Sette, anzi quattordici anni dopo
A me spetta l’ingrato compito di informare i lettori che
la rivista “NAE” con questo numero sospende le pubblicazioni. Lo faccio
nella mia qualità di responsabile della casa editrice CUEC che ha finora
sostenuto i costi dell’impresa e che è stata costretta a prendere atto
che non sussistono più le condizioni per continuare. La crisi globale,
che ha pesanti ricadute anche in ambito locale, ci impone severe e
rigorose misure, ci costringe a rivedere la scala delle priorità e a
fare scelte dolorose.
Quando abbiamo avviato il progetto “NAE” nel 2002, ci
eravamo impegnati con il direttore e la redazione a garantire le
pubblicazioni per almeno due anni, invece siamo andati avanti per sette
anni. Per la verità l’intervento della CUEC nel campo delle riviste di
cultura risale al 1994 quando con Marci abbiamo convinto Antonio Cossu a
riprendere le pubblicazioni della sua prestigiosa rivista: “La Grotta
della Vipera”. L’obiettivo era quello di salvaguardare una delle agenzie
di produzione culturale più importanti dell’Isola. Abbiamo pubblicato la
rivista per 9 anni con Antonio Cossu direttore, Giuseppe Marci
condirettore e Paolo Lusci, Stefano Salis e Mauro Pala redattori,
raccogliendo consensi e incontrando il gradimento di tanti lettori.
Quando nell’estate del 2002 Antonio Cossu decise di chiudere quel ciclo,
pensammo di non disperdere il patrimonio umano e culturale accumulato in
tanti anni di lavoro e di progettare una nuova rivista che raccogliesse
l’eredità della “Grotta” e sapesse andare oltre, con nuove idee e nuove
energie. Ancora una volta, come casa editrice, scegliemmo di puntare
sull’impresa collettiva, e così attorno al direttore Marci e al nucleo
originario, che comprendeva Lusci, Salis e Pala, si è subito aggregato
un gruppo più ampio con l’ingresso in redazione di Eleonora Frongia,
Alessandra Menesini, Simona Pilia,Giorgio Rimondi,Gian Pietro Storari,Gigliola
Sulis e, qualche anno dopo, Giuliana Adamo. Il progetto c’era,
innovativo
anche nella veste grafica e nella foliazione, mancava un
nome: grazie ad una felice intuizione di Lusci si scelse “NAE”, con i
suoi molteplici significati. Si trattava di una vera e propria
scommessa, una scelta quasi controcorrente in tempi che stavano
cambiando rapidamente. All’inizio tanto entusiasmo e la speranza di
potercela fare, a raggiungere l’equilibrio economico in due anni e poi
pian piano crescere fino a consolidare il progetto. Non è andata così
purtroppo. Siamo riusciti a pubblicare 25 numeri in sette anni grazie
all’impegno della casa editrice, al lavoro, assolutamente gratuito, del
direttore Giuseppe Marci, dei redattori e dei numerosi collaboratori, al
sostegno da parte delle Grafiche Ghiani e dello studio grafico Biplano,
all’impegno delle librerie Fahrenheit 451 e Cuec, alla collaborazione
con le agenzie Fozzi e Fantini. Ci hanno sostenuto i lettori, gli
abbonati e gli studiosi, anche d’oltre Tirreno, che hanno apprezzato la
serietà e lo spessore del progetto.
Tutto ciò non è stato sufficiente, è mancato del tutto il
sostegno pubblico, così generoso nei confronti di altre iniziative, e
privato, per ciò che riguarda la raccolta pubblicitaria; un piccolo
segnale di attenzione da parte della Fondazione Banco di Sardegna e
nulla più. L’esplodere della grave crisi economica ha fatto saltare i
già fragili equilibri ed eccoci qui. Abbiamo deciso di sospendere le
pubblicazioni e non di chiudere definitivamente perché non ci piace dire
addio ai lettori e perché resta da fare una riflessione sui tempi che
stiamo vivendo: si tratta di capire se nel contesto attuale, una volta
superata la difficile contingenza economica, è ancora possibile
progettare un lavoro culturale serio basato sullo studio, la
riflessione, l’approfondimento o dobbiamo rassegnarci ad una cultura
fatta solo di consumo e intrattenimento, che ci fa perdere memoria e
cognizione della nostra identità.
MARIO
ARGIOLAS
CUEC editrice
Guardare, ascoltare, riflettere
Alcuni mesi di gestazione densi di riflessioni, valutazioni, discussioni,
e poi la decisione di partire, 25 numeri e sette anni fa, pur
consapevoli della fatica e dell’azzardo. Tutti lo ricordiamo. Il varo
con la prima copertina: una barca che ondeggia fra i flutti,
pericolosamente inclinata ma speranzosa e ardita e ora, più di duemila
pagine stampate e diverse centinaia di passeggeri traghettati, quel
viaggio termina. Che dire? Venticinque numeri sono troppi per un
epitaffio del genere: “Muore giovane chi è caro agli dei”, e sono pochi
per consolarsi osservando che in fondo è invecchiata bene. Perché “NAE”
non è morta giovane né ha avuto il tempo di invecchiare. La sua
esistenza è cominciata con un atto di volontà e con un simile e
speculare atto ora cessa. Una forma di autodeterminazione. Assolutamente
laica. E dunque assolutamente lodevole – in tempi così difficili.
Negli anni della sua esistenza “NAE” ha portato nutrimento a molte menti
affamate di pensiero – soprattutto giovani, ma non solo. A quanti
sentono e sentivano la necessità di un rapporto diverso con la
conoscenza poiché nell’ambito della tradizione, istituzionalizzata dalle
Scuole, non trovavano udienza le loro particolari richieste, ed essi
rischiavano di considerarsi (ed essere considerati) cattivi lettori, o
intellettuali dilettanti. Consapevole che ci sono aspetti della
conoscenza che restano ancora da indagare, nel suo piccolo “NAE” ha
mostrato come essa non possa esaurirsi nell’ambito di un sapere
istituzionale e istituzionalizzato. Concretamente, sulle sue pagine e
nelle sue rubriche, ci ha insegnato che il pensiero non è un’impresa
cumulativa, una cattedrale di nozioni edificate le une sulle altre, e
che le novità non vengono dalla continuità ma dalle rotture, per cui non
si tratta di vedere di più ma di vedere qualcos’altro. Si tratta insomma
di concepire un cambiamento della percezione, un mutamento dello
sguardo, sia in senso letterale e sia metaforico.
Questo era inscritto nel suo DNA, e questa credo resti infine la sua
eredità. Guardare, ascoltare, riflettere. Poiché guadare e ascoltare,
nella misura in cui non si risolvono in forme di autopromozione
soggettiva, insegnano a riflettere in un altro modo in quanto
presuppongono la capacità di spostare l’attenzione fuori di sé, cercando
forme di comunicazione empatica con l’altro, sia esso cosa o persona,
oggetto concreto o impalpabile risonanza. Alla centralità dello sguardo
intesa come metafora della soggettività, alla centralità del soggetto
che guardando pone se stesso al centro della rappresentazione, “NAE” ha
risposto decentrando lo sguardo e ponendosi in ascolto.
Forse domani a questo tipo di sguardo, a questo tipo di ascolto penseremo
con nostalgia. Ma seppure dolorosamente – certe ferite guariscono
lentamente perché hanno valore di sintomo, e chiedono insistentemente di
essere interpretate – dovremo riconoscere che quell’esperienza doveva
comunque terminare. Perché tutto termina. Perché solo terminando può
produrre i suoi frutti, quelli che consentono a un’esperienza di
costituirsi come eredità, come lascito, affinché il suo messaggio venga
raccolto e rilanciato. E dunque continui a vivere…
Giorgio Rimondi
Congedo del viaggiatore
costernato
In una di quelle notti calme in cui i vecchi stanno con gli occhi
semichiusi ad aspettare il baluginio dell’alba, mi è venuto in mente
Giorgio Caproni. È stato allora che ho pensato di prendere in prestito
le sue parole (i suoi versi) per salutarvi, sapendo che non sono stati
persi gli anni trascorsi insieme.
Amici,
credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche
se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri
segni mi dicono,
da
quanto m’è giunto all’orecchio
di
questi luoghi, ch’io
vi
dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel
po’ di disturbo che reco.
Con
voi sono stato lieto
dalla
partenza, e molto
vi
sono grato, credetemi,
per
l’ottima compagnia.
Ancora
vorrei conversare
a
lungo con voi. Ma sia.
D’altra parte: chiudono le grandi banche d’affari, chiudono le fabbriche
d’auto in America, chiude Cipriani, a New York, affannano Europa e
Italia; anche noi, isolani, non ce la passiamo bene. Anzi, è stato un
miracolo, a pensarci, se una piccola casa editrice, per sette anni,
senza pubblici sostegni (e quasi senza pubblicità), sia riuscita a
lasciarci navigare attraverso i sette mari che abbiamo percorso. Abbiamo
toccato approdi in ogni parte del mondo, stabilito contatti, raccolto
cenni d’intesa, contraccambiati sentimenti d’amicizia e di stima,
affermata la volontà di capirci, nonostante le differenze di opinioni e
di lingua; o forse proprio per queste.
Chiedo
congedo a voi
senza
potervi nascondere,
lieve,
una costernazione.
E chiedo congedo a coloro che sono stati in questo tempo, con
determinazione, ai banchi di voga: non c’è virtù di capitano che possa
portare una barca lontano senza forza di rematori. Grazie a loro si è
sviluppato il progetto. Abbiamo fatto una rivista che nei suoi
venticinque numeri ha chiamato a raccolta molti collaboratori: studiosi
noti e giovani alle prime prove della ricerca. Era un’ipotesi non priva
di incognite che è stata verificata nel tempo grazie all’apporto
(generoso e volontario) di tutti: nessuno si è mai tirato indietro.
Abbiamo avuto alcuni riconoscimenti: il più importante è stato il
superamento di un concorso universitario da parte di una nostra
collaboratrice che presentava come titoli gli articoli scritti per “NAE”:
Congedo a te, ragazzina
smilza...
È stato come se avessimo vinto il premio Pulitzer: abbiamo sentito
scaldarsi il cuore. Questo ancora ci aiuta, mentre volgiamo lo sguardo
sul desolato scenario di fabbriche che chiudono, di licenziamenti
annunziati, di famiglie che non riescono a sbarcare il lunario, di
giovani disperati che cercano un lavoro.
Guardando con gli occhi della ragione il paesaggio all’intorno ci sembra
che il dolore per la chiusura di “NAE” possa essere appena una lieve
malinconia, anche se, in fondo all’animo, percepiamo un sentimento più
amaro, e comprendiamo che non è mosso, solo, dalla sorte della rivista,
quanto piuttosto dalle travagliate vicende del mondo:
Di
questo, sono certo: io
son
giunto alla disperazione
calma,
senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Giuseppe Marci
In s’ora de sa dispidida
(a Nae)
In s’ora de sa dispidida
ancora contu arrosas
i oras de arramaduras
chi in domu mia funt intradas.
Apu papau pani
e no teniat sabori allenu
ca custus fueddus
a innoi ant adobiau
is orus de su mundu.
M’abarrat unu contu
ancora de si nai:
cussu de is grutas scarescias
ancà Beranu fut arribbau
cun sa Nai bistia di arrosas
chi imoi a sa Terra est torrada.
Ddi siat lébia e ddi siat bratzolu
ancà de scuriu nàsciat Luxi.
Cussa manna
chi de sèmini in terra bona
apoderat su sentidu
in dónnia mata chi connoscit
su viagiu siguru po arribbai.
A is marineris est abarrau
su sabori ’e Terras noas
e su surrungiu
po una tenta de trigu postu
chi no at scabiddau.
Nell’ora del commiato
Nell’ora del commiato
ancora conto rose
e ore di tappeti di fiori
entrati nella mia casa.
Ho mangiato pane
e non sapeva di straniero
perché queste parole
qui hanno portato
le rive del mondo.
Mi rimane una storia
ancora da raccontarvi:
quella delle grotte dimenticate
dove Primavera era giunta
con il ramo vestito di rose
ora tornato alla Terra.
Le sia leggera e le sia culla
e lì dal buio nasca Luce.
Quella grande
che del seme in buona terra
mantiene tutto il sentire
in ogni albero che conosce
il viaggio sicuro per arrivare.
Ai naviganti rimane
il sapore di nuove Terre
ed il rimpianto
per un angolo di grano messo a dimora
che spighe non ha dato.
Anna Cristina Serra
Lingua, identità, politica
in Antonio Gramsci
1. Nel 1919
Gramsci ha ventotto anni. È a Torino dal 1911. Fin dalla nascita ha
vissuto in un contesto socioculturale dove le varietà linguistiche sarde
convivevano con la lingua della tradizione letteraria che, a stento,
stava gradualmente diventando lingua nazionale. Questa esperienza
diretta della pluralità linguistica si è acuita da quando si trova a
Torino. La lentezza con cui l’unificazione linguistica andava
realizzandosi in Italia appariva in modo chiaro in una grande e moderna
città industriale. Gramsci nota ben presto, avendo iniziato a lavorare
come critico teatrale, che anche a Torino “il dialetto è sempre il
linguaggio più proprio della maggioranza”1 e che la declamazione, “fatta
in dialetto, perde una gran parte della sua retorica”2, mentre “la
lingua letteraria ha bisogno di una traduzione interiore che diminuisce
la spontaneità della reazione fantastica, la freschezza della
comprensione”3. “Si immagini lo stordimento di Gramsci”, il quale al suo
arrivo a Torino doveva essere stato “terrorizzato, non solo dal traffico
e dai tram e dal rumore, ma anche dall’accorgersi di non riuscire a
capire una parola di ciò che i nativi dicevano”4.
A questa esperienza vissuta della pluralità linguistica si accompagnano
la riflessione e lo studio: a livello di prime embrionali suggestioni,
forse già dagli anni dell’infanzia a Ghilarza, durante i quali ha
conosciuto il canonico Michele Licheri5, e da quelli (1908-11) al Liceo
Dettori, a Cagliari, dove è stato studente di Raffa Garzia6; prima che
questa riflessione e questo studio si concretizzassero in un impegno
approfondito negli anni dell’università, proprio a Torino, sotto la
guida di un glottologo di prim’ordine: Matteo Bartoli. Non da molto, in
quel turbolento 1919, Gramsci ha abbandonato le sue ricerche
glottologiche e la disamina del dibattito che nell’Ottocento aveva
contrapposto Graziadio Isaia Ascoli ai seguaci di Alessandro Manzoni e,
in modo più mediato, al Manzoni stesso. Di quest’ultimo, Gramsci ha
avuto in programma di curare una raccolta di scritti, come risulta da un
opuscolo illustrativo della casa editrice Utet risalente al 1918, che
annuncia la pubblicazione, a cura di Antonio Gramsci, degli “Scritti su
la lingua italiana di Alessandro Manzoni”7. Il giovane socialista venuto
dalla Sardegna è perciò ben sensibile – per ragioni sia personali che di
specializzazione intellettuale – alle questioni della diversità e
dell’unificazione in ambito linguistico. Ora le vicende politiche delle
classi popolari torinesi stanno per metterlo di fronte alla drammaticità
che, in situazioni esasperate, le differenze culturali e linguistiche
possono assumere.
2. Due anni
prima Torino è insorta. I quartieri popolari hanno lottato per cinque
giorni, protestando contro la guerra e contro le condizioni di vita e di
lavoro da essa causate. Alla fine la sanguinosa protesta è stata
repressa dalle forze armate, che hanno potuto contare soprattutto su due
debolezze degli insorti: la mancanza di una direzione politica della
protesta e di un’organizzazione efficiente e coesa dell’insurrezione;
l’incapacità di spingere i militari impiegati nella repressione a
solidarizzare con gli insorti. Gramsci stesso ricorderà in seguito: “Per
cinque giorni gli operai combatterono nelle vie della città. Gli
insorti, che disponevano di fucili, granate e mitragliatrici, riuscirono
persino a occupare alcuni quartieri della città e tentarono tre o
quattro volte di impadronirsi del centro ove si trovavano le istituzioni
governative e i comandi militari. […] Invano sperarono in un appoggio da
parte dei soldati; questi si lasciarono ingannare dall’insinuazione che
la rivolta era stata inscenata dai tedeschi”8.
Alcune fonti riferiscono di qualche eccezione, forse solo parziale, al
mancato affratellamento tra popolazione insorta e militari9.
Protagonisti di episodi di solidarietà con gli insorti, o quanto meno di
mancata esecuzione dell’ordine di far fuoco su di loro, sembra siano
stati esclusivamente gli Alpini10. È stato suggerito che questa
eccezione – questi casi isolati in cui si riuscì a spingere gli Alpini a
non sparare, ed anzi a cedere le proprie armi ai manifestanti – sia
stata forse favorita dall’appartenenza linguistica sostanzialmente
comune (piemontese, o più generalmente gallo-italica) a militari e
classi popolari torinesi. Gli Alpini, infatti, sarebbero stati
“reclutati in aree vicine, e perciò in grado di parlare i dialetti della
zona”11.
C’è chi menziona inoltre la presenza, tra le forze militari usate per
reprimere il moto popolare e insensibili agli appelli a fraternizzare,
della Brigata Sassari12. Gramsci stesso ricorderà poi che la Sassari
“aveva partecipato alla repressione del moto insurrezionale di Torino
dell’agosto 1917”13. Ma pare che il suo sia un “ricordo inesatto”14. In
effetti, in sede di ricostruzione storiografica, gli studiosi hanno
parlato dell’impiego di “truppe alpine accanto a carabinieri e guardie
di P.S.” e, data la situazione di grave emergenza, anche di “allievi
ufficiali del genio di stanza in Torino”15. In ogni caso, durante questa
sommossa, “Gramsci non si è trovato ad avere alcuna posizione di rilievo
e di responsabilità diretta. Forse ha partecipato (se non interpretiamo
male alcuni suoi riferimenti) a far mettere in atto, o ad osservare gli
effetti, di quella tattica della fraternizzazione tra rivoltosi e truppe
dell’esercito, che aveva dato così meravigliosi frutti nella rivoluzione
russa di febbraio: quella rivoluzione che, non c’è dubbio, i gruppi
operai avanzati e larghi strati di lavoratori e di ceti popolari
consideravano come il modello da ripetere a Torino in quei giorni”16.
Un ruolo ben più attivo e rilevante – in cui il modello della
rivoluzione russa si incontra con il bagaglio di esperienze personali e
di riflessione sulla storia, la cultura e la situazione linguistica
della Sardegna – Gramsci ha invece adesso, nel 1919. Vediamo come.
3. Nell’aprile
di quell’anno la Sassari è “destinata di guarnigione a Torino”, come si
legge in un telegramma inviato dal prefetto di Torino al Ministero
dell’Interno il 14 aprile 1919; telegramma in cui si parla anche del
timore di possibili manifestazioni di protesta organizzate dai
socialisti per turbare i “festeggiamenti agli Ufficiali della valorosa
Brigata Sassari”17. A quanto pare non ci furono proteste: il 13 aprile i
soldati furono acclamati delle classi dominanti torinesi. Il giorno
seguente, sull’edizione piemontese dell’“Avanti!” sarebbe dovuto uscire
un articolo di Gramsci polemico verso tale accoglienza, articolo che
però venne interamente censurato. L’iniziativa dei socialisti torinesi
era, per il momento, facilmente controllata.
Solo molti anni dopo un importante studioso di Gramsci, Sergio
Caprioglio, ha recuperato il testo dell’articolo censurato. In esso non
mancano passaggi significativi, che mostrano come si sia cercato di
avviare fin da subito un’opera di avvicinamento culturale per far
conoscere ai soldati le istanze del proletariato torinese, e a questo le
misere condizioni di vita delle campagne sarde. Non c’era tempo da
perdere. Infatti, il “proletariato torinese intende manifestare il 20 e
il 21 luglio solidarietà alle repubbliche socialiste-soviettiste di
Russia e d’Ungheria, contro le quali i governi dell’Intesa, meno
l’Italia, fomentano iniziative controrivoluzionarie. Altri fini dello
sciopero: la smobilitazione e l’amnistia generale”18.
Nel testo recuperato da Caprioglio troviamo, in particolare, un
riferimento alle “canzoni rivoluzionarie” in sardo, sulla sollevazione
del 1796 capeggiata da Giovanni Maria Angioy, che costituisce un ricorso
di Gramsci a ciò che egli aveva potuto conoscere sulla cultura sarda
attraverso gli insegnamenti di Garzia19. E troviamo poi un’osservazione
su lessico e politica: “la parola ‘la comune’ è delle più diffuse nel
dialetto sardo; esiste tra i contadini e i pastori sardi un’aspirazione
religiosa alla ‘comune’, alla collaborazione fraterna di tutti gli
uomini che lavorano […]”20.
Due giorni dopo, sempre sull’edizione piemontese dell’“Avanti!”, compare
un nuovo articolo di Gramsci, intitolato significativamente I dolori
della Sardegna21; e un altro ancora il 22 aprile, dal titolo ironico: Il
sardo lingua nazionale?22. Anche in questo breve testo la questione
linguistico-culturale, tematizzata già nel titolo, è messa in primo
piano. Il “generale Sanna […] ha pronunciato un discorso in sardo”,
infatti, durante una cerimonia organizzata il giorno prima “nella
Caserma di Morelli di Popolo” per i soldati e gli “ufficiali della
Brigata Sassari e del 22° Cavalleria”23. Carlo Sanna è molto popolare
tra i soldati sardi ed il suo atteggiamento verso il proletariato
torinese sarà ricordato da Gramsci – cinque anni dopo: in una lettera a
“L’Unità” – come particolarmente ostile: “Molti soldati della Brigata
Sassari ricorderanno quale atteggiamento abbia tenuto il generale Sanna
a Torino nel 1919, quale propaganda di odio contro gli operai egli abbia
svolto: molti ricorderanno senza dubbio una sua allocuzione nella quale
disse che se un soldato sardo fosse stato toccato, tutta la città
sarebbe stata messa a ferro e fuoco e anche i bambini di cinque anni ne
sarebbero andati di mezzo”24. Ma ora Gramsci non entra nel merito di ciò
che Sanna ha detto durante la cerimonia; si limita a porre in evidenza
alcune offensive ambiguità del trattamento riservato alle truppe. E fa
ciò evitando sia di ridicolizzare l’uso del sardo sia di esaltarlo,
insistendo su ciò che accomuna i soldati di reparti differenti e non su
contrapposizioni legate alla diversa provenienza geografica e alla
conseguente alterità linguistica, che pure gli si offrirebbero quali
facili bersagli polemici: “il generale aveva il dovere di farsi
intendere da tutti? Bastava che lo capissero i suoi soldati, perché il
suo discorso non fosse inutile! Ognuno parla come può. Del resto nel
proprio gergo è più facile farsi intendere. Non è questo che i soldati
di cavalleria devono lamentare. Essi devono piuttosto dispiacersi dei
doni che in simili occasioni sogliono farsi ai soldati. Devono sentirsi
offesi quando si vuol loro mostrare la gratitudine del paese per cui
hanno combattuto con cartoline, sigari ed uova di Pasqua”25.
Seguono altri due scritti dedicati alla Brigata Sassari, il 13 e il 16
luglio. Nel primo di questi due articoli è espressamente indicato il
destinatario: “ai compagni proletari sardi”26. Ecco che la scrittura
gramsciana si riempie di riferimenti alla cultura regionale. Compaiono
inserzioni di elementi lessicali sardi: il “molente”, le “tancas”27.
Finché la parola è direttamente lasciata a “due bolscevichi della
Sassari”, di cui Gramsci riproduce una lettera contenente il motto della
futura rivoluzione in Sardegna. Motto che contiene proprio la parola
“comune” richiamata nell’articolo del 14 aprile: “Viva ‘sa comune sarda,
de sos massaios, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de
traballu’”28.
4. Non ci sono
solo questi articoli dedicati direttamente alla presenza della Sassari a
Torino. In questi mesi l’impegno giornalistico e l’attività teorica di
Gramsci sono intensi. Il 1° maggio 1919 esce il primo numero de
“L’Ordine Nuovo”. È significativo che, proprio mentre si trova a portare
avanti (negli articoli che abbiamo citato e, come vedremo, anche
nell’interazione diretta, comunicando oralmente coi fanti della Sassari)
un’intensa opera di composizione fra differenti identità collettive,
Gramsci rifletta spesso nei suoi scritti apparsi sul nuovo settimanale
su come la società comunista potrà organizzare il potere statale in modo
da favorire un processo di unificazione, nazionale ed internazionale,
spontaneo e non coatto, basato su un libero sviluppo culturale e non su
forme autoritarie di unificazione imposta. Torna più volte a prospettare
un futuro “Stato dei Consigli” con organi locali, regionali, parte di
una società che organizzi la soluzione dei problemi pubblici
“gradualmente, nell’ambito della fabbrica, del villaggio, del consiglio
urbano, regionale, nazionale, dell’Internazionale”29. Più tardi, proprio
nella già citata lettera a “L’unità” del 1924 in cui Gramsci rievoca
l’invio della Sassari a Torino, preciserà: “i sardi, popolo
demograficamente e politicamente debole, non possono liberarsi dagli
oppressori (che d’altronde non sono tutti in Sardegna, ma i più potenti
e grossi sono nel continente) se non si alleano al partito più
rivoluzionario del continente, che tende a rovesciare il dominio del
capitalismo e a instaurare un regime nel quale l’economia e la cultura
popolare possano svilupparsi autonomamente”30.
Gramsci è il “segretario di redazione” de “L’Ordine Nuovo” settimanale.
Tuttavia, “come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà
molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca
Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle
discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località
e situazioni, di qua e di là dall’Atlantico”31. Sulla nascita de
“L’Ordine Nuovo” abbiamo questa rievocazione dello stesso Gramsci: “nel
mese di aprile 1919, abbiamo deciso, in tre, o quattro, o cinque […] di
iniziare la pubblicazione di questa rassegna ‘Ordine Nuovo’”32; e, circa
le fasi successive, egli conferma che “gli articoli dell’‘Ordine Nuovo’
non erano fredde architetture intellettuali, ma sgorgavano dalla
discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano sentimenti,
volontà, passioni reali della classe operaia torinese, che erano state
da noi saggiate e provocate, perché gli articoli dell’‘Ordine Nuovo’
erano quasi un ‘prendere atto’ di avvenimenti reali […]”33. Inoltre,
sempre sulle pagine del nuovo settimanale, Gramsci aveva già precisato
che gli scritti ivi pubblicati nascevano “dalla convivenza spirituale e
dall’intima collaborazione di tre o quattro o cinque compagni, dei quali
Gramsci è uno, un altro è Angelo Tasca, un terzo è Palmiro Togliatti”34.
Vista la natura collettiva del lavoro redazionale, e vista l’indubbia
influenza di Gramsci sulla definizione della linea editoriale de
“L’Ordine Nuovo”, è interessante vedere altri scritti in esso
pubblicati, anche se non di Gramsci: in particolare, nel numero del 14
giugno, uno scritto su Il Comunismo e la Valle d’Aosta, firmato da un
anonimo “comunista valdostano”. Il testo, a differenza di quanto accade
con altri scritti che il settimanale pubblica in quel periodo, non è
accompagnato da postille critiche, né in alcun modo introdotto – per
mediare e limitare l’accoglimento delle tesi in esso espresse, o per
dissociarsene – da un commento della redazione. In esso figura questo
passaggio: “Lo Stato comunista […] realizzerà la più larga autonomia
locale organizzata in un sistema unitario di cooperazione e
accentramento sociale”35. E poi quest’altro: “La Val d’Aosta, che non è
né francese né italiana ma soprattutto Valdostana, deve lottare per
ottenere che i nazionalisti italiani riconoscano il sacro suo diritto di
parlare e studiare la lingua dei suoi antenati e di trattare in questa
lingua gli affari pubblici. I Voldostani devono litigare, devono frugare
nella storia per legittimare l’origine del francese nella Valle, devono
presentare petizioni… e devono rassegnarsi a ricevere in cambio molte
vaghe promesse. Nel sistema dei Consigli, tutte queste pratiche
divengono automaticamente inutili. La Valle ha il suo Consiglio di
Valdostani, parla la sua lingua e nessuno può sognare di
italianizzarla”36.
Anche senza estendere l’analisi delle tesi dell’anonimo autore, non si
può non notare la tempestività e la prospettiva ideologicamente aperta
che la redazione del settimanale mostra con la pubblicazione di questo
scritto. Intanto perché in esso è proposta una soluzione pragmatica, ma
di fatto avanzata, all’annosa questione della specificità linguistica
valdostana (almeno per quanto riguarda il francese – mentre non si fa
menzione esplicita delle parlate franco-provenzali); e perché tale
proposta è avanzata in un momento politicamente assai travagliato per
quella regione, in cui l’avanzata rivoluzionaria pareva quasi
inarrestabile e, tuttavia, bisognosa di collegamenti organici con le
tradizionali rivendicazioni autonomiste e di non alienarsi il potenziale
consenso di contadini ed ex-combattenti37. Poi, perché la pubblicazione
di Il Comunismo e la Valle d’Aosta rivela sia l’intenzione di non
disinteressarsi delle rivendicazioni di autonomia linguistica, magari in
conseguenza dell’intenso rapporto, tradizionalmente instauratosi in
Valle d’Aosta, tra difesa della francofonia e conservatorismo politico
di marca clericale; sia la volontà di ricercare in modo originale
l’unità dei vari gruppi subalterni, superando le tradizionali frizioni
tra valdostani e piemontesi38 ma evitando di far ciò lungo quella
scorciatoia pseudo-progressista che l’imposizione – più o meno
dichiarata – dell’italiano poteva, apparentemente, fornire.
Tuttavia, anche in questo articolo, l’atteggiamento pragmatico e
tollerante non implica alcuna esaltazione dell’identità culturale e
linguistica regionale.
5. Nel periodo
di cui ci stiamo occupando, i socialisti torinesi, il gruppo de
“L’Ordine Nuovo” e Gramsci in prima persona si stanno impegnando in
un’intensa azione di propaganda tra i soldati, in particolare tra quelli
della Brigata Sassari. Il 1919 è d’altronde un anno ricco – causa la
mancata smobilitazione ed il conseguente malcontento tra i militari – di
propaganda socialista ed anarchica, finalizzata alla fraternizzazione
tra soldati e proletari. Torino, in particolare, è un centro molto
attivo nella preparazione e nella distribuzione di volantini nei quali è
rammentata ai soldati la comunanza d’interessi tra loro e gli operai (e
anche la comune estrazione sociale: la loro appartenenza di classe,
sociologicamente intesa). In parte quest’opera di convincimento mira
anche a confutare la voce, fatta circolare tra i soldati dai loro
superiori, che spiega così la ritardata smobilitazione: essa è causata
dalle agitazioni socialiste, è dovuta ai problemi d’ordine pubblico
creati dal movimento operaio.
Della propaganda svolta a Torino tra i soldati della Sassari rimangono
alcune tracce documentarie39. Esse attestano il ricorso al senso di
appartenenza regionale come fattore di possibile solidarietà tra certi
militanti socialisti – stabilitisi a Torino, ma provenienti dalla
Sardegna – e i militari40. Ma questo passaggio è sostanzialmente
strumentale rispetto al fine di suscitare un comune slancio
rivoluzionario, o comunque idee politiche favorevoli ad un progresso
sociale basato sul moderno conflitto di classe. Non emerge nessuna
contemplazione dell’identità regionale. Anche il ricorso al sardo, che
come vedremo compare in molte testimonianze di quanti collaborarono con
Gramsci, è funzionale al tentativo di spingere i soldati a
solidarizzare: non implica un’esaltazione dell’alterità linguistica come
valore in sé.
Gramsci – il quale accoglieva “con slancio qualunque corregionale, col
quale parlava volentieri in dialetto”41 – si impegna a fondo in questa
azione, che passa attraverso la diffusione di volantini e la
comunicazione orale diretta. Sebbene inizialmente la situazione sia
apparsa molto tesa42, Gramsci riesce a sfruttare “le circostanze di
essere sardo e di padroneggiare il dialetto per svolgere opera di
convincimento”43. Riferirà in seguito Mario Montagnana, circa l’uso
scritto del sardo da parte di Gramsci: “Ogni pretesto era buono per
offrire fraternamente, a uno o due di questi soldati, un bicchiere di
vino alla vicina osteria; per accompagnarli per un pezzo di strada; per
‘attaccar loro un bottone’, parlando del loro paese, di Torino, di come
vivevano e di cosa volevano gli operai; per far loro scivolare nelle
mani dei manifestini, brevi, semplici, convincenti, che Antonio Gramsci
aveva redatto personalmente, apposta per loro, non in italiano, ma nello
stesso dialetto della loro isola”44.
Anche Giovanni Carsano ricorda i manifestini, ma aggiunge delle
informazioni sull’uso orale del sardo45: “Manifestini e volantini
inondarono in permanenza la caserma della Brigata […] Ma oltre a tutto
questo immenso materiale di propaganda generica, scritto quasi
completamente da Gramsci, un lavoro più vasto e più in profondità veniva
contemporaneamente svolto dai nostri Circoli rionali (anche questo
naturalmente, diretto e coordinato da Gramsci) […] Ebbi la fortuna di
partecipare a molte delle riunioni che Gramsci teneva allora un po’
ovunque: nei circoli rionali, alla Camera del Lavoro, alla sede del
giornale, nella sua abitazione e persino in un piccolo caffè gestito da
un bravissimo compagno sardo […] In queste riunioni Gramsci, parlando
quasi sempre in dialetto sardo, spiegava ai sodati della ‘Sassari’ che
gli operai di Torino non si ritenevano affatto superiori a loro e che
non li disprezzavano affatto”46.
6. Alla fine
la Brigata è allontanata da Torino “improvvisamente, proprio
nell’imminenza dello sciopero”47 di solidarietà con le repubbliche
sovietiche di Russia e di Ungheria. Gramsci ne annuncia la partenza con
l’articolo intitolato I nostri fratelli sardi, pubblicato nell’edizione
piemontese dell’“Avanti!” il 16 luglio48. La propaganda ha avuto
successo: con la sua opera di mediazione e traduzione (non solo
linguistica) Gramsci è riuscito, alla fine, ad ottenere risultati forse
inattesi. La vicenda della Sassari a Torino si chiude così. Soprattutto
le testimonianze di Montagnana e di Carsano (e quella, citata in nota,
di Albina Lussu) fanno emergere il ruolo che la sardità linguistica di
Gramsci ebbe nel suo coinvolgimento in questa vicenda. Egli aveva certo
una chiara intuizione di quello che doveva essere il repertorio
linguistico di gran parte dei soldati della Brigata. Il sardo – al di là
delle differenziazioni riconducibili alla diverse zone della Sardegna da
cui quei soldati provenivano – aveva un ruolo primario in quel
repertorio, rappresentando in molte situazioni l’idioma della
solidarietà, della comunanza di destini con quanti erano in grado
d’intenderlo ed usarlo.
Nel complesso, Gramsci non indulge né in idealizzazioni dell’identità
culturale sarda e della sardità linguistica, né in snobistiche condanne
del sardo come lingua (o insieme di varietà linguistiche) di cui un
intellettuale rivoluzionario non può e non deve in alcun modo servirsi
(soprattutto nello scritto). La storia delle classi popolari è rievocata
da Gramsci, e con tale rievocazione è anche riconosciuta e sfruttata la
vitalità della loro lingua. Ma egli non ricorre alla lingua regionale
per esasperare il conflitto tra identità sarda ed appartenenza
sovra-locale di classe; al contrario, vi ricorre proprio per permettere
una presa di coscienza profonda degli interessi comuni ai soldati e al
proletariato urbano torinese.
Infine, queste scelte compiute da Gramsci ci dicono qualcosa su di lui.
L’interpretazione della sua azione politica arricchisce (com’è ovvio che
sia) il profilo biografico gramsciano; ma può far ciò in modo più
preciso oggi, alla luce di alcune categorie elaborate dalla
sociolinguistica e da recenti studi su lingua e cultura49. Infatti, se
gli atti di comunicazione linguistica sono anche “atti di identità”, se
“la variazione linguistica come risorsa simbolica e comunicativa
fondamentale” è “un luogo centrale attraverso cui costruire un’immagine
di sé”50, allora l’episodio della Brigata Sassari a Torino – e l’insieme
delle riflessioni gramsciane ad esso connesse – si contrappone ad
un’interpretazione biografica “desardizzante”51. Un tipo di
interpretazione che, a partire da alcune osservazioni di Gobetti52, ha
presentato Gramsci come un militante rivoluzionario ed un intellettuale
progressista tenacemente impegnato a distaccarsi da un’identità sarda
percepita come eredità, non rinegoziabile, di tradizioni rurali e
arretratezza.
NOTE
1 Buscaje, “Avanti!”, 30 agosto 1916; ora in A. Gramsci, Cronache
torinesi 1913-1917, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1980, p.
805.
2 La mare, “Avanti!”, 12 novembre 1916; ora in A. Gramsci, Cronache
torinesi, cit., p. 820.
3 Buscaje, cit.
4 J. Nicholson, Biography and language, a neglected aspect of the life
and work of Antonio Gramsci, “Auto/Biography”, VIII, 2000, 1-2, pp.
63-70 (p. 65).
5 Un avvenimento in particolare “rende merito della vivacità e operosità
intellettuale di Ghilarza: la pubblicazione nel 1900 del libro Ghilarza.
Note di storia civile ed ecclesiale del sacerdote Michele Licheri” (A.
Deias, Ghilarza: inizia il cammino, “Società sarda”, 1997, 5, p. 60).
Gramsci certo conobbe questo illustre personaggio ghilarzese che era
stato “collaboratore del professor G. Ferraro per l’opera Canti popolari
in dialetto Logudorese e prezioso consigliere, per le zone attorno a
Ghilarza e Isili, del gesuita Alberto Maria Centurione nella stesura
dell’opera pubblicata nel 1866 Studi recenti sopra i Nuraghi e loro
importanza” (ivi, p. 60). Infatti, una volta trasferitosi a Torino per
studiare con una borsa di studio nella locale università, Gramsci mostrò
di non aver dimenticato l’erudito di Ghilarza; e quando ebbe bisogno di
alcune informazioni (principalmente di lessico e fonologia) circa le
varietà dialettali della zona, fu proprio a “Prete Licheri” che invitò
sua sorella Teresina a rivolgersi, in una lettera che le scrisse da
Torino nel novembre 1912 (si veda A. Gramsci, Lettere 1908-1926, a cura
di A.A. Santucci, Torino, Einaudi, 1992, p. 71).
6 “Raffa Garzia aveva capito che il ragazzo di Ghilarza possedeva
preparazione ed ingegno, nonostante il suo italiano ancora stentato (le
lettere del periodo […] stanno a confermarlo), ma con lo studio avrebbe
potuto superare la ‘mentalità da villaggio’, uscire dal ‘mondo
linguistico dialettale’ (che tra l’altro egli stesso praticava), per
aprirsi a ‘itinerari più vasti’. Con tale presentazione del suo maestro,
Nino ottenne la corrispondenza da Aidomaggiore per ‘L’Unione Sarda’” (G.
Podda, Appendice, in S. Cardia Marci, Il giovane Gramsci, Cagliari,
In.E.S., 1977, p. 107). Garzia era un fine conoscitore delle “tradizioni
popolari, arti figurative, lingua e storia della Sardegna” (G. Podda,
Alle radici del nazional-popolare: Gramsci studente a Cagliari, in G.
Vacca, a cura di, Gramsci e il Novecento, II, Roma, Carocci, 1999, p.
183); fu raccoglitore di testi popolari sardi “esemplare a livello
europeo per precisione e rigore filologico e per sensibilità
linguistica” (G. Angioni, Quella originale riflessione sulla cultura
popolare, “Nuova Rinascita Sarda”, II, 1987, 4, p. 23); più tardi
avrebbe tenuto – tra il 1927 e 1930 – la cattedra di Dialettologia sarda
all’Università di Cagliari (si veda A. Romagnino, Raffa Garzia, in I
2.000 sardi più illustri, viii, Fois-Ilaro, Cagliari, L’Unione Sarda,
2005, pp. 150-151).
7 G. Bergami, Gustavo Balsamo Crivelli, “Belfagor”, XXX, 1975, 5, p.
557. Si veda anche Id., Il giovane Gramsci e il marxismo 1911-1918,
Milano, Feltrinelli, 1977, pp. 70-71.
8 Il movimento torinese dei Consigli di fabbrica, “L’Ordine Nuovo”, 14
marzo 1921; ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di V.
Gerratana e A.A. Santucci, Torino, Einaudi, 1987, pp. 599-611 (p. 604).
9 Si vedano le testimonianze raccolte da C. Bermani, F. Coggiola e M.
Paulesu Quercioli in C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura
proletaria, Milano, Cooperativa Colibrì, 2007, p. 287; nonché quella di
T. Noce, Rivoluzionaria professionale, Milano, La Pietra, 1975, p. 26.
Per un inquadramento interpretativo si ricorra a P. Spriano, La sommossa
dell’agosto 1917, in Id., Torino operaia nella grande guerra
(1914-1918), Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-254.
10 Si veda lo studio di J.M. Cammett, Antonio Gramsci e le origini del
comunismo italiano, a cura di D. Zucàro, Milano, Mursia, 2007 (prima
edizione in italiano del 1974; ed. originale: Antonio Gramsci and the
Origins of Italian Communism, Stanford, Stanford University Press,
1967), p. 80.
11 J. Nicholson, Biography and language, cit., p. 66.
12 Si veda ad es. la testimonianza di G. Carsano, Come la Brigata
Sassari fraternizzò con i lavoratori, “L’Unità” (ed. piemontese), 27
aprile 1952; e quella di Gino Castagno, in C. Bermani, Gramsci, gli
intellettuali e la cultura proletaria, cit., p. 284. La notizia è
accolta e commentata da Cammett, Antonio Gramsci e le origini del
comunismo italiano, cit., p. 80.
13 A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, in Id., La
costruzione del partito comunista, Torino, Einaudi, 1971, p. 143.
14 G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Roma-Bari, Laterza, 1989 (prima
ed. 1966), p. 129n.
15 A. Monticone, Il socialismo torinese e i fatti dell’agosto 1917,
“Rassegna storica del Risorgimento”, XLV, 1958, 1, pp. 57-96 (p. 79).
16 S.F., Romano Antonio Gramsci, Torino, Utet, 1965, p. 223.
17 Archivio Centrale dello Stato (A.C.S), Ministero dell’Interno,
Direzione generale Pubblica Sicurezza (P.S.), Divisione affari generali
e riservati, 1919, b. 76.
18 G. Fiori, Sardegna, le radici: Gramsci “federalista”?, in Id.,
Gramsci Togliatti Stalin, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 141-195 (pp.
181-182).
19 G.M. Angioy “capeggiò alla fine del 1700 il moto giacobino
antifeudale in Sardegna” (S. Caprioglio, Quei mesi a Torino tra i sardi
della brigata, “L’Unione Sarda”, 27 aprile 1982). Il cosiddetto “inno
angioyano” – per il quale rimandiamo a R. Leydi, Canti sociali italiani,
i, Canti giacobini, repubblicani, antirisorgimentali, di protesta
postunitaria, contro la guerra e il servizio militare, Milano, Avanti!,
1963, pp. 31-55 – era stato studiato da Raffa Garzia in un saggio
pubblicato nel 1897: cfr. A. Romagnino, Raffa Garzia, cit., pp. 150-151.
20 L’articolo censurato è ora raccolto in A. Gramsci, Il nostro Marx
1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1984, pp. 590-594.
21 Ora anch’esso in A. Gramsci, Il nostro Marx, cit., pp. 598-600.
22 Ora ivi, p. 611. La censura interviene sia su questo testo, sia sul
precedente. Anche per quanto riguarda questi articoli, è stato Sergio
Caprioglio a reintegrare le parti mancanti e a pubblicarli per la prima
volta tra gli scritti gramsciani.
23 Ibidem.
24 G. Marcias [A. Gramsci], I sardi e il blocco proletario, “L’Unità”,
26 febbraio 1924. Per l’attribuzione a Gramsci si veda S. Caprioglio,
Gramsci, si può sapere di più, ivi, 23 febbraio 1987.
25 Il sardo lingua nazionale?, cit.
26 La Sardegna e il socialismo. Ai compagni proletari sardi, “Avanti!”
(ed. piemontese), 13 luglio 1919; si veda ora A. Gramsci, L’Ordine Nuovo
1919-1920, cit., p. 136.
27 Ivi, pp. 136-137.
28 Ivi, p. 137.
29 Cronache dell’“Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 7 giugno 1919; ora in
A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 54-55.
30 I sardi e il blocco proletario, cit. Nel frattempo, in una lettera
del 12 settembre 1923, egli ha scritto: “Personalmente io credo che la
parola d’ordine ‘governo operaio e contadino’ debba essere adattata in
Italia così: ‘Repubblica federale degli operai e contadini’” (A. Gramsci,
Lettere 1908-1926, cit., p. 130).
31 A. d’Orsi, Introduzione, in A. Gramsci, La nostra città futura.
Scritti torinesi 1911-1922, Roma, Carocci, 2004, p. 68.
32 A. Gramsci, Il programma dell’“Ordine nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 14
agosto 1920; ora in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 619-628 (p.
619).
33 Ivi, p. 622.
34 Cronache dell’“Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 6 settembre 1919; ora
in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 196-197 (p. 196).
35 Il Comunismo e la Valle d’Aosta, “L’Ordine Nuovo”, 14 giugno 1919.
36 Ibidem. La pubblicazione di questo scritto – sul quale si possono
vedere le rapide riflessioni di T. Omezzoli, Lingue e identità
valdostana, in S.J. Woolf, a cura di, La Valle d’Aosta, Torino, Einaudi,
1995, p. 183n. – era già stata annunciata sul numero del 7 giugno 1919.
I corsivi sono nel testo, così come pubblicato dall’“L’Ordine Nuovo”.
37 Per una ricostruzione del Biennio rosso in Valle d’Aosta si veda S.
Soave, Fascismo, Resistenza, Regione, in S.J. Woolf, a cura di, La Valle
d’Aosta, cit., pp. 677-772 (in part. le pp. 686-689).
38 Si veda, a questo proposito, T. Omezzoli, Lingue e identità
valdostana, cit., pp. 137-202 (in part. p. 175 e ss.).
39 A.C.S., Ministero dell’Interno, Direzione generale P.S., Divisione
affari generali e riservati, 1919, b. 78. Si veda anche ciò che scrive
S. Sechi, La Sardegna tra guerra e dopoguerra, “Il movimento di
liberazione in Italia”, 1967, 88, pp. 3-32; Id., Dopoguerra e fascismo
in Sardegna, Torino, Einaudi, 1969, p. 24 e ss.
40 Si veda (sempre in A.C.S., P.S., 1919, b. 78) la nota del prefetto di
Torino del 28 maggio 1919, dove si legge che “negli ambienti sovversivi
era corso l’accordo di far avvicinare specialmente i soldati di detta
Brigata ritenuti i più fedeli, per cercare di indurli a svolgere
propaganda sovversiva fra i loro commilitoni onde trascinarli negli
ambienti frequentati da socialisti e prendere contatto con questi a
mezzo di sovversivi sardi, che dovevano sfruttare il sentimento
regionale per poter più facilmente vincere la resistenza dei militari
stessi”. Si vedano anche le testimonianze raccolte da M. Cutrì,
Mangiavamo l’erba con Anto’ su gobeddu, “Vie Nuove”, 1949, 37, p. 15.
41 A. Viglongo, Amò Torino come la nativa Sardegna, “Torino: rivista
bimestrale del comune”, 1967, 3, p. 34. Il ricordo di Viglongo è
confermato da una testimonianza di Mario Berlinguer relativa ad un
periodo successivo (gli anni romani di Gramsci: 1924-26): “Gramsci era
rimasto sardissimo, come sardissimi furono sempre gli altri antifascisti
nostri che vissero lontani, da Lussu a Fancello ed anche a Schirru.
Senza tener conto di questa origine non si può compiutamente valutare la
loro azione ed il loro pensiero […] [un sorriso] illuminava il viso [di
Gramsci] anche a sentir soltanto pronunziare una parola del dialetto
sardo od a sentirsi chiamare Tonino da qualche amico d’infanzia” (M.
Berlinguer, La sua fede non fu mai umiliata, “La Nuova Sardegna”, 27
aprile 1967).
42 Inizialmente – osserverà Gramsci il 16 luglio – “i sardi confondevano
tutta la cittadinanza torinese in una sola classe, ‘i signori’” (A.
Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., p. 140). Erano giunti a Torino
“disposti a tutto, disposti veramente a massacrare anche i bambini di
cinque anni” (I sardi e il blocco proletario, cit.). Si veda anche A.
Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, cit.
43 F. Scalambrino, Un uomo sotto la mole. Biografia di Antonio Gramsci,
Torino, Il Punto, 1998, p. 84.
44 M. Montagnana, Ricordi di un operaio torinese, i, Sotto la guida di
Gramsci, Roma, Rinascita, 1949, p. 137.
45 Si tenga presente anche questa testimonianza di Albina Lusso:
“Gramsci già tutte le sere andava dalla brigata Sassari a cercare di
convincerli a non sparare, a spiegare la situazione di Torino, perché
prima di tutto il 70-80% erano analfabeti, quindi non sapevano leggere,
poi lui parlava sardagnolo [sic] e loro lo capivano molto bene” (in F.
Scalambrino, Un uomo sotto la mole, cit., p. 87).
46 G. Carsano, Come la Brigata Sassari fraternizzò con i lavoratori,
cit.
47 G. Fiori, Sardegna, le radici: Gramsci “federalista”?, cit., p. 184.
48 Ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 139-141.
49 È qui sufficiente indicare la sintesi datane da C. Kramsch, Language
and culture, Oxford, Oxford University Press, 1998.
50 Queste ultime citazioni sono tratte dal capitolo su Lingue e identità
sociale di M. D’Agostino, Sociolinguistica dell’Italia contemporanea,
Bologna, il Mulino, 2007, pp. 135-153.
51 Di una “linea interpretativa” definibile come “desardizzante” parla
S. Selenu, Alcuni aspetti della questione della lingua sarda attraverso
la diade storia-grammatica: un’impostazione di tipo gramsciano, in
Antologia Premio Gramsci. IX Edizione. Ales, gennaio 2005, a cura di G.
Serra, Sassari, Edes, 2005, pp. 223-358 (alle pp. 261-262).
52 In uno scritto di Gobetti compare una descrizione di Gramsci “venuto
dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire
l’eredità malata dell’anacronismo sardo con uno sforzo chiuso e
inesorabile verso la modernità del cittadino” (citato in S. Selenu,
Alcuni aspetti della questione della lingua sarda, cit., p. 262; cfr. G.
Fiori, Sardegna, le radici, cit., p. 180). Si veda anche A. Carlucci, La
sardità linguistica di Gramsci ed il suo ricorso al sardo, “Annali della
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena”, XXVIII, 2007,
pp. 91-117.
Alessandro
Carlucci
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