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L’editoria sarda è lo specchio dell’identità culturale Speciale - Intervista a Mario Argiolas responsabile della CUEC editrice e Presidente dell’AES di Angelo Lucio Porcu pubblicato nel sito www.arbaree.info il 19 dicembre 2006 Parliamo della Storia dell’ AES, l’associazione degli editori sardi: La storia dell’AES è una storia semplice ma significativa. È una storia che ha 25 anni, nel senso che, 25 anni fa, un gruppo di editori sardi ha deciso di costituire un’associazione. Per una prima fase si è lavorato per mettere insieme le energie, per fare gruppo e avere potere contrattuale nei confronti delle istituzioni e una maggiore forza nel mercato del libro. Dopo questa prima fase si è preso atto che, in effetti, non bastava curare l’aspetto commerciale e l’aspetto organizzativo, cose pure utili e importanti, visto che in Sardegna c’è poca abitudine a fare sistema, salvo eccezioni e salvo i passi avanti fatti negli ultimi anni. Non mancano, infatti, esempi di consorzi tra imprese in vari campi, non escluse le esperienze di cooperative tra pastori nel settore lattiero caseario. Tramite L’AES avete colmato gli aspetti organizzativi o ci sono ancora dei problemi? Sì ci sono ancora dei problemi: sul terreno dell’associazionismo e del fare sistema c’è ancora della strada da fare, però, qualche anno fa, si è aperto un dibattito tra gli editori sardi perché si è capito che mancava qualcosa, che non si aveva un sufficiente potere contrattuale, un riconoscimento vero, pieno; né da parte della Regione e degli altri enti pubblici, né da parte dell’opinione pubblica, dei sardi stessi. Quindi da parte sia della società che dell’opinione pubblica? Esattamente. Perché cosa mancava? Mancava l’aspetto politico culturale: l’associazione doveva dire qualcosa sul tema dell’identità culturale della Sardegna. Cosa rispecchia l’editoria in Sardegna? Quello che mancava era la riflessione su quest’aspetto e così abbiamo impostato un percorso di approfondimento collettivo: siamo arrivati alla conclusione, dopo un dibattito intenso, e anche difficile perché gli editori sono tanti, diversi, diversi i livelli di coscienza e di esperienza, che l’editoria sarda ha un senso se è lo specchio della società dal punto di vista culturale. Il primo passo è stato l’approvazione della Lettera aperta degli editori sardi per la difesa del libro e dell’identità culturale, il secondo è stato la realizzazione del Libro bianco contro il degrado del mercato culturale, l’indifferenza della classe politica e dei media e la riduzione del libro a gadget. Queste iniziative ci hanno rafforzato e ci hanno consentito di rispondere con efficacia ai tagli operati dalla Giunta Soru, tagli che hanno colpito il comparto editoriale e poi via via tutti i settori del sistema culturale sardo. Devo dire che abbiamo retto bene, anzi siamo stati i primi a rispondere pubblicamente perché c’era dietro questo dibattito. In sostanza noi abbiamo detto alla Giunta Soru: “ non si tratta di un gruppo di imprese che si lamentano perché hanno perso i contributi di sostegno, si tratta di provvedimenti che colpiscono pesantemente una realtà imprenditoriale che rappresenta qualche cosa di importante anche dal punto di vista culturale”. Con umiltà ma con grande consapevolezza abbiamo espresso questa esigenza, fuori d’ogni tentazione corporativistica, e abbiamo avuto un larghissimo consenso, tanto è vero che siamo riusciti a far rientrare in parte anche i tagli e a tenere aperta una prospettiva. A proposito di questo: nel 2004 ci fu appunto una polemica, quale il vostro rapporto con i mass media e soprattutto con la carta stampata? Il rapporto con la carta stampata è un rapporto difficile. È difficile per due aspetti: il primo è un aspetto che riguarda quello che è il giornalismo oggi. Il giornalismo ha subìto una trasformazione e non ha più come priorità quello di fare informazione sulla realtà quotidiana, sulla società che cambia, su chi opera nella società, ma è un meccanismo che ormai si è avvitato su stesso per cui i giornali esistono per altri motivi, per soddisfare altre esigenze. Lo spazio che è riservato all’informazione è secondario: questo è il primo aspetto e riguarda tutta la questione dell’informazione oggi, che non è più lo specchio della realtà, ma è un’altra cosa, una macchina per raccogliere pubblicità, per produrre utili e consensi, per soddisfare altre esigenze politiche e finanziarie. L’altro aspetto riguarda il fatto che le pagine culturali dei giornali, dei giornali sardi in primo luogo, quando parlano di libri, quando parlano di questi argomenti, seguono le mode, per cui trascurano di dare conto del lavoro che noi facciamo. Preferiscono inseguire l’autore di successo, l’autore che è tradotto all’estero, che ha vinto un premio. I giornali hanno gonfiato un fenomeno, che pure esiste ed ha la sua importanza, il fenomeno del noir, di conseguenza non riusciamo ad avere un rapporto proficuo con la stampa e siamo abbastanza critici con il suo modo di operare. Quindi in sostanza in questo triangolo tra editoria, società e mass media c’è qualcosa che non funziona? Esatto, l’opinione pubblica la dobbiamo raggiungere noi con i nostri mezzi, che spesso sono inadeguati, e abbiamo costatato che quando la raggiungiamo c’è una risposta, c’è un interesse, c’è una sete di informazione. Abbiamo costatato che la gente chiede informazione, vuole sapere, e, il fatto stesso che quando veniamo qui a Roma (fiera della piccola e media editoria) o andiamo a Torino (salone del libro) o a Francoforte (fiera del libro), l’editoria sarda rappresenta sempre un valore aggiunto, nel senso che c’è un’attenzione che in Sardegna non c’è da parte dei soggetti che dovrebbero prestare questa attenzione per compito istituzionale o per etica professionale. C’è interesse da parte della gente, perché in qualunque paese della Sardegna si vada a presentare un libro le sale sono affollate. La gente viene e compra, segue i dibattiti e legge. Quindi c’è proprio un corto circuito, qualche cosa che non funziona nel sistema dei mass media. Noi auspichiamo che i giornalisti che tengono alla loro professione, che hanno senso di responsabilità, si pongano questi problemi e diano una risposta. L’obiettivo non è fare un favore agli editori sardi, l’obiettivo è fare informazione completa e obiettiva. Anche la Regione però ha però i suoi limiti in quanto ente burocratico… Devo dire che la Regione vanta un lavoro di anni sul versante della promozione dell’editoria e del libro sardo, però nel 2004 è successa questa cosa (i tagli) e si è aperta una polemica insensata sull’editoria assistita, che ci ha fatto perdere del tempo prezioso in un’epoca di continue e rapide trasformazioni. Noi non chiediamo l’impossibile, tanto più in una situazione di forte indebitamento dell’ente pubblico, noi chiediamo alla Regione di fare ciò che deve fare, occuparsi del bene pubblico e in questo ambito supportare, promuovere e valorizzare il comparto dell’editoria e della cultura sarda. Nel fare ciò non si deve sostituire a noi, ma deve sostenere progetti di sviluppo, premiare la qualità, incentivare l’attività editoriale portata avanti con criteri di professionalità, capacità progettuali e serietà. Noi non chiediamo nulla che non sia un supporto, un incentivo. Noi pensiamo che sia questo il compito delle istituzioni e non quello di supportare le clientele dei politici. Qual è il rapporto tra formazione della coscienza dei sardi e la formazione dell’opinione pubblica? Prendiamo per esempio la Catalogna: quali potrebbero essere le ripercussioni per la società sarda se avvenisse come è successo in quell’ambito macroregionale o nazionale che dir si voglia? Su questo tema il dibattito è aperto: c’è chi porta avanti il discorso della cultura locale, autoctona, essenziale in una prospettiva autonomistica e federalista e chi quello della cultura etnica in una prospettiva di piena sovranità e indipendenza. Questo dibattito se connotato da una forte impronta ideologica può portare alla divisione delle forze e risultare sterile, privo di spessore. Io preferisco guardare ai temi unificanti, tentare di dare una risposta alle domande fondamentali. La domanda cui rispondere è questa: quale è il ruolo che può avere una regione, che sia piccola o grande, in un contesto di processi economici, che tutti ormai abbiamo analizzato e classificato come fenomeni di globalizzazione, dove operano delle forze che tendono a controllare e standardizzare tutto, a semplificare anche ciò che non può essere semplificato? È chiaro che in un contesto del genere, se questa area geografica, questa regione, questa entità, non ha un propria cultura sparisce oppure è ridotta a fare da mercato di consumo, ha svolgere un ruolo passivo. Se vuole avere un ruolo attivo ed essere non solo un soggetto che consuma, una percentuale minima di un mercato che altri controllano, ma vuole essere un luogo dove si produce, allora deve valorizzare la propria cultura. Che poi questo processo abbia come esito una reale ed autentica autonomia in uno stato federalista o la costituzione di un nuovo stato sovrano, uno stato indipendente, questo lo deciderà lo sviluppo storico, il popolo, però il punto di partenza è questo. In sintesi si tratta di decidere, oggi, se si accetta lo stato di soggetto passivo che si limita, cioè, a consumare merci e contenuti che altri producono o se si vuole essere produttori, protagonisti della propria storia. In questo secondo caso occorre avere una propria cultura e occorre valorizzarla coniugando sapientemente tradizione e modernità. L’editoria in questo ha un ruolo straordinario perché fa venire alla luce la cultura di un popolo. Quindi cosa auspicate voi editori? Noi vorremo che si creasse un circolo virtuoso, che questi corti circuiti, queste rotture, per cui il mondo dell’informazione va da una parte, le istituzioni da un altra parte, la società dall’altra, e noi siamo sballottati tra le onde, trovassero la strada della ricomposizione ad un più alto livello. La ricomposizione potrebbe essere favorita se la Regione decidesse di valorizzare le proprie risorse, la propria cultura, le proprie energie, anche materiali ed umane, le proprie intelligenze. Da questo punto di vista si potrebbe aprire invece un intero capitolo sul fatto che oggi la Regione Sardegna sta importando intelligenze da fuori. Il rapporto tra interno ed esterno non può essere di dipendenza, come è oggi. Per esempio: viene il grande architetto, decide lui cosa deve essere fatto e noi possiamo al massimo essere muratori, svolgere mansioni esecutive. Quindi è un rapporto di dipendenza. il rapporto deve essere di scambio reciproco. Chi viene da fuori deve lavorare con noi, se chiamato dalla Regione. Si lavora e insieme si decide cosa fare, quali progetti realizzare, nel rispetto della nostra identità culturale, del nostro ambiente, della nostra storia. La priorità deve essere, infatti, il rispetto della nostra identità. Quindi prima di tutto la Regione deve decidere se vuole investire sulla propria cultura, sulle proprie intelligenze, sulla propria storia. Come secondo punto noi chiediamo al mondo della stampa di parlare di noi, nel bene e nel male, di fare informazione sulla nostra attività, sulle nostre produzioni, di informare sul nostro lavoro anche in modo critico. Anche in questo campo assistiamo a dei paradossi: è giusto che i giornali della Sardegna seguano ossessivamente le mode, tanto da realizzare pagine su pagine su ogni spostamento di un gruppo di scrittori, su ogni premio vinto, su ogni traduzione, preferibilmente autori noir, o per meglio dire giallisti, e trascurino completamente il fatto che ci sono editori che pubblicano autori e studi in collaborazione con centri di ricerca e Università europee? L’atteggiamento è ancora una volta di subalternità, di dipendenza, il cosmopolitismo di maniera si sposa bene con il provincialismo chiuso. Non si fa informazione e quindi il nostro lavoro non esiste, ciò che non appare sui media non esiste. In sostanza noi alla Regione chiediamo di fare una scelta forte e di coinvolgere in questo grande progetto gli editori, gli autori e tutte le intelligenze che esistono in Sardegna e fuori della Sardegna, perché noi sardi siamo in tutto il mondo e le intelligenze diffuse appartengono al nostro popolo. Non è giusto che un sardo, per affermarsi, per trovare un lavoro, per affermare la proprio professione debba andare all’estero e non possa più dare un contributo alla crescita della Sardegna. Anzi queste intelligenze bisognerebbe andarle a cercare per riportarle qui, perché possano aiutarci a crescere e a diventare migliori. Perché chi è andato all’estero, ha studiato, ha lavorato, è in grado di confrontare diverse metodologie, ha una conoscenza più vasta e quindi può affrontare in maniera più coerente, più equilibrata, o comunque più ricca, quelli che sono i problemi atavici che frenano la Sardegna. A proposito del coinvolgimento della regione: nel 2004 quando Soru annunciò i tagli alla cultura molte persone erano favorevoli dicendo che tutti i settori dovevano andare avanti da soli. Cosa risponde a questa polemica? Qui c’è un falso problema. si dice “voi siete assistiti” e con questa accusa si vuole dire “ tu se non fossi assistito non sapresti fare nulla”. L’assistenza non esiste più, intesa come erogazione di contributi a fondo perduto da parte dei politici per alimentare il proprio elettorato, si parla invece di sostegno ad un progetto. Secondo i nostri studi risulta che il rapporto tra ciò che noi investiamo e i contributi della Regione è un rapporto a nostro vantaggio nel senso che su 100 la Regione ci da mediamente 5. Quindi non si può parlare di assistenza, bensì di sostegno allo sviluppo. Su questo punto c’è un altro ragionamento da fare: se la Regione non dovesse sostenere i progetti culturali dell’isola, per farli crescere, per farli sviluppare, chi è che decide? il mercato? Se è così come deciderà il mercato? Deciderà di sostenere ciò che meglio corrisponde agli interessi delle grandi multinazionali. In questo modo la Regione consegnerà l’editoria e la cultura al mercato e di conseguenza molti libri che noi facciamo per promuovere nuovi autori e nuovi studi sulla nostra terra non potranno più essere pubblicati. Quindi la chiave di volta potrebbe essere il fatto che l’editoria è un settore strategico? Si, ma io dico di più: è la cultura che ha un valore strategico, la cultura che comprende l’editoria, lo studio, la ricerca, lo spettacolo, il teatro, l’arte, le tradizioni popolari. Questa è la ricchezza di un popolo. Perché? Perché da lì nasce la conoscenza. La conoscenza tu la utilizzi per la società. Se non hai la conoscenza potrai copiare solo quello che fanno gli altri. |
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