In un saggio edito dalla CUEC Vanni Boni racconta i sardi in Perù. Capaci di scordare la lingua ma non le tradizioni della cucina isolana

Profumo di mirto in mezzo alle Ande

A poche settimane dalla Conferenza nazionale degli italiani all'estero, tenutasi a Roma lo scorso dicembre, è bello poter aggiungere alla produzione libraria sull'emigrazione dei sardi il saggio di Vanni Boni L'Isola nel Perù, integrazione e vita dei sardi tra il Pacifico e le Ande, fresco di stampa per i tipi della Cuec. Un libro che per un verso si iscrive nel filone degli studi sull'emigrazione cosiddetta "tecnologica", ossia quella dei tecnici e dei professionisti che si spostano per lavoro dal Nord al Sud del mondo. Qui però abbiamo a che fare anche con la coda della vecchia emigrazione: dei circa 200 sardi la cui presenza è stata riscontrata in questo paese ce ne sono persino di nati negli anni Venti.
L'autore ha scavato in queste vite trapiantate, mettendo in luce il rapporto tra l'emigrato, i suoi figli e il coniuge, il paese. Un libro che dà voce alle persone, con moltissime testimonianze dirette e che riduce ad un minimo le astrazioni e le tabelle di dati. Sono pochi i sardi in Perù e a malapena si potrebbe dire che formino una comunità, se non fosse per la presenza di un circolo che organizza attività comuni e occasioni d'incontro e di celebrazione delle feste tipiche della Sardegna. Essendo dunque il numero dei soggetti di studio così basso, è ovvio che l'interesse non si concentri sui caratteri di gruppo o su quelli dei flussi, quanto invece sulle vicende individuali e familiari, ricostruite sulle microstorie che gli emigrati hanno raccontato di sé.
Quando si va a vedere come e perché sono emigrati, è abbastanza scontato che non si ritrovi più lo stereotipo del lavoratore migrante costruito da sociologi e da economisti: molti invece affermano di aver cercato l'avventura, di aver voluto far fortuna e pensano a sé stessi come a degli Ulisse.
Danno un ritratto di sé come di persone intraprendenti che non si accontentano di un lavoro purchessia, ma che hanno un obiettivo più ambizioso e nel perseguirlo mostrano una forte dose di individualismo. Per tutti l'emigrazione era vista inizialmente come un soggiorno più o meno breve, che si sarebbe concluso con il ritorno.
Invece sono rimasti qui e oggi parlano della propria integrazione con la società locale, con i nuovi amici e parenti, con il coniuge. Nei loro discorsi c'è ancora molto di Sardegna, non la lingua, ma il ricordo, l'abitudine al cibo tradizionale, l'attaccamento alla famiglia, anche ai genitori sepolti nel cimitero di paese. Tornarci, è solo per le vacanze, poiché tutto è ormai cambiato e la gente anche lì vive secondo lo "stile americano". Allora, l'essere sardi si manifesta nel trasmettere ai figli una sardità fatta dei ricordi dell'infanzia, delle foto dei nonni.
Questo è anche un libro sul paese, sul Perù, dove colpisce la contrapposizione tra la società della metropoli e delle città costiera, i costeños, e quella del campo, della montagna, i serranos. Sullo sfondo delle vicende personali compare una società difficile, una metropoli immensa e estranea, anche se non pochi hanno affermato di aver trovato questo paese meglio di come lo avevano immaginato prima di partire. Dispersi in una superficie vasta dove i punti di aggregazioni sono rari, quasi tutti conducono quindi le proprie vite private indipendentemente dagli altri sardi e italiani, cosa che ha significato, almeno per gli uomini, un'integrazione più profonda. Viceversa le donne, il cui isolamento è aumentato dalle cure familiari, sono rimaste più chiuse nella cerchia parentale. Soprattutto a queste si deve che la dimensione familiare sia ancora il sistema di riferimento che mantiene almeno in parte la cultura nativa.
Maria Luisa Gentileschi

Vai alla scheda


 Torna su

© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana