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Note
sull'autore La
Nuova Sardegna del 25 giugno 2002 Lilliu
e l'autonomia. Conoscere
il passato e progettare il futuro Esce
per la Cuec una raccolta di scritti dell'archeologo di
Giuseppe Marci Nella
scansione dei diversi articoli abbiamo modo di cogliere il riferimento
alla tradizione di pensiero politico che soprattutto si è espressa in
Sardegna nella seconda metà dell'Ottocento e nella prima del Novecento.
Poi, quasi per un beffardo paradosso, ottenuta l'Autonomia regionale
(sia pure sulla base di uno Statuto giudicato meno efficace, per colpa
dei sardi, rispetto a quello, coevo, della Regione Sicilia), la
quotidiana gestione dell'autonomia si è distaccata dai principi
ispiratori e ha dato luogo a prassi di governo non di rado in contrasto
con quei principi. Va rilevato che Giovanni Lilliu, la cui critica
severa abbiamo già visto colpire la sinistra e, in particolare, il Pci,
non è certo più tenero nei confronti dei partiti cui per decenni era
spettata la responsabilità di guidare la Regione, nei confronti, in
primo luogo, di quella Dc nella quale egli stesso aveva militato, fino a
essere eletto in Consiglio regionale, e tuttavia mantenendo
l'indipendenza di giudizio che gli consente di scrivere: "L'ideale
fondante della Regione ha tracimato perversamente verso il realismo
arrogante e prevaricatore del potere. Il bene comune del popolo sardo è
stato calpestato dagli interessi di singoli e di gruppi mediatori di
profitti di forze economiche esterne non meno oppressive e
colonizzatrici di quelle del passato" (Un'autonomia da esaltare,
1994). Una nettissima condanna cui seguono, nella chiusa dell'articolo,
parole di ammonizione e di speranza: "Recuperino i consiglieri
regionali il governo regionale, l'antico irrinunciabile ideale
dell'autonomia, lo rafforzino e lo esaltino senza rinunziare alla
dialettica democratica. Restituiscano alla Regione dignità, prestigio,
autogoverno, sovranità che le competono, per diritto di natura e
ragione etnico-etica-storica. Giocando in creatività e fantasia,
costruiscano una Regione o, meglio, una Nazione nuova, libera e
indipendente". [...] Interessa,
in particolare, l'idea di Regione-Nazione che ritorna come leit motiv e
assume ulteriore spessore in una prospettiva mediterranea, per
contrastare "il marcato europeismo (per non dire euroetnocentrismo)"
da un lato e, dall'altro, "i nazionalismi emergenti nella nuova
situazione politica e storica specialmente del mondo arabo" (Noi,
europei mediterranei, 1994). Il problema, chiarissimo, anche se espresso
negli spazi contenuti di un articolo di giornale, è quello del ruolo
ipotizzabile per una regione cui viene indicato un destino da nazione al
quale, inevitabilmente, debbono essere legate le possibilità di
interpretarlo credibilmente in un mondo che va verso forme superiori di
aggregazione e sembra lasciare poche speranze di vita a entità minori e
prive, più che di sufficienti risorse, di una ragione per esistere
autonomamente. Ebbene, Lilliu individua per i sardi-europei del tempo
contemporaneo un ruolo e una funzione coerenti con la collocazione
geografica della loro isola, con la parte che essa ha interpretato nella
storia e con le consapevolezze derivanti dalla fatica di vivere in
circostanze avverse e sotto molteplici dominatori, ma anche dall'essere
figli di una terra che nei grandi nuraghi porta "il segno
glorioso" di un'età in cui "fu libera e indipendente
nazione" (Il gigante malato, 1995). L'insieme di questi elementi
dovrebbe spingere i sardi a volere un'Europa "di anime e di
culture" piuttosto che di moneta e mercato, a comprendere che la
"Sardegna ha avuto nei secoli, ed ha tuttora, una precisa
dimensione mediterranea, possiede un'inalienabile natura e funzione
mediterranea. Le sue frontiere non si fermano al terreno propriamente
europeo, ma fronteggiano, guardandolo con simpatia, il panorama, per
tanti aspetti affine quando non comune, dell'opposta sponda del
Mediterraneo: quello per cui, ad esempio, un tunisino ci pare - e lo è
- più fratello d'un vallone e d'un finlandese". Il
progetto politico non si esprime soltanto su grandi temi ideali ma, come
un programma di governo, si articola per punti; con una premessa: non si
avrà un'autentica rinascita se verranno dimenticati i "valori
ideali e concetti propulsivi [...] che erano stati alla base della
rivendicazione autonomistica" (Quale cultura dopo cinquant'anni di
Statuto, 1996). In coerenza con questo principio il programma assegna il
posto fondamentale al problema della lingua sarda e, di seguito,
individua come grandi risorse immateriali la scuola e i Beni culturali.
Il proposito è quello di ribaltare l'idea dominante (non solo
nell'isola) secondo i valori "sembrano essere il mercato, il
liberismo, l'economicismo assoluto, col consumismo, il piacere, il
successo e il progresso senza anima. L'uomo merce, non l'uomo-uomo"
(Da Voltaire a Marx, valori nel labirinto, 1994). [...] Il
discorso, beninteso, non è chiuso all'interno delle tematiche isolane
ma si libra fino ad abbracciare, come abbiamo visto, il Mediterraneo e
l'Europa, un'Europa che Lilliu non concepisce come insieme di stati ma
come "un'idea fondata su d'uno spirito di comunità di popoli,
ciascuno padrone della propria identità etnica, di lingua, di costumi,
di tradizioni, di comportamenti, di cultura e di espressioni poetiche
tra le quali v'è l'arte" (Testimonianza artistica nell'800 in
Sardegna, 1997). È
un tema, questo dell'Europa e del ruolo che i diversi popoli - in primo
luogo i sardi europei - possono e debbono esercitare, verso il quale,
come è logico in un momento di accelerazione dei processi di
integrazione comunitaria, sempre più converge l'attenzione dello
studioso il quale ogni volta, pazientemente, ricapitola, per sé prima
che per gli altri, i termini essenziali della questione. Il patrimonio
archeologico e artistico della Sardegna ha una sua cifra peculiare e
identificabile esprime la poetica "dell'imperfetto antiurbano",
il "gesto creativo di un ordine barbarico d'impianto anticlassico,
d'una Magistra Barbaritas, d'un magistero che diverge concettualmente e
nello spirito della prassi artistica e dei paradigmi stilistici del
mondo classico greco-romano" (Antiche origini e sfide presenti,
1998). La
percezione del ruolo esercitato nella storia, della capacità di
un'elaborazione artistica in grado di contrapporsi alla classicità
greca e romana può diventare, secondo Lilliu, la medicina che curi
l'attuale disagio, lo spaesamento dei sardi contemporanei i quali, al di
là di tutti i discorsi, non hanno un'effettiva consapevolezza di sé:
"Dobbiamo ricostruirci, definirci in una nuova identità [...]
Identità, autonomia è anche capacità e intelligenza di iniziative.
Significa camminare con i propri piedi, tracciare i propri sentieri,
mirare a precise proprie mete. I sardi possiedono un superbo codice
genetico. Lo mettano a frutto". È
un'esortazione perentoria; suona come l'ordine impartito da un capo che
veda la sua gente in preda allo scoramento e alla confusione, in
procinto di perdersi nell'indistinto del mondo. Mentre potrebbe salvarsi
e conquistare la libertà di essere se stessi ed esercitare il proprio
ruolo con coraggio e razionalità. Soprattutto vincendo il male antico
del vittimismo che molti cattivi maestri hanno alimentato,
apparentemente incitando alla lotta, in effetti istillando nella mente
dei sardi il seme dell'abbattimento e della rinuncia: siamo un popolo
vinto. A
costoro Lilliu risponde, non con una polemica diretta ma con un
incitamento che è, nel contempo, un monito: "verrà la libertà,
se prevarranno l'unità e l'orgoglio d'un popolo sconfitto, sì, ma non
vinto". Il
ruolo della scuola nella diffusione del sardo Pubblichiamo
un brano tratto dal volume di Lilliu, dal titolo "Tradizione,
identità e cultura sarde nella scuola" di
Giovanni Lilliu II
nuovo modo di vedere la scuola italiana, non più come luogo in cui cala
dall'alto la pedagogia di Stato ma dove invece l'educazione si crea per
un processo autonomo articolato con la partecipazione e il consenso di
varie componenti, permette un discorso di rinnovamento anche riguardo la
concezione della cultura, rapportata al proprio ambiente, organica
all'essere specifico delle regioni e di più ristretti segmenti
territoriali della nazione. L'esperienza
di partecipazione democratica, il concetto dell'autonomismo
costituzionale, quello del pluralismo si spiegano, in pratica, se si
riesce effettivamente a stabilire il giusto rapporto fra Stato,
ordinamenti giuridici e ordinamenti scolastici e culturali da fondare su
un comune principio e sentimento di decentramento e di
autodeterminazione, spostando i poteri dal centro alla periferia. Non
si fa torto se non a chi mantiene ancora pregiudizi di etnocentrismo
culturale, nel dire che, sino ad oggi, le manifestazioni del nostro
specifico essere esistenziale di sardi, legato alla nostra precisa,
circoscritta e differenziata concezione del mondo e della vita, nella
più benevola delle considerazioni, sono state tenute presenti come
oggetti di curiosità erudita e di godimento elitario di tipo
spettacolare e folkloristico. Non sono state tenute in conto, se non da
qualche persona avvertita e non ligia agli schemi della cultura del
dominio, come modi di vivere, comportamenti sociali, fondi morali e
religiosi elevatissimi, rapporti di produzione particolare aperti e
democratici, codici e norme di convivenza civile che sono propri al
popolo sardo. Ed è sulla base di questa proprietà originaria e
naturale, che spetta allo stesso popolo il diritto e il dovere di
mantenersi e di progredire, nello spazio italiano, secondo un
particolare progetto rispettoso e garante di una reale identità. Il
corso di una storia drammatica ci insegna che da due millenni e mezzo a
questa parte c'è stata una linea permanente di azione del colonialismo
esterno, tesa a soffocare e spegnere in modi diversi, per ragioni di
dominio, l'identità sarda. Ma ci insegna anche che la nostra identità,
come per un miracolo superiore alla storia delle strutture e che
appartiene alla storia dei lunghi tempi, è uscita sempre viva dalle
dure traversie imposte dalle forze straniere all'isola.
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© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana |
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