Architetti, economisti, urbanisti, storici e scrittori per un’opera tanto importante quanto bella e raffinata
Le città e i paesi della Sardegna in due volumi della Cuec e del Banco di Sardegna

Elogio della lentezza per un’isola di pietra

E' un tempo stirato, disteso, quello della Sardegna. Un elogio della lentezza (nella politica, nell’economia, nell’urbanistica, nell’insegnamento) che quasi sempre - e nell’isola più che altrove - viene visto come neghittosità, melaconia improduttiva a voler esser gentili. Se osservate un’antica mappa (le prime vennero stilate nel 1840 da geografi come Vittorio Angius e cartografi come Alberto La Marmora) e date poi uno sguardo a rilevazioni aeree scattate soltanto ieri, vi accorgerete che in 150 anni gli spazi vuoti e quelli pieni son cambiati pochissimo. Un tempo cronologico che confina con quello metereologico e in Sardegna quest’ultimo era fino a qualche tempo fa quanto di meno mobile e lunatico si potesse immaginare.
Nell’era della new economy l’isola appare un controsenso ed è ovvio che il prezzo da pagare sia più d’uno. L’altra faccia della medaglia sono tuttavia i grandi spazi che ancora non conoscono intasamenti, villaggi radicalmente divisi tra campagna e montagna, città che conservano ancora un grado di vivibilità che l’Europa così vicina e così lontana, non riesce più ad afferrare.
«Se non cediamo al vezzo dell’autoflagellazione - dice Antonello Sanna, architetto e urbanista - ci accorgiamo che vivere il terzo millennio in Sardegna non è davvero quanto di peggio possa capitare».
Sull’altra faccia di un’isola lontano da accessi ed eccessi della modernità, Antonello Sanna e Gianni Mura hanno costruito Paesi e Città della Sardegna, due volumi presentati ieri a Cagliari nel salone della Fondazione Siotto, un antico palazzo che con la sua nera carrozza all’ingresso e l’aria del Castello che gli soffia sul collo quasi fosse un minispaccato della Vienna di Mozart, ha il fascino del tempo che vive ralenti.
«Volevamo fare il punto sul rapporto spazio società di una Sardegna urbana e rurale insieme _ dice Sanna - a partire dagli oggetti che ancora oggi possiamo vedere. Oggetti che sono poi i testi più fedeli. Sull’ideologia si possono imbastire chiacchiere e ancora chiacchiere ma le strade, i ponti, le case hanno una concretezza che a saperla leggere raccontano volti e vite, regressi e progressi».
Sulla Sardegna sono state scritte molte opere ma per più d’un verso ciascuna di esse ha un crinale preciso che separa passato e presente. Questa edita dalla Cuec e promossa (sponsorizzata) dal Banco di Sardegna - che l’ha diffusa in diecimila copie - è invece capace di spiegare le speranze di un’isola dando conto delle sue attese spesso infinite. Un’opera bella da vedersi e - pensiamo - indispensabile da leggersi.
«Abbiamo diviso il lavoro in due volumi - continua l’architetto Sanna - un po’ per ragioni strumentali (la Sardegna è grande) e un po’ perché questa polarizzazione tra urbano e rurale fa parte della nostra storia, qualunque cosa ne pensiamo. Così da un lato c’è una Sardegna della bassa densità abitativa e ti capita di guardarla indeciso se sia il nostro limite o la nostra ricchezza. Andando avanti ci siamo accorti che faceva parte, ha sempre fatto parte di un progetto preciso. E non è un caso che questa terra vuota di uomini o di case affascini chi vive il contrario (spesso parossisticamente) nella pianura padana o in altre parti d’Europa».
Tra qualche giorno s’inaugura a Venezia la Biennale dell’Architettura. Che quest’anno sarà dedicata non a caso alle città. Sempre più brutte, invivibili, affastellate d’angosce ma anche vitali, contradditorie come può esserlo il senso della vita in anni di perenne indecisione e turbinosi cambiamenti. A guardarle, le città sarde sono un refolo infinitesimale di quelle contraddizioni, derivano da identità o conflitti (città e campagna) altrove scomparsi o in via di estinzione. L’opera della Cuec alle città dedica un intero volume e sembra raccontarle senza pedanteria accademica, inaugurando il tomo con una serie di profili (firmati da Gian Giacomo Ortu e da Antonello Sanna, Simone Sechi e Manlio Brigaglia, e poi Paolo Fadda, Aldo Accardo, Marco Cadinu, Silvano Tagliagambe, Gianni Mura) che, ciascuno a suo modo, pongono problemi cruciali di quel che è stato il sistema urbano in Sardegna.
Dallo strappo dei piemontesi rispetto all’indolente magnificenza degli iberici fino al razionalismo fascista che soltanto oggi viene riscoperto -e lo fa un saggio di Aldo Lino - non foss’altro perché dal dopoguerra in poi, sembra che nell’isola il concetto stesso di architettura si sia attorcigliato su se stesso fino a insterilirsi.
Ogni volume di Paesi e Città della Sardegna, ai profili accompagna un puntiglioso atlante in cui i luoghi vengono squadernati e raccontati uno per uno, anche con fotografie e carte e planimetrie di perfetta fattura che ingigantiscono il pregio dell’opera. Certo, talvolta il pregio dell’opera è superiore agli stessi manufatti che vengono descritti. In altri casi fuorviante, nel volume dedicato ai paesi c’è un saggio di Giulio Angioni che racconta le brutalità del non finito urbanistico nell’isola ma bisogna vederli gli infissi di alluminio anodizzato che stravolgono le facciate della Barbagia o i borghi del Campidano per rendersi conto di quanto la mano dell’uomo moderno sia stata (e continui ad essere) infelice in Sardegna.
Si narra che nel 1812 il duca di Modena restasse inorridito nel vedere come l’isola non disponesse non dico di strade ma nemmeno dell’idea di viottoli intelligenti che univano un paese all’altro. Allora, scrive Eugenia Tognotti, in un’economia arretrata come quella sarda «la prevalenza della forma dell’autoconsumo faceva si che la necessità di trasportare merci fosse ridottissima». Per farla breve, ad un popolo che si spostava prevalentemente a piedi o a cavallo e che consumava quel che aveva quasi abitasse fortilizi isolati dal resto del mondo, le strade parevano un optional. Quel che può stupire è che lo siano anche oggi, quando il turismo sembra aver cambiato la stessa natura del vivere in Sardegna.
Fa tutto parte di quell’elogio della lentezza di cui si diceva all’inizio e che permea di sé ogni tassello della vita isolana. Con le sue luci e le sue ombre. Per scenari mozzafiato come i paesaggi arcani del Sulcis, le cui miniere resteranno ancora così probabilmente per decenni (a dispetto d’ogni idea di parco geominerario), c’è in molti paesi una concezione dell’abitare che va di fretta e lo fa nel modo peggiore.
«Qui da noi - nota nel suo saggio Giulio Angioni - si riesce ad interessarsi e a riflettere, per lo più a tutelare e a rivalutare positivamente tutto delle nostre tradizioni vere o presunte: la lingua, il canto, il vestito, la danza, il cibo, la festa eccetera. Tutto meno che i modi e le forme dell’abitare, in nome di una modernizzazione in sé sacrosanta ma che accetta quasi per istinto tutto dal di fuori e rigetta altrettanto istintivamente tutto dei modi tradizionali, forse perché appunto può ricordarci tempi peggiori».

Marco Manca