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“Lacanas” Rivista bilingue dell’identità, Settembre - Ottobre 2005
Il “Cantiere Atzeni” Nel 1994 Sergio Atzeni tenne a battesimo in un’affollata sala conferenze del Credito Industriale Sardo, a Cagliari, la ripresa della pubblicazione della "Grotta della vipera". Antonio Cossu, fondatore e direttore, pochi mesi prima aveva annunciato la chiusura della rivista e rivolto un invito a quanti volessero dargli un aiuto per il proseguo dell’attività. La risposta della casa editrice Cuec fu quella gradita e con il fascicolo n. 66-67 la gloriosa testata potè tornare in edicola e libreria a disposizione dei numerosi lettori. Il numero conteneva, tra gli altri argomenti, un’intervista a Sergio di Gigliola Sulis che cominciava, allora studentessa della facoltà di Lettere frequentante i corsi e i seminari di Giuseppe Marci, a muovere i primi passi negli studi letterari e che ne avrebbe segnato la futura e brillante carriera. Fu naturale, quindi, per "i ragazzi della Cuec" (come spesso lo scrittore li chiamava e a cui era molto legato) invitare Atzeni per l’occasione così importante. Il suo breve intervento sorprese l’uditorio suscitando, almeno inizialmente, qualche perplessità. Dalla parola "vipera" simbolo e rappresentazione iconografica della rivista passò al suo oggetto reale la "vipera" rettile, specie animale che in Sardegna non è presente; la nostra pibera è sicuramente meno pericolosa di quella del Continente. Sergio l’aveva incontrata, la vipera vera quella dal morso letale, durante le escursioni in montagna che aveva iniziato a conoscere e apprezzare, lui "uomo di palude", in compagnia di Paola Mazzarelli e di altri amici torinesi. Cominciò a raccontare, al riguardo, di quante attenzioni fossero necessarie nel percorrere un sentiero, di come il bastone fosse utile non solo per camminare ma anche per segnalare la presenza dell’uomo al rettile, delle tante altre precauzioni necessarie. E la sua esperienza della vipera diventava, nella coinvolgente affabulazione, metafora del ruolo e dei compiti di una rivista letteraria, semplice lezione di metodo e di critica. Si può dire che questo episodio sia emblematico di alcune caratteristiche salienti di Sergio Atzeni scrittore. Sempre attento a oltrepassare il velo delle apparenze, a voler vedere l’altra faccia della luna, attratto da temi e materiali narrativi a lui vicini ancorché umili o ritenuti di scarto dalle convenzioni letterarie dominanti. Un abile artigiano della parola che distillava sulla pagina scritta l’esperienza del proprio vissuto. A dieci anni dalla sua morte avvenuta nelle acque dell’isola di San Pietro, l’interesse per la sua figura e la sua opera non si è affievolito come testimonia la numerosa serie di manifestazioni organizzate per ricordarlo e che proseguiranno sino al duemilasei inoltrato. Le sue storie continuano ad essere lette e regolarmente ristampate. Contribuiscono in modo particolare allo studio e all’approfondimento della narrativa atzeniana due libri pubblicati recentemente dall’editore nuorese Il maestrale. Il primo Scritti giornalistici (1966-1995), curato da Gigliola Sulis, è composto da due tomi che insieme fanno quasi millecinquecento pagine, 451 articoli suddivisi in tre parti tematiche: la prima intitolata "Cronaca, inchieste, commenti" è divisa in due sezioni "Economia, politica, società" e "Cagliari"; la seconda parte "Rubriche" è costituita da "Tondo & corsivo", "Nove radici" e "Idee di fine secolo"; la terza è "Arti e cultura", a sua volta divisa in "Musica", "Teatro, radio e tv", "Fumetti", "Letture", "Storia, tradizioni, identità". Si tratta della prima raccolta completa degli scritti giornalistici di Sergio Atzeni che come sottolinea la curatrice nel saggio introduttivo costituirono un’attività importante per lo scrittore che non vi rinunciò mai neppure quando venne assunto come "impiegato di concetto" all’Enel. Materiali preziosi che testimoniano la curiosità e la molteplità degli interessi dello scrittore. Nella nota al testo si dà conto delle fonti e dei criteri di classificazione degli articoli; all’interno di ogni sezione gli articoli sono sistemati in ordine cronologico, ad agevolare il lettore l’indice delle abbreviazioni delle testate giornalistiche, il prezioso indice dei nomi, e l’indice cronologico completo degli articoli. Il secondo libro, sempre edito da Il maestrale, è I sogni della città bianca, curato in edizione critica da Giuseppe Grecu. Il volume si compone di ventisette racconti contenuti in una cartella, custodita da Rossana Copez e dalla figlia Jenny Atzeni, che Sergio lasciò a Cagliari nel 1986 quando partì dalla Sardegna. "La pubblicazione dei racconti che compongono I sogni della città bianca rappresenta, invece, un ritorno alle sorgenti narrative. La raccolta appartiene, infatti, al primo periodo della carriera dell’autore cagliaritano, quello ‘sommerso’, precedente alla pubblicazione, nel 1986, dell’Apologo del giudice bandito, e alla sofferta decisione di lasciare l’isola, condizione necessaria per realizzare un sogno a lungo inseguito: l’aspirazione a vivere del mestiere che sente proprio quello di scrittore." Come sottolinea il curatore si tratta di testi che già contengono tutti i temi della futura produzione letteraria di Atzeni. Sono, invece, di recente tornati in libreria, freschi di ristampa, altri due libri di e su Atzeni. Si tratta di Si… otto! pubblicato da Condaghes che contiene il racconto Campane e cani bagnati e il testo di una conferenza tenuta dallo scrittore "sardo randagio anarchico e quarantenne…" a Cagliari nel 1991. L’introduzione di questo libretto ne svela la genesi editoriale e porta la firma di Giuseppe Marci, studioso che più di tutti si è occupato di Atzeni, autore della monografia Sergio Atzeni: A Lonely Man, la prima ad analizzare unitariamente la scrittura di Sergio Atzeni. Lo scrittore e il professore universitario erano legati da profonda amicizia, avevano condiviso la militanza nel PCI, si erano ritrovati insieme nella redazione di "Rinascita Sarda" e dell’"Unità", per entrambi Umberto Cardia era un punto di riferimento importante: "Oggi raccolgo la gran parte di questi interventi, editi e inediti, per offrire la testimonianza di chi ha avuto la ventura di frequentare per anni uno scrittore, di leggerne l’opera, di parlare con lui e intende proporre le informazioni così raccolte ad altri che vogliano, con migliori capacità critiche, occuparsi del medesimo tema". Non resta che augurarci che il "Cantiere Atzeni", per dirla con Ernesto Ferrero, rimanga sempre aperto, anzi che i lavori si intensifichino. In un momento in cui si parla di crisi della letteratura e della critica, siamo convinti che le storie di Sergio Atzeni abbiano molto ancora da offrire. Passava sulla terra leggero... Così ci piace ricordarlo.
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