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Trovare racconti mai narrati, dirli con
gioia
Convegno di studi su Sergio Atzeni.
Cagliari 25-26 novembre 1996
Giuseppe Marci - Gigliola Sulis (a cura di)
2000, cm 15x21, pp. 186
€ 12,91
ISBN 88-8467-030-6
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Note
sui curatori
Giuseppe
Marci insegna Letteratura italiana all'Università di Cagliari. A Sergio
Atzeni ha dedicato un capitolo di Narrativa sarda del Novecento
(1991) e il saggio Sergio Atzeni: a lonely man (1999).
Gigliola Sulis ha conseguito la laurea in Lettere all'Università di
Cagliari con una tesi dedicata all'opera di Sergio Atzeni: è
attualmente impegnata in un dottorato di ricerca sul plurilinguismo
nella narrativa italiana contemporanea presso il dipartimento di Italian
Studies della University of Reading.
Contenuto
Il
presente volume raccoglie gli interventi offerti al convegno di studi
Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia (Cagliari, 25-26 novembre
1996), con il quale il dipartimento di Filologie e Letterature Moderne
dell'Università di Cagliari ha voluto rendere omaggio alla figura di
Sergio Atzeni, scrittore, giornalista, traduttore cagliaritano,
scomparso nelle acque di Carloforte, a soli quarantadue anni, il 6
settembre 1995. […] Il convegno è stato organizzato con la finalità
di far venire in primo piano non l'uomo, amico o nemico, compagno di
viaggio per alcuni, figura-simbolo per molti dei più giovani, ma,
ponendo un argine alla retorica dei sentimenti, lo scrittore, con la
fatica dello scrivere e il piacere di raccontare, con l'impegno etico
profuso in ogni singola pagina, con il fascino delle storie. Atzeni ci
appare oggi come uno scrittore che ha voluto proporre una personale e
intensa lettura della realtà a lui contemporanea e della storia mitica
della Sardegna, facendo dell'isola una metafora letteraria di forte
impatto. Uno scrittore che ha dedicato l'esistenza allo scavo nella
storia e nell'attualità della sua terra al fine di "trovare
racconti mai narrati, dirli con gioia", realizzando un'esigenza
affabulatoria sentita come un bisogno sin dalla primissima gioventù.
(Dall'Introduzione di Gigliola Sulis)
Altre
pubblicazioni su Sergio Atzeni:
Sergio Atzeni. A lonely man di Giuseppe Marci
La
Grotta della vipera n. 72-73 e n. 94.
IL
SOLE 24 ORE
2 Settembre 2001
Tra
lingua e memoria
di Stefano Salis
Esattamente
sei anni fa, nel settembre del 1995, nelle acque dell'isola di San
Pietro, trovava la morte (a soli 42 anni) lo scrittore sardo Sergio
Atzeni. Si era imposto all'attenzione, nella sua breve e sofferta
carriera letteraria, con alcuni romanzi: Il figlio di Bakunìn (racconto
corale della vita di un minatore anarchico, da cui è stato in seguito
tratto un film), Il quinto passo è l'addio (tormentata biografia
esistenziale, piccolo gioiello di pura scrittura), Passavamo sulla terra
leggeri (rivisitazione, in chiave epica, della storia del popolo sardo).
Anche se <attenzione> è, forse, parola grossa: aveva una cerchia
di ammiratori, una nicchia di lettori affezionati, che lo leggevano e ne
coglievano, apprezzandole, le caratteristiche peculiari. Nel panorama
della narrativa italiana a lui contemporanea è stato un isolato. Come
poteva esserlo uno che aveva scelto di fare della letteratura un
mestiere che sapeva di artigianato, di fatica, ma anche di onestà nel
raccontare e, soprattutto, nella consapevolezza di avere qualcosa da
dire. E trascurato continua ad essere oggi, anche se si sta risvegliando
intorno alla sua narrativa un interesse che testimonia la fruttuosità
della sua opera. Postumi sono usciti alcuni romanzi e racconti, altri
inediti - annuncia Sellerio (la casa editrice che ha il merito di averlo
scoperto)- usciranno tra breve. E ora arrivano anche gli Atti di un
convegno di studi tenutosi a Cagliari, nel 1996, che ha gettato le basi
per una prima indagine critica intorno allo scrittore. I diversi
interventi ripercorrono le tappe e gli interessi di Atzeni, dalla musica
alla traduzione che fu mestiere amato e preziosa fonte per la pratica
della scrittura (in particolare si ricorda la traduzione di Texaco, del
martinicano Patrick Chamoiseau, prix Goncourt).
Ma la cifra principale della narrativa atzeniana sta nell'appartenere, a
pieno diritto (come rileva l'anglista Mauro Pala), al filone della
letteratura post-coloniale, una delle principali linee di tendenza della
letteratura odierna. E, quindi, di fare della manipolazione della storia
e della lingua gli aspetti più significativi dell'agire letterario.
L'arma di questi scrittori è, infatti, da una parte, l'uso di una
lingua nuova, mescidata e impura: nell'italiano di Atzeni si incunea
prepotente l'uso del sardo (operazione, del resto, analoga a quella di
Meneghello, Camilleri e, per altri versi, Gadda, con i rispettivi
dialetti); dall'altro la <riscrittura> della propria storia di
popolo, con l'intento di costruirgli una nuova identità. Operazione di
estrema difficoltà e molta suggestione: la storia mitica della Sardegna
diventa <metafora letteraria di forte impatto>. Ma senza alcuna
voglia di ritorno al passato. Anzi. Aveva scritto Calvino: <La
memoria conta veramente - per gli individui, le collettività - solo se
tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se
permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di divenire
senza smettere di essere, di essere senza smettere di divenire>.
L'opera di Atzeni, in qualche modo, ha realizzato questa sorta di
singolare programma. Ed è per questo che non smette di essere attuale,
praticabile, profondamente nostra.
Dal
personaggio allo scrittore Atzeni
Gigliola Sulis racconta gli esordi degli studi dedicati alla sua
opera letteraria
Il primo convegno fu tenuto a un anno dalla sua tragica fine
La Nuova Sardegna del 3
novembre 2001
di Flavio Soriga
E'
da qualche settimana in libreria "Trovare racconti mai narrati,
dirli con gioia". Il volume raccoglie gli atti del convegno di
studi su Sergio Atzeni che si svolse a Cagliari nel novembre del '96, ad
appena un anno dalla scomparsa dello scrittore cagliaritano.
Gigliola Sulis, che dell'opera di Atzeni si è occupata anche nella sua
tesi di laurea, ricorda quelle giornate di studio come un primo
tentativo di superare l'ondata emotiva della morte del romanziere:
"Il convegno fu l'occasione per dare il via a uno studio più
rigoroso dell'opera atzeniana, per cercare di andare oltre le
commemorazioni, staccandosi dall'emozionalità che, giustamente, aveva
prevalso nei molti articoli apparsi durante quei mesi sulla stampa
locale e nazionale. Si cercò insomma di attenersi allo studio delle
opere, dello stile, dei contenuti, di spostare l'attenzione,
probabilmente per la prima volta, dal personaggio Sergio allo scrittore
e all'intellettuale Atzeni".
Il quale scomparve proprio quando cominciava ad allargarsi il piccolo
"giro" dei suoi lettori fissi, grazie soprattutto al passaggio
dalla Sellerio alla Mondadori, che gli permise di ottenere una maggiore
considerazione da parte dei critici in Sardegna e di conquistare una
relativa notorietà in tutta Italia.
- Come viveva Atzeni questo inizio di successo, dopo molti anni di
gavetta e di vendite modeste?
"Certamente non montandosi la testa. Era una persona che aveva già
fatto molta strada, nel senso che portava avanti le sue idee e il suo
stile sin da quand'era ragazzo, e si era abituato a considerarsi e a
vedersi considerare come un autore di nicchia, difficile forse,
amatissimo però dai suoi lettori. Sicuramente pubblicare per Mondadori
ha voluto dire fare un salto in avanti, conquistare nuovi lettori, un
pubblico più vasto. Ma quello che non cambiò fu l'atteggiamento di
Atzeni verso la scrittura e verso il pubblico: il suo ha continuato ad
essere un lavoro di qualità, fatto in disparte senza tirare la giacca
ai recensori, e anche riguardo agli incontri pubblici continua a
preferire quelli con gli studenti, e i giovani in generale, con i quali
era capace di creare immediatamente un grande feeling, non presentandosi
mai come lo scrittore con la "S" maiuscola, spocchioso o
astratto, capace invece di entrare in diretta sintonia coi ragazzi, di
suscitare emozioni, entusiasmi".
- Non credi che proprio questa sua capacità di entusiasmare i giovani,
di comunicare con loro, di offrire anche nei romanzi dei modelli di
ribellismo - sia come semplice individuo che come attore nella storia
del proprio popolo - abbia influito sui suoi successi, almeno in
Sardegna?
"Sì, credo che in parte sia stato così e che fosse anche
prevedibile. Sono tanti gli elementi che hanno portato prima a far
scoprire o riscoprire i suoi libri, a renderli delle storie "di
culto", almeno fra i giovani, e poi a fare del suo personaggio
quasi un "santino" buono per tutti i discorsi e in tutte le
occasioni. Questo è un rischio che oggi stiamo correndo, e che bisogna
cercare di evitare, ma come dicevo gli elementi che hanno creato questa
situazione sono molti, e forti: la carica di ribellione, a volte di
anarchismo, presente nei suoi romanzi e nelle sue dichiarazioni
pubbliche, lo stile narrativo forte, particolarissimo, ostico ma
trascinante, la sua stessa morte per mare, improvvisa e nel momento in
cui cominciava ad aver successo, tutto questo ha portato a individuare
in Atzeni non solo un intellettuale ma anche un modello di
intellettuale, non ingessato, non accademico, deciso nelle posizioni e
mai conformista, ribelle appunto ma anche molto ironico, di un'ironia
efficace e pungente".
- Ma come si può sfuggire al rischio "santino"?
"Credo ci penserà il tempo, con il passare degli anni le emozioni
diventano meno forti e rimangono i testi, l'opera".
- Tornando allora alle analisi critiche, credi che gli studi presentati
nel convegno del'96 rimangano validi? E quali trovi particolarmente
importanti?
"Direi che questo volume è importante per certi fili che sono
stati individuati e che si è cercato di seguire, come l'influenza della
musica nella scrittura atzeniana, un tema trattato da Giorgio Rimondi in
maniera molto interessante, evidenziando per esempio il ruolo
fondamentale che questo autore dava al ritmo nella sua narrazione. Poi
c'è l'intervento del professor Anatra sulla "invenzione della
storia" nei romanzi di Atzeni, e ancora le analisi sullo stile, in
particolare quella di Cristina Lavinio".
- Al di là dei ricordi e dei dibattiti, come quello di questi giorni,
sulla figura di Atzeni, come procedono gli studi sulla sua opera, a
cinque anni ormai dal convegno del '96?
"Mi sembra che ingenerale continui ad esserci, specialmente in
Sardegna, un grande interesse per un autore che pure a livello nazionale
continua ad essere poco conosciuto. Gli studi continuano, soprattutto
nell'ambito dell'Università di Cagliari. Mi sembra anche un buon
segnale il fatto che il racconto di Atzeni "Bellas Mariposas"
sia stato incluso nel Meridiano della Mondadori dedicato ai migliori
racconti del '900 e curato da Enzo Siciliano. E' un attestato
importante, e può essere un punto di partenza per una riscoperta
critica anche in campo nazionale".
Il
traduttore di Chamoiseau e l'equilibrio tra moderno e postmoderno
Cercando
scritture meticce
L'analogia postcoloniale tra la Barbagia e i Caraibi
di Mauro Pala
Per
gentile concessione dell'editore pubblichiamo uno stralcio
dell'intervento di Mauro Pala contenuto in "Trovare racconti mai
narrati, dirli con gioia" (Cuec, 186 pagine, 25.000 lire), che
raccoglie gli atti del convegno su Sergio Atzeni tenutosi a Cagliari nel
novembre del 1996.
Oralità
e teatralizzazione sono due elementi chiave della scrittura di Atzeni.
Le stesse componenti caratterizzano diversi autori caraibici, per cui si
può ipotizzare che anche Atzeni rientri nel discorso che questi ultimi
promuovono, quello della creolità. Ciò non è casuale, ma legato alla
mediazione di Chamoiseau, il quale definiva Atzeni, traduttore in
italiano del suo romanzo, come un "pastore di Diversità". Che
cosa intendeva l'autore della Martinica quando ribadiva una perfetta
sintonia poetica con il suo corrispettivo sardo? Esistono analogie
nell'itinerario che ha prodotto le rispettive poetiche. Nei Caraibi
anglofoni C.L.R. James e George Lamming, rispettivamente originari di
Trinidad e delle Barbados furono tra i primi a teorizzare un bilancio
dell'esperienza coloniale che superasse la rigida distinzione manichea
tra "indigeno" e "straniero". [...] "Noi non
siamo europei né africani né asiatici, ci dichiariamo creoli. Il
nostro sarà un atteggiamento interiore, una vigilanza, meglio ancora,
una specie di involucro mentale al cui interno costruiremo il nostro
mondo nella piena consapevolezza del mondo". I punti di questo
manifesto sono fissati in negativo, escludendo tutto ciò che è
scontato, perché coloro che lo stilano dichiarano di vivere
nell'interrogazione continua, di essere abituati all'ambiguità più
complessa, di risultare perciò "estranei a ogni purezza, a ogni
riduzione", poiché "La nostra Storia è un intreccio di
storie". Quando Atzeni si dichiara sardo, europeo, italiano allo
stesso tempo, fa in sostanza la stessa cosa, opta per una identità
multipla, il che ovviamente mal si addice proprio a un'identità
nazionale che si suppone essere una, fissa e immutabile. La creolità è
il punto d'arrivo di quel tragitto iniziato con Lamming e James nel
riconoscimento della commistione prima e nella scelta della fedeltà al
registro orale poi: "Dobbiamo tornare alla tradizione orale anche
per arricchire il nostro discorso [...] Vogliamo creare una letteratura
che non infranga nessuna esigenza della scrittura moderna, ma si radichi
nelle forme tradizionali della nostra oralità". Accettare
l'instabilità della parole implica il rifiuto di ogni possibile
cristallizzazione. Niente codici, regole, canoni. Ancora una volta,
leggerezza, mai prendersi troppo sul serio. [...] Analogamente avviene
con Atzeni, nella scelta di un griot, Antonio Setzu, per raccontare la
vicenda di "Passavamo sulla terra leggeri", grazie al quale si
realizza la confluenza di storia e memoria attraverso l'oralità. La
commistione si presenta come naturale sia quando Gunale sostiene che sia
"Il sangue degli antichi erranti perguitati" a vivere in lui
rendendogli abituale la diversità altrui, sia quando il protagonista di
"Il quinto passo è l'addio" si appresa a divenire un
fuggiasco per non restare irretito, imbalsamato in quegli apparati di
potere che la storia ha fatto sedimentare per opprimere: "Cercavamo
motivi per vivere, rimasugli di una generazione che ha tentato di
cambiare il mondo perché sapeva che faceva schifo, ma non sapeva che lo
schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza, le
ha costruite con piramidi di sacrificati, le ha costruite anche con le
nostre anime".
L'ipotesi della creolità come chiave di lettura per Atzeni individua e
comprende sia il tema della storia che quello prettamente linguistico,
dove lingua indica assai più che una semplice scelta stilistica.
Abbiamo a che fare non con un'identità, ma con un anelito verso una
condizione che comunque non si può raggiungere ma resta, nella ricerca,
vincolante come imperativo. E' presente, nell'idea dello scrittore in
itinere, un'aspirazione onnivora che si rivolge sia verso l'Asia - con
la promessa di Katmandu in "Il quinto passo è l'addio" - che
verso l'Africa nella musica, ed anche verso l'Europa "tuffandomi
nella grande buona calda mamma Europa per dimenticare l'Itaglia",
viaggio, quest'ultimo, in compagnia di altri visionari come Vincent, lo
spirito di Van Gogh. [...]
In uno studio canonico sul fenomeno postcoloniale Werner Solers
distingue, nel vasto panorama delle letterature etniche, tra un'identità
determinata dalla discendenza e un'identità acquisita per scelta. Ma
altri, come Cornel West, non sono soddisfatti di questa opzione, la
considerano riduttiva, non vedono perché un individuo debba, anche dopo
essersi riconosciuto in un certo gruppo, aderire pedissequamente a tutti
quei parametri che il gruppo adotta per autodefinirsi e, in ultima
istanza, conservarsi. West propone invece il "dissenso" come
coscienza critica contro qualsiasi catalogazione. Il dissenso di West è
un po' come ciò che Glissant, nel manifesto della creolità, chiama
"essere in una situazione di irruzione". "La patina
culturale mi dà sui nervi quando non è il risultato di un lento
passaggio del tempo. La patina culturale diventa vuoto provincialismo
quando non deriva da una tradizione o da un'agire. Noi non abbiamo
tempo, dobbiamo portare ovunque l'audacia della modernità".
Ma l'appello che può apparire barricadero punta invece a una disciplina
profonda, fatta di dinamica introspezione: non basta fissare lo sguardo
sulla creatività delle origini, come gli indigenisti di Haiti ma
occorre (splendida immagine!) "lavare gli occhi: capovolgere il
modo di guardare la realtà per cogliere il vero perché la visione
interiore è rivelatrice, dunque rivoluzionaria. Dobbiamo imparare di
nuovo a visualizzare il nostro profondo". [...]
Questo difficile equilibrio tra moderno e arcaico Atzeni riesce a
raggiungerlo consapevolmente: "Tutto quello che ha fatto l'uomo mi
coinvolge perché sono uomo anch'io" e istintivamente nella
maestria ludica che sottende la sua narrazione. La sua resta
un'agnizione buffa dalle grandi potenzialità nell'odierno contesto
multiculturale. Un'intuizione geniale: "Il grande vantaggio di
essere uno scrittore del sud è che non hai bisogno di andare lontano
per scoprire i costumi: buoni o cattivi ce n'è in abbondanza. Noi del
sud viviamo in una società ricca di tradizioni, di ironia, di
contrasti, soprattutto ricca nel linguaggio".
Un'intuizione, quella di Atzeni, che anticipa e fa baluginare la
promessa di una geografia umana per aree culturali. Un concetto che
corrisponde a un metodo critico che va gradualmente affermandosi e
definendosi in base non ai rigidi steccati delle letterature nazionali,
ma secondo i confini flessibili della sensibilità, ovvero della
cultura. Ciò avvalora una pressante istanza etica, quella del
"riconoscimento" che, da "bisogno umano vitale" ha
oggi una marcata valenza politica. E soprattutto evita che tale
richiesta degeneri in tribalismo selvaggio, perché radicata in una
profonda consapevolezza storica.
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