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Note sull’autore Costantino
Cossu (Sassari, 1955), cura le pagine di Cultura e Spettacoli del
quotidiano La Nuova Sardegna. Collabora con Diario dal
1998. È un libro sorretto da un’ideologia forte: sin dal titolo, sin dalla scelta dei fatti da raccontare […] i fatti che funzionano come scandagli, calati dentro un’unica materia […] che materia? Con non poche ambizioni: l’ultima storia sarda – il suo divenire, il suo destino […] in breve, Cossu ritiene che la Sardegna abbia perduto l’innocenza. (dalla Introduzione di Salvatore Mannuzzu)
Premessa Introduzione di Salvatore Mannuzzu Parola di Patriarca L’isola che non c’è più Sindacato rosso sangue Sardegna, attenti a quei due Italiani in Algeri Sogni d’oro zecchino Un nuraghe a Piazza Affari Il ritorno del Principe Azzurro Il
paese dei sardi di razza C’era una volta un’isola bella e desiderata
C'è stato un tempo in cui alla televisione non si parlava mai di Sardegna, se non raramente nella cronaca nera o nella cronaca sportiva, ma per questa ero troppo giovane... Ricordo però che era difficile identificarsi in quella penisola, in quelle notizie, in quei bellissimi servizi pieni di immagini e parole, la Sardegna non compariva. Ho avuto diversi compagni di scuola che parlavano il dialetto in classe, tra di loro, svelti svelti e non per censura nei nostri confronti, ma d'istinto perché lo scambio di improperi o lo scherzo, il gioco aveva quel codice linguistico e non la sterilità dell'italiano, a cui era riservato il compito in classe o l'interrogazione. L'"Italia" rimaneva nascosta nella tv nazionale e sembrava ancora più lontana. Compariva d'incanto nelle gite di terza media o negli ultimi anni delle superiori, come il bottino dopo la battaglia scolastica. Per molti di noi era la prima volta della nave (l'aereo mai! costava troppo), ed era la prima volta che il telegiornale lo si viveva in prima persona e i nomi diventavano case e strade. Io non parlavo il dialetto, no, lo capivo e lo capivo bene, ma la scelta familiare era quella comune a tante: con i figli l'italiano (che non era altro che l'italiano regionale, pieno zeppo di trasposizioni dal sardo) e tra i genitori il sardo. Certo è che ad un certo punto qualche parola scappava... In classe coloro che parlavano in sardo venivano rimandati a settembre e venivano presi un po' in giro da noi che ci facevamo grandi nel provenire da un famiglia moderna col padre impiegato statale. La modernità era quella e devo dire che la mia generazione, a cavallo tra gli epigoni di Mesina e www.tiscali.it ha vissuto un gran salto. Il salto lo vedo ora tra le pagine dei quaderni di mia nipote a cui fanno studiare Nanneddu meu e Non poto reposare e varie ninna nanne; sempre lei, vestita nei suoi cinque anni, la vedo piccola ricercatrice di parole che dovrebbero definire feste, tradizioni di un passato che salta a piedi uniti la mia generazione e quella dei genitori e che arriva diritta a quella di mio padre, il nonno che solo rimane depositario delle parole dei quattro mori. Adesso la modernità ha quindi altre esigenze, altri compiti, altri obiettivi. Bisognerebbe chiederlo anche agli operai di Ottana a cui fu promesso il futuro del petrolchimico in una piana che chiedeva grano. Ora il petrolchimico è sull'orlo del fallimento, per dirla con ottimismo, e si chiede alla stessa cittadinanza di ritornare alle vecchie tradizioni agricole e alla pastorizia, come non sfruttare tutte le risorse turistiche della Sardegna? A Perdasdefogu capita, ma molto frettolosamente, quello che ad Ottana sta succedendo lentamente. Modernità era accogliere la base militare, Sardegna crocevia del mediterraneo non per i Fenici questa volta. Il paese ha accolto, ha metabolizzato, ha costruito una economia intorno alla Base e adesso la Base si trasferisce, così di botto. Ho letto il libro di Costantino Cossu, dal titolo un po' provocatorio come deve essere un bel titolo: sono nove inchieste, scritte non nella fretta dell'articolo di cronaca, ma nella lentezza e nella riflessione dell'inchiesta. Un tempo dilatato quindi che ha consentito a Cossu non solo di guardare ma soprattutto di chiedere e di ascoltare. E' stato bravo, l'autore, a riuscire ad infilare nei suoi titoli anche personaggi insoliti, che sfuggano a sparatorie e a sequestri. Lui stesso ci disse un giorno che non sempre è stato facile proporre a Diario, inchieste che esulassero un po' da questi stereotipi. Abramo Ledda, l'oro di Furtei, Tiscali internettiana, il DNA di Talana. Anche le altre inchieste a guardarle bene sono uno scandaglio, immagine bellissima di Mannuzzu, che non fruga solo uno spicchio di storia ma spesso fa confronti e lega episodi, intreccia storie con storie. L'obiettivo non può essere quello della monoliticità dei fatti, Cossu ama stuzzicare la verità e il dubbio del lettore, dando elementi e fornendo spunti. Come lettori, non possiamo accontentarci certo di zone troppo delimitate perché la verità spesso, se non sempre, si nasconde in mille angoli che vanno ad uno ad uno letti e vagliati. Cossu ci prepara il terreno e riporta fatti e registra i pensieri dei personaggi. Non voglio parlare di obiettività, perché l'obiettività non esiste nella penna, esiste forse nel registratore o nella telecamera e neppure perché l'on/off, l'invio e la pausa la scegliamo noi. L'obiettività si esplica nella dovizia di particolari, nello stimolo, nel far venire a galla domande non risposte. Mi piace infatti pensare a queste nove inchieste come questioni chiuse solo dentro un periodico e non nella mente di chi legge. Spesso si è voluto legare il libro di Cossu alla parola pessimismo ma è troppo comodo usare una sola parola per un testo che si interroga continuamente. E mi piacerebbe moltissimo chiedere a coloro che danno risposte così pronte, dove sia invece l'ottimismo. Se vedono l'ottimismo nelle cartoline turistiche dove l'asinello e il costume sardo (sempre e solo quello di Orgosolo) hanno lo sfondo delle acque cristalline della Costa Smeralda. Se l'ottimismo si esplichi nella Legge per la protezione e valorizzazione della lingua e cultura sarda e nei nomi rispolverati delle vie nei nostri paesi, se l'ottimismo è quello delle maestre che prima di insegnare le canzoni in sardo devono impararle loro. Ottimismo è quello degli occhi chiusi, di una innocenza fatta di sei fratelli e un padre avvelenati uno ad uno di cui si dichiara l'innocenza a oltranza, l'ottimismo è in chi si vergogna del suo accento e impara quello milanese, di chi frequenta solo e soltanto i propri concittadini divenendo isola in un'isola. Non so, non so davvero cosa sia meglio, la menzogna di coloro che con arroganza mettono l'etichetta di verace sardità a uomini che violentano le nostre coste, che rubano a sos istranzos, che usano la scusa della balentia per girare ubriachi e violenti nelle sagre popolari, oppure se sia meglio capire prima di giudicare, andare a vedere, mettersi il dubbio, cercare di capire che cosa ciascuno di noi vive in una Sardegna che è cambiata, ma cambiata rispetto a cosa e a chi?. Ora ci possono colonizzare solo le idee e a mio parere è ancora più pericoloso. Poniamoci almeno il dubbio, quello che viene anche da un giornalista che coraggiosamente affronta argomenti non certo comodi, uno per tutti il Parco del Gennargentu. Certe volte sembra quasi che si abbia paura ad ascoltare la verità dell'altro e se questo qualcuno è sardo lo amiamo ancora meno. Spesso si dice che per essere ascoltati bisogna uscire dall'isola, che si debba essere incoronati Bravi e Capaci al di là delle nostre coste, ci fa forse meno male?? Non so, ancora una volta non so proprio. Penso che Sardegna la fine dell'innocenza sia un libro da leggere e su cui meditare, un bel libro che unisce un'affascinante scrittura alla cronaca, che spinge e scalpita per trovare la verità e che si augura di suscitare non consenso ma dibattito. La voglia dell'autore al confronto è palese, basta vedere le presentazioni a cui ha già partecipato e quelle che sono in programma, lui provoca, stuzzica e un po' ci tormenta. L'innocenza è un po' tipica dell'infanzia, del vivere senza porsi troppe domande, della custodia genitoriale, dell'assistenza ad oltranza. L'innocenza è quella del fanciullo, passivo e qualche volta apatico che vive nello sguardo altrui, che aspetta soluzioni, innocente perché spesso non agisce o se lo fa è solo per rispondere al bisogno semplice e primitivo; l'innocenza è talvolta l'immaturità del fare e del giudicare prima di tutto se stessi. Visto così questo titolo, Sardegna la fine dell'innocenza più che una condanna mi auguro sia vissuto come un auspicio.
Elisa Careddu
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© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana |
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