Scuole in rete Trexenta

 

in collaborazione con

 

CUEC

cultura

 

Seminario sul tema:

La lingua sarda nell'era della globalizzazione
finalizzato all’aggiornamento del personale docente di tutte le scuole e istituti

 


Cagliari 29 maggio 2002 ore 17,00

Aula Magna di Interfacoltà

Università degli studi di Cagliari

Località sa Duchessa

 

 

Relatori

 

Prof.ssa Antonietta Dettori

(Docente Università di Cagliari, Facoltà di Lingue)

Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso rapporto

 

Giovanni Lilliu

(Accademico dei Lincei)

Lingua, identità, radici e ali

 

 

Gli obiettivi culturali e didattici dell’iniziativa

 

E' doveroso premettere che l'incontro si inscrive in un contesto di più ampia applicazione della legge regionale n. 26 (conoscenza e valorizzazione della lingua e della cultura sarda) e in presenza di una domanda di conoscenza sui temi dell'identità culturale della popolazione della Sardegna e delle minoranze in essa presenti.

In particolare una iniziativa ha fornito lo spunto per la formulazione dell'incontro in oggetto: la pubblicazione da parte della Casa editrice CUEC di Cagliari del volume "Limba lingua language. Lingue locali, standardizzazione e identità in Sardegna nell'era della globalizzazione". Il volume intende fornire un contributo sul piano della conoscenza e della metodologia di intervento culturale. Comprende importanti saggi di approfondimento di studiosi di grande prestigio come Giovanni Lilliu, Giuseppe Marci, Giulio Paulis, Antonietta Dettori, Bachisio Bandinu, Silvano Tagliagambe, Nicola Tanda, Alberto Granese, Sergio Bolognesi, Eduardo Blasco Ferrer. Comprende inoltre una inedita e completa ricostruzione storica di un trentennio di iniziative per il riconoscimento della lingua sarda, autore Antonio Cossu e numerosi contributi di giornalisti, rappresentanti di istituzioni, studiosi e cultori della materia. Completa il libro una raccolta delle principali leggi italiane, regionali ed europee sul problema della lingua e della cultura sarda.

 

La discussione di temi quali lingua e identità, rapporto tra sardo e italiano, lingua e letteratura, la lingua della differenza, lingue naturali e linguaggi artificiali, problemi di unificazione linguistica, valorizzazione della lingua sarda e offerta formativa scolastica assume oggi grande importanza e riveste molteplici significati.

  1. Su un piano generale offre la possibilità di comprendere il contesto in cui si inscrive la crescente importanza delle lingue minoritarie in un'epoca di crescente globalizzazione.

  2. Sul piano specifico della valorizzazione della lingua sarda e di individuazione dell'offerta formativa offre la possibilità di approfondire problemi quali appunto il rapporto tra due lingue, le relazioni tra lingua e comunità, lingua scritta e lingua per la comunicazione verbale, la didattica della lingua.


La lingua sarda nell'era della globalizzazione
Interessante Convegno organizzato da Scuole in rete Trexenta e CUEC

Il giornale della Trexenta giugno 2002

Tanto per incominciare non Buongiorno o Buonasera o Rivolgo il più Cordiale Saluto ...., ma un molto più significativo "Saludi e Trigu"; un doppio augurio che vale nel tempo salute e abbondanza di tutto, anche di salute. Il messaggio, secondo il costume sardo, è altruistico e sincero, ospitale e disinteressato, ti esce dall'anima dopo aver carambolato nel cuore. "Saludi e Trigu" fa parte (o forse è più esatto dire faceva?) del nostro patrimonio culturale. Ed è soprattutto in questi termini che il professor Sergio Piseddu docente dell'Istituto Comprensivo di Senorbì, nel ruolo di moderatore, ha salutato i presenti al seminario sul tema: La lingua sarda nell'era della globalizzazione, promosso dall'Associazione "SCUOLE IN RETE TREXENTA" in collaborazione con la CUEC (COOPERATIVA UNIVERSITARIA EDITRICE CAGLIARITANA), tenutosi nel pomeriggio del 29 Maggio scorso nell'aula magna della Facoltà di Lingue dell'Università di Cagliari.

"Saludi e Trigu" aveva un particolare riferimento alla lingua sarda, alla nostra identità e alla nostra cultura messe in pericolo dalla globalizzazione (ma sarà poi tutta colpa della globalizzazione?)

Relatori del seminario, finalizzato all'aggiornamento del personale docente, il professor Giovanni Lilliu, Archeologo e Accademico dei Lincei e la professoressa Antonietta Dettori, docente nella Facoltà di Lingue dell'Università di Cagliari.

Per circa tre ore gli illustri relatori hanno avuto il loro dire sull'attuale stato di salute della nostra lingua e sulle sue vicissitudini passate. E sul fatto che sia una lingua con ascendenze nobili e con un passato più dignitoso della realtà odierna, non ci sono dubbi. Già nel 1700 al sardo viene riconosciuta pari dignità con l'italiano proprio per le sue origini illustri, greca e latina. In questo senso, ha precisato la professoressa Dettori, il primo lessicografo di lingua sarda è stato Matteo Madau per aver pubblicato due volumi: uno con parole sarde derivate dal greco e l'altro con parole sarde derivate dal latino. Il 1700 segna anche il passaggio della Sardegna dal dominio spagnolo a quello piemontese e per la prima metà del secolo permane una situazione bilingue: il sardo e lo spagnolo con traduzione in italiano. Il sardo comincia a perdere quota con la riforma Bogino perché vengono coinvolti gli istituti superiori e l'università dove viene imposto l'uso dell'italiano come lingua ufficiale e contemporaneamente viene ridotto l'ambito d'uso del latino; al sardo viene riconosciuto un ruolo sussidiario sia per facilitare l'apprendimento dell'italiano sia per scoraggiare l'uso dello spagnolo. Il rispetto per la lingua sarda, anche se interessato, continua anche nell'800 mentre di pari passo continua la diffusione dell'italiano. La relazione della professoressa Dettori, è improntata al confronto tra il passato e la realtà odierna; un confronto il cui esito ci porta quasi quasi a rimpiangere il passato, perlomeno quello linguistico; come dire: si stava meglio quando si stava peggio.

Sempre nell'800 l'importanza della lingua sarda viene evidenziata nei vocabolari, mentre il canonico Giovanni Spano cerca di codificare il sardo come lingua parlata.

La vera e propria inversione di tendenza comincia con l'Unità d'Italia, in pratica dopo il 1861. In quel periodo, nelle scuole, cominciano a cambiare la didattica e i programmi; vengono istituite le scuole elementari che diventano obbligatorie dopo il 1870, mentre la lingua italiana diventa sempre più ufficiale. Il dialetto, comunque, era ancora diffusissimo; solo il due per cento degli italiani riusciva a parlare l'italiano. Contrariamente a quanto succedeva in Francia, in Italia i dialettologi erano nettamente contrari all'accantonamento dei dialetti. Tuttavia prevaleva l'orientamento contrario e l'italiano si diffondeva sempre di più. La corrente culturale che faceva capo ai "Manzoniani" considerava i dialetti una malerba da estirpare, tanto che pur di favorire la diffusione dell'italiano proponevano i cosiddetti "matrimoni coatti": i toscani si sarebbero dovuti sposare con persone di altre regioni per far conoscere e parlare l'italiano; le ragioni del cuore sarebbero state sacrificate per far posto a quelle della lingua.

La riforma Gentile del 1923 tenne nel dovuto conto la lingua sarda attraverso la diffusione di manualetti che contenevano esercizi e letture in sardo. Con il fascismo, però, prevalse soprattutto il nazionalismo e per il sardo si aprirono le porte della decadenza e del disuso. Solo negli anni '70, conclude la professoressa Dettori, ci si apre ad un confronto delle diverse lingue e si comincia a mettere in discussione il monolinguismo; un punto sul quale concorda anche il professor Lilliu, il quale mette in risalto il fatto che la questione delle minoranze linguistiche inizia proprio negli anni '70 a Strasburgo. In Sardegna siamo ancora all'italiano come lingua superiore ed al sardo come lingua inferiore, vietata nelle scuole e a tutti i livelli pubblici a rischio di pene anche molto severe. Gli stimoli a fare qualcosa a favore del sardo si fanno sentire più dall'esterno che da parte degli stessi sardi. L'Università di Cagliari approva una delibera rivolta al parlamento italiano, per il riconoscimento della minoranza linguistica sarda e per consentire l'insegnamento del sardo nella scuola, solo dopo un pronunciamento in questo senso da parte del Consiglio d'Europa nel 1971. I nostri governanti non hanno mai saputo far valere l'articolo 6 della Costituzione il quale tutela le minoranze linguistiche. Un piccolo risultato si ottiene nel 1972 da parte della Commissione Parlamentare che aveva indagato sul fenomeno del banditismo, la quale, nella sua relazione, riconobbe la necessità di conservare e tutelare la cultura locale compresa la lingua. Ma devono ancora passare sei anni, continua il professor Lilliu nella sua relazione, prima di vedere una nuova iniziativa a favore del sardo. Infatti, nel 1978 alcuni gruppi indipendentisti e volontaristici presentarono una proposta di legge per la tutela della lingua sarda, puntando sull'applicazione dell' art. 6 della Costituzione. Nello stesso periodo il Consiglio Regionale sardo comincia a prendere coscienza del problema e qualche risultato lo si comincia ad ottenere nel 1981 quando si cercò di programmare trasmissioni radio-televisive autonome, ovviamente in lingua sarda.

Nel 1994 il Consiglio Regionale approvò un Disegno di Legge a favore della Lingua Sarda che venne, però, respinto alla Corte Costituzionale; mentre l'anno successivo il governo italiano si limitò a riconoscere la pari dignità della lingua sarda con quella italiana. Oggi lo strumento più avanzato in materia di tutela della minoranza linguistica sarda è la Legge Regionale 26 ma, a parere del professor Lilliu, lacunosa e inadeguata perché prevede l'insegnamento della lingua sarda solo attraverso progetti di sperimentazione nell'ambito dell'Autonomia. Insomma una lingua sarda a libertà limitata.

Nell'era della globalizzazione, dopo aver sentito le relazioni della professoressa Dettori e del professor Lilliu, il pericolo che corre la lingua sarda viene più dall'interno cioè da noi stessi, che dall'esterno cioè dai flussi immigratori e dall'informazione sempre più globalizzata. Resta in piedi, infatti, il problema più importante: quello della unificazione dei dialetti per arrivare ad una sola lingua sarda nazionalitaria. La quale da una parte raccoglie il consenso di tutti i sardi e dall'altra si scontra con l'attaccamento degli stessi sardi alle parlate locali; l'avvio di un processo naturale di unificazione e di convergenza verso un'unica lingua è reso difficoltoso anche dalla realtà geografica sarda che rende più complicati i contatti, le comunicazioni e le aggregazioni. Non meno dannosa è la disaffezione dichiarata dei giovani verso il sardo per il quale mancano interesse e competenze; è soprattutto con loro che la globalizzazione diventa un fenomeno deleterio perché li distrae e li devia dalle nostre radici culturali portandoli a considerare il sardo come qualcosa di ingombrante di cui bisogna liberarsi. Per la professoressa Dettori bisogna saper comunicare ai giovani la vivacità del sardo; è compito, comunque, della scuola riuscire a mantenere e valorizzare la cultura sarda insieme alla lingua. L'autonomia scolastica lascia, oggi, ampi spazi al sardo, anche se non è facile passare all'attuazione pratica dell'insegnamento perché mancano vere e proprie direttive, ma manca soprattutto quel processo popolare spontaneo che porti al sardo, che non può prescindere dagli stessi sardi. Eppure le iniziative che dovrebbero favorire la diffusione della cultura sarda non mancano: non si contano i concorsi aperti a scrittori e poeti. In questo senso, di produzione sia di opere letterarie che di poesia ce n è abbastanza, forse anche troppa; come non mancano i gruppi musicali isolani né i festival della canzone sarda. Ciò che manca è un filo conduttore comune che sia orientato verso l'obiettivo dell'unificazione. In questi campi si procede purtroppo in ordine molto sparso coerenti con il famoso detto: "Centu concas, centu berritas", che ci siamo meritatamente appiopati noi stessi; ma coerenti anche con quell'altro detto: "Pocos, locos y mal riunidos", che ci è stato, sempre meritatamente, appiopato da altri.

La ricetta dei relatori è stata abbastanza chiara: ogni sardo deve, innanzitutto, parlare il proprio dialetto in casa con i familiari, con i vicini di casa con i paesani e con la gente degli altri paesi della Sardegna. I sardi devono acquisire l'idea sarda, la consapevolezza della identità sarda e l'orgoglio di essere sardi; una identità che deve essere aperta al mondo globalizzato ma con la determinazione di non farsi travolgere da nessun tipo di globalizzazione.

Diamo per scontato che nella nostra società si parli il romanesco, il napoletano, il siculo, il veneto e così via, mentre storciamo il naso o ci mettiamo a ridere quando sentiamo un sardo che parla un dialetto diverso dal nostro come il logudorese, il barbaricino o il campidanese. Capita spesso di sentire qualcuno fare la parodia di un dialetto sardo qualsiasi, dando per scontato che il dialetto migliore sia quello del proprio paese e non ci rendiamo conto che in realtà certi modi di fare portano ad innalzare barriere tra noi stessi e a chinare la testa di fronte ad una parlata continentale. Quante volte e capitato di vedere e sentire un emigrato rientrare dal continente con il piglio, per giunta maldestro, del bolognese, del fiorentino o del torinese; convinto, in questo modo, di acquistare di fronte ad amici e paesani, prestigio ammirazione e superiorità. Peggio dei "matrimoni coatti" dei manzoniani, perché le parlate continentali siamo andati noi a cercarcele. E dietro questa operazione, un unico risultato: la smarrimento della nostra identità.

I Catalani che vivono una realtà simile alla nostra, attraverso l'intreccio dei loro dialetti, sono riusciti a darsi una lingua nazionalitaria: il Catalano. Anche i sardi, lo ha auspicato Giovanni Lilliu, dovrebbero seguire l'esempio dei catalani per arrivare ad una lingua nazionale sarda senza rinunciare al proprio dialetto. Una lingua unificata ottenuta attraverso l'intreccio dei vari dialetti.

Ma per ottenere questo bisogna abbandonare ogni velleità campanilistica a tutti i livelli: popolare, politica, sociale e culturale. Ciò che ha impedito finora di identificare la Sardegna come nazione.

Se nella chiesa di Gerusalemme si trova scritta nella nostra lingua la preghiera "Su Babbu Nostu", non si capisce perché dobbiamo essere proprio noi sottovalutarci e disprezzarci.

Il convegno, completato dal dibattito e dagli interventi del pubblico, è stato indubbiamente interessante. L'obiettivo non era quello di trovare una soluzione o una ricetta capace di risolvere il problema della lingua sarda, ma quello di sensibilizzare il pubblico presente, fatto soprattutto di insegnanti che dovranno farsi carico di aprire questo discorso nelle scuole.

Non ci saranno ragioni ne giustificazioni per prendercela con la globalizzazione se il sardo continuerà a decadere, né ci potranno aiutare i no-global (le due parole non sono neanche italiane) a ritrovare la nostra identità.

Aprirsi o chiudersi al sardo dipenderà solo dai sardi.

Marco Pani


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