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L'Unione Sarda 3 marzo 2005
In un
libro i 30 anni di ricerche a Laconi e dintorni dell'archeologo Enrico
Atzeni
La pietra racconta storie di
uomini e di dei
Gli
ultimi aggiornamenti sulla scoperta delle statue-menhir.
In Europa, tra la fine del Neolitico e l'inizio dell'età del Rame, la
preistoria conobbe uno straordinario fenomeno: dal Mar Nero all'Anatolia,
alla Grecia, alla Sardegna, alla Corsica, alla Lunigiana, alle Alpi, alla
Francia, alla Penisola Iberica, si sviluppò in modo sorprendente la
cultura dei menhir antropomorfi e delle statue-stele. Una cultura che si
espresse, in Danimarca, in Irlanda, in Inghilterra, sino alle lontane
Isole Orcadi, anche con ciclopici circoli di pietra, i cosiddetti cromlech,
come il famoso ed enigmatico monumento di Stonehenge, nello Wiltshire. A
questa cultura la nostra isola partecipò, circa 5000-4700 anni fa, in modo
tutt'altro che marginale. Ora, dopo 30 anni d'intensa ricerca, Enrico
Atzeni, il più importante studioso del megalitismo neo-eneolitico sardo,
offre un quadro aggiornato degli studi, delle scoperte, dei monumenti che
raccontano la storia affascinante di "uomini e dèi di pietra", dentro la
nuova ideologia che vide sovrapporsi sul credo religioso della dea madre
neolitica il mito del pastore-guerriero-eroe. Questo quadro è stato
raccolto, in modo organico, a cura dell'archeologo Giorgio Murru,
direttore del museo di Laconi, in una nuova pubblicazione di circa 250
pagine, La scoperta delle Statue-Menhir. Trent'anni di ricerche
archeologiche nel territorio di Laconi, di cui è autore lo stesso Atzeni.
Edita dalla Cuec, verrà presentata a Laconi, sabato alle 17,30, nel Centro
Culturale di via S.Ambrogio. I contenuti del volume, anticipati da
un'interessante e approfondita prefazione del curatore, ripercorrono le
tappe fondamentali delle acquisizioni scientifiche, puntualmente
codificate, a partire dal 1972, in riviste specializzate e in
pubblicazioni di settore. In tutto sono riportati 16 contributi,
riproposti ?precisa Murru- nel pieno rispetto della successione
cronologica originaria". Il libro riporta, nelle ultime pagine,
nell'appendice dedicata alle "Ricerche in corso sul fenomeno della
statuaria preistorica antropomorfa", pure le nuove, recenti scoperte,
compiute nel corso del 2004, a Sorgono, nella località di Biru 'e Concas,
dove è stato individuato un sito megalitico che raccoglie, come scrive
Atzeni, "uno straordinario assembramento di monoliti, nella connotazione
di un santuario all'aperto, in prossimità di riaffioranti circoli lapidei,
ricco di oltre un centinaio di sculture in gruppi e allineamenti". Nel
sito sono state individuate anche statue-menhir di "inedita tipologia",
con il volto non a bassorilievo, come in quelle di Laconi, ma inciso e con
un pugnale privo di pomolo nel manico, graffito orizzontalmente
all'altezza della cintola. Il maggiore interesse, però, sempre
nell'appendice, si concentra, sul capitolo che propone una prima attenta
descrizione, anche se sintetica, del circolo megalitico di Circuìttus,
individuato in territorio di Laconi, non lontano dalla strada asfaltata
per Asuni. "Al centro della piana di Circuìttus-Mandareddu ? evidenzia
Atzeni - è attualmente in corso il rilevamento di un inedito contesto
megalitico di precipuo carattere cultuale, imperniato su una sorta di
cromlech di grandi massi portati anche da notevoli distanze". Il circolo
megalitico è "affiancato da allineamenti di menhir protoantropomorfi" (che
richiamano, cioè, la sagoma umana, ma non hanno ancora alcun elemento
antropomorfo), ben sagomati, con affioramenti di probabili tombe e di "una
singolare struttura subquadrangolare a elementi ortostatici, di probabile
carattere cerimoniale". Frammenti ceramici e strumenti in ossidiana
rinvenuti nell'area richiamano la cultura eneolitica di Abealzu-Filigosa,
che mostra di sovrapporsi su un più antico contesto di cultura Ozieri, cui
apparterrebbero i menhir protoantropomorfi. L'ipotesi che il cromlech di
Circuìttus, in analogia con altre realtà megalitiche europee, potesse
avere la funzione, oltre che di struttura cultuale, anche di un possibile
"calendario di pietra", nel capitolo non viene detto, ma in altri
contesti, sebbene con molta prudenza, il delicato tema è stato più volte
accennato. Saranno i prossimi scavi, più volte proposti e caldeggiati da
Atzeni, a confermare o smentire la presenza anche in Sardegna di circoli
megalitici-calendari in grado di "leggere il cielo", di registrare
l'alternarsi di solstizi ed equinozi e il succedersi delle stagioni, come
sembra ormai certo per Stonehenge e, sempre in Inghilterra, pure per un
suggestivo "cromlech del mare", scoperto in anni recenti, formato però da
grossi tronchi di quercia capovolti, che appare e scompare, a seconda
della marea, sulle coste della contea di Norfolk, nei pressi del villaggio
di Holme-next-the-sea. Spicca, al centro di questo insolito circolo, una
quercia gigantesca, anch'essa capovolta, con le radici rivolte verso il
cielo. Un'arcaica simbologia, questa, che sembra portare l'eco lontana di
altri capovolti: quelli dei petroglifi di Sas Concas di Oniferi e,
soprattutto, quelli che danno fascino e mistero, nel museo di Laconi, alle
statue-menhir maschili, armate di pugnale. Quanto sia affascinante e ricca
di sorprese l'archeologia preistorica della Sardegna tra il IV e il III
millennio a. C., nei secoli che videro il passaggio dall'età della pietra
alla cultura dei metalli, è proprio Enrico Atzeni a ribadirlo con
l'instancabile lavoro di ricerca che continua a portare avanti soprattutto
nel versante centro-meridionale, da Laconi, a Nurallao, a Isili, ad Asuni,
a Sant'Antonio Ruinas, a Senis, ad Allai, a Meana Sardo, a Sorgono, a Goni,
ma anche in altre realtà dell'isola, da San Giovanni Suergiu a Samassi, a
San Vero Milis, a Silanus, a Fonni, a Mamoiada, a Sassari. Un'importante
tappa di questa ricerca fu il ritrovamento, 32 anni fa, nelle campagne di
Laconi, a Genna Arrele, "su un altopiano pastorale", a circa 5 chilometri
dal paese, di una prima e inedita statua-menhir. "La statua, in trachite
bruno-rosa locale, alta 1,45 metri -scriveva Atzeni su una rivista
scientifica-, raffigura, con efficace, espressiva sintesi, un personaggio
maschile, guerriero o divinità". La scoperta rivoluzionò, come evidenzia
Giorgio Murru, "il punto di vista sulla Sardegna preistorica". "Dai
raffronti con la Francia, la Svizzera, l'arco alpino, la Lunigiana
?prosegue Murru- emerge da quel momento un'isola protagonista delle
vicende, non soltanto culturali, del Mediterraneo, che si contrappone a
una visione che la voleva relegata ai margini di tale processo, con un
ruolo poco nitido." Ancora qualche decennio fa era prevalente la falsa
equazione, espressa anche da autorevoli studiosi, secondo cui
"l'insularità geografica sarebbe coincidente con l'isolamento culturale ?
rimarca Murru - mai consapevoli che proprio il mare è stato il luogo
attraverso il quale le popolazioni sarde sono venute a contatto con altri
popoli mediterranei." Grazie a questi contatti, già nel primo Neolitico, i
sardi "hanno assorbito il pensiero e le tecnologie di altre genti
?conclude il curatore-, restituendo però principi, spiritualità e tecniche
rielaborate e affinate, come dimostra appunto in particolare il mondo dei
menhir". Quanto questa nuova verità sia fondata è proprio la ricerca
archeologica a confermarlo. "Le comunità neolitiche sarde, che con tutta
probabilità facevano già uso della vela, ebbero modo, lungo le rotte
dell'ossidiana verso occidente ? spiega Atzeni - di scambiare e
confrontare conoscenze, capacità tecniche, modelli di vita e di cultura,
aprendosi all'ideologia megalitica di tipo dolmenico ed elaborando in modo
originale le nuove acquisizioni." Il risultato di questa rielaborazione,
nel tardo Neolitico, è il naturale passaggio alla successiva fase
eneolitica di Abealzu-Filigosa, come dimostra ormai chiaramente il lavoro
scientifico di Atzeni. Gino Camboni
Gino Camboni
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