Le ragioni 
dell'Autonomia

Giovanni Lilliu 

2002, cm 15x21 cartonato, pp. 446
€ 25,00

ISBN 88-8467-081-0







Note sull'autore
Giovanni Lilliu (Barumini, 1914). Archeologo, ha fondato e diretto la Scuola di Specializzazione di Studi Sardi dell'Università di Cagliari. Presso la stessa Università ha ricoperto il ruolo di professore ordinario di Antichità sarde ed è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 1990 è stato chiamato a far parte dell'Accademia dei Lincei. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo:
La civiltà dei Sardi dal neolitico all'età dei nuraghi, Torino, 1963; Sculture della Sardegna nuragica, Cagliari, 1966; La civiltà nuragica, Sassari, 1982; Cultura e culture, Sassari, 1995; Arte e religione della Sardegna prenuragica, Sassari, 1999.


Il volume

Nell'opera di Giovanni Lilliu il rigore della scienza si coniuga con la tensione del progetto dando luogo a un insieme al cui interno coesistono, dialogicamente interrelate, le analisi che si fondano sulla documentazione storico-archeologica e la volontà di costruire attraverso la conoscenza del passato una speranza di futuro per la Sardegna, un sentimento di identità nazionale capace di farsi strumento per la comprensione non soltanto di se stessi e della propria terra ma anche degli altri e del mondo. 
Gli scritti qui raccolti, pubblicati da Lilliu su numerose riviste e sui due quotidiani sardi, coprono un arco di tempo compreso tra il 1975 e il 2001 e danno conto della sua attività di studioso, di docente, di politico, di conferenziere e dei molteplici temi trattati i beni culturali e l'ambiente, la scuola e l'università, la questione della lingua sarda, la riflessione su sardità, autonomia, identità, la definizione di quello che potremmo definire un progetto globale capace di comprendere la Sardegna, il Mediterraneo, l'Europa e il mondo.


La Nuova Sardegna del 25 giugno 2002

Lilliu e l'autonomia.

Conoscere il passato e progettare il futuro

Esce per la Cuec una raccolta di scritti dell'archeologo

Sabato 29 giugno la Cuec manda in libreria "Le ragioni dell'Autonomia" (448 pagine, 25 euro), una raccolta di scritti di Giovanni Lilliu curata da Leopoldo Ortu e da Giuseppe Marci. Per gentile concessione dell'editore, anticipiano un breve ma significativo brano tratto da uno dei testi di Lilliu e un ampio stralcio della prefazione di Marci. Nell'opera di Giovanni Lilliu, il rigore della scienza si coniuga con la tensione del progetto dando luogo a un insieme al cui interno coesistono, dialogicamente interrelate, le analisi che si fondano sulla documentazione storico-archeologica e la volontà di costruire attraverso la conoscenza del passato una speranza di futuro per la Sardegna, un sentimento di identità nazionale. Gli scritti raccolti nel volume edito dalla Cuec, pubblicati da Lilliu su numerose riviste e sui due quotidiani sardi, coprono un arco di tempo compreso tra il 1975 e il 2001.

di Giuseppe Marci

Nella scansione dei diversi articoli abbiamo modo di cogliere il riferimento alla tradizione di pensiero politico che soprattutto si è espressa in Sardegna nella seconda metà dell'Ottocento e nella prima del Novecento. Poi, quasi per un beffardo paradosso, ottenuta l'Autonomia regionale (sia pure sulla base di uno Statuto giudicato meno efficace, per colpa dei sardi, rispetto a quello, coevo, della Regione Sicilia), la quotidiana gestione dell'autonomia si è distaccata dai principi ispiratori e ha dato luogo a prassi di governo non di rado in contrasto con quei principi. Va rilevato che Giovanni Lilliu, la cui critica severa abbiamo già visto colpire la sinistra e, in particolare, il Pci, non è certo più tenero nei confronti dei partiti cui per decenni era spettata la responsabilità di guidare la Regione, nei confronti, in primo luogo, di quella Dc nella quale egli stesso aveva militato, fino a essere eletto in Consiglio regionale, e tuttavia mantenendo l'indipendenza di giudizio che gli consente di scrivere: "L'ideale fondante della Regione ha tracimato perversamente verso il realismo arrogante e prevaricatore del potere. Il bene comune del popolo sardo è stato calpestato dagli interessi di singoli e di gruppi mediatori di profitti di forze economiche esterne non meno oppressive e colonizzatrici di quelle del passato" (Un'autonomia da esaltare, 1994). Una nettissima condanna cui seguono, nella chiusa dell'articolo, parole di ammonizione e di speranza: "Recuperino i consiglieri regionali il governo regionale, l'antico irrinunciabile ideale dell'autonomia, lo rafforzino e lo esaltino senza rinunziare alla dialettica democratica. Restituiscano alla Regione dignità, prestigio, autogoverno, sovranità che le competono, per diritto di natura e ragione etnico-etica-storica. Giocando in creatività e fantasia, costruiscano una Regione o, meglio, una Nazione nuova, libera e indipendente". [...]

Interessa, in particolare, l'idea di Regione-Nazione che ritorna come leit motiv e assume ulteriore spessore in una prospettiva mediterranea, per contrastare "il marcato europeismo (per non dire euroetnocentrismo)" da un lato e, dall'altro, "i nazionalismi emergenti nella nuova situazione politica e storica specialmente del mondo arabo" (Noi, europei mediterranei, 1994). Il problema, chiarissimo, anche se espresso negli spazi contenuti di un articolo di giornale, è quello del ruolo ipotizzabile per una regione cui viene indicato un destino da nazione al quale, inevitabilmente, debbono essere legate le possibilità di interpretarlo credibilmente in un mondo che va verso forme superiori di aggregazione e sembra lasciare poche speranze di vita a entità minori e prive, più che di sufficienti risorse, di una ragione per esistere autonomamente. Ebbene, Lilliu individua per i sardi-europei del tempo contemporaneo un ruolo e una funzione coerenti con la collocazione geografica della loro isola, con la parte che essa ha interpretato nella storia e con le consapevolezze derivanti dalla fatica di vivere in circostanze avverse e sotto molteplici dominatori, ma anche dall'essere figli di una terra che nei grandi nuraghi porta "il segno glorioso" di un'età in cui "fu libera e indipendente nazione" (Il gigante malato, 1995). L'insieme di questi elementi dovrebbe spingere i sardi a volere un'Europa "di anime e di culture" piuttosto che di moneta e mercato, a comprendere che la "Sardegna ha avuto nei secoli, ed ha tuttora, una precisa dimensione mediterranea, possiede un'inalienabile natura e funzione mediterranea. Le sue frontiere non si fermano al terreno propriamente europeo, ma fronteggiano, guardandolo con simpatia, il panorama, per tanti aspetti affine quando non comune, dell'opposta sponda del Mediterraneo: quello per cui, ad esempio, un tunisino ci pare - e lo è - più fratello d'un vallone e d'un finlandese".

Il progetto politico non si esprime soltanto su grandi temi ideali ma, come un programma di governo, si articola per punti; con una premessa: non si avrà un'autentica rinascita se verranno dimenticati i "valori ideali e concetti propulsivi [...] che erano stati alla base della rivendicazione autonomistica" (Quale cultura dopo cinquant'anni di Statuto, 1996). In coerenza con questo principio il programma assegna il posto fondamentale al problema della lingua sarda e, di seguito, individua come grandi risorse immateriali la scuola e i Beni culturali. Il proposito è quello di ribaltare l'idea dominante (non solo nell'isola) secondo i valori "sembrano essere il mercato, il liberismo, l'economicismo assoluto, col consumismo, il piacere, il successo e il progresso senza anima. L'uomo merce, non l'uomo-uomo" (Da Voltaire a Marx, valori nel labirinto, 1994). [...]

Il discorso, beninteso, non è chiuso all'interno delle tematiche isolane ma si libra fino ad abbracciare, come abbiamo visto, il Mediterraneo e l'Europa, un'Europa che Lilliu non concepisce come insieme di stati ma come "un'idea fondata su d'uno spirito di comunità di popoli, ciascuno padrone della propria identità etnica, di lingua, di costumi, di tradizioni, di comportamenti, di cultura e di espressioni poetiche tra le quali v'è l'arte" (Testimonianza artistica nell'800 in Sardegna, 1997).

È un tema, questo dell'Europa e del ruolo che i diversi popoli - in primo luogo i sardi europei - possono e debbono esercitare, verso il quale, come è logico in un momento di accelerazione dei processi di integrazione comunitaria, sempre più converge l'attenzione dello studioso il quale ogni volta, pazientemente, ricapitola, per sé prima che per gli altri, i termini essenziali della questione. Il patrimonio archeologico e artistico della Sardegna ha una sua cifra peculiare e identificabile esprime la poetica "dell'imperfetto antiurbano", il "gesto creativo di un ordine barbarico d'impianto anticlassico, d'una Magistra Barbaritas, d'un magistero che diverge concettualmente e nello spirito della prassi artistica e dei paradigmi stilistici del mondo classico greco-romano" (Antiche origini e sfide presenti, 1998).

La percezione del ruolo esercitato nella storia, della capacità di un'elaborazione artistica in grado di contrapporsi alla classicità greca e romana può diventare, secondo Lilliu, la medicina che curi l'attuale disagio, lo spaesamento dei sardi contemporanei i quali, al di là di tutti i discorsi, non hanno un'effettiva consapevolezza di sé: "Dobbiamo ricostruirci, definirci in una nuova identità [...] Identità, autonomia è anche capacità e intelligenza di iniziative. Significa camminare con i propri piedi, tracciare i propri sentieri, mirare a precise proprie mete. I sardi possiedono un superbo codice genetico. Lo mettano a frutto".

È un'esortazione perentoria; suona come l'ordine impartito da un capo che veda la sua gente in preda allo scoramento e alla confusione, in procinto di perdersi nell'indistinto del mondo. Mentre potrebbe salvarsi e conquistare la libertà di essere se stessi ed esercitare il proprio ruolo con coraggio e razionalità. Soprattutto vincendo il male antico del vittimismo che molti cattivi maestri hanno alimentato, apparentemente incitando alla lotta, in effetti istillando nella mente dei sardi il seme dell'abbattimento e della rinuncia: siamo un popolo vinto.

A costoro Lilliu risponde, non con una polemica diretta ma con un incitamento che è, nel contempo, un monito: "verrà la libertà, se prevarranno l'unità e l'orgoglio d'un popolo sconfitto, sì, ma non vinto".



Cultura come identità

Il ruolo della scuola nella diffusione del sardo

Pubblichiamo un brano tratto dal volume di Lilliu, dal titolo "Tradizione, identità e cultura sarde nella scuola"

 

di Giovanni Lilliu

II nuovo modo di vedere la scuola italiana, non più come luogo in cui cala dall'alto la pedagogia di Stato ma dove invece l'educazione si crea per un processo autonomo articolato con la partecipazione e il consenso di varie componenti, permette un discorso di rinnovamento anche riguardo la concezione della cultura, rapportata al proprio ambiente, organica all'essere specifico delle regioni e di più ristretti segmenti territoriali della nazione.

L'esperienza di partecipazione democratica, il concetto dell'autonomismo costituzionale, quello del pluralismo si spiegano, in pratica, se si riesce effettivamente a stabilire il giusto rapporto fra Stato, ordinamenti giuridici e ordinamenti scolastici e culturali da fondare su un comune principio e sentimento di decentramento e di autodeterminazione, spostando i poteri dal centro alla periferia.
In un ordine nuovo concepito e attuato con la delega regionale del governo nel quadro nazionale, le diverse culture del Paese saranno capaci di un impegno al confronto esteso e capillare con la realtà di popolo. La cultura popolare, nel rispetto delle esigenze proprie della scuola tradizionalmente intesa, può costituire stimolo di rinnovamento civile. Diventa fattore di unificazione e di progresso poiché il tessuto culturale nazionale si articola e si modula con l'immensa ricchezza e la prodigiosa varietà del patrimonio intellettuale e morale dei tanti e tanto diversi luoghi regionali dell'Italia.
Riteniamo che sia compito di una scuola moderna e democratica quello di spingere perché siano lasciati amplissimi spazi di libertà per l'agibilità dei contenuti regionali e locali. All'interno della nuova struttura scolastica occorre far giocare una "rivoluzione culturale" che soltanto possono recare forze sociali popolari come quelle regionali (fra cui la sarda), sinora tenute ai margini ed estraniate dalla scuola ufficiale. II primo momento di questa nuova e diversa partecipazione delle "periferie" è nella scuola.
Nell'ottica dell'autonomia culturale, che rientra nel più generale discorso dell'autonomia politica e territoriale, si pone oggi il problema, qui da noi, di saldare ai valori delle altre culture italiane e degli altri segmenti regionali italiani le valenze e i prodotti culturali della tradizione etnica, morale, storica e materiale sarda. Non crediamo di offendere il sentimento nazionale quando parliamo di culture italiane e non di cultura italiana che non esiste se non come somma di tante culture italiane. Alla stessa stregua opiniamo sia più corretto e giusto riferirci alle storie degli italiani le quali, tutte insieme ma l'una dall'altra ben diversificate, formano la storia d'Italia.

Non si fa torto se non a chi mantiene ancora pregiudizi di etnocentrismo culturale, nel dire che, sino ad oggi, le manifestazioni del nostro specifico essere esistenziale di sardi, legato alla nostra precisa, circoscritta e differenziata concezione del mondo e della vita, nella più benevola delle considerazioni, sono state tenute presenti come oggetti di curiosità erudita e di godimento elitario di tipo spettacolare e folkloristico. Non sono state tenute in conto, se non da qualche persona avvertita e non ligia agli schemi della cultura del dominio, come modi di vivere, comportamenti sociali, fondi morali e religiosi elevatissimi, rapporti di produzione particolare aperti e democratici, codici e norme di convivenza civile che sono propri al popolo sardo. Ed è sulla base di questa proprietà originaria e naturale, che spetta allo stesso popolo il diritto e il dovere di mantenersi e di progredire, nello spazio italiano, secondo un particolare progetto rispettoso e garante di una reale identità.

Il corso di una storia drammatica ci insegna che da due millenni e mezzo a questa parte c'è stata una linea permanente di azione del colonialismo esterno, tesa a soffocare e spegnere in modi diversi, per ragioni di dominio, l'identità sarda. Ma ci insegna anche che la nostra identità, come per un miracolo superiore alla storia delle strutture e che appartiene alla storia dei lunghi tempi, è uscita sempre viva dalle dure traversie imposte dalle forze straniere all'isola.




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