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Scrivere in sardo
Seminario in Facoltà di Lettere
Il 26 e 27 febbraio 2004 si è svolto
presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari il seminario dal titolo
Scrivere in sardo. Esperienze e prospettive. Scrittori, editori e studiosi
a confronto, organizzato dai docenti del Master in Lingua e Letteratura
sarde. Evento importante e preziosa occasione di dialogo su una
questione di cui si avverte l’esigenza di parlare. Gli interventi si sono
sviluppati nell’arco di due giornate, nel corso delle quali il dibattito
riguardante la scrittura in sardo si è articolato attraverso il contributo di
coloro per i quali la lingua è veicolo di una comunicazione letteraria, cioè
poeti e romanzieri, intrecciando il punto di vista dell’editoria, di chi,
cioè, si fa promotore attraverso la propria attività professionale della
realizzazione e della circolazione di tali opere.
Hanno aperto i lavori Giovanni Pirodda, Maurizio Virdis e Sandro Maxia,
docenti della Facoltà di Lettere di Cagliari, per poi lasciare ampio spazio
alle testimonianze di scrittori quali Francesco Carlini, Nanni Falconi, Franca
Marcialis, Paolo Pillonca, Giulio Angioni, Giuseppe Tirotto, Natalino Piras,
Ignazio Lecca, Mario Puddu, Giovanni Piga, Franco Pilloni, che hanno messo in
evidenza gli aspetti più problematici della questione, primo fra tutti il
bilinguismo, cifra peculiare della fisionomia culturale dello scrittore in
sardo, che pone, come ha sottolineato Francesco Carlini, un conflitto non
soltanto di tipo linguistico ma anche e soprattutto identitario. Per quanto
riguarda il primo aspetto, infatti, lo scrittore si trova spesso di fronte
all’impossibilità di evitare che l’italiano influenzi il processo narrativo,
fatto che, in un certo senso, vanifica la pretesa di voler tenere distinte le
due sfere linguistiche e che rafforza, invece, il saldo vincolo che le unisce:
l’identità di un sardo è data anche dal suo essere italiano. È su questo
terreno che sembra giocarsi la sfida a cui gli scrittori sono chiamati.
L’altro aspetto problematico riguarda l’ortografia: Nanni Falconi, ad esempio,
ritiene che la mancanza di precise regole ortografiche porti lo scrittore ad
incorrere in "errori"; egli stesso, ricordando la propria esperienza,
riferisce di aver scritto la medesima parola ora in un modo, ora in un altro.
Problema, questo, che è parso, tuttavia, marginale rispetto a quello
riguardante la tradizione, il modo in cui questa debba essere prima scoperta e
poi valorizzata. Esiste in questo senso una difficoltà concreta: la garanzia
di continuità ad un filone comunque esistente, è minacciata dal sempre più
crescente allontanamento dalla lingua "madre", dal fatto che ormai una parte
significativa di giovani non ha alcun tipo di competenza nel sardo. Per questo
è stata ribadita l’importanza della scuola e, in particolare da Franca
Marcialis e Giovanni Piga, il ruolo fondamentale dei giovani nel dare nuovo
vigore e nuova linfa alla lingua sarda, poiché, al di là di tutto, sono loro
che possono mantenerla viva, praticandola ed amandola.
È stata anche sottolineata l’esigenza della storicizzazione degli eventi
letterari, senza la quale risulterebbe incomprensibile e astratto ogni
tentativo di definizione e di delineamento di un panorama culturale troppo
ampio e poliedrico come quello, appunto, della Sardegna. In quest’ottica si
sono sviluppati gli interventi dei rappresentanti delle case editrici Il
Maestrale, Ilisso, Cuec, Della Torre e Condaghes; in particolare Giancarlo
Porcu e Marco Maulu, rappresentanti rispettivamente delle prime due case
editrici, hanno affrontato la questione da un punto di vista specificamente
letterario, soffermandosi anche sulla fondamentale importanza di alcune opere
nell’acquisizione della consapevolezza della lingua sarda come strumento di
espressione di un’identità – è il caso, ad esempio, di Michelangelo Pira e di
Benvenuto Lobina. Mario Argiolas -Cuec-, Salvatore Fozzi -Della Torre- e
Francesco Cheratzu -Condaghes- hanno, invece, ripercorso la storia e
l’evoluzione delle proprie case editrici e, ricostruendo contemporaneamente il
contesto culturale dai primi anni Settanta del Novecento fino ad oggi, ne
hanno messo in risalto le tappe cruciali e le scelte determinanti per quanto
riguarda l’attività editoriale di testi in lingua sarda. Ad arricchire il
quadro culturale e letterario di tale periodo ha contribuito Duilio Caocci,
sottolineando l’importanza e l’operato di Antonio Cossu, figura centrale negli
anni più difficili nella conquista del diritto a poter anche semplicemente
discutere di letteratura sarda.
Giulio Angioni, Giuseppe Tirotto, Ignazio Lecca, Paolo Pillonca, Natalino
Piras e Mario Puddu hanno, poi, dato una testimonianza del loro essere
scrittori e studiosi impegnati concretamente nella ricerca e nel potenziamento
del patrimonio linguistico sardo, del loro personale cammino e dell’esperienza
più o meno feconda del bilinguismo, del passare attraverso il confronto con
l’italiano per mettere a fuoco nella parola scritta le potenzialità e i limiti
del sardo. Franca Marcialis e Franco Pilloni hanno, invece, reso viva
testimonianza della dimensione più familiare e legata alla sfera degli affetti
di cui solo il sardo, lingua dei genitori, dei nonni, dei vicini di casa,
degli abitanti di quei micro-cosmi che sono – ancora oggi – i paesi, può
offrire espressione piena e profonda. La prima relatrice, in qualità di
insegnante, si è, infatti, soffermata sull’importanza della tradizione orale
per la sopravvivenza della lingua e per una crescita culturale degli
adolescenti che sia veramente completa e che conduca alla consapevolezza delle
proprie radici. Franco Pilloni, anch’egli insegnante, ha comunicato, con
grande ironia e commozione, la forza del valore affettivo che il sardo ha in
sé, prima di tutto nella comunicazione orale, e, di conseguenza, nelle pagine
scritte dei suoi romanzi, ed ha efficacemente mostrato la portata
straordinaria anche di quelle parole che apparentemente sono insignificanti,
mostrando come, invece, ognuna di esse dischiuda un universo spesso
sconosciuto.
Simona Serra
simserra@tiscali.it
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