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Crimine e identità
L'intreccio perverso tra vecchio
e nuovo
"Bardane e sequestri", l'analisi antropologica di Pierangelo Loi
È da qualche settimana in libreria un bel lavoro di Pierangelo Loi,
"Bardane e sequestri. Eventi-notizia tra centro e periferia in
Sardegna" (Cuec, 15.49 euro) che attraverso tre episodi
"campione" - i sequestri dei francesi Pral e Paty nel 1894, di
Maria Molotzu nel 1933 e della famiglia Schild nel 1979 - riprende in
esame la questione sempre scottante del sequestro di persona in Sardegna.
Conta però poco la ricostruzione dei fatti, né Loi si propone di
apportare un nuovo contributo documentario alla comprensione di casi
passati, per così dire, in giudicato. "Bardane e sequestri",
del resto, soltanto incidentalmente è un libro sul banditismo e sulla
criminalità in Sardegna, perché nella sostanza è piuttosto un libro
sull'identità sarda.
Intendiamo dire che Loi si muove nella selva intricata dei "discorsi
sul crimine" in Sardegna orientato da una preoccupazione dominante:
quella di coglierne lo scarto irrimediabile con i lineamenti propri e
autentici di una società, una cultura, un mondo di valori di tipo
pastorale che sono tutt'altro che statici, ma mutevoli e fluidi,
incoerenti anche perché agiti da una modernità che avanza bensì, ma a
scatti e in ordine sparso.
Questo scarto tra il piano della rappresentazione pubblica ed esterna del
mondo pastorale e il piano del suo essere e divenire reale è in parte un
fatto oggettivo (perché è lo scarto che si dà normalmente tra l'ordine
del discorso e l'ordine della realtà), in parte il prodotto di una
disposizione soggettiva dello stesso Loi. E per disposizione soggettiva
non intendiamo soltanto un'assunzione o scelta di metodo, ma una
disposizione mentale e morale dell'autore. De te narrat fabula: l'oggetto
di Bardane e sequestri è tanto la Sardegna tra tradizione e modernità
quanto Loi tra Talana e Cagliari.
Affermando ciò non intendiamo sminuire il significato e il valore del
contributo scientifico di Loi. Viceversa, nell'assumere se stesso, la
propria memoria e la propria esperienza, come luogo principale di verifica
non solo delle mille frottole sulla criminalità sarda e sulla Sardegna
interna sparate da scienziati sociali, scrittori e pubblicisti di varia
taglia, ma anche dei molti miti che questa parte di Sardegna ha coltivato
o si è lasciata crescere sopra, Loi sviluppa una vis critica e
demistificatoria di grande efficacia. E si possono condividere molte delle
assunzioni polemiche di "Bardane e sequestri".
Innanzitutto, il rifiuto di un'immagine statica e poveramente etnicista di
una realtà che vive invece appieno il processo lungo della
modernizzazione italiana tra Ottocento e Novecento, anche nella sua fase
fascista, quando nell'isola, come scrive Loi, si verificava "una più
generale presa di contatto con i ritmi e le direttrici della
modernità". Quanto ciò sia vero lo ha confermato un recente volume
sulla Sardegna nel regime fascista curato da Luisa Maria Plaisant.
In secondo luogo, il rigetto dell'idea di una costante
"resistenza" del mondo pastorale allo Stato, poiché i rapporti
tra le due realtà, nelle loro diverse contingenze storiche, vanno invece
letti alla luce di relazioni spesso pragmatiche, transattive e di mutua
convenienza. In terzo luogo, la messa in mora del topos di una comunità
pastorale tramata essenzialmente di rapporti di solidarietà e che anche
per questo agirebbe come un tutto nei confronti dell'esterno e dello
Stato. Mentre quella comunità è, viceversa, strutturata largamente su
lignaggi o gruppi di parentela o ereus che sanno anche valersi dello Stato
- o meglio della politica e delle istituzioni - nella loro lizza per il
controllo del territorio, degli uffici e delle altre risorse disponibili.
"La tentazione mai sopita - scrive Loi - di cercare nelle comunità
dell'interno ciò che non è stato rosicchiato dalla storia, ha impedito
per molto tempo di vedere l'ampiezza della loro dialettica con il contesto
regionale e nazionale, continuando a far parlare di universi mentali
arcaici anche dove c'era una oculata gestione di risorse".
la delinquenza d'area pastorale, in qualunque forma si esprima (abigeato,
bardana, sequestro di persona, assalto agli sportelli bancari e agli
uffici postali), radichi sempre in uno "specifico" tradizionale
o etnico di sardità, e che il suo tasso di modernità, o meglio di
"deviazione", "corruzione", "degenerazione"
(si pensi ai tanti "nuovi corsi" del banditismo sardo), vada
perciò valutato in rapporto ad una normalità delinquente che sarebbe
costitutiva dell'ambiente civile e culturale delle zone interne. È vero,
invece, che ogni forma ed ogni fase della delinquenza in Sardegna vanno
decifrate e comprese in un quadro di complessità che unifica l'interno e
l'esterno, il tradizionale e il moderno. Tra gli attori, ad esempio, del
sequestro Schild (agosto 1979) ci sono un "emigrato di ritorno col
vizio del gioco", un "bancario di carriera", un
"commerciante che aspira ad estendere il suo giro d'affari", un
"pastore che vuole comprare ettari di terre". Tutte figure che
condivideranno pure un "background comune", ma non sono certo
"sprofondate nel pastoralismo - nota Loi - né in un criminale
patologico separato dal contesto".
Va ancora segnalata la capacità davvero ammirevole di Loi di leggere le
"notizie" proposte dalle sue fonti giornalistiche non soltanto
per attingere gli eventi criminali che riguardano più direttamente il
filo conduttore della sua ricerca, ma per ricostruire, con efficacia,
interi contesti storici. Un leggere casuale e ironico in attesa di
"trovare" quel che gli preme di più, scorrendo intanto avvisi
pubblicitari e diffide, resoconti teatrali e telegrammi, cronache locali e
notizie dall'estero, per mettere a fuoco, con rara maestria, gli spiriti
di una specifica congiuntura storica e le pulsazioni di una trasformazione
della società sarda che procede in larga sincronia con quella in atto in
Italia, in Europa e nel mondo.
Il doveroso apprezzamento della fatica e del talento di Pierangelo Loi non
esime dal segnalare tre direzioni possibili di approfondimento del suo
scavo sulla criminalità sarda e sulle connesse costruzioni mitiche e
simboliche.
La prima riguarda la visione dello Stato, che non è più lecito assumere
quale entità in qualche modo metafisica (secondo il paradigma del gran
Leviathano), ma piuttosto quale articolazione o configurazione mutevole e
complessa di poteri istituzionalizzati e localizzati. In "Bardane e
sequestri" ci sono molte buone aperture in tale direzione, ma incombe
anche l'immagine dello Stato disciplinatore di Michel Foucault. Da qualche
tempo la microstoria va invece dimostrando che lo Stato non costruisce e
manipola soltanto, ma a sua volta "si fa fare", adeguandosi ad
esempio al gioco dei poteri locali.
La seconda direzione riguarda la necessaria verifica, sulla base della
documentazione d'archivio, dell'incidenza delle dinamiche d'ereu nel
controllo e nell'appropriazione delle risorse, da quelle fondiarie a
quelle giudiziarie, da quelle finanziarie a quelle amministrative e
politiche. Soltanto a partire da questo accertamento si potrà dare
maggiore consistenza di realtà a quella dialettica tradizione-innovazione
che altrimenti rischia di restare una mera ricorrenza discorsiva.
La terza direzione di approfondimento, infine, riguarda l'uso degli
archivi giudiziari, posto che il rendimento delle fonti pubblicistiche -
anche sotto il profilo "discorsivo" - è infimo rispetto a
quello dei materiali prodotti dal processo criminale. Lo mostra bene
"La casacca del re", il recente studio di Antonello Ruzzu sulla
criminalità di fine Ottocento nel Sassarese, che se ne vale in modo
sistematico. Se Loi vorrà uscire del tutto dal genere, diciamo,
autobiografico, per quanto coltivato con intelligenza di sociologo e di
semiologo, dovrà pure lui intraprendere questa strada.
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Gian Giacomo Ortu
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