Vanni Boni ha dedicato un libro agli emigrati in Perù

Sardi sognano l'Eldorado

E' un libro sui viaggi, sulla fuga, sul ritorno sognato ma spesso impossibile, è un libro di viaggi e una galleria di personaggi da romanzo, è tutto questo e non solo un saggio di scienza antropologica, il volume di Vanni Boni "L'isola nel Perù", edito dalla Cuec (222 pagine, 30.000 lire) che sarà presentato questa sera nella sede del Touring Club di Cagliari.
"L'Isola nel Perù" racconta storie vere di vita e avventura, di fuga appunto, di alcuni uomini e donne partiti in ordine sparso dalla Sardegna e non più ritornati, partiti per una terra lontana e sconosciuta, alcuni come classici migranti cercatori di buona sorte, altri per irrequietudine dell'anima, per rifiuto delle regole e dei ritmi occidentali, tutti perché a un certo punto hanno scoperto che dell'Isola, di stare confinati in Sardegna,"non ne potevano più".
- E' questo, secondo te, il filo conduttore delle storie che racconti nel libro: questo non poterne più della vita "normale", la necessità di tagliare i ponti con tutto e scappare lontano?
"Sì, questa è la frase che torna con più frequenza nelle interviste che ho realizzato tra gli emigrati: tutti loro, a un certo punto, hanno sentito che gli stava stretta la situazione in Sardegna e in Italia, i ritmi di vita, la pressione della società sull'individuo, e hanno deciso di partire, lontano, verso una meta esotica, o che in quel momento credevano tale".
- Quanto sapevano, al momento della partenza, del Paese verso il quale andavano? Come si sceglie di andare a tentare la sorte così lontano, e in un posto di cui poco si parla e si sa nel mondo occidentale? "La maggior parte, forse tutti gli intervistati, non sapevano quasi nulla del paese andino. Potrei dire che sono stati spinti da una frase, da un modo di dire: "Vale un Perù", che è poi un modo di dire che era stato degli spagnoli, vecchio di trecento anni e falso, basato sull'idea dei conquistadores che in quel paese, tra la selva, la sierra, in qualche punto della costa, in qualche posto sperduto vi fosse l'Eldorado, la città d'oro. Naturalmente non è mai stato così, non lo è stato nemmeno per i sardi".
- Sardi che però si sono integrati abbastanza bene, è così"?
"Per la maggior parte direi di sì. Nessuno è diventato più povero di quand'è partito, qualcuno ha fatto fortuna, solo pochi discendenti si trovano oggi in qualche difficoltà economica".
- Torniamo ai motivi che hanno spinto alla partenza: la voglia di cambiare, d'accordo, e poi?
"Potremmo dividere le partenze in due gruppi: uno comprendente chi è partito fino agli anni Settanta, e che sostanzialmente l'ha fatto per migliorare la propria situazione in Sardegna, una situazione in quel momento difficile, di crisi, di povertà diffusa. Poi la seconda ondata, quella di chi è stato mosso da voglia di cambiamento, dalla necessità di trovare una dimensione di libertà individuale, di ricerca di un luogo non contaminato, magari venendo influenzato da piccole cose come le canzoni degli Inti Illimani (come ha dichiarato qualche intervistato), pur essendo questo un gruppo cileno, o la voglia di aiutare un paese sottosviluppato".
- E cosa è stato di queste aspettative, all'arrivo in Perù?
"Molti stereotipi si sono rivelati essere tali, molte aspettative d'avventura e vita libera si sono rivelate eccessive. Gli occidentali hanno, in generale, l'idea di un centro e sud America quasi uniforme, mentre già da città a città, dalla costa all'interno, le differenze sono spesso enormi. Sulla costa del Perù, poi, l'idea di un paese di palme e sole deve fare i conti con la nebbia fitta che opprime la regione per dieci mesi l'anno".
- C'è stato anche chi è partito già ricco, per cercare di diventarlo ancora di più?
"Sì, i Larco di Alghero partirono nel secolo scorso, quando la giovane repubblica peruviana invitava i capitalisti europei ad investire nel paese. Erano quattro o cinque fratelli, già ricchi in patria, ma con capitali da far fruttare, con la voglia, si può immaginare, di trovare davvero "L'America". La loro fu la classica dinastia imprenditoriale che arriva da un paese occidentale, investe (e investe bene), vede moltiplicate le proprie fortune e non torna più indietro, si stabilisce nel paese d'arrivo".
- In cosa investirono i Larco?
"Acquistarono grandi appezzamenti di terreno da coltivare, latifondi di canna da zucchero, si occuparono di commercio. Victor Larco Herrera divenne un personaggio molto importante a livello nazionale: fu uomo politico e filantropo, fece costruire un'importante e bella piazza a Ciudad Trujillo, affrancò i lavoratori cinesi che lavoravano, in semi-schiavitù, nella sua "Azienda Roma", propose alle donne che vi lavoravano un patto, allo scopo di aiutarle e migliorarne le condizioni igieniche: quante fra loro si fossero tagliate i capelli, avrebbero ricevuto in cambio una macchina per cucire. Risanò anche un ospedale per malati di mente di Lima, dove i pazienti fino a quel momento erano stati trattati con sistemi e modi da santa inquisizione.
- Quali particolarità hai trovato, in generale, nell'emigrazione sarde in Perù rispetto a quella verso i classici bacini industriali del Nord Europa o degli Stati Uniti?
"La mia ricerca cominciava proprio da questo: volevo verificare il cliché dell'emigrante sardo che parte perché vuole lasciarsi dietro una situazione economica difficile, che porta con sé un bagaglio di nostalgie e ricordi, che fa gruppo con gli altri emigrati e tiene il più possibile stretti i legami con la terra d'origine. Ecco, mi sembra che alcuni di questi stereotipi siano appunto tali. I sardo-peruviani, per esempio, non hanno molti contatti tra loro, non hanno la tendenza a fare gruppo. Il legame più forte con la Sardegna finisce per essere, dopo qualche anno, quello che riguarda il cibo, la tavola: si cerca di fare la bottarga con pesci d'oceano, si cerca di mantenere l'usanza di pranzare tutti assieme, in famiglia, almeno la domenica. Molti perdono presto l'uso della lingua sarda, e la speranza, o il progetto, di tornare, prima o poi, a trasferirsi definitivamente nell'Isola".
- Che utilità può avere studiare così dettagliatamente l'emigrazione del popolo sardo nel mondo? "In Sardegna si parla molto, moltissimo, dell'Identità, fino a sfinirsi in dibattiti spesso sterili. Ecco, queste persone, gli emigrati che ho incontrato durante la ricerca, vivono l'Identità ogni giorno, confrontandosi con popoli diversi e con sé stessi, senza battaglie ideologiche, ma vivendo da sardi pur avendo lasciato l'Isola. Credo che guardare verso di loro ci possa servire a riflettere e capire meglio noi stessi.
Flavio Soriga

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