|

Liberati
Saggi di Enrico Deplano e Gian Pietro Storari
Illustrazioni a colori
2001, cm 12x16,5, pp. 70
€ 12,91
ISBN 88-8467-043-8
|
Il
volume dedicato ad Angelo Liberati intende proporre una sintesi
dell'opera di un pittore che, nell'arco di tre decenni, ha sondato le
possibilità offerte da tecniche e materiali diversi sviluppando una
ricerca le cui tappe sono illustrate dalle immagini raccolte in queste
pagine. (G.M.)
L'arte
di Liberati
Figure inquietanti e immagini rilassanti, violenti sprazzi di colore e
delicati cromatismi, volti anziani corrucciati ed espressioni femminili
di serena languidità. Icone e paesaggi, ritratti e deformazioni,
anatomie carnali e luci spirituali, precisioni anatomiche e disordini
compositivi. Metafore, sogni, concretezze. Pennelli, matite, inchiostri,
oli, pastelli, veline, carta, tela, linoleum, metallo, legno, collages,
décollages, strappi... Pop-art, realismo, figuratismo, o che altro?
Angelo Liberati è a Cagliari da trent’anni, vi giunse giovanissimo
"cotto" dalle suggestioni del suo ideale maestro Renzo
Vespignani e di altri punti di riferimento identificabili in Guttuso,
Guerreschi, Guccione. Non ha più lasciato la Sardegna e c’è chi
sostiene - a ragione - che sarebbe oggi fra gli artisti più in vista
nel panorama italiano e internazionale se non avesse lasciato l’orbita
romana; o se si fosse gettato nella mischia delle esperienze (e del
mercato) europee ed extraeuropee. Invece si è ostinato qui, maturando
nel corpo e nell’anima, nell’abilità, nelle tecniche e nella
sensibilità artistica: nella penombra di un rifugio in Castello dove
irrompono ondate luminose di azzurri, gialli, rossi, aranci, turchini,
bianchi abbacinanti, delicatezze di albe e vivacità di tramonti che non
potrebbero non trasmigrare nelle scelte e tendenze di un pittore
neorealista emerso dalla generazione del pop, dei disvalori urlati, del
ruvido background della contestazione sessantottina e della chitarra di
Dylan.
Al di là della sua consolidata collocazione sulle vette della critica e
del gradimento pubblico, al di là del riconosciuto ruolo nel difficile
cammino dell’arte pittorica in Sardegna, ogni interpretazione è
lecita e legittima sul piano dell’identificazione artistica.
"Realista esistenziale" si è una volta sornionamente definito
Angelo Liberati nel conversare con Enrico Deplano che ne traccia adesso
un nuovo ritratto in un libretto a due voci: l’altra voce è di Gian
Pietro Storari, che discorre di "metafore mute", mentre
Deplano analizza e spiega il tema delle icone "fra sogno e realtà".
A dire il vero, le voci sono tre, perché di Angelo Liberati il libretto
ancora fresco di stampa ("Liberati", edito dalla Cuec di
Cagliari, giugno 2001, pp. 70, collana "Segni" curata da
Giuseppe Marci) offre un’esauriente grafica e la completa biografia.
Da vedere attentamente.
Mauro
Manunza
L'Unione Sarda

ANGELO
LIBERATI: TRENT'ANNI DI ARTE "CONTRO"
Un libro racchiude e riassume la trentennale carriera del pittore.
Settanta pagine, un catalogo di sessanta immagini delle sue opere, per
decifrare la sua poetica e il suo modo di essere "artista"
Ancora
lui, Angelo Liberati. Sulle note del maestro Stefano Rascèl, che ha
eseguito alcune ardite intuizioni armoniche di Erik Satie, venerdì 21
settembre, nello spazio antistante la libreria Cuec, è stato presentato
il volume intitolato "Liberati", realizzato a cura di Gian
Pietro Storari ed Enrico Deplano. Si tratta del secondo volume di una
collana che la stessa casa editrice Cuec ha deciso di dedicare ad
artisti viventi (il primo era intitolato a Pinuccio Sciola) che, come ha
detto Giuseppe Marci, sono più trascurati di quelli morti. È un atto
dovuto per favorire la diffusione dell’arte costruendo, per citare
ancora Marci, "volume dopo volume, una grande mostra collettiva che
offra testimonianza dei pensieri, dei sentimenti, delle tensioni
artistiche da cui è attraversata, e resa viva, la Sardegna
d’oggi". In settanta pagine si racconta la più che trentennale
carriera di Liberati attraverso più di sessanta opere significative,
delle quali molte non sono più in possesso dell’autore mentre di
altre, addirittura, si sono perse le tracce (grazie alla rielaborazione
di Filippo Di Tòdaro al computer, è stato possibile vedere scorrere
– proiettate sul muro – le immagini di quelle opere come in una
virtuale galleria d’arte). Coloro che sono intervenuti prendendo la
parola hanno provato a raccontare l’artista, cercando di
"decifrarlo" nonostante la sua ritrosia a commentare i proprî
lavori.
Mauro Pala ha citato un dialogo, presunto ma che esprime comunque un
concetto fondamentale, tra Storari e Liberati il quale, sentendosi
chiedere spiegazioni interpretative sulla sua opera, risponde candido:
"Questo, caro amico, lo dovresti dire tu". Bisogna
interpretare, quindi comprendere, ossia intendere l’opera d’arte
come qualcosa di familiare che però è messo in crisi perché il suo
significato non è più scontato. È un castello di carte che si regge
su un instabile equilibrio di significati, nessuno dato ma tutti da
assegnare: insomma, l’opera d’arte diventa tale grazie al contributo
di due parti, l’artista e il fruitore. Sono gli altri, quelli che
vedono l’opera, che devono spiegare, non l’artista. Durante il XIX
secolo, solo il pittore poteva riprodurre con un certo grado di fedeltà
elementi appartenenti alla realtà visibile, finché non fu inventata la
fotografia, che aggiunse una finestra da cui era possibile contemplare
il mondo ed entrò in competizione con la pittura. Attualmente esistono
molti modi per mostrarci rappresentazioni della realtà, Liberati li
sovrappone e con essi i loro significati. In un’epoca in cui la
sovrabbondanza d’immagini caratterizza il mondo sensibile, lui le
decontestualizza, ne trae frammenti e li rielabora coniugando pittura e
fotografia, letteratura e arti visive in genere restituendoci, alla
fine, "altro".
Storari ha parlato dei tempi che furono, della galleria Duchamp in cui
si ritrovavano artisti e "affini" durante gli anni Settanta.
Parla del fermento di allora, quando si discuteva di politica in senso
stretto ma anche di politica culturale e Liberati, in risposta alla
crisi dell’imperialismo, aveva deciso di dipingere uno scorcio del
quartiere della Marina. A questo proposito, Deplano ha sottolineato come
l’evasione sia solo un elemento tra gli altri nelle opere di Liberati,
caratterizzate soprattutto da uno stimolo alla riflessione sull’inautenticità
dei valori della società opulenta. Pop art e nouveau rèalisme danno la
possibilità di riflettere sul presente senza perdersi nel puro
godimento estetico. Ispirandosi all’analisi critica della pop art
sull’operazione pubblicitaria, Liberati trova il modo di essere
"contro": questa condizione deriva dalla reazione
all’atteggiamento deleterio di certi intellettuali di sinistra che,
preoccupati di essere fraintesi, per non rischiare di essere scambiati
per stalinisti o obsoleti veterocomunisti hanno rinunciato alla denuncia
e si sono arresi, buttando via il proverbiale bambino insieme con
l’acqua sporca. In un certo senso, quella di Liberati può essere
intesa come "condizione postmoderna": venute meno le forme
d’interpretazione e di legittimazione universalistiche che avevano
caratterizzato lo sviluppo della società occidentale a partire dal
XVIII secolo, ossia le grandi ricette dell’età moderna (illuminismo,
idealismo, capitalismo, marxismo) che pretendevano di offrire una
spiegazione unitaria del reale, ora lo stesso sapere non è più uno ma,
frammentato, è trasformato dall’informatica e dai mass media in un
semplice oggetto di scambio e d’informazione. Constatato questo nuovo
dato di fatto, Liberati ha capito che la funzione narrativa e
descrittiva è affidata all’insieme di tutti gli elementi che
contribuiscono a comporre il mosaico della società contemporanea.
Adesso aspettiamo una bella mostra di quest'artista per provare a
interpretarlo ed essere anche noi protagonisti.
Emilio
Piano
Godotnews del 25 settembre 2001
|