La Nuova Sardegna del 25 maggio 2002

 

Il mondo di Atzeni

Storie mai narrate, raccontate con gioia

L'autore di "Bellas mariposas" ricordato alla Fiera del libro

Un volume della Cuec con gli atti del convegno del 1996

Tre linee di ricerca: lingua, retroterra culturale, intertestualità

La Sardegna come metafora letteraria di fortissimo impatto

 

Un pubblico attento e partecipe si è riunito lo scorso sabato 18 aprile, nello stand della Regione Sardegna, alla Fiera del libro di Torino, per parlare di Sergio Atzeni. L'occasione è stata offerta dalla presentazione del volume "Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia" (Cuec, 2001), che raccoglie gli atti del convegno omonimo svoltosi nell'ormai lontano novembre 1996 per iniziativa del Dipartimento di Filologie e Letterature Moderne dell'Università di Cagliari.

A breve distanza dalla tragica scomparsa dello scrittore nelle acque di Carloforte, le due giornate di studio erano state pensate, e fortemente volute da Giuseppe Marci, come doveroso omaggio alla figura dell'intellettuale cagliaritano, narratore, poeta, pubblicista e traduttore. E, nei modi propri dell'accademia, l'omaggio aveva preso le forme della riflessione critica, dell'analisi appassionata e competente dei suoi scritti. Un iniziale, e in quanto tale provvisorio, momento di studio, nella consapevolezza che, se solo la distanza temporale consentirà di osservare la sua opera in una più distaccata prospettiva, anche la lettura "a caldo" ha le sue ragioni.

E se gli anni trascorsi tra lo svolgimento del convegno e la pubblicazione degli atti avrebbe potuto far sì che i saggi apparissero oggi datati, o quantomeno bisognosi di aggiornamenti - si tenga conto delle numerose pubblicazioni postume, come "Bellas mariposas" (Sellerio 1996), "Due colori esistono al mondo, il verde è il secondo" (Il Maestrale 1997), "Raccontar fole" (Sellerio 1999) - sembra invece che gli interventi allora proposti non abbiano perso attualità, e che tali indicazioni di ricerca aprano la strada a possibili fertili sviluppi.

La novità, originalità e complessità del progetto di scrittura di Atzeni ha infatti consentito un proficuo approccio ai suoi scritti da parte di specialisti di diversi settori, i cui contributi si sono distribuiti secondo tre linee di ricerca. La prima è l'analisi di lingua, stile, forme narrative, fondamentale nella misura in cui ogni vero scrittore, all'interno della tradizione letteraria italiana, ha sempre dovuto costruirsi una propria personalissima lingua, partendo ogni volta da zero. Su questi aspetti ha indagato Cristina Lavinio, sottolineando da un lato la tendenza al frammento, rintracciabile dai tableaux vivants dell'"Apologo del giudice bandito" fino alle frasi-figura di "Il quinto passo è l'addio" e "Bellas mariposas", dall'altro la sperimentazione di una lingua mescidata che, mentre si presenta come registrazione in presa diretta della realtà, vira poi decisamente verso un'espressionismo di matrice gaddiana.

Il secondo cardine delle riflessioni proposte è costituito dalla definizione delle tappe della formazione culturale atzeniana, percorse da Giuseppe Marci tramite la ricognizione della vasta produzione giornalistica (della quale dà conto la prima bibliografia completa delle opere di Atzeni, pubblicata in appendice), e ricordate anche da Gianni Filippini nel suo saluto d'apertura.

Ma il più nutrito gruppo di saggi è dedicato a quella che Monica Farnetti, nel suo bell'intervento sul tema del mare nella narrativa atzeniana, ha definito "l'intertestualità reticente dell'autore", ossia all'individuazione dei ganci più o meno visibili che, partendo dall'opera letteraria, la ancorano a precise coordinate storico-geografiche e culturali. Tutto ciò non con il fine, nel complesso sterile, di una individuazione di filiazioni o discendenze, ma perché le scelte di uno scrittore in quanto lettore o fruitore di un'opera d'arte indicano già chiaramente campi di interessi, sensibilità, direzioni di ricerca: borgesianamente, ogni scrittore crea i suoi precursori. Da qui, la lente critica si è focalizzata di volta in volta sui rapporti con la narrativa latino americana, entrata prepotentemente nel mercato editoriale italiano negli anni Settanta (Tonina Paba), sul ruolo determinante dalla musica nella definizione del progetto estetico atzeniano (Giorgio Rimondi), sui modi della deformazione narrativa delle fonti storiche, attentamente compulsate e utilizzate come "pietra focaia che fa scoccare la scintilla inventiva" (Bruno Anatra), sulle profonde consonanze, pur nella lontananza dei percorsi individuali, con i contemporanei scrittori post-coloniali (Mauro Pala).

Gli interventi dei curatori e di Giorgio Rimondi sono stati accompagnati dalle parole di Stefano Salis (Il Sole 24 ore) e Pietro Cheli (Il Diario). Cheli in particolare, oltre a rimarcare la potenza suggestiva della scrittura atzeniana, evidente sin dall'incipit dell'"Apologo del giudice bandito" (1986), segno di una maturità stilistica insolita in un esordiente trentaquattrenne, ha ricordato le proprie conversazioni con lo scrittore: "Sergio Atzeni: il miglior scrittore sardo del Novecento, gli dicevo io. Ma la sua risposta ignorava la provocazione ed era ben misurata: "Il migliore no, ma entro i primi cinque, tra i viventi"".

Il vivace dibattito ha indicato altri possibili approcci alla figura di Atzeni. In particolare, Daniela Marcheschi, che aveva a suo tempo assegnato allo scrittore un ruolo di rilievo nel saggio "La fuga di Atalanta", dedicato alla giovane narrativa italiana degli anni Ottanta, ne ha messo in luce ancora una volta la sicura posizione in un panorama letterario come quello contemporaneo, in cui lo stare appartati rispetto ai mainstream della grande editoria sembra garantire agli scrittori di portare avanti con serietà la propria ricerca. Questo processo appariva ben chiaro allo stesso Atzeni che, in un autoritratto di gruppo, individuava una famiglia di scrittori sommersi sui quali scommettere, dediti al racconto di "storie sanguigne, ritratti dell'Italia d'oggi, in specie dell'Italia marginale e sofferente. Una generazione che si racconta e racconta i propri padri con onestà, e con onestà accenna al proprio fallimento, e pare non voglia arrendersi, ma continuare a pensare e indagare. Poco narcisismo, molto vigore espressivo, molta grinta. Sguardi disincantati, difficili da turlupinare con le grandi promesse, ma capaci di cogliere le sfumature. In tutti senso dell'ironia. Storie ben costruite, attenzione molto maggiore per le strutture narrative che per la scrittura. Quasi nessun leziosismo" ("I salvati e sommersi", su L'Unione Sarda del 28 maggio 1992).

Il tempo comincia a rendere merito a tanti di questi sommersi (tra i nomi allora segnalati figuravano Arpaia, Lucarelli, Cacucci, Camarca...), mentre un'ulteriore testimonianza del valore dell'opera atzeniana viene anche dal continuo allargamento del numero delle traduzioni in lingue straniere. "Il figlio di Bakunìn", già tradotto in spagnolo e in inglese, esiste ora anche in francese, insieme all'"Apologo del giudice bandito", entrambi pubblicati da La fosse aux ours di Lione. Il traduttore Marc Porcu, di evidenti orgini isolane, ha chiuso l'incontro torinese raccontando l'ottima ricezione dei volumi. I due romanzi sono ampiamente presenti nelle librerie parigine, e, particolare curioso, in un recente romanzo, "Un homme à distance" della giornalista e narratrice Katherine Pancol (Parigi, Albin-Michel 2002), la protagonista, appassionata lettrice di Erri De Luca, lamenta la predominanza dei soliti grandi nomi italiani (Moravia, Pavese, Pirandello, Calvino, Buzzati) a discapito dei più giovani, ingiustamente meno noti, e parla poi con entusiasmo di "un livre que j'ai aimé beaucoup, "Le fils de Bakounine"".

Nel suo caparbio radicamento etnico (solo due racconti brevi non sono ambientati nell'isola, ma i protagonisti sono comunque sardi emigrati che, lontani da casa, si domandano: "Che ci faccio io qui?"), Atzeni ha fatto della Sardegna una metafora letteraria di fortissimo impatto, capace di parlare a lettori di tutto il mondo. "Anche noi abbiamo diritto a raccontare le nostre storie", sosteneva lo scrittore, purché queste siano dette con passione, gioia, e onestà artigianale. Finché la Sardegna potrà vantare narratori del suo livello, il nostro immaginario manterrà un posto garantito nel crocevia di luoghi, sogni e storie che è il paese della letteratura.


Gigliola Sulis

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