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Organizzata dall’Aes, in collaborazione con L’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Sardegna e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Macomer, si è svolta, sabato 28 settembre, nell’ambito della 3ª Mostra regionale del libro,
LA GIORNATA DELL'EDITORIA SARDA
Sono intervenuti Salvatore Fozzi (Presidente Aes) e Paolo Pillonca (Giornalista) Pubblichiamo qui di seguito le relazioni di Salvatore Fozzi e Paolo Pillonca.
Nell’ambito della stessa manifestazione si è poi tenuto il Convegno sul tema: Copertina che passione! L’evoluzione della grafica editoriale in Sardegna Sono intervenuti Beniamino Scarpa, Assessore Regionale ai beni Culturali - Salvatore Fozzi, Presidente Aes - Manlio Brigaglia (storico), Pia Giganti (dirigente assessorato Beni Culturali) e Aldo Brigaglia (grafico ed editore).
Presentiamo qui di seguito le relazioni di Manlio Brigaglia e Pia Giganti.
Ricordo
di Antonio Cossu Reduce da questa preziosa esperienza fa ritorno nell’Isola e nel 1959 insieme a Diego Are e Albert Maister dà vita ad un’importante iniziativa sociale e culturale nel suo territorio, di cui è testimonianza il volume Autonomia e solidarietà nel Montiferru, mettendo in pratica quel ricco bagaglio di idee acquisite nell’esperienza con Adriano Olivetti. Nello stesso anno entra a far parte della Regione sarda come funzionario del centro di programmazione regionale, allora vera fucina di intelligenze e di passione politica. Nel 1967 pubblica il suo primo romanzo I figli di Pietro e Paolo con Vallecchi, importante e prestigiosa casa Editrice (con la quale nel 1954 Salvatore Cambosu aveva pubblicato la sua opera più importante Miele amaro) e per questo volume, viene assegnato ad Antonio Cossu il prestigioso premio "Grazia Deledda". Segue nel 1969 sempre per i tipi della Vallecchi, l’altro suo grande romanzo dal titolo Il riscatto. Pagina di alta letteratura e di non minore impegno civile. Ma fare solo lo scrittore non gli è sufficiente, fonda infatti nel 1975 La grotta della vipera, laboratorio culturale che si afferma immediatamente e che diviene strumento di una battaglia civile e sociale, che presta una particolare attenzione alle aree dell’interno, alle culture locali, alla poesia popolare, alla lingua sarda e ai rapporti della stessa con la lingua nazionale e con quelle minoritarie delle regioni Europee. La rivista esce con copertina e grafica di Nanni Pes e dopo quasi trent’anni non è invecchiata, è sempre attuale e se ce ne fosse bisogno è la dimostrazione che una buona grafica non tramonta col passare del tempo. E in "limba" pubblica due volumi Mannigos de memoria (1984) e A tempos de Lussurzu (1985) tradotto anche in catalano. Antonio Cossu, scrittore, poeta, giornalista, Editore. Sì, Editore mecenate, non era avvezzo a chiedere contributi, anzi questo lo infastidiva, non faceva parte del suo carattere chiedere, e, so con certezza che tanti numeri della Grotta della vipera erano parte dei suoi stipendi e successivamente della sua pensione. Un Editore particolare, che metteva dinanzi a tutto la diffusione delle idee, utili per lo sviluppo della sua amata Sardegna, che prediligeva far scrivere i giovani studenti, i neo laureati che grazie a lui hanno avuto l’occasione di pubblicare i risultati dei loro studi e ciò ha permesso a tanti di affermarsi e di intraprendere grazie a questo trampolino di lancio brillanti carriere universitarie. Ogni nuovo numero che usciva era per lui come se gli fosse nato un figlio, lo inorgogliva, lo faceva sorridere, con quel bel sorriso che metteva il buon umore, e gli faceva dire: altri tre, altri quattro, etc., significava che tre, quattro, cinque giovani, quasi sempre poco conosciuti avevano pubblicato un articolo nella sua rivista e questo era il suo ritorno non economico ma squisitamente culturale, ed era questo che lo appagava. Negli anni successivi escono due volumi che raccolgono le sue poesie I monti dicono di restare (1987) e l’altro i suoi racconti dal titolo Il vento e altri racconti al quale fu assegnato il premio speciale della giuria del premio letterario "Giuseppe Dessì". L’ultimo romanzo Il sogno svanito è del 2002 e ho ancora il ricordo del suo entusiasmo, della sua carica umana nella presentazione alla Fiera del Libro di Torino, presentazione a cui non aveva voluto rinunciare malgrado le sue precarie condizioni di salute. Eppure lui ha affrontato un faticoso viaggio, con quello spirito positivo che lo ha sempre animato. Fu anche un valente giornalista, tra i fondatori della rivista il Bogino, ne fu redattore capo, ha pubblicato numerosi articoli su L’Unione Sarda, Ichnusa, Nazione Sarda, Comunità, Questioni, Prospetti, il Bimestre, e molto altri quotidiani e periodici. Chiudo questo breve ricordo dell’amico Antonio Cossu leggendovi un passaggio dell’editoriale che lui ha scritto nel lontano 1975 sul primo numero della Grotta della vipera e che aveva intitolato "Una provocazione, un invito" e che a distanza di quasi trent’anni è ancora oggi di grande attualità: La nostra iniziativa è un po’ una provocazione e una sfida nei confronti degli operatori culturali e dei letterati della Sardegna, in primo luogo, e, contemporaneamente, un invito alla collaborazione rivolto agli operatori culturali e ai letterati dell’intera area italiana e mediterranea. Un’occasione in più, in altre parole, e uno strumento per uscire dalla grotta in cui spesso ci sentiamo rinchiusi; per rompere l’isolamento sardesco; per intrecciare rapporti con gli altri e stabilire con essi un contatto e un dialogo costanti. Su questi temi dovrà indirizzarsi la ricerca e svilupparsi il dibattito e il dialogo, riferiti a un autore o a un gruppo di autori, a una o più regioni, a una o più esperienze – con uno sforzo teso a superare, naturalmente, il provincialismo, il localismo, il folklore di tipo consumistico e turistico, la mera curiosità.
Venendo a Macomer e guardando stamattina con Franco Madau dall'auto le campagne, mi è venuto da pensare (e l'ho detto anche alla moglie e alla figlia di Antonio), che Antonio Cossu sarebbe stato molto contento di questo autunno così risplendente, un autunno che, secondo quanto risulta da consultazioni fatte un po' in tutta la Sardegna, a memoria d'uomo non si ricorda così copioso di speranza perlomeno per chi lavora la campagna. Ho pensato ad Antonio perché Antonio dal legame con la sua terra e con le terre sorelle, diciamo così, di altre zone del mondo, su questi due piani dello spirito molto più che della materia ha fondato buona parte di quel suo fervore creativo che Salvatore Fozzi ha appena finito di ricordare nelle sue linee essenziali . Antonio Cossu fonda però la base della sua attività, e a me fa piacere ricordarlo oggi qui perché anch'io per cinque anni ho avuto modo di fare la stessa sua esperienza, sugli insegnamenti dei salesiani. Antonio Cossu viene da quella scuola: ancor prima del trasferimento a Oristano, è stato allievo dei salesiani nel collegio di Santulussurgiu e a quella formazione che costituisce la prima impronta del suo essere Antonio è rimasto sempre dialetticamente fedele perché era un educazione virtuosa. Chi ha studiato dai salesiani, chi li ha conosciuti anche indirettamente può intendere quello che vorrei dire: educazione che si basa sul rispetto del prossimo anche nei momenti inevitabili in cui arriva l'ora della polemica e del dissenso. Intendo il rispetto cristiano, ma anche socratico, diciamo, del confronto tra opinioni diverse da cui può nascere poi un qualche cosa di costruttivo e di buono per il tempo che deve venire. Anche la sua predilezione per i giovani che volevano scrivere e non avevano tribune su cui esercitarsi credo che vada letta in questa chiave, che è nello stesso tempo laica e cristiana e figura però anche nelle regole non scritte delle nostre comunità di un tempo e, fortunatamente anche se in parte, in quelle di oggi: il rispetto per le due età estreme dell'esistenza, la vecchiaia e la prima infanzia. Il suo modo di essere scrittore e uomo credo si possa comprendere soltanto se si tengono presenti i primi anni a Santulussurgiu. Perché, per esempio, Antonio Cossu, dopo aver avuto quella felicissima esperienza olivettiana alla scuola di Ivrea del capitalismo illuminato di questo signore che faceva lavorare gli operai della Olivetti in mezzo al verde, perché Antonio Cossu, che pure lì avrebbe potuto diventare "importante", ha sentito invece la necessità di tornare? Credo che ci fosse, in nuce, anche allora, la sostanza profonda di quello che poi è diventato il titolo di una sua raccolta di poesie: "I monti dicono di restare", il dovere di un uomo che ha fatto esperienze e conoscenze diverse, qualitativamente superiori rispetto alla media della comunità di Santulussurgiu, e ritorna per essere a disposizione della comunità di origine. Un’altra grande virtù di Antonio, probabilmente anche un’eredità familiare e comunitaria, era la modestia, il desiderio di non comparire mai troppo, de "addurare in tretos suos", comente si narat in sardu. Ricordo benissimo l'anno 1984, da commissario della giuria dell' Istituto Superiore Regionale Etnografico che gli diede il primo premio per "Mànnigos de memoria": Antonio era quasi insofferente di fronte alla folla di quella festa organizzata per lui, di fronte ai fotografi, agli operatori delle televisioni, ai giornalisti suoi colleghi meno famosi di lui, giornalista ormai affermato. Altro dato della personalità complessiva di Antonio, che non solo non va trascurato ma va tenuto sempre presente se lo vogliamo comprendere nella sua multiformità, è quel suo essere stato, come diceva Salvatore Fozzi, romanziere-poeta-giornalista-editore-operatore culturale nel senso più alto e nobile del termine: pagando spesso di persona, anche materialmente, i costi di alcune operazioni che gli stavano a cuore. Ultimamente aveva molti progetti. Di alcuni avevamo parlato diverse volte insieme, in comunicazioni che poi sono state destinate al pubblico in televisione oppure sul giornale, altre volte ne abbiamo chiacchierato privatamente. Antonio Cossu aveva in animo, ma con molti dubbi ( la cultura del dubbio è fondamentale, lo abbiamo imparato fin da bambini), di rifare "Mànnigos de memoria" in italiano. Era partito dall'idea della traduzione, poi gli era venuto invece il desiderio di rielaborare più compiutamente il testo. Io non so, ma sicuramente lo sanno i familiari, se avesse già iniziato o se fosse già avanti in questo lavoro. Aveva in mente anche altri progetti e credo che la maniera migliore non dico per commemorarlo perché la commemorazione rischierebbe di risultare sterile e fredda, tutto il contrario di quello che era Antonio Cossu come uomo e come scrittore, ma per seguirne l’insegnamento, sia quella di avviare alla sua conoscenza chi non ha avuto tempo e modo di conoscerlo da vivo. Occorrerà, per comprenderne appieno l'insegnamento, "vedere tra le sue carte": dall'impressione che ho avuto io negli ultimi incontri con lui, compreso un breve dialogo agli Amici del Libro a Cagliari il giorno della presentazione del suo ultimo romanzo, credo che ci potrebbe essere molto di interessante. Credo anche, senza la pretesa di voler indicare la strada a nessuno, che sia dovere ineludibile del paese che gli ha dato non solo la prima luce della nascita ma che poi lo ha sempre avuto in grande considerazione, ricambiare anche d’ora in poi il grande amore che Antonio ha sempre avuto per Santulussurgiu. Dal luogo dell’infanzia nasce primariamente la virtù del suo essere scrittore e uomo. Non so che cosa, ma sicuramente qualcosa avverrà, a Santulussurgiu, in memoria di Antonio Cossu. Naturalmente Antonio non si può ridurre -con tutto il rispetto e l'affetto per Santulussurgiu- soltanto al suo paese natale: lui è un personaggio che va oltre il luogo e oltre il tempo perché il seme che ha gettato a piene mani dalla primissima giovinezza fino al giorno della morte è un seme che rifiorisce sempre. Quando Antonio Cossu è morto mi trovavo fuori sede e quando da casa me lo hanno comunicato al telefono ho immediatamente pensato alla splendida epigrafe fissa de "La grotta della vipera": parla di un fiore sempre presente sulla tomba della donna che è lì sepolta, una bellissima immagine che diventa anche una metafora programmatica sua e, adesso che lui non c'è più, anche di Santulussurgiu, di Macomer, della Sardegna, di chi l'ha conosciuto, di tutti noi. A lui piacerebbe, credo, un ricordo che si traduca in fervore di iniziative e di idee: il simbolo è proprio quel fiore che lui ricordava in ogni numero della "Grotta", fiore sempre presente su un sepolcro, come se dalla morte ci si liberasse per altre forme di vita. Antonio Cossu era un uomo legato alla terra: al campo, ai cavalli, all’allevamento del bestiame, al mutare delle stagioni, a tutto il mistero che ci circonda. Un mistero che però in lui non si vela di alcuna nebbia definitiva: nessuna notte perpetua dopo la morte, alla fine dell’inverno torna sempre la primavera. di Manlio Brigaglia Quando si parla di grafica dei libri, e di copertine in particolare, racconto sempre un episodio. È una cosa di una quarantina di anni fa. Allora l’editoria libraria in Sardegna praticamente non esisteva. O meglio; esisteva, ma se ne stava rannicchiata nel suo bozzolo provinciale. Non guardava quello che succedeva fuori, copiava come modelli i suoi stessi libri di dieci, venti, cinquant’anni prima. Confrontando i libri che si facevano in Sardegna, per esempio, negli anni Cinquanta del Novecento, e quelli che la stessa editoria (o tipografia) sarda aveva fatto nell’Ottocento o ai primi anni del Novecento (una sola citazione: le copertine della collana verde del sassaro-cagliaritano Giuseppe Dessì) si vedeva a occhio nudo questa specie di regresso, di ripiegamento, che era cominciato già negli anni del fascismo e che la vita separata del periodo bellico aveva aggravato. Torno all’aneddoto. Una giovane casa editrice cagliaritana chiama un giovane grafico e gli chiede di disegnare una copertina da servire per una collana. Era già un buon segno, questa di volere far progettare una copertina e questo di chiederla a uno specialista (o quasi: come ce ne poteva essere allora in Sardegna). Bene. Il grafico ritorna con il suo bozzetto e nella casa editrice gli dicono: "Il bozzetto non va, perché così le nostre copertine rischiano di essere confuse con quelle di Einaudi" (in effetti la somiglianza c’era, et pour cause). E il grafico risponde: "Allora continuate a fare le vostre, di copertine, e vedrete che questo rischio non lo correrete mai". Questa piccola storia si svolge agli albori della nostra storia. Perché non sono più di cinquant’anni che in Sardegna fare una copertina (e farla secondo certi canoni, e comunque come elemento portante della "fattura" del libro) è diventata preoccupazione e occupazione degli editori. Oltre tutto, nel nostro aneddoto compare questo personaggio che era assolutamente nuovo, allora, per l’editoria sarda: il grafico. Intanto, scuole dove si potesse imparare quel mestiere non ce n’erano: il disegno si studiava come disciplina professionale solo all’Istituto d’Arte di Sassari (che era l’unico in Sardegna, solo da lì a qualche anno sarebbe venuto il Liceo artistico a Cagliari) e un po’ nei Licei scientifici e – con intenti del tutto diversi – negli Istituti tecnici. I primi grafici da libro furono degli autodidatti. Mentre infatti esistevano, per la composizione – che so? – di una pagina di libro o per l’impaginazione d’un giornale quelle che i tipografi chiamavano "le regole dell’arte", per le copertine queste regole né si studiavano né, si può dire, esistevano ancora. Poi, quando i libri si sono moltiplicati e il mercato ha cominciato ad assumere una sua consistenza, allora è nata l’esigenza di fare dei libri che anche all’impatto visivo somigliassero a quelli che venivano dal Continente e che mostravano una specifica attenzione - fra l’altro – alla fattura della copertina. Il grafico faceva anche fatica a far valere il suo gusto o, comunque, quel tanto di esperienze che si era fatto guardando e analizzando le copertine dei libri "buoni". A partire dalla convinzione numero uno: che la copertina "buona" non migliora il contenuto del libro, ma invita a visitarlo. Insomma, un biglietto da visita importante. (Lo stesso discorso si potrebbe fare per le etichette dei vini, ma per quelle vale meglio l’apprezzamento consolidato di cui quel vino particolare può godere). Grafici veri, ripeto, non ce n’erano. Ci inventavamo grafici noi che andavamo per tipografie. A Cagliari, per esempio, godeva fama di buon facitore di copertine Vittorino Fiori, e lui stesso godeva a farle. Ho calcolato, sui cataloghi del libro sardo, che io ho messo mano in più di 250 copertine, un po’ di tutte le tipografie sassaresi e di editori anche non sassaresi (per esempio, la collana dell’Università di Cagliari pubblicata dalla Zattera di Giovanni Cocco nei primi anni Sessanta). Non ricordo, però, in quale copertina ho messo la mano per la prima volta. Sicuramente fu da Gallizzi, a Sassari, e con ogni probabilità in connessione con il desiderio di Antonio Pigliaru di cambiare copertina di "Ichnusa" passando da un modello molto semplice, aniconico, a uno che portasse in copertina elementi figurativi legati al contenuto del numero o di qualcuno degli articoli più importanti. Insieme con la rivista facevamo anche una collana di piccoli libri e altre pubblicazioni. Il materiale a disposizione era il più semplice: fu già una grossa, definitiva conquista quando la "Nuova" (parlo di Sassari, perché quella è la mia esperienza) si dotò di una zincografia che permetteva, per esempio, di utilizzare anche i vecchi, raffinati caratteri di legno della tipografia variandone le dimensioni. Subito dopo imparammo, dagli stessi zincografi, la tecnica della "solarizzazione" (siamo ai primissimi anni Sessanta. Ne usammo, anzi ne abusammo per le copertine di "Ichnusa" o per le collane della rivista: Gli dei del bambino, di Raffaela Dore, è del 1962). Naturalmente anche le copertine godettero dei due grandi salti tecnologici della tipografia in Sardegna e altrove: il passaggio della stampa a caldo alla stampa offset (se non sbaglio il primo giornale stampato in offset con una precisa istanza grafica fu "Il Lunedì di Sardegna", 1973-74, dove la prima pagina era disegnata da Alberto Rodriguez e Giuseppe Podda, due "non-grafici" con la vocazione del grafico) e la diffusione della stampa a più colori (quando andarono in soffitta le tricromie di zinco, che oltre tutto si dovevano ordinare "in continente"). A questo punto, però, c’erano ancora delle convinzioni da sfatare. Quella contro la quale abbiamo più duramente combattuto era che il grafico fosse (o dovesse essere) un pittore o, comunque, un disegnatore. Fu arduo afferrare il principio che una copertina non era un quadro: tanto per cominciare (e per dire la cosa più banale) di questo quadro "speciale" fanno parte integrante le lettere (e i caratteri) che indicano l’autore e il titolo, così come lo stesso logo (allora la parola "logo" non esisteva ancora) della casa editrice. Semmai, l’opera del pittore o del disegnatore poteva essere utilizzata dal grafico come elemento della copertina. Faccio un esempio: tanto la prima edizione di Baroni in laguna di Giuseppe Fiori (quella del "Bogino") quanto la prima edizione del Giorno del giudizio di Salvatore Satta (della Cedam) hanno in copertina (meglio: per copertina) due "cose" (acquarelli o temperine, mi pare) di Foiso Fois. Sulla bravura di Foiso Fois come pittore niente da dire. Ma le due copertine non sono belle, proprio per l’equivoco del pittore/grafico che si diceva. Da notare, semmai, che le due copertine non sono belle, ma con una differenza: che mentre quella del Satta/Cedam non è bella, occupata com’è per intero dalla tavola del pittore, la copertina del Fiori/Bogino ha ancora oggi una sua gradevolezza, che però è data dall’uso dell’illustrazione come elemento – che dire? – non esaustivo delle necessità della copertina e, l’elemento non secondario, da un lettering ancora moderno. Per non fare un esempio solo cagliaritano, vorrei ricordare la copertina de Il dio seduto di Francesco Spanu Satta, che ha in copertina un piccolo olio di Ausonio Tanda: il libro oscì postumo, ma Spanu Satta era già d’accordo con Ausonio che sarebbe stato lui a "fare" la copertina. Che non è un granché, anche se l’illustrazione è bella di per sé: anche qui, come in molte delle copertine che utilizzano il lavoro di un pittore, il grafico ha cercato di salvare il salvabile isolando l’immagine su una superficie bianca (erano i tempi di un’altra scoperta, quelle del bindakote…). È stato, il periodo sino agli anni Ottanta, un periodo pionieristico, in cui abbiamo cercato di sfruttare tutte le pieghe, se così si può dire, degli sviluppi della tecnologia e dell’arte iconografica: basta pensare all’uso intelligente che Nanni Pes ha fatto per un certo periodo delle risorse del color-key. In quello stesso periodo, mentre i grafici chiamati da Grauso e Rodriguez al restiling dell’ "Unione" (Mimo Maolini fra tutti) offrivano (gratis…) una serie di lezioni che aspettavano solo di essere ascoltate, anche la "Nuova" (passata all’offset e al tabloid nel maggio del 1981) cominciava ad impiegare disegnatori di qualità: fra tutti andrà ricordato Giuseppe Fadda, che dalla "Nuova" è passato direttamente alla redazione dell’"Espresso". È davanti a presenze (e esperienze) come le loro che il piccolo plotone di grafici "volontari" si è ritirato per lasciare il posto ai grafici professionisti, accettando all’inizio che venissero dal continente a riempire il deficit di gusto e di tecniche di cui soffrivano: Aurelio Candido ha sopperito da solo, per anni, a questa esigenza. La nascita di una grafica sarda matura da una quindicina di anni in qua, legata anche con la nascita di nuove e ambiziose case editrici. Questo periodo ce l’abbiamo sotto gli occhi, non c’è bisogno che ne parli io. Io ho parlato delle cose che mi ricordavo, anche se so di averne tralasciato parecchie. Copertina che passione! (2) di Pia Giganti Potrebbe rivelarsi, il riferimento è all’incontro di questa prima mattina di lavori, (dal titolo Copertina che Passione! L’evoluzione della grafica in Sardegna) un’utile riflessione che si apre non soltanto agli aspetti più propriamente legati alla grafica, ai suoi stili, all’evoluzione del gusto, (legato a sua volta al crescere della tecnologia, delle sue tecniche e dei suoi effetti, dei suoi procedimenti), al comune senso dell’estetica (cartacea o libraria, di quella periodica, di quella che si lega anche per molti versi ai quotidiani). Potrebbe rivelarsi- pensavo- uno degli strumenti che ci consente di ripercorrere in un modo nuovo e inusuale la più recente storia del libro sardo, del libro edito in Sardegna. Un modo sicuramente inusuale: raramente la storia dell’editoria viene letta alla luce degli esiti raggiunti a livello grafico, quasi sempre quest’ultimo ne costituisce un elemento complementare, che chiude, completandole, le indicazioni che di quel libro e di quella azienda vengono offerti e dati in pasto al lettore. Ebbene se proviamo, anche per breve tempo a compiere questo itinerario, per il breve tempo che questo incontro ci concede, ci renderemo conto di quanto invece la grafica si trasformi in elemento di spia dello stato di salute e di benessere del libro, di crescita della produzione, di ulteriore specializzazione della stessa, di quanto progressivamente un certo stile, la scelta di costanti grafiche, fungano progressivamente da elementi di riconoscimento, di identità dell’azienda e dell’editrice che li ha prodotti. Ma proseguiamo con ordine e prima di avviarci nel possibile itinerario descritto, faremo poche semplici constatazioni: Il lettore (anche il più sprovveduto credo) ha imparato che l’oggetto libro, quello che normalmente scegliamo per abitudine consueta tra gli scaffali della libreria amica, o quello che sempre più spesso troviamo a pochi metri dalla pasta nel supermarket a noi diletto, fatto di materia e pensiero, di carta e scrittura, di forma e colore, di dimensione e parola scritta, è vittima incondizionata, probabilmente alla stregua di un primo piatto (non deve essere eccellente o costosissimo, un primo piatto accessibile ai più, diciamo a noi tutti) dei nostri sensi. -Annusiamo il libro e le sue pagine, (a meno che non siano dolorosamente imprigionati e costretti nel cellophane) cosi come annusiamo il profumo degli spaghetti-, ne percepiamo i colori, la foggia, ne tocchiamo prima la copertina e non ancora soddisfatti spingiamo lentamente le dita,sfogliandole, nelle e tra le sue pagine. Con l’olfatto, la vista, il tatto già paghi di questa prima sensazione, cerchiamo, con quasi spinta sensuale frenesia, ulteriori conferme vedendo e questa volta leggendo tra le righe. Ciascuno di noi con un suo personalissimo stile (Chi sceglie le prime parole, chi le ultime dell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo, chi ancora non persuaso ricerca l’ultima prova, quella definitiva, nel nome dell’editrice, in quella dell’autore, nella più recente recensione). La ritualità del giuoco si chiude; se il costo è possibile, il libro prima annusato e guardato, e poi soltanto poi letto, sarà nostro. Potrebbe esistere un’eccezione all’esperienza comune di cui detto. Nella spesso schiacciante moltitudine cartacea della libreria, nonostante tutto pochi libri riescono a far scattare i delicati meccanismi che regolano l’antico giuoco del leggere. Allo stesso tempo e forse per lo stesso motivo, molti di noi continuano a non gradire l’invio domiciliare, oggi di molte aziende di distribuzione, di Pacchi libro, con sopra scritto Abbiamo scelto per te, nonostante l’accattivante previsto ed eventuale sconto massimo del 50%. Così come non ci sentiamo di gradire, se non richiesta, l’ombra del libraio, o di chi per esso ne svolge le funzioni, che nascostamente alle nostre spalle spia ogni più piccolo gesto o movimento, considerato che la scelta del libro é affare nostro, un affare sufficientemente intimo, da consumare e di cui godere con tempi e modi propri. Per una Storia più recente del libro sardo, come spesso usiamo dire, o del libro edito in Sardegna come riteniamo più giusto ribadire, potrebbe essere la definizione di questa seconda parte dell’intervento che ora proporrò, soltanto apparentemente slegata dalla prima. Una lettura attenta delle pagine dell’editoria regionale dagli anni settanta ai primissimi del millennio appena nato rivela una sorprendente insospettata vitalità, superiore ad ogni aspettativa: il palcoscenico si popola, dietro la spinta di un forte movimento intellettuale e dei suoi protagonisti, di nuove aziende che investono in idee e in progetti forti, perché fatti di pensiero critico e di consapevolezza storica, di appartenenza collettiva, svolgendo un non comune ruolo di crescita culturale, civile e sociale. Si delinea, progressivamente, una diversa dislocazione territoriale della vocazione editoriale e libraria dell’isola, si aprono inediti settori e ambiti di studio e di documentazione dell’etnologia, delle tradizioni popolari, della saggistica e della sociologia, della storia contemporanea che si avvale di nuovi modelli storiografici, di stimolanti interpretazioni. Il neonato movimento, fervido, ricco al suo interno delle più diverse espressioni culturali, del dibattito autonomistico, istituzionale di quegli anni, si allunga fino al decennio successivo, trasformando l’originale tessuto editoriale, coinvolgendo centri geografici, istituzioni pubbliche e private precedentemente estranei e spesso distanti. Alle Arti Grafiche Editoriali Chiarella (Sassari,1844), alla Tipografia Editrice Giovanni Gallizzi (Sassari, 1892) alla lungimirante Libreria Dessì Editrice (Sassari, 1860), a La Celere (Alghero 1947), alla Società Poligrafica Sarda (Cagliari,1950) si affiancano le giovanissime sigle, ciascuna con impronta e caratteri specifici, con gusto e approccio innovativi, dando avvio ad una inedita fioritura di pagine, di volumi, di collane editoriali, spesso con il diretto coinvolgimento di amministrazioni pubbliche, in modo particolare quella regionale, di Enti ed istituti di credito. L’elenco è lungo, fitto: si rinnova il filone delle ristampe anastatiche con le Edizioni 3 T Trois che apre i battenti nel 1970, si propongono gli esiti della ricerca scientifica e di quella universitaria, con una sensibilità crescente verso i temi sociali ed antropologici, con l’Editrice Democratica Sarda del1971, la Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana del 1974, le Edizioni di Iniziative Culturali del 1975 e, in qualche misura, a distanza con L’Asfodelo del 1981, la Gia Editrice del 1970, con taglio e approccio incline ai temi storici e politici. Non possiamo non ricordare l’esperienza, l’impegno culturale dell’Edizioni Della Torre del 1974 che testimonia e valorizza il pensiero e le scelte intellettuali di quegli anni, la voce trasgressiva dell’Arte Duchamp che irrompe con vivacità nel 1977, presentando, in chiave originale e creativa, le espressioni contemporanee della produzione e della sperimentazione artistica, l’editrice Pubblisar che con decisione da avvio allo spazio delle guide, a quello naturalistico. Certo Sassari e Cagliari mantengono ancora il monopolio, ma l’esperienza appena iniziata si allarga a macchia d’olio, interessando, soltanto ai primi del decennio successivo Oristano, Nuoro, piccoli paesi come Bolotana e l’omonima rivista Quaderni Bolotanesi. Per altri versi questa nuova realtà, che può già avvalersi dell’esperienza maturata dalla LitioTipografia Pisano, presente prima a Nuoro poi a Cagliari dal 1958, dalla Società Tipografica Editoriale Fossataro, dalla stessa 3T Trois, dalla Società Poligrafica Sarda, alimenta un ulteriore crescita e la specializzazione degli ambiti inerenti la fotografia, la litografia, la stampa e, in modo particolare, la grafica. Potremo per esempio ricordare Antonello Sequi, tra gli anni 50 e settanta padre del colore e leader della litografia, per anni Direttore della sezione Arti Grafiche dell’Istituto Professionale per l’Industria, Ninni Pilloni, Nicola Morella, agente pubblicitario del Sole 24 ore, Salvo Loddo, padre della futura Prestampa di Quartu S.Elena, Nanni Pes della Stef con cui io stessa per anni ho avuto il piacere di lavorare, o Paolo Pisano della omonima LitoTipografia che segue la produzione artistica dell’Arte Duchamp e di Maria Lai. Potremo ancora ricordare la spinta ulteriore all’innovazione offerta successivamente dalle neonate aziende degli anni ottanta che abbraccia ulteriori rami ed ambiti e, segnatamente, quello artistico e della documentazione della storia dell’arte regionale. Ci piace ricordare la Carlo Delfino e la Due D Editrice Mediterranea, rispettivamente del 1981 e del 1984, la S’Alvure che si attesta contemporaneamente sul versante della stampa e su quello dell’editoria, la Tipografia Solinas di Nuoro, la Coedisar del1986, l’Archivio Fotografico Sardo e Balzano Edizioni del 1982 per il versante ambientale, naturalistico e turistico, le Edizioni Sole del 1988, la Janus che testimonia gli esiti brillanti raggiunti dall’Arte Duchamp, le Edizioni Castello del 1982, la Soter del 1988 e l’Ilisso del 1985 le cui attività segnano in modo tangibile la crescita della Stampacolor di Sassari, Paolo Sorba e le Edizioni Tema del 1989, la S.VI.SA del 1980 e Papiros del 1989 con l’originalità delle collane e dei piccoli grandi volumi per la prima infanzia, la Nemapress e l’ Edinsar del 1988. E questo elenco non può esimersi dal menzionare l’esperienza avviata dalla Demos nel 1990, dalla Con daghes e da AM&D Edizioni nel 1992, della Grafica del Parteolla del 1993 e, segnatamente, da Il Maestrale del 1992 e la Tam-Tam del 1991, Geogramma del 1994, Poliedro del 1995 e Punto di Fuga del 1995, Zonza Editori de 1996, fino alle ultimissime sigle quali Blackwood e Partners, Frorias, Edizioni AV, Taphros e Magnum Edizioni. Possiamo attualmente contare di personalità di rilievo nella fotografia, nella grafica, nell’illustrazione, come Giorgio Dettori, Anna Marceddu, Francesco Sogos, Aurelio Candido, Luigi Manca, Pia Valentinis. E veniamo, quindi, all’ultima brevissima parte, affrontando anche gli aspetti più pratici, quelli più propriamente economici. Io ritengo che il quadro delineato, seppur breve, non abbia bisogno di ulteriori commenti, così come risulta improbabile ogni affermazione che ponga in dubbio l’esistenza, ad oggi, di una complessiva produzione editoriale all’altezza dei tempi, rispetto all’originalità dei contenuti espressi, alle espressioni della grafica, al livello dei prodotti offerti dai servizi preposti alla prestampa ed alla stampa. Certo, anche tenuto conto delle considerazioni appena espresse, esistono delle eccezioni. Non ultimo individuabili nella necessità di una maggiore presenza dell’editing, professionalità indispensabile all’interno dell’offerta del prodotto libro proprio per il lavoro puntuale, preciso, meticoloso di revisione, di pulizia delle pagine. Nel contempo, nessuna iniziativa editoriale oggi può nascere senza lo studio di uno specifico progetto grafico, senza una riflessione sul target di appartenenza delle pagine, sulla distribuzione e sulla promozione di ciò che verrà edito. Non si può d’altra parte dimenticare l’importanza che assume la gerenza, che deve essere esaustiva di tutti quei dati che identificano quel volume rispetto ad un altro anche ai fini dell’inserimento nel mercato e della vendita di quel prodotto, o ancora dell’importanza che oggi assume il codice a barre o l’ISBN, ancora ai fini dell’identificazione di quell’editore, di quel volume, con quelle caratteristiche, per il riconoscimento della sua identità. Proprio su questi ultimi aspetti, si profila a brevissimo tempo un itinerario di lavoro ancora lungo da intraprendere, che costruisce una tappa fondamentale e indispensabile, parte ancora una volta strategica per l’inserimento concreto nel mercato regionale ed in più ampi spazi.
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