Eppur si muove!
Saggio sulle peculiarità del processo di modernizzazione in Sardegna
di Gianfranco Bottazzi
Ci sono scritti che inducono a riflettere, che stimolano consensi, che alimentano anche dissensi e che, in buone sostanza, non risultano "neutri" rispetto a quelli che sono i personali convincimenti del lettore. E che, quindi, sono benefici ed utili, in quanto aiutano a discutere ed anche a rivedere ed a confrontare opinioni e giudizi.
È questa l'opinione che si trae nel leggere l'agile ed articolato saggio che Gianfranco Bottazzi (ordinario di Sociologia economica nel nostro Ateneo) ha dedicato ai diversi aspetti in cui si è articolato il processo di sviluppo dell'isola in quest'ultimo mezzo secolo. Terreno d'indagine, invero, già ricco di molti ed interessanti contributi, ma che appare ancora aperto a nuovi ed approfonditi metodi d'analisi. Anche perché su molti aspetti s'è andati avanti più su banali stereotipi che su obiettive verifiche.
Data la caratura scientifica dell'A., questo saggio non può che apparire ricco di interesse soprattutto per le chiavi interpretative che offre su alcuni passaggi del tortuoso e complicato cammino compiuto dalla società sarda contemporanea verso i domini della modernità. Tra evidenti contraddizioni, forti ambiguità e ripetute turbolenze sociali.
Ora, nella lettura che Bottazzi fa del caso sardo ci sono quattro passaggi che, più di altri, sono parsi stimolanti per questo invito alla riflessione: innanzitutto il giudizio sulle condizioni socio-economiche da cui si è partiti nell'immediato dopoguerra; a seguire, l'identificazione d'un dilemma "vizioso" tra spinte industrialiste e propositi di terziarizzazione; ed ancora, l'analisi del peso sociale che la pastorizia brada ha avuto nel cambiamento, e, infine, le responsabilità di una borghesia come classe dirigente nell'economia e nella politica.
Per l'A. - che rilegge criticamente gli scritti di Paola M. Arcari sulla società sarda degli anni Cinquanta - le origini dell'arretratezza da cui la Sardegna cercherà di liberarsi con l'Autonomia e le leggi della Rinascita stanno proprio in quel bipolarismo insistito tra povertà e spopolamento, spopolamento e banditismo, miseria e denutrizione, scarsità di industrie e mancanza di manodopera specializzata.
Anche se questo quadro così drammaticamente negativo non appariva una specificità solo sarda, perché altre regioni, sia dell'Italia che dell'Europa continentale, non stavano meglio (anzi: il reddito pro capite dei sardi nel 1951 sarebbe per l'A. il più alto fra quelli del Meridione; ma il PIL, come misurato dalla Commissione "Rinascita", dava altre misurazioni).
C'è poi il discorso-chiave dello sviluppo regionale che è quello dell'industrializzazione. Della sua validità, dei suoi effetti, delle sue ambiguità. Bottazzi lo affronta incentrando l'analisi su due casi centrali: quello dell'industria mineraria e quello della petrolchimica. Ambedue emblematici in quanto incapaci di attivare un processo endogeno di cambiamento dalla ruralità all'industrializzazione.
Per le miniere l'incapacità sarebbe derivata dalla valenza forestiera dei capitalisti, di molti lavoratori e, ancora, dalla limitata capacità di socializzazione industriale che hanno svolto nei confronti delle popolazioni locali. Anche per la petrolchimica il giudizio ricalca pressappoco il precedente, con l'aggiunta che la scelta sarda per quegli investimenti fu più dettata dalla geografia (la centralità e gli spazi dell'isola mediterranea) che dalle convenienze locali (ma non sarebbe il caso, ora, di rileggere quelle vicende con minore tasso d'ideologia dato che al petrolio, ritenuto di destra, sono andate, non solo in proporzione, minori risorse pubbliche di quante impegnate nel
carbonsulcis, etichettato di sinistra?).
In questa inefficacia delle scelte industriali per produrre la diffusione d'una "cultura industriale" s'annida il vincolo di quella terziarizzazione dell'economia che Bottazzi definisce "drogata", e che produce, nell'isola, un'economia più di sostentamento che di produzioni.
Infatti la Sardegna ha un equipaggiamento di servizi sociali (scuole, ASL, poste, uffici pubblici, ecc.) pari o simile a quello di altre regioni continentali (specie del Nord-Est) mentre continua ad avere una capacità autoproduttiva (di reddito e, quindi, di tributi) nettamente inferiore. Ed il risultato è che gli addetti della Pubblica Amministrazione sul numero di abitanti sono percentualmente fra i più alti del Paese.
C'è poi il nodo della "questione" della pastorizia, in un'isola che ha, dopo la Nuova Zelanda, la più alta concentrazione di capi ovicaprini per chilometro quadrato (ben 187). Con un tasso di crescita, nell'arco d'un cinquantennio, che porta le greggi sarde a quadruplicarsi nonostante una delle grande "incompiute" della programmazione regionale risulti proprio - come sottolinea l'A. - la costituzione di un "monte pascoli". Con un uso smodato del territorio da parte della pastorizia brada.
Bottazzi si rende conto di quanto pesi nell'isola l'etichetta di "antipastoralista", ma ritiene che nessuno debba dimenticare che il reddito (e l'occupazione) di un ettaro destinato a coltura è ben maggiore a quello di un ettaro a pascolo (anche perché non bisognerebbe escludere il pericolo d'un embargo USA sul pecorino c. d. romano ma sardo d'origine).
C'è, infine, il passaggio dedicato al ruolo - ed alle responsabilità - della borghesia, come classe dirigente nell'economia e nella politica. Che appare, rispetto ad altre realtà territoriali, fortemente squilibrata sul lato della sfera pubblica (ove graviterebbe oltre il 50 per cento della società sarda e della sua struttura cosiddetta produttiva).
Ed è poi questo, se ben pensiamo, il vincolo più forte per la rincorsa verso la modernizzazione, perché portato ad esaltare i valori
dell'autoconservazione su quelli dell'autopromozione. Con un distacco dalla dinamicità che dovrebbe contraddistinguere ogni ambiente produttivo che Bottazzi sintetizza efficacemente nell'espressione "già vengo! domani" (con ciò intendendo, con l'uso dell'avverbio, il senso occasionale dell'impegno). Tanto da far ritenere che si sia conquistata più una modernità dell'apparire che dell'essere. Con una pre-modernità del sistema produttivo opposta ad un'apparente modernità della società civile (nei consumi, negli atteggiamenti, nei vizi, ecc.).
Al termine, Bottazzi affronta quel dilemma ottimismo-pessimismo (sul futuro dell'isola) che, pur sfuggendo a valutazioni più legate ad impressioni soggettive che a misurazioni oggettive, non può essere ignorato. Vedendo dietro l'angolo il grosso pericolo rappresentato da quell'apatia, quella sfiducia e quel disimpegno che si diffondono a macchia d'olio. Per questo, dice l'A., ho inteso lanciare con questo saggio un appello all'ottimismo, racchiudendolo nella frase emblematica di "eppur si muove"!
a cura di Paolo Fadda
pubblicata sul numero 1/2000 di Sardegna Economica