de l'agression, a cherché à occuper les écrans, à y imposer ses images, les scènes de son oeuvre de destruction. Il a pris ainsi le contrôle, au grand dam de l'administration américaine (4), de tous les écrans de télévision des Etats-Unis (et, au-delà, du monde entier). Il a pu de la sorte dévoiler, démontrer l'insolite vulnérabilité américaine, exhiber au sein des foyers sa propre puissance maléfique, et mettre lui-même en scène la chorégraphie de son crime.

Une manière de narcissisme que complète l'autre image dominante du début de cette crise : celle de M. Ben Laden lui-même. Sur fond de caverne afghane, l'autoportrait d'un homme au regard étrangement doux... Du jour au lendemain, cette image a fait d'un homme largement inconnu à la veille du 11 septembre, la personne la plus célèbre du monde.

Depuis qu'un dispositif technique global permet de diffuser des images en direct sur l'ensemble de la planète, on savait que tout était prêt pour l'apparition d'un " messianisme médiatique ". L'affaire Diana, en particulier, nous avait appris que les médias, beaucoup plus nombreux qu'auparavant, sont en fait plus unifiés et plus uniformisés que jamais. Et que tout cela allait être un jour mis à profit par une sorte de prophète électronique (5).

M. Ben Laden est le premier. Par le biais de son agression du 11 septembre, il a eu accès à tous les écrans du monde, et a pu délivrer son message planétaire. Génie du mal ou moderne Dr Mabuse pour les uns, M. Ben Laden a pu apparaître aux yeux de millions de personnes à travers, notamment, le monde arabo-musulman, comme un héros. Plus même qu'un héros, comme un messie, " celui qui, désigné et envoyé par Dieu, vient délivrer l'humanité du mal "...

Et qui, dans ce but et aussi paradoxal que cela puisse paraître, n'hésite pas à inventer un terrorisme de type nouveau (6). Chacun comprend qu'on a désormais affaire à un terrorisme global. Global dans son organisation, mais aussi dans sa portée et ses objectifs. Et qui ne revendique rien de très précis. Ni l'indépendance d'un territoire, ni des concessions politiques concrètes, ni l'instauration d'un type particulier de régime. Même l'agression du 11 septembre n'a toujours pas été officiellement revendiquée. Cette nouvelle forme de terreur se manifeste comme une sorte de châtiment ou de punition contre un " comportement général ", sans plus de précision, des Etats-Unis et plus largement des pays occidentaux.

Aussi bien le président George W. Bush, parlant - avant de se rétracter - de " croisade ", que M. Ben Laden ont décrit cet affrontement en termes de choc de civilisations, voire de guerre de religion : " Le monde s'est scindé en deux camps, a affirmé M. Ben Laden, un sous la bannière de la croix, comme l'a dit le chef des mécréants Bush, et l'autre sous la bannière de l'islam (7). "

Attaqués pour la première fois chez eux (8), dans le sanctuaire de leur propre métropole et d'une manière particulièrement meurtrière, les Etats-Unis ont décidé de réagir en bouleversant la donne de la politique internationale. Craignant de leur part une riposte précipitée et impulsive, dans un premier temps, le monde a retenu son souffle. Cependant, sous l'influence du secrétaire d'Etat, M. Colin Powell, qui s'est révélé la personnalité la plus lucide de l'administration américaine (9), les Etats-Unis sont parvenus à garder leur sang-froid. Et ont su mettre à profit l'émotion internationale et la solidarité exprimée par presque toutes les chancelleries (à l'exception notable de l'Irak) pour renforcer leur hégémonie planétaire.

On savait déjà, depuis décembre 1991 et la disparition de l'Union soviétique, que les Etats-Unis étaient la seule hyperpuissance. Mais, ici ou là, quelques récalcitrants - Russie, Chine, la France à sa manière, etc. - hésitaient à l'admettre. Les événements du 11 septembre ont balayé les doutes : Moscou, Pékin, Paris et bien d'autres ont explicitement reconnu la suprématie américaine. De nombreux dirigeants - dont, le premier de tous, le président français, Jacques Chirac - se sont précipités à Washington, officiellement pour exprimer leurs condoléances, en réalité pour faire allégeance inconditionnelle... Chacun a compris que le moment n'était pas aux finasseries. " Qui n'est pas avec nous est avec les terroristes ", avait mis en garde M. Bush, ajoutant qu'il se souviendrait de tous ceux qui, en ce moment particulier, seraient restés passifs...

Une fois cette allégeance universelle constatée - y compris celle de l'Organisation des Nations unies (ONU) et celle de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) -, Washington s'est comporté de manière souveraine, c'est-à-dire sans tenir le moindre compte des recommandations ou des souhaits des pays ralliés. La coalition constituée obéit à une géométrie variable. Washington choisissant toujours le partenaire, lui fixant unilatéralement la mission à conduire, et ne lui laissant aucune marge de manoeuvre. " La participation de l'Europe à cette guerre, constate un analyste américain, se fait sur des bases unilatérales qui supposent la claire acceptation d'une seule autorité : le commandement américain (10). "

Et pas seulement dans le domaine militaire. Dans celui du renseignement, la " guerre invisible ", plus de cinquante pays ont également placé leurs services aux ordres de la Central Intelligence Agency (CIA) et du Federal Bureau of Investigations (FBI). A travers le monde, plus de 360 suspects ont ainsi été arrêtés, accusés d'avoir des liens avec le réseau Al-Qaida et M. Ben Laden (11).

La suprématie des Etats-Unis était grande, elle est désormais écrasante. Les autres puissances occidentales (France, Allemagne, Japon, Italie et même Royaume-Uni), à côté, font figure de lilliputiens. La preuve la plus éclatante de l'impressionnant pouvoir d'intimidation qu'exercent les Etats-Unis a été faite dès le lendemain du 11 septembre.

En faisant assassiner, le 9 septembre, le commandant Massoud, chef militaire de l'Alliance du Nord en Afghanistan, M. Ben Laden avait cru éliminer un atout décisif dont aurait pu se servir Washington après les attentats. Les Etats-Unis, pensait-il, ne pourraient plus s'appuyer sur l'Alliance du Nord. S'ils persistaient à le faire pour renverser le régime des talibans, son protecteur, ils trouveraient sur leur chemin le Pakistan, une puissance militaire redoutable, peuplée de 150 millions d'habitants et en possession de l'arme nucléaire. Islamabad n'accepterait jamais, pensait M. Ben Laden, le démantèlement du régime des talibans, par le biais desquels le Pakistan avait réalisé une ambition ancestrale : contrôler enfin l'Afghanistan et le réduire, de fait, au rang de protectorat.

Plus au nord, la Russie, en froid avec Washington en raison du grave désaccord sur le projet, cher au président Bush, de bouclier antimissile, ne collaborerait pas non plus avec les Américains et ne leur offrirait aucune facilité auprès de ses alliés d'Asie centrale, Ouzbékistan et Tadjikistan. Selon ce raisonnement, frappé au coin du bon sens, les Etats-Unis, après le 11 septembre, devraient se résigner à bombarder de très loin, à l'aide de missiles de croisière. Une riposte peut-être spectaculaire mais sans réelles conséquences...

Comme la suite des événements l'a montré, M. Ben Laden avait tout faux. En moins de vingt-quatre heures, fermement mis devant le choix d'aider les Etats-Unis ou d'assumer des risques considérables dans les domaines stratégiques prioritaires que sont le Cachemire, la rivalité avec l'Inde et la détention de l'arme nucléaire, le haut commandement pakistanais n'a pas hésité. Il a, comme on sait, sacrifié l'Afghanistan...

Quant à la Russie, elle n'a pas non plus douté une seconde. C'est M. Vladimir Poutine qui, le premier, a contacté M. Bush le 11 septembre pour lui exprimer sa solidarité. Celle-ci est allé si loin en Asie centrale que la hiérarchie de l'armée s'en est émue. Il est même question désormais que la Russie rejoigne l'OTAN (12)...

Cette nouvelle attitude de Moscou signifie, en clair, qu'il n'y a plus, à l'échelle planétaire, aucune coalition militaire susceptible de se constituer qui soit en mesure de faire contrepoids aux Etats-Unis. La domination militaire de ceux-ci est désormais absolue. A cet égard, la " punition " qu'ils infligent, depuis le 7 octobre, à l'Afghanistan en le bombardant jour et nuit représente un terrifiant avertissement à tous les pays du monde. Celui qui est contre les Etats-Unis se retrouvera seul face à eux, sans le moindre allié, et s'exposera à être bombardé jusqu'à être ramené à l'âge de pierre... La liste des prochaines " cibles " éventuelles est publiquement annoncée dans les colonnes des journaux américains : Irak, Iran, Syrie, Yémen, Soudan, Corée du Nord...

Un dispositif global de sécurité

Une autre leçon de l'après-11 septembre, c'est que la mondialisation continue et s'affirme comme la principale caractéristique du monde contemporain. Mais la crise actuelle a révélé sa vulnérabilité. C'est pourquoi les Etats-Unis soutiennent qu'il est urgent de mettre en place ce qu'on pourrait appeler l'appareil de sécurité de la mondialisation. Avec le ralliement de la Russie, l'entrée de la Chine dans l'Organisation mondiale du commerce (OMC) et le prétexte de la lutte mondiale contre le terrorisme, qui permet partout de réduire les libertés et le périmètre de la démocratie (13), les conditions paraissent désormais réunies pour que ce dispositif global de sécurité soit rapidement en place et confié sans doute à la nouvelle OTAN (14).

Mais des voix aussi se font entendre qui rendent la mondialisation libérale en partie responsable des événements du 11 septembre. D'une part, parce qu'elle a aggravé les injustices, les inégalités et la pauvreté à l'échelle planétaire (15). Et renforcé ainsi le désespoir et la rancoeur de millions de personnes désormais prêtes à se révolter ou, dans le monde arabo-musulman, à se rallier aux groupes islamistes radicaux - dont Al-Qaida - qui font appel à la violence extrême.

En affaiblissant les Etats, en dévaluant la politique et en démantelant les réglementations, la mondialisation a favorisé l'essor d'organisations aux structures molles, non hiérarchiques, non verticales, réticulaires. Aussi bien les firmes globales que les ONG, par exemple, ont profité de cette nouvelle donne et se sont multipliées. Mais des organisations parasites ont également proliféré dans les mêmes conditions, profitant de manière chaotique des espaces ainsi dégagés : mafias, réseaux délinquants, criminalités de toutes sortes, sectes et groupes terroristes (16).

Al-Qaida, à cet égard, est une organisation parfaitement adaptée à l'âge de la mondialisation avec ses ramifications multinationales, ses réseaux financiers, ses connexions médiatiques et communicationnelles, ses filières d'approvisionnement, ses pôles humanitaires, ses relais de propagande, ses filiales et sous-filiales...

Le monde a connu, au cours de l'histoire, des villes-Etat (Athènes, Venise), des régions-Etat (à l'époque féodale) et des nations-Etat (au cours des XIXe et XXe siècles), mais, avec la mondialisation, on voit maintenant apparaître le réseau-Etat, voire même l'individu-Etat dont M. Ben Laden est le premier exemple évident. Même si, pour l'instant, ce dernier a encore besoin - comme un bernard-l'hermite a besoin d'une coquille vide - d'un Etat vide (la Somalie hier, l'Afghanistan aujourd'hui) pour l'investir et le mettre tout entier au service de ses ambitions.

La mondialisation favorise cela, comme elle encouragera demain l'apparition d'entreprises-Etat qui, à la manière de M. Ben Laden, investiront un Etat creux, vide, déstructuré, en proie au désordre endémique, pour l'utiliser à leur guise. A cet égard aussi, M. Ben Laden aura été en quelque sorte un terrifiant précurseur.

 

 

1) Cf. François Heisbourg, Hyperterrorisme : la nouvelle guerre, Odile Jacob, Paris, 2001. Lire aussi, Pascal Boniface, Les Guerres de demain, Seuil, Paris, 2001.

(2) Comment ne pas se demander, après le 11 septembre, s'il est raisonnable de poursuivre la construction du futur super Airbus géant, aberration écologique, dont on sait qu'il constituera, dans les mains d'un pilote fou, une arme démentielle ?

(3) On a d'ailleurs appris, à cette occasion, que ni les centrales nucléaires ni les barrages ne sont construits à l'épreuve d'avions-bombes...

(4) Washington a vite compris l'importance du défi et a tenté de riposter - à notre avis maladroitement - en interdisant de montrer les corps des victimes, afin de ne pas fournir aux auteurs de l'agression le plaisir de contempler l'aspect le plus tragique de la vulnérabilité américaine.

(5) Lire La Tyrannie de la communication, et en particulier le chapitre " Messianisme médiatique ", col. " Folio Actuel ", n° 92, Gallimard-Galilée, Paris, 2001. (6) Lire Jean Baudrillard, " L'esprit du terrorisme ", Le Monde, 3 novembre 2001.

(6) Lire Jean Baudrillard, " L'esprit du terrorisme ", Le Monde, 3 novembre 2001.

(7) Le Monde, 3 novembre 2001.

(8) Pearl Harbor, le 7 décembre 1941, se situait à Hawaï, dans ce qui était encore une colonie des Etats-Unis.

(9) Lire Paul-Marie de La Gorce, " Controverses à Washington ", Le Monde diplomatique, novembre 2001.

(10) International Herald Tribune, Paris, 21 novembre 2001.

(11) International Herald Tribune, 24 novembre 2001.

(12) Ibidem.

(13) " L'Etat de droit s'est arrêté un moment après le 11 septembre aux Etats-Unis et en Europe ", a déclaré M. Freimut Duve, in Le Monde, 7 novembre 2001 ; lire aussi, Patti Waldmeir et Brian Groom, " In liberty's name ", Financial Times, Londres, 21 novembre 2001.

(14) International Herald Tribune, 21 novembre 2001.

(15) Lire, entre autres, l'entretien avec M. Kofi Annan, Le Figaro, 5 novembre 2001 ; lire aussi : Financial Times, Londres, 21 novembre 2001 ; El Pais, Madrid, 19 novembre 2001 ; et l'entretien avec Joseph E. Stiglitz, nouveau Prix Nobel d'économie, Le Monde, 6 novembre 2001.

(16) Lire Géopolitique du chaos, col. " Folio Actuel ", n° 67, Gallimard - Galilée, Paris, 2000.

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La democrazia fa male?

La globalizzazione e i mass media, i governi e la volontà popolare.
Le sfide che ci aspettano nel Ventunesimo secolo e gli strumenti per affrontarle.


Un intervento dello storico britannico Eric Hobsbawm

(NEW STATESMAN, GRAN BRETAGNA)

"Internazionale", 20 marzo 2001

Ci sono parole come "razzismo" e "imperialismo" a cui nessuno vuole essere associato pubblicamente. Ce ne sono altre come "madre" e l'ambiente" per le quali tutti sono ansiosi di dimostrare il loro entusiasmo. "Democrazia" è una di queste. Nei giorni del socialismo reale perfino i regimi meno credibili, come la Corea del Nord, la Cambogia di Pol Pot e lo Yemen, la esibivano nelle loro denominazioni ufficiali. Oggi, a parte alcune teocrazie islamiche, le monarchie ereditarie e gli sceiccati del Medio Oriente, è impossibile trovare un regime che non renda omaggio all'idea di assemblee o presidenti democraticamente eletti. Indipendentemente dalla storia e dalla cultura, le caratteristiche costituzionali comuni a Svezia, Papua Nuova Guinea e Sierra Leone (quando vi si può trovare un presidente eletto) collocano ufficialmente questi paesi in una categoria, mentre Pakistan e Cuba si trovano in un'altra. Ecco perché una disamina pubblica della democrazia è tanto necessaria quanto straordinariamente difficile. Non c'è un nesso logico o necessario tra le varie componenti dell'insieme che costituisce la cosiddetta "democrazia liberale". Gli Stati non democratici possono basarsi sul principio del Rechtstaat o Stato di diritto, come indubbiamente fecero la Prussia e la Germania imperiali. Dai tempi di Tocqueville e di John Stuart Mill sappiamo che la libertà e il rispetto delle minoranze sono spesso più minacciati che protetti dalla democrazia. Sappiamo anche, da Napoleone III, che i regimi che vanno al potere con un colpo di Stato possono continuare a godere di un consenso maggioritario attraverso successivi ricorsi al suffragio universale (maschile). E né la Corea del Sud né il Cile negli anni Settanta e Ottanta suggeriscono che esista un legame automatico tra capitalismo e democrazia. Comunque, l'argomentazione a favore delle libere elezioní non sostiene che esse garantiscano i diritti, bensì che, almeno in teoria, consentano al popolo di sbarazzarsi dei governi impopolari. E qui vanno fatte tre osservazioni critiche. Innanzitutto, come ogni altra forma di regime politico, la democrazia liberale richiede un'unità politica entro la quale possa essere esercitata: normalmente si tratta dello "Stato-nazione". Laddove una tale unità non esiste, la democrazia liberale non è applicabile. La seconda osservazione riguarda l'affermazione secondo cui il governo liberaldemocratico è sempre superiore o almeno preferibile al governo non democratico. A parità di condizioni non c'è dubbio che questo sia vero, ma a volte le condizioni non sono pari. L'Ucraina ha raggiunto una forma di governo più o meno democratica, ma al prezzo di perdere due terzi del modesto prodotto interno lordo che faceva registrare ai tempi dell'unione Sovietica. La Colombia è stata governata da un regime militare o da caudillos populisti solo per brevi periodi; per il resto ha avuto un governo costituzionale, rappresentativo e democratico, con due partiti rivali i liberali e i conservatori in competizione tra di loro, come da manuale. Tuttavia le persone uccise, mutilate e cacciate dalle loro case negli ultimi cinquant'anni si contano a milioni e sono molte di più di quelle registrate in uno qualsiasi dei paesi latinoamericani vittime di dittature militari. La terza osservazione è stata espressa da Winston Churchill "La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre che sono già state provate". Le argomentazioni a favore della democrazia sono essenzialmente negative. Anche come alternativa ad altri sistemi, la democrazia può essere difesa solo a malincuore. Per gran parte del Ventesimo secolo ciò non ha avuto molta importanza, dato che i sistemi politici che hanno provato a sfidarla erano palesemente terribili. Finché la democrazia rappresentativa liberale ha dovuto fronteggiare queste sfide, i suoi difetti strutturali come sistema di governo sono stati evidenti solo ai pensatori più acuti e agli autori satirici. In realtà perfino i politici ne discutevano ampiamente e apertamente, finché non è diventato imprudente dire in pubblico quel che si pensava veramente della massa di elettori da cui dipendeva la propria elezione.

La propaganda di massa Oggi, tuttavia, "il popolo" è il fondamento e il punto di riferimento comune di tutti i governi statali, salvo quelli teocratici. Questo non è solo inevitabile, ma è anche giusto: se il governo ha una qualche funzione, è proprio quella di parlare a nome di tutti i cittadini e di prendersi cura del loro benessere. Nell'era dell'uomo della strada, ogni governo è "governo del popolo e per il popolo", anche se a nessun livello pratico può essere "governo gestito dal popolo". Questo è stato il terreno comune di liberaldemocratici, comunisti, fascisti e nazionalisti, anche se le loro idee divergevano su come formulare, esprimere e influenzare 1a volontà popolare". La propaganda di massa è stata una componente essenziale perfino dei regimi pronti a esercitare un potere coercitivo illimitato. Nemmeno le dittature possono sopravvivere a lungo se viene meno la disponibilità dei cittadini ad accettare il regime. Ecco perché, quando è arrivato il momento, i regimi "totalitari dell'Europa orientale, seppure con un apparato statale fedele e una macchina repressiva efficiente, sono crollati in modo rapido e indolore. I governi dei moderni Stati territoriali o Stati-nazione si fondano su tre punti cardine: il primo è che hanno più potere delle altre strutture che operano sul loro territorio; il secondo è che gli abitanti del loro territorio ne accettano l'autorità più o meno di buon grado; il terzo è che i governi possono fornire ai loro cittadini servizi ? come l'ordine pubblico, il proverbiale "Law and order" che altrimenti non potrebbero essere erogati con la stessa efficienza, o addirittura non potrebbero proprio esistere. Negli ultimi trenta o quarant'anni questi punti cardine hanno via via perso validità. Per prima cosa, come dimostra l'Irlanda del Nord, perfino gli Stati più forti, più stabili e più efficienti hanno perso il monopolio della forza, non ultimo grazie alla valanga di nuovi strumenti di distruzione, piccoli e portatili, e all'estrema vulnerabilità della vita moderna ai sovvertimenti improvvisi, per quanto minimi. In secondo luogo, i cittadini non sono più così disposti né a offrire volontariamente lealtà e servizio a un governo legittimato dal voto popolare né a obbedire al potere opprimente di un governo illegittimo. Il terzo punto cardine è stato minato non solo dall'indebolimento del potere statale ma anche, dagli anni Settanta in poi, dal ritorno in auge tra i politici e gli ideologi di una critica ultraradicale e liberista dello Stato. Più per convinzione teologica che adducendo prove storiche, si è sostenuto che tutti i servizi che le autorità pubbliche possono fornire sono indesiderati oppure migliori se erogati dal "mercato". Gli uffici postali, Le carceri, le scuole, le forniture idriche e perfino i servizi di assistenza sono stati dati in gestione o trasformati in aziende, mentre i dipendenti pubblici sono stati trasferiti a strutture indipendenti o sostituiti da collaboratori esterni. Anche parti del sistema di difesa sono state appaltate. Il modus operandi dell'impresa privata, volto a massimizzare il profitto, è diventato il modello a cui aspira anche il governo. Lo Stato tende perciò ad affidarsi ai meccanismi economici privati per sostituire la mobilitazione attiva e passiva dei suoi cittadini.

Da cittadini a consumatori La sovranità del mercato non è un completamento della democrazia liberale, bensì una sua alternativa. In realtà è un'alternativa a ogni tipo di politica, dato che nega il bisogno stesso di decisioni politiche; decisioni che riguardano gli interessi comuni o di gruppo, e in quanto tali sono distinte dalla somma delle scelte, razionali o meno, degli individui che perseguono interessi privati. La partecipazione al mercato sostituisce dunque la partecipazione alla politica. Il consumatore prende il posto del cittadino. Due elementi compensano il declino della partecipazione civile e dell'efficacia del processo tradizionale del governo rappresentativo. 1 titoli dei giornali o le irresistibili immagini televisive sono l'obiettivo immediato dì tutte le campagne politiche, poiché molto più efficaci e molto più semplici della mobilitazione di migliaia di persone. Sono finiti ì tempi in cui il lavoro dell'ufficio di un ministro veniva interrotto per rispondere a un'improvvisa interrogazione parlamentare. Oggi è l'eventualità della pubblicazione di un servizio giornalistico a bloccare l'attività del numero lo di Downing Street. E non sono né i dibattiti parlamentari né le linee editoriali dei giornali a provocare il malcontento dell'opinione pubblica. Un malcontento cosi palese che perfino i governi con le maggioranze più solide devono tenerne conto tra un'elezione e l'altra: ne siano esempio le proteste popolari contro le imposte sui carburanti o contro i cibi transgenici, Quando emergono queste proteste è piuttosto inutile liquidarle come l'opera di piccole minoranze, non elette e atipiche, anche se di solito è proprio cosi. Grazie ai mass media l'opinione pubblica è più potente che mai, il che spiega il successo delle professioni specializzate nell'influenzarla. Quel che è meno evidente è il legame cruciale tra la politica dei media e l'azione diretta: l'azione dal basso che influenza direttamente i massimi responsabili politici, scavalcando i meccanismi intermedi dei governi rappresentativi. Questo è particolarmente evidente negli affari transnazionali, dove i meccanismi intermedi non esistono. Noi tutti conosciamo il cosiddetto effetto.Con la sensazione politicamente forte ma completamente disorganica che "si deve fare qualcosa" per il Kurdistan, per Timor Est e così via. Più di recente, le manifestazioni di protesta a Seattle e a Praga hanno dimostrato l'efficacia dell'azione diretta mirata, messa in atto da piccoli gruppi consapevoli del potere della televisione. Questa azione è stata condotta perfino contro organizzazioni come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, espressamente concepite per essere immuni ai processi politici democratici. Tutto ciò mette la democrazia liberale di fronte a quello che è forse il suo problema più serio e immediato: in un mondo sempre più globalizzato e transnazionale, i governi nazionali coesistono con forze che hanno un impatto sulla vita quotidiana dei cittadini almeno pari al loro, ma che in varia misura supera il loro controllo. I governi, tuttavia, non possono abdicare davanti a queste forze che sfuggono al loro controllo. Quando salgono i prezzi del petrolio, per esempio, tutti i cittadini, compresi i dirigenti &azienda, sono convinti che il governo possa e debba fare qualcosa, anche in paesi come l'Italia, dove ci si aspetta poco o nulla dallo Stato, o negli Stati Uniti, dove molti non credono allo Stato.

I compiti dei governo Ma che possono e devono fare i governi? Più che in passato essi sono sotto l'incessante pressione di un'opinione pubblica costantemente monitorata. Ciò limita le loro scelte. Nonostante questo, però, i governi non possono smettere di governare. In realtà gli esperti di pubbliche relazioni sollecitano i governi a farsi vedere sempre intenti a governare. Come sappiamo dalla storia britannica della fine del Ventesimo secolo, questo non fa che moltiplicare i gesti, gli annunci e, a volte, le leggi inutili. Oggi, inoltre, le autorità pubbliche sono alle prese con decisioni di interesse generale di natura tecnica oltre che politica. E qui i voti democratici ? o le scelte dei consumatori nel mercato ? non sono di nessun aiuto. Le conseguenze ambientali della crescita illimitata del traffico e le misure migliori per affrontarle non possono essere portate all'attenzione dei cittadini solo attraverso dei referendum. Queste misure possono dimostrarsi impopolari e in una democrazia è imprudente dire all'elettorato ciò che non vuole sentirsi dire. Ma allora, come si possono organizzare in modo razionale le finanze dello Stato quando i governi sono convinti che ogni proposta di aumentare le tasse equivalga a un suicidio e quando, di conseguenza, le campagne elettorali sono una gara allo spergiuro fiscale e i bilanci dei governi sono degli esercizi di ottenebramento fiscale? Insomma, la "volontà popolare", comunque sia espressa, non può determinare i compiti specifici del governo. Come Sidney e Beatrice Webb hanno osservato a proposito dei sindacati, la volontà popolare non può giudicare i progetti ma solo i risultati. È molto più brava a votare contro che a favore. E quando raggiunge uno dei maggiori trionfi negativi, come mettere fine ai cinquant'anni di regime postbellico corrotto in Italia o in Giappone, è incapace di fornire un'alternativa. Staremo a vedere se riuscirà a farlo in Serbia. Tuttavia il governo è per il popolo. E i suoi effetti vanno giudicati in base a ciò che fa al popolo. Per quanto possa essere disinformata, ignorante o perfino stupida, e per quanto possano essere inadeguati i metodi per scoprirla, la "volontà popolare" è indispensabile. Come potremmo altrimenti giudicare il modo in cui le soluzioni tecnico-politiche - per quanto accorte e tecnicamente soddisfacenti - influenzano la vita degli esseri umani in carne e ossa? 1 sistemi sovietici hanno fallito perché non c'era scambio reciproco tra chi prendeva le decisioni "nell'interesse del popolo" e coloro ai quali queste decisioni erano imposte. La globalizzazione liberista degli ultimi vent'anni ha compiuto lo stesso errore. Oggi la soluzione ideale non è quasi mai alla portata dei governi. È una soluzione su cui si sono basati i medici e i piloti degli aerei in passato e a cui ancora oggi cercano di aggrapparsi in un mondo sempre più diffidente: la convinzione diffusa che noi e loro condividiamo gli stessi interessi. Noi non gli diciamo in che modo devono prestare i loro servizi anche perché, in qualità di non esperti, non potremmo ma finché qualcosa non va storto gli diamo la nostra fiducia. Pochi governi godono oggi di questa fondamentale fiducia a priori. Nelle democrazie liberali raramente essi rappresentano la maggioranza dei voti, per non dire dell'elettorato. 1 partiti e le organizzazioni di massa, che una volta fornivano ai 1oro" governi proprio questa fiducia e un appoggio costante, si sono sgretolati. Sugli onnipresenti mass media i critici di professione, in nome di una presunta competenza superiore, attaccano continuamente l'operato del governo. Così la soluzione più conveniente per i governi democratici, e a volte anche l'unica, è quella di mantenere il processo decisionale il più possibile fuori dalla sfera pubblica e politica, o almeno di eludere il processo del governo rappresentativo. Molte decisioni politiche saranno negoziate e decise dietro le quinte. Questo aumenterà la sfiducia dei cittadini verso il governo e abbasserà la considerazione dell'opinione pubblica per i politici. Qual è allora il futuro della democrazia liberale? Fatta eccezione per la teocrazia islamica, in linea di principio nessun potente movimento politico pone una sfida a questa forma di governo. La seconda metà del Ventesimo secolo è stata l'età dell'oro delle dittature militari. Il Ventunesimo secolo non sembra cosi favorevole a esse: nessuno degli Stati ex comunisti ha scelto di seguire questa strada, mentre quasi tutte le dittature non hanno più il coraggio di esprimere a piena voce le loro convinzioni antidemocratiche e si limitano ad affermare di voler salvare la Costituzione fino alla data (imprecisata) di un ritorno al governo civile. Qualsiasi cosa si pensasse prima dei terremoti economici del 1997?98, oggi è chiaro che l'utopia di un mercato liberista globale, senza Stati, non si realizzerà. La maggior parte della popolazione mondiale, e certamente quella dei regimi liberaldemocratici degni di questo nome, continuerà a vivere in Stati attivi, anche se in alcune regioni sfortunate il potere e l'amministrazione statale si sono praticamente disintegrati. Quindi la politica continuerà, e cosi pure le elezioni democratiche.

Come affrontare il terzo millennio Dobbiamo affrontare 1 problemi del ventunesimo secolo con un insieme di meccanismi politici terribilmente inadeguati allo scopo. Questi meccanismi sono in realtà confinati entro le frontiere degli Stati-nazione, il cui numero è in aumento, e hanno di fronte un mondo globale che si estende oltre il loro raggio &azione. Non è nemmeno chiaro fino a che punto possano applicarsi all'interno di un territorio vasto ed eterogeneo che possiede una cornice politica comune, come l'Unione europea. Questi meccanismi politici devono vedersela con un'economia mondiale che opera attraverso unità molto diverse? le imprese multinazionali a cui non si applicano le considerazioni di legittimità politica e di interesse comune. E soprattutto hanno di fronte un'epoca in cui l'impatto dell'intervento umano sulla natura e sul globo è diventato una forza di proporzioni geologiche. L'adozione di nuovi meccanismi richiederà misure per le quali, quasi certamente, non si troverà nessun sostegno contando i voti o valutando le preferenze dei consumatori. Questo non è incoraggiante per le prospettive a lungo termine né della democrazia né del globo. Dobbiamo affrontare il terzo millennio come quel personaggio di fantasia irlandese che, a chi gli chiedeva la strada per Ballynahinch, dopo aver riflettuto un attimo rispondeva: "Fossi in lei non partirei da qui" Ma è proprio da qui che dobbiamo partire. (N.M.)

Eric Hobsbawm è uno storico britannico di orientamento marxista. E' professore emerito di storia economica e sociale alla London University. Autore di molti saggi, ha analizzato le dinamiche economiche e la conflittualità sociale nell'età moderna e contemporanea. Le sue opere più recenti sono: Gente non comune (Rizzoli), intervista sul nuovo secolo (a cura di Antonio Polito, Laterza); Il secolo breve:l'era dei grandi cataclismi (Rizzoli).

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L'Islam tra noi. Dalle paure al confronto.

Sabato 11 novembre 2000 Tavola Rotonda

Intervento di Massimo Cacciari

Io credo che noi siamo in una situazione in cui l'incontro dei paesi in Europa si potrebbe definire un incontro tra un Islam in via di devitalizzazione ed un cristianesimo della fine, se dovessimo limitarci ai comportamenti sociologicamente rilevanti. E questo potrebbe dare adito a qualche speranza cioè che non vi siano ragioni di conflitto, che non vi siano ragioni di opposizione, di polemica…

In fondo la prospettiva è quella di una occidentalizzazione, di una secolarizzazione ormai sempre più evidente. Il clima è questo, i mass media trasmettono questo messaggio (non c'è dubbio alcuno): l'incontro se ha da venire tutti auspicano che avvenga sulla spinta di una indistinta religione naturale. Quando va bene, quando non è il buonismo, quando non è marmellata.

Io ho terrore di questa prospettiva, io detesto questa prospettiva. Io ritengo che questa prospettiva sia l'opposto del dialogo perché manca ogni logos . Perché due persone dialoghino bisogna che parlino, bisogna che siano dotati di logos, bisogna che stiano nel loro logos, bisogna che lo testimonino con la massima forza, col massimo impegno. Se le cose procedono invece come il Washington Concensus prevede ed auspica allora l'incontro avverrà (cito un libro molto famoso che ha venduto un milione di copie in giro): "Certo che è possibile il dialogo, basta che cessi ogni forma di integralismo, che tutti abbiano fede reciproca nel progresso, che tutti assumano un atteggiamento pragmatico razionalistico e che vengano sconfitti ogni forma di burocratismo neo-liberal e ogni dogma religioso".

Insomma se tutti diventiamo dei bravi e buoni laici, ecco vedrete che il dialogo, partecipazione, convivenza, coesistenza andranno per conto loro, andranno da sé. Ecco questo ritengo sia la negazione del dialogo. Il dialogo è abitare un linguaggio, costruirlo, saperne le ragioni e naturalmente perché dialogo vi sia occorre che io non conosca soltanto la mia lingua, che io non sia letteralmente un "idiota" che è quello che conosce solo il proprio idioma, ma conosce anche la lingua dell'altro.

Questo allora è il dialogo: sapere la mia lingua, custodirla e fare ogni sforzo per conoscere anche quella dell'altro nella sua identità. Questo, se vogliamo uscire dagli schemi alicistici che negano l'essenza del dialogo e non vogliamo cadere in generici buonismi, è estremamente difficile. Di grande fascino, di grande seduzione ma estremamente difficile nel rapporto con l'Islam, di enorme difficoltà. E io ho un enorme fastidio nel vedere come queste difficoltà nel discorso interreligioso vengano dribblate, si cerchi di evitare questi scandali, questi grandi ostacoli, questi grandi impedimenti. Che però ci sfidano, perché come diceva un poeta soltanto dove c'è il pericolo può crescere la possibilità di salvezza. Evitare il pericolo è ignavia, è accidia. Bisogna andare incontro al pericolo, e nulla è più pericoloso, nel senso letterale del termine, del dialogo tra le nostre tradizioni giudaico-cristiane e l'Islam.

Non credete ai buonismi che vi raccontano che vi sono state epoche in cui questo dialogo fioriva: non è vero niente. L'Islam è apparso nel Mediterraneo rompendone l'unità, come ormai tutti gli storici accettano la straordinaria intuizione di sessant'anni fa di uno dei più grandi storici europei nel dire che l'unità del Mediterraneo non è stata rotta dalle invasioni barbariche. Le invasioni barbariche sono state tranquillissimamente assimilate durante tutta la fase dell'impero romano. L'ecumene Mediterraneo è stato rotto dall'Islam: qui è stata la grande svolta che ha sfidato l'Europa per secoli. E la conoscenza dell'Islam da parte europea è stata miserrima. I cristiani con alcune incredibili eccezioni, specialmente nel mondo spagnolo, non conoscevano l'Islam. Conoscevano l'Islam come mediatore della cultura greca, ma l'Islam delle sue tradizioni e dei suoi autori quando mai l'anno conosciuto. Conoscevano Averroè, ma l'Averroè che trasmette parte della grande eredità filosofica classica, Avicenna lo conoscevano per lo stesso motivo. Per non parlare di Algazali vero maestro dell'Islam, perché non era Averroè certo. Averroè era uno sconosciuto nell' Islam. Solo alcuni intellettuali laici conoscono Averroè, per noi invece l'Islam è Averroè, ma non ha alcuna influenza religiosa e culturale nell'Islam. Quello che veramente è decisivo nell'Islam dal punto di visto filosofico e teologico è Algazali che non è assolutamente conosciuto nell'ambiente filosofico e teologico cristiano fino al 1500.

Il primo vero incontro culturale dell'occidente con l'Islam lo abbiamo alla fine del '600, primi del '700. Ma è assente nella cristianità una conoscenza diretta. Il più grande filosofo europeo cristiano del '400, il Cusano affronta un libro sul Corano. Aveva letto il libro, ma la sua conoscenza era limitatissima, nulla filologicamente. La verità è che noi il dialogo vero con l'Islam dobbiamo ancora tutto affrontarlo. Nel '900 si è cominciato ad affrontarlo, in alcuni straordinari luoghi di convivenza, che non esistono più.

Perché non dobbiamo dimenticarci questo fatterello: che un secolo fa Salonicco, Istambul, il Libano, il Cairo, le grandi città del Magreb erano tutti luoghi di convivenza, di coesistenza, che vi erano ricchissime comunità ebraiche e cristiane che convivevano e dialogavano. Il Libano sembrava una terra promessa negli anni '50 e '60: grandi studiosi cattolici vivevano e lavoravano con grandi teologi islamici. Il '900 ha fatto piazza pulita del Mediterraneo della coesistenza. Dovremmo riflettere autocriticamente sulle nostre colpe: nel '900 noi, parlando di dialogo, sono spariti tutti i luoghi di coesistenza, di convivenza che facevano ricco il Mediterraneo, che lo facevano unico. Questa è la verità, che si sono moltiplicati i muri e i confini, altro che dialogo. Questi sono i fatti, i nudi e crudi fatti. Non a caso, perché l'impostazione non è mai stata una vera impostazione dialogica, quando andava bene era un'impostazione "abbracciamoci tutti". Non è con i denominatori comuni che fai il dialogo, il dialogo lo fai se riesci ad arrivare a conoscere le altezze del discorso dell'altro, dove è più duro nei tuoi confronti, dove ti sfida, dove è più pericoloso. Algazali dice a proposito del cristianesimo (e lui era quel musulmano "tollerante", non certo quello che interpretava la Jihad come guerra santa come traduciamo noi, ma secondo la radice araba che vuol dire zelo, zelo nella strada verso Dio, e non si sognava nemmeno di crociate contro gli infedeli) che chiedeva ai cristiani "spiegatemi, perché io credo che il vostro Messia che è un uomo in croce sia un'atroce bestemmia". Un Dio non può essere messo in croce, e se Gesù è stato messo in croce vuol dire che non era Dio. La croce, non una cosetta qualsiasi divide l'Islam dal cristianesimo. Dov'è il denominatore comune? Queste cose ci interessano ancora? Se vedo i discorsi che abbiamo appena sentito mi pare che non interessano più a nessuno queste cose.

E un cristianesimo che la croce la traduce in termini etico morali va bene, dialoghiamo. Ma non c'entra più niente con cristianesimo e Islam. Cessiamo di parlare di cristianesimo e Islam. E' possibile il dialogo intorno alla abissale differenza? Questo a me interessa. E' possibile un dialogo tra gli assolutamente distinti? Questo a me interessa. O gli assolutamente distinti per noi devono per forza fare la guerra, le crociate? Questo è il punto. Perché se per voi ormai tra gli assolutamente distinti vi può essere soltanto inimicizia, tipico pensiero occidentale, allora per carità, annulliamo ciò che ci fa distinti, mescoliamoci, cerchiamo questa risibile religione naturale che oggi gira per le piazze e per i mercati. Ma per carità di Dio non parliamo più di Islam, non parliamo più di cristianesimo. Siamo coerenti.

E qui il problema diventa interessante per uomini dotati di logos e che qui vogliono dialogare e cercare un logos. Diventa interessante quando ci si chiede: "Ma quello che mi è assolutamente distinto, quello che dice che è la somma della bestemmia la mia croce, è mio nemico? O forse invece non è forse il mio prossimo più prossimo, quello che mi interroga di più, quello che mi urge di più, quello che non va a fuggire dalle mie domande, dai miei dubbi, dalle mie angosce. Non è proprio quello con cui devo stare sempre, l'amico per eccellenza. Quello che mi è il più lontano, il più straniero, il più diverso.

Se sapremo entrare in questo ordine di idee, allora possiamo affrontare nella loro radicale serietà questi termini: cristianesimo, Islam, queste civiltà, queste culture. Altrimenti rassegniamoci alla guerra, all'inimicizia. Magari l'Islam che viene da noi in Europa sarà del tutto deislamizzato, sarà malato, un Islam che continua a crescere dell'8-10% di popolazione all'anno. E non verranno mica tutti in Europa, e guardate un po' cosa sta succedendo.

Lo scontro di civiltà in Europa è, ne sono certo, molto improbabile, ma lo scontro di civiltà tra questa Europa compreso l'Islam europeizzato e l'Islam non europeizzato è proprio così improbabile? Perché c'è anche questo problema: con quello che non viene in Europa come ci comportiamo? Come il nemico perché è totalmente diverso da noi, perché non capisce i valori della nostra laicità oppure lo affrontiamo alle sue vere altezze? E' possibile questo? C'è nella tradizione cristiana, nella tradizione islamica un linguaggio, termini, parole che permettono di sperare questo? Io spero di si.
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In cerca delle radici. Furono gli umanisti italiani, da Boccaccio a Machiavelli, a unificare il continente. Conquistatori armati di libri
Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2001

Uno dei più autorevoli e brillanti storici francesi, Jacques Le Goff, ha potuto affermare e dimostrare recentemente sulla rivista "Iter" (IV, 13) che "il fulcro dell'unità europea, il legame sostanziale di una comunità europea" non è politico né economico, ma "è stata ed è la cultura". È una convinzione che Le Goff fa risalire a Carlo Magno e al suo illuminato circolo preeuropeo e preumanistico. Anche Ossola, introducendo suggestivamente il volume linceo che citeremo, rileva che "l'istanza ermeneutica è fondamentale per la storia d'Europa: essa non esibisce una "natura" ma una pluralità di storie... la sua idea di civiltà è costantemente nei secoli la risposta di "cultura" rispetto a un fondamento di "natura"".
Questa prospettiva ha trovato or ora precise e ricche documentazioni e illustrazioni in due importanti sillogi: raccolgono in questo senso i contributi di grandi personalità italiane, francesi, spagnole, inglesi, tedesche, polacche, americane, canadesi. Emerge da queste analisi e da queste ragionate prospettive anche la centralità che la cultura italiana ebbe nella formazione della coscienza europea: e proprio lungo i secoli in cui i Paesi del nostro continente erano tra loro più che divisi politicamente e in continue guerre.
Già con San Francesco e San Tommaso si imponeva all'Europa una visione religiosa poetica e intellettuale tutta europea, tutta unitaria, risolutamente diversa da quella orientale. Ma sono soprattutto il preumanesimo e l'umanesimo che, fra Trecento e Quattrocento, com'è noto, unificano per secoli e secoli - e fino a oggi - la cultura europea. La distinguono risolutamente da quella asiatica, pur grande che l'aveva dominata nei secoli attorno al Mille.
Per la prima volta nella storia dell'umanità le avanguardie di un grande rinnovamento culturale spirituale e politico - quello che malgrado divisioni cruente e guerre feroci rese e rende una la civiltà del nostro, continente, dagli Urali a Gibilterra - non sono rappresentate e imposte da uomini con armi, come i Romani o i Franchi ma da uomini con libri. Si proiettano, fra metà del Trecento e metà del Quattrocento, dall'Italia per tutta Europa -dagli Slavi ai Lusitani dal Peloponneso all'Islanda - questi fondatori della coscienza e dell'unità europea, armati solo di libri. E la loro lezione attraverso i secoli, attraverso migliaia di chilometri, attraverso diversissime ideologie giunge fino alla Lagerloff, a Pasternak, a Mandelstam. E promuove anche dal Cinque al Settecento, come ha dimostrato Fumaroli, l'unità europea attraverso la retorica e imposta una scuola basata sul nuovo umanesimo la quale si impone in tutto il continente anche grazie ai gesuiti italiani. Fin dal Trecento la presenza decisiva del Petrarca per il rinnovamento della nostra cultura in senso umanistico-agostiniano è stata illustrata nei volumi citati ampiamente dal Billanovich e dalla sua scuola; e quella per la tradizione lirica moderna (che senza il Petrarca forse non esisterebbe) da Weinrich e da Rico.
Contemporaneamente il Boccaccio - come ho suggerito io stesso - introduce e impone le forme che poi dominano esemplarmente la letteratura europea: il poema cavalleresco coi suoi Filostrato e Teseida in cui si fondono le avventure di armi e di amori; il romanzo tutto psicologico colla sua Fiammetta, che Sehlegel e la Staël riconoscevano come l'opera madre della nuova Eloisa e del Werther, e Jolles citava come modello della Bovary e persino di certe figure femminili di Proust; le fantasie pastorali dilaganti in Europa dal Cinquecento al Settecento con la sua Comedia delle Ninfe fiorentine e il suo Ninfale; le rivendicazioni femministe col suo De Mulieribus. E soprattutto col Decameron, come ha potuto affermare Todorov, Boccaccio ha dato all'Europa l'esempio decisivo del "processo narrativo... capace di evocare l'universo delle azioni e delle rappresentazioni».
Le sue stesse opere in italiano tradotte già tra fine Trecento e primi Quattrocento in francese, spagnolo, inglese tedesco (e poi persino in islandese ) ne fanno un autore europeo. E non solo, come il Petrarca, per gli uomini di alta cultura, ma per la borghesia rappresentata nel suo capolavoro: la quale, per bocca di un autorevole letterato francese come Laurent de Premierfait, proclama il Boccaccio degno del lauro poetico europeo.
La novellistica boccacciana e di altri narratori italiani, fino al Bandello, si pone anche alla base dello sviluppo teatrale nel nostro continente, da Hans Sachs a Shakespeare e a Moliére
Nella repubblica ideale umanistica -fondata sulla dignità dell'uomo e proposta da Venezia in una famosa epistola di Francesco Barbaro - si ritrovarono i più diversi e illuminati uomini d'Europa: per nominarne solo alcuni più noti Bessarione e Arnoldo di Bost, Budé e gli Estienne, Giano Pannonio e il Cusano, Erasmo e Tommaso Moro, fino a Ronsard. Si potrebbe continuare (come si fa nei volumi citati) a constatare in senso europeo l'azione determinante e sollecitatrice del Machiavelli nel dibattito politico, del Tasso nella poesia tardorinascimentale e barocca, di Galileo nel messaggio scientifico, della nostra "commedia dell'arte" e del nostro melodramma (che impone Metastasio come il più europeo degli scrittori settecenteschi) fino in Russia e nell'America del Nord. Ancora alla fine del Settecento, nella Weimar di Goethe,chi voleva nutrirsi di cultura veramente europea leggeva "La Gazzetta di Weimar" scritta tutta in italiano (come brillantemente documenta Lea Ritter nel volume linceo).
Persino nel Novecento, dopo un certo improvincialimento e un certo ostracismo ottocentesco (nonostante un Foscolo e un Manzoni e un Leopardi presentissimi in Inghilterra, Francia, Germania) con D'Annunzio e Pirandello la nostra letteratura dà modelli ed esercita sollecitazioni nella comunità del nostro continente. E lo ha fatto e lo fa sempre anche oggi (Montale, Calvino, Luzi...) con spirito non nazionale ma tutto europeo.
Mi raccontava a Parigi, nel Cinquanta, Louis Jouvet, stretto amico e collaboratore - come grande attore - del maggior drammaturgo francese del primo Novecento, Jean Giraudoux, un giudizio di Giraudoux stesso. Questi era rimasto esterrefatto quando, alla prima parigina dei Sei personaggi in cerca d'autore, vide emergere sul palcoscenico quelle sei figure. E all'uscita da teatro sentenziò: "Quell'apparizione segna l’inizio di una nuova storia per il teatro europeo".
La luminosa tradizione greca e latina e cristiana - concorde nel fondare la sua civiltà sul primato dell'uomo e della sua dignità e libertà - trovò nella cultura umanistica italiana, da San Francesco e Dante a Pirandello, una promotrice efficace di una ideologia comune al nostro continente. Ed è da questa solida e illuminante ideologia che. deve prendere slancio e forza, anche per i suoi sviluppi futuri, l’unità europea, certo ben più che da quella armata o monetaria, politica o economica.
"L'Italia letteraria e l'Europa", a cura di N. Borsellino e B. Germano, Fondazione Sapegno di Aosta, Roma-Salerno, 2001, pagg. 280, s.i.p.;
"La cultura letteraria italiana e l'identità europea, Accademia Nazionale dei Lincei Roma, giugno 2002, pagg. 404, s.i.p.
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LE IDEE - Il mondo piegato all'ordine americano

JOHN LE CARRE
The Times del 15/01/03. La Repubblica del 16 gennaio 2003/Traduzione di Emilia Benghi

L’AMERICA è entrata in uno dei suoi periodi di follia storica, ma questo è il peggiore che io ricordi: peggio del maccartismo, peggio della "Baia dei Porci" e, a lungo termine, potenzialmente più disastroso della guerra del Vietnam. La reazione all’11 settembre va al di là di ciò che Osama possa aver sperato nei suoi sogni peggiori. Come ai tempi di McCarthy i diritti e le libertà dogmatici che hanno guadagnato all’America l’invidia del mondo vengono sistematicamente erosi. La persecuzione dei cittadini stranieri residenti negli Stati Uniti continua a ritmo sostenuto. I residenti non permanenti maschi di origine nordcoreana e mediorientale stanno sparendo, arrestati in segreto sulla base di accuse segrete per segreto ordine dei giudici. I palestinesi residenti negli Usa prima decretati apolidi e perciò non deportabili, vengono consegnati ad Israele per l’"insediamento" a Gaza e in Cisgiordania, luoghi in cui magari non hanno mai messo piede prima. Qui in Gran Bretagna stiamo giocando allo stesso gioco? Personalmente me lo aspetto. Altri trent’anni e ci sarà dato di saperlo. La combinazione tra media Usa compiacenti e gli interessi riconosciuti delle grandi imprese sta facendo ancora una volta sì che un dibattito che dovrebbe risuonare in ogni piazza sia confinato alle più altezzose colonne della stampa della East coast: vedi pagina A27 se riesci a trovarla e a capirla. Nessuna amministrazione americana ha mai tenuto le carte così strette al petto. Se i servizi di intelligence non sanno nulla, sarà il più sicuro di tutti i segreti. Ricordatevi che sono le stesse organizzazioni che ci hanno portato il maggior fiasco nella storia dei servizi segreti: l’11 settembre. La guerra imminente fu progettata anni prima che Osama Bin Laden colpisse, ma è stato Osama a renderla possibile. Senza Osama la giunta militare di Bush starebbe ancora cercando di spiegare questioni delicate del tipo come è arrivata ad essere eletta innanzitutto, poi la Enron, gli spudorati favoritismi nei confronti dei già troppo ricchi, la sprezzante noncuranza nei confronti dei poveri del mondo, l’ecologia e un cumulo di trattati internazionali abrogati unilateralmente. Avrebbe potuto dirci anche perché sostiene Israele nel suo continuo disprezzo delle risoluzioni Onu. Ma Osama, opportunamente, ha spazzato tutto sotto il tappeto. I seguaci di Bush hanno successo, l’88 per cento degli americani vuole la guerra, ci viene detto. Il bilancio della difesa Usa è stato elevato di altri 60 miliardi di dollari, a circa 360 miliardi. Sta per vedere la luce una splendida nuova generazione di armi nucleari Usa, progettata per rispondere indifferentemente ad armi nucleari, chimiche e biologiche nelle mani degli "Stati canaglia". Così tutti possiamo respirare. E l’America non si limita a decidere unilateralmente chi possa o non possa detenere queste armi. Si riserva anche il diritto unilaterale di schierare senza rimorsi le proprie armi nucleari, ogniqualvolta e ovunque reputi minacciati i propri interessi, amici e alleati. Quali sono destinati ad essere precisamente questi amici e alleati nei prossimi anni sarà, come sempre in politica, un bell’indovinello. Ti fai dei begli amici e alleati, li armi fino ai denti e il giorno che non sono più tuoi amici e alleati li distruggi con il nucleare. Vale la pena di ricordare a questo punto quanto a lungo e approfonditamente il gabinetto Usa abbia soppesato l’opzione di un attacco nucleare all’Afghanistan sulla scia dell’11 settembre. Fortunatamente per noi tutti, ma soprattutto per gli afgani, la cui complicità nell’11 settembre era molto inferiore a quella del Pakistan, decisero di accontentarsi di 25 tonnellate di "Daisy cutter" (bombe Blu 82, n.d.t.), che a detta di tutti equivalgono come impatto ad un piccolo ordigno nucleare. Ma la prossima volta faranno sul serio. è molto meno chiaro quale esattamente sia la guerra cui l’88 per cento degli americani pensa di essere a favore. Quanto durerà? A quale costo di vite americane? A quale costo per le tasche dei contribuenti americani? A quale costo - perché gran parte di quell’88 per cento sono persone del tutto per bene e umane - di vite irachene? Probabilmente ormai è un segreto di stato, ma Desert Storm è costata all’Iraq almeno il doppio delle vite che l’America ha perduto nell’intera guerra del Vietnam. Come Bush e la sua giunta siano riusciti a deviare la rabbia dell’America da Osama Bin Laden a Saddam Hussein è uno dei grandi giochi di prestigio di pubbliche relazioni che la storia annovera. Ma ce l’hanno fatta. Un recente sondaggio di opinione ci dice che un americano su due oggi pensa che Saddam sia stato responsabile dell’attacco al World Trade Center. Ma l’opinione pubblica americana non è semplicemente fuorviata. è minacciata, tiranneggiata, intimidita, e mantenuta in uno stato permanente di ignoranza e paura, con una conseguente dipendenza dalla sua leadership. La nevrosi accuratamente orchestrata dovrebbe, se tutto va bene, condurre Bush e i suoi compagni di cospirazione tranquillamente alle prossime elezioni. Quelli che non sono con Bush sono contro di lui. Peggio - vedi il suo discorso del tre gennaio - sono con il nemico. Il che è strano, perché io sono totalmente contro Bush, ma mi piacerebbe moltissimo assistere alla caduta di Saddam - solo non alle condizioni di Bush e non con i suoi metodi. E non nel nome di una simile oltraggiosa ipocrisia. Il colonialismo americano vecchio stile sta per spiegare le sue ali di ferro su tutti noi. L’ipocrisia religiosa che invierà in battaglia le truppe americane è forse l’aspetto più rivoltante di questa surreale guerra in fieri. Bush ha Dio in tasca. E Dio ha opinioni politiche molto particolari. Dio ha ordinato all’America di salvare il mondo in qualunque modo convenga all’America. Dio ha ordinato ad Israele di essere il nesso della politica mediorientale dell’America, e chiunque voglia andar contro a quell’idea è a) antisemita b) antiamericano c) col nemico, e d) un terrorista. Dio ha anche straordinari rapporti personali. In America, dove tutti gli uomini sono uguali ai suoi occhi, se non a quelli l’uno dell’altro, la famiglia Bush conta un presidente, un ex presidente, un ex capo della Cia, il governatore della Florida e l’ex governatore del Texas. Bush senior vanta alcune belle guerre e una meritata reputazione quando si tratta di riversare la collera dell’America su stati clienti disobbedienti. Una piccola guerra che ha dichiarato di suo pugno fu quella contro il suo ex amico della Cia Manuel Noriega di Panama, che lo servì bene nella guerra fredda ma alzò un po’troppo la testa quando fu finita. Il potere non si manifesta in modo molto più esplicito di così, e gli americani lo sanno. Vi interessa qualche indicazione? George W. Bush 1978-84: dirigente Arbusto-Bush Exploration, compagnia petrolifera. 1986-1990, dirigente della Harkon oil company. Dick Cheney 1995-2000: presidente della Halliburton oil company. Condoleezza Rice 1991-2000: dirigente della Chevron, che ha dato il suo nome a una petroliera. E così via. Ma nessuna di queste trascurabili associazioni scalfisce l’integrità dell’opera di Dio. Qui si parla di onestà. E sappiamo dove vanno a scuola i vostri bambini. Nel 1933, mentre l’ex presidente George Bush rendeva visita al sempre democratico regno del Kuwait per essere ringraziato di averli liberati, qualcuno tentò di ucciderlo. La Cia crede che quel "qualcuno" fosse Saddam Hussein. Da qui il grido di Bush junior: "Quell’uomo ha tentato di uccidere il mio papà!". Ma questa guerra continua a non aver nulla di personale. Resta necessaria. è ancora opera di Dio. Serve sempre a portare la libertà e la democrazia al povero oppresso popolo iracheno. Per essere accettato nella squadra di Bush a quanto pare bisogna credere anche nel Bene Assoluto e nel Male Assoluto e Bush, con il grande aiuto dei suoi amici, della famiglia e di Dio, è qui per dirci cosa è l’uno e cosa è l’altro. è possibile che io sia il male, per quello che sto scrivendo, ma devo controllare. Ciò che Bush non ci dirà è la verità circa il motivo per cui andiamo in guerra. In gioco non c’è l’Asse del Male - bensì petrolio, denaro e vite umane. La disgrazia di Saddam è quella di sedere sul secondo maggior giacimento di petrolio del mondo. Quella dell’Iran, alla porta accanto, è di possedere i più grandi giacimenti di gas naturali. Bush li vuole entrambi e chi lo aiuta a prenderli riceverà un pezzo della torta. A chi non lo aiuterà, niente. Se Saddam non avesse il petrolio, potrebbe torturare e assassinare i suoi cittadini finché gli pare e piace. Altri leader lo fanno ogni giorno, pensiamo alla Turchia, alla Siria, all’Egitto, pensiamo al Pakistan, ma questi sono nostri amici e alleati. In realtà, temo, Baghdad non rappresenta un pericolo chiaro e attuale per i suoi vicini, e nessun pericolo per l’America o la Gran Bretagna. Le armi di distruzione di massa di Saddam, se ancora ne possiede, saranno briciole confronto a quello che Israele o l’America sarebbero in grado di scagliargli contro nel giro di cinque minuti. In ballo non c’è una imminente minaccia militare o terroristica, ma l’imperativo della crescita economica americana. In ballo c’è il bisogno dell’America di dimostrare il suo schiacciante potere militare a tutti noi - all’Europa, alla Russia e alla Cina, a quella piccola povera pazza della Corea del Nord come al medio oriente. Mostrare chi governa l’America in patria e chi deve essere governato dall’America all’estero. La spiegazione più indulgente che si può dare alla parte che Tony Blair ha in tutto ciò, è che credeva, cavalcando la tigre, di poterla guidare. Non può. Gli ha dato invece falsa legittimità e voce pacata. Ora, temo, la stessa tigre lo ha messo all’angolo e non riesce ad uscirne. Ironicamente lo stesso George W. Bush forse si sente un po’così. Nella Gran Bretagna del Partito Unico Blair è stato eletto leader supremo, con una deludente affluenza alle urne, da circa un quarto degli elettori. Se l’apatia dell’opinione pubblica si manterrà e i partiti dell’opposizione continueranno a dare deludente prova di sé alle prossime elezioni, Blair o il suo successore otterranno un potere assoluto simile con una proporzione ancor più ridotta di voti. è ridicolo che nel momento in cui Blair si è messo alle corde da solo, nessuno dei leader britannici dell’opposizione sia in grado di colpirlo. Ma questa è la tragedia britannica, come quella americana, mentre i nostri governi ci raccontano storie, mentono e perdono credibilità, e le presunte alternative parlamentari si limitano a tirare a campare, l’elettorato non fa che alzare le spalle e guardare dall’altra parte. I politici non riusciranno mai a credere quanto poco ci illudono. Così il punto in Gran Bretagna non è quale partito politico formerà il governo dopo l’imminente carneficina, ma chi siederà al posto di guida. L’ipotesi migliore per la sopravvivenza politica di Blair è che, all’ultimo momento, la protesta del mondo e un’improbabile presa di coraggio da parte dell’Onu costringeranno Bush a riporre il fucile nella custodia senza aver sparato. Ma che succede quando il più grande cowboy del mondo torna a cavallo in città senza la testa del tiranno? La peggiore delle ipotesi per Blair è che, con o senza l’Onu, Bush ci trascini in una guerra che, se fosse stata presente la volontà di negoziare con energia, avrebbe potuto essere evitata. Una guerra che in Gran Bretagna non è stata oggetto di dibattito democratico più di quanto lo sia stata in America. Così facendo, Blair avrà contribuito a provocare imprevedibili rappresaglie, diffusa inquietudine in patria, caos nella regione mediorientale. Avrà fatto regredire le nostre relazioni con l’Europa e il medio oriente per decenni a venire. Benvenuto partito della politica estera etica! Esiste un’ipotesi intermedia, ma è difficile. Bush si butta senza l’approvazione dell’Onu e Blair resta sulla riva. Addio alla relazione speciale. Il puzzo di ipocrisia religiosa che ristagna nell’aria americana ricorda il peggiore impero britannico. Il mantello di Lord Curzon poco si adatta alle spalle dei commentatori conservatori alla moda di Washington. Rabbrividisco ancor di più sentendo il primo ministro offrire al suo capoclasse untuosi sofismi per la sua avventura palesemente coloniale. Andiamo in guerra, se ci sarà, per tenere al suo posto la foglia di fico della nostra relazione speciale con l’America, per prenderci la nostra parte di petrolio, e perché, dopo tutti i mano nella mano a Camp David e Washington, Blair deve presentarsi all’altare. "Ma vinceremo, papà?". "Certo, bambino, sarà tutto finito prima che tu ti svegli". "Perché?". "Perché se no gli elettori del signor Bush perderanno la pazienza e potrebbero decidere di non votare per lui". "Ma verranno uccise delle persone, papà?". "Nessuno che conosci, tesoro, solo stranieri". "Posso guardarlo in tv?". "Solo se il sig. Bush ti dà il permesso". "E dopo, tornerà tutto a posto? Nessuno farà più cose orrende?". "Adesso zitto, vai a letto". Venerdì scorso un mio amico americano in California è andato al supermercato con un adesivo sulla macchina che diceva: "Anche la pace è patriottica". Tempo di fare la spesa ed era sparito


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La Nuova Sardegna, Domenica, 9 Maggio 2004

 

Al centro di un dibattito alla Fiera del libro un volume edito dalla Cuec che riapre le discussioni su una stagione di passioni

Le vere debolezze del Sessantotto

Torino, analisi sulle rivelazioni e sulle promesse del movimento

Alla presentazione hanno partecipato Marco Revelli, Franco Sbarberi, Walter Falgio e Daniele Mocci

dal nostro inviato Costantino Cossu

 

L’immagine di copertina di "Rivelazioni e promesse del ‘68"

 

TORINO

Le debolezze del ’68. Soprattutto di questo ha parlato ieri alla Fiera del libro Marco Revelli presentando il volume edito dalla Cuec "Rivelazioni e promesse del ’68", che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Cagliari nel 1998 in occasione dei trent’anni della rottura politica e culturale segnata dal movimento studentesco, in Italia come in ogni altra parte del mondo.
Alcune promesse, il ’68, le ha mantenute. La messa in circolo di anticorpi antiautoritari contro la sclerosi della politica ufficiale, ad esempio. E gli effetti durano tuttora. E poi il rifiuto della delega ai politici di professione e la democrazia come partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica di cui ha parlato l’altro relatore chiamato dalla Cuec a presentare il libro, Franco Sbarberi.
Quanto queste promesse siano operanti oggi e quanto siano importanti, lo si vede nei movimenti che ancora attraversano le società occidentali, da quello pacifista a quello no global sino ai girotondi.
Lo hanno opportunamente notato anche due dei curatori del volume intervenuti al dibattito di ieri, Walter Falgio e Daniele Mocci. I quali hanno anche gettato un ponte tra l’antiautoritarismo libertario dei movimenti giovanili del ’68 e la cultura che sta dietro alle esperienze di auto organizzazione della conoscenza e dei rapporti tra individui rese possibili da Internet e dalle tecnologie informatiche. Ma poi ci sono i ma. Che sono quelli di cui ha detto, appunto, Revelli, allievo di Norberto Bobbio e, a suo tempo, uno dei leader del ’68 italiano.
Due le principali debolezze del ’68. La prima, la più grande, è per Revelli l’incapacità mostrata dal movimento di inventare forme nuove della politica. Nel grande crogiolo della contestazione sono confluite, specialmente in Italia e in Europa, tradizioni diverse della cultura politica del Novecento, dal marxismo di Rosa Luxembourg all’esperienza dei soviet nella prima fase della rivoluzione bolscevica, dall’esistenzialismo sartriano al pensiero critico francofortese.
Ma di queste culture non è stata operata una sintesi che ne costituisse - questo è il punto che a Revelli preme di più - un effettivo superamento. Superamento in che direzione? In direzione di una negazione radicale della assolutizzazione della politica, della preminenza della politica su ogni altro aspetto della vita sociale e individuale. Lo slogan "tutto è politica" gridato nei cortei aveva dietro una cultura ancora legata al primato della dimensione statuale come unico campo di realizzazione di una società di liberi e giusti. Revelli lo dice da tempo e lo ha ripetuto anche ieri: se non si esce dal modello fondativo della cultura politica occidentale, quello del Leviatano di Hobbes, non si va da nessuna parte, si resta prigionieri di una concezione della politica in cui l’uso legittimo della violenza è pur sempre uso della violenza. Con tutti prezzi che, anche a sinistra, e anche nell’esperienza del ’68, si sono pagati. La vera domanda è invece: è possibile un modo di fare politica che alla violenza, in qualunque forma considerata, rinunci per principio?
La seconda debolezza del ’68 indicata da Revelli è la mancanza di senso del tragico. La contestazione giovanile aveva dietro di sé esperienze assolute del tragico: la Shoah, Hiroshima, i gulag. Ma nella gioiosa adesione al movimento, nell’immergersi vitalistico dentro l’onda liberatoria della rivoluzione, quelle esperienze furono come rimosse. "Noi avevano più il senso del comico", dice Revelli. Una risata vi seppellirà, era un altro degli slogan del ’68. Per Revelli la demistificazione comica in nome di una vita che si afferma nel movimento nella sua immediatezza ha impedito di capire che la vita è una faccenda un po’ più complicata, che nella vita ci sono antinomie, contraddizioni, che non si risolvono con lo sventolio di una bandiera, interrogativi di senso - ad esempio di fronte alla morte o al male - che nessuno slogan può risolvere.
E fa impressione sentire Revelli che fa questi discorsi in una Fiera del libro che quest’anno è dedicata proprio al tema del ridere e che ha un programma imbottito di comici di tutte le specie. I comici fanno audience, i comici scrivono best seller. E se la pervasività del comico fosse uno dei più potenti strumenti non più di critica e di emancipazione ma di istupidimento collettivo? Colpa anche del ’68?

Un corteo studentesco




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Quando tanti giovani si battevano per la contestazione di tutti i poteri a ogni livello

Frattura quasi rivoluzionaria
Come 36 anni fa sono stati infranti gli schemi precedenti

Dettagliato intervento sui principali versanti di rottura con il passato


A 36 anni di distanza il Sessantotto ha conservato la capacità di attrarre l’attenzione generale suscitando ancora oggi scontri ideologici e passioni immutate. Partendo da questo presupposto la Cuec di Cagliari ha deciso di dare alle stampe un testo dal titolo significativo: "Rivelazioni e promesse del ’68". Il volume propone una cospicua parte dei materiali prodotti dal ciclo d’incontri realizzato da un gruppo di giovani aderenti all’Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’autonomia. Dall’opera abbiamo tratto un intervento di Marco Revelli che pubblichiamo qui sotto per concessione dell’autore e dell’editore



di Marco Revelli

Il ’68 viene identificato come il luogo storico di formazione della nuova sinistra, la quale a sua volta spesso viene considerata come un prolungamento della vecchia sinistra. No, la nuova sinistra nasce per rottura traumatica con la vecchia sinistra, nasce mettendone in discussione alcuni elementi fondamentali dell’identità. E, ripeto, su quattro versanti. Noi possiamo individuare una linea di frattura netta, legata proprio alla nuova dimensione globale del fenomeno, su quattro direttrici, o su quattro àmbiti fondanti.
Il primo punto di rottura riguarda proprio la questione nazionale, il problema della dimensione nazionale. Lo ripeto, il ’48 aveva rappresentato il momento di inizio del processo di nazionalizzazione delle masse. Il ’48, nella stessa analisi di Marx, per certi versi, è il momento in cui le due classi fondamentali si separano, in cui la classe operaia impara a riconoscere i propri nemici, la borghesia, e si costituisce come classe indipendente, come classe separata, ma è anche il luogo in cui la questione sociale tende a incrociarsi con la questione nazionale, in cui la classe operaia come soggetto indipendente incomincia a porsi il problema della conquista del potere, quindi della conquista del potere nello Stato nazionale. Lo Stato viene identificato, a partire dal ’48, come lo strumento fondamentale attraverso il quale il soggetto sociale classe operaia può modificare la struttura della società. La conquista del potere nazionale diventa così un fine prioritario; di qui nascerà la socialdemocrazia, ma su questa stessa matrice si costruirà anche il modello leninista, si costituirà anche l’ipotesi di rottura rivoluzionaria attraverso la conquista del potere statale, la rottura dello Stato, la costruzione di un nuovo Stato e così via. La politica moderna, dal punto di vista sociale, è conquista del potere da parte delle classi subalterne per modificare gli assetti sociali.



da sinistra Marco Revelli, Walter Falgio, Franco Sbarberi e Daniele Mocci

Il ’68 non è questo. Al ’68 non interessa la conquista del potere. Al ’68 interessa la constestazione di tutti i poteri a tutti i livelli. Proprio perché fenomeno transnazionale e postnazionale, nessun movimento del ’68 si propose di prendere il potere in un qualche Stato per usarlo a un qualche fine. Alla macrofisica del potere delle esperienze postquarantottesche contrappone la microfisica del potere, la contestazione puntiforme, locale, del potere, laddove questo si manifesta nella vita quotidiana. Il ’68 è più una trasformazione delle coscienze che non un processo di conquista e trasformazione dello Stato. Per i movimenti del ’68 lo Stato è esclusivamente nemico. Lo Stato è l’altro, è l’altra parte, è la controparte.
Quello del ’68, è stato appunto rilevato, è un tipo di azione che poteva raggiungere un piano di simultaneità planetaria nell’insieme radicalmente nuovo, o al contrario riscoprire un localismo che presentava insieme tinte arcaiche e aggressivamente innovative. Ma non si trovava a proprio agio nella dimensione intermedia dello Stato nazionale. Si muoveva a livello universale dei valori e a livello locale dei micropoteri da contestare, ma ignorava la dimensione dei governi nazionali, se non per abbatterli, come tentò di fare in Francia, mai per sostituirli con un progetto alternativo di gestione del potere. Quindi, rottura sul piano della dimensione nazionale, rottura sul piano della dimensione statuale.
Il ’48 era stato il trionfo della statualità, aveva fatto dello Stato l’alfa e l’omega dell’azione politica; il ’68 riporta fuori dallo Stato la dimensione della politica. Quando il ’68 dice "tutto è politica", quando afferma questo principio di onnivoricità della politica, questa dimensione panpolitica per cui la politica pervade l’insieme delle relazioni umane, non intende proporre una statalizzazione dell’insieme dei rapporti, ma al contrario una liberazione della politica dall’involucro, dal vincolo dello Stato, per trasferirla nell’insieme delle relazioni della vita quotidiana. È quella che Guido Viale, penando all’occupazione di Palazzo Campana, chiamerà la "quoditianizzazione della politica"; è la riconduzione del conflitto politico all’interno delle relazioni di lavoro o anche personali quotidiane. Il conflitto politico viene riportato nelle sedi in cui si vive e si lavora. Viene portato fuori dalla sfera (remota) della statualità; rimosso dal centro - a Roma, a Parigi, a Washington, a Mosca -, e ricondotto alle aule di università, ai reparti della fabbrica, al rapporto col docente, al rapporto col caposquadra, al rapporto col capoufficio, al rapporto nelle istituzioni totali con il medico, lo psichiatra che fa l’elettroshock, col carceriere che ti opprime, con il sergente o il caporale che ti comanda e così via, attraverso una "lunga marcia attraverso le istituzioni" che tende a scardinare ogni rapporto di potere, che rifiuta la dimensione centralistica della politica, e quindi anche in qualche modo la gerarchia che questa stabilisce: gerarchia che vede il massimo di potere e di interesse concentrato al centro e poi gerarchicamente il degrado verso la periferia, ridotta a luogo di debolezza.
Quindi, snazionalizzazione del conflitto, snazionalizzazione delle masse, destatalizzazione della politica.
Altro punto di frattura: la questione delle forme dell’azione politica. Il ’68 è forse il primo movimento moderno che assume la burocrazia come nemico principale e dichiarato, in questo modo recuperando alcune intuizioni marxiane, del giovane Marx, della polemica del giovane Marx contro la burocrazia. Nemico è l’apparato burocratico ovunque e sotto qualunque ideologia esso si manifesti, comprese le potenti burocrazie di partito del movimento operaio, comprese le grandi organizzazioni sindacali, le grandi macchine che finivano per espropriare la partecipazione dei soggetti. Ed è, il ’68, anche il primo movimento che tenta di innovare radicalmente, rispetto a qualunque altra forma politica novecentesca, comprese le forme che avevano caratterizzato i vecchi movimenti antisistemici, appunto, il movimento operaio in primo luogo, tutte in qualche modo legate al principio burocratico, al principio di efficienza attraverso l’organizzazione formalizzata.
Il ’68 finì nel ’68. Ogni paese, poi, riacquistò una propria dimensione nazionale, uscì da questo squarcio che si era aperto su uno spazio globale e ricadde nella tradizione della politica. Indubbiamente, per esempio, in Italia il ’69 - non il ’69 operaio, ma il ’69 dal punto di vista dell’esperienza studentesca e della nascita dei primi gruppi che incominciavano a darsi strutture organizzative - rappresenta una ricaduta indietro; una ricaduta indietro che in Italia sarà in modo devastante accentuata e accelerata dalla strategia della tensione e dal 12 dicembre, dall’attentato di piazza Fontana, da questo ritorno in campo brutale e violento della forma-Stato della sua dimensione più rozza, nella dimensione del potere occulto, nella dimensione dei corpi separati, degli apparati segreti e così via, che produsse una devastazione nella cultura di movimento, un rinchiudersi, un ritorno indietro, un fronte a fronte con la dimensione statale, una perdita di quella dimensione e mentalità planetaria che era stata conquistata.
Quindi, il ’68 rimane quello che Morin disse una "brèche culturelle", una breccia culturale, una rottura che lascia intuire uno spazio nuovo e diverso dell’azione politica in cui tutto dev’essere ridefinito; rimane questa breccia che, però, rapidamente si chiude e rimane chiusa per venti, per trent’anni... - è chiusa ancora. Parallelamente, il processo di globalizzazione, di internazionalizzazione va avanti, ma anziché andare avanti sulle gambe della rivolta va avanti nei circuiti del capitale finanziario, del capitale industriale, di quello che oggi vediamo aver conquistato il mondo.


 

Liberazione 13 luglio 2004

Pubblicato in Sardegna un libro che analizza la rivolta del ’68

Un movimento contro tutti i poteri, progenitore della lotta no-global



C’era Paolo Liguori, che tutti chiamavano Straccio per via del look trasandato. Coi compagni del gruppo Uccelli attraversava il grande spiazzo alla guida di un gregge di pecore mentre tutt’intorno era guerra, coi poliziotti e gli studenti che se le davano di santa ragione.

Era marzo, era il 1968. E a Valle Giulia il movimento sperimentava Con stupore le durezze della lotta, quella vera. In tutto il mondo i giovani respiravano rivolta. Ma era una rivoluzione nuova, una rivoluzione libera alla quale si andava in ordine sparso. La massa esplodeva e si scopriva moltitudine.

Roma, Parigi, Città del Messico: non c’era una lunga marcia, non un assalto al Palazzo d’Inverno ma dieci, cento, mille Sessantotto. Un movimentogalassia, un turbinìo di assiomi e contraddizioni, l’intreccio di storie e barricate diverse cucite una all’altra dal rifiuto dell’autoritarismo che incrostava famiglia e lavoro, politica e università. "Rivelazioni e promesse del ‘68", libro dell’Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia, riparte dall’unicità di quella rivoluzione, che pure si espresse in una sconosciuta molteplicità di forme, e tenta una ricostruzione dell’anno-evento a partire dalle sue componenti minime, i protagonisti del movimento e le loro storie. Per scoprire cos’era il ’68 e cosa sembra oggi, a quasi quarant’anni di distanza. Ne viene fuori un colpo d’occhio a più fuochi, una gigantografia senza centro che restituisce bene la realtà di un "movimento molto loquace", ma che "dal punto di vista storiografico" è ancora un "evento muto". Il risultato non è un elegiaco esercizio di rievocazione ma un bilancio ragionato che si nutre soprattutto di critiche radicali. Per Marco Revelli, ad esempio, il ’68 resta soprattutto una "breccia culturale, una rottura che lascia intuire uno spazio nuovo e diverso in cui tutto dev’essere ridefinito" ma poi non mantiene la promessa di costruire forme nuove di azione politica. E tuttavia quel movimento "trasnazionale e postnazionale" non interessato alla conquista del potere ma alla "contestazione di tutti i poteri a tutti i livelli", alla "snazionalizzazione delle masse e alla destatalizzazione della politica" sembra il progenitore neanche tanto lontano delle forme nuove e modernissime di lotta anti-globalizzazione, a testimonianza che, tra le molte rivelazioni e le moltissime promesse, qualcuno dei buoni propositi del ’68 è stato mantenuto. Il volume edito dalla Cuec, suddiviso in quattro sezioni (L’anno-evento, Il ’68 delle donne, Teatro e cinema intorno al’68 e Il ’68 in Sardegna), è arricchito dai contributi, tra gli altri, di Franco Sbarberi (Le radici teoriche del ’68), Marcello Flores (Un anno di confine), Vittorio Rieser (Antiautoritarismo nelle fabbriche e nelle Università), Giorgio Boatti (Tra il prima e il dopo. Continuità e rottura degli anni della strategia della tensione). C’è anche una sezione dedicata al "’68 in Sardegna": uno studio inedito, un approccio all’anno-evento in un’ottica esclusivamente regionale per confermare che il ‘68 fu una rivoluzione con molti centri e nessuna periferia.

Giovanni Antonio Lampis



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