Una Sardegna in bilico tra pastori e Internet

Il volume di Gianfranco Bottazzi, "Eppur si muove! ", saggio sulle peculiarità del processo di modernizzazione in Sardegna (edizioni Cuec), sarà presentato oggi, alle ore 17, nell'aula magna della facoltà di Scienze politiche in viale Sant'Ignazio a Cagliari. Il volume sarà presentato, alla presenza dell'autore, da Anna Oppo, Giangiacomo Ortu, Tore Cherchi. Coordina la discussione il giornalista Giacomo Mameli.

La società sarda non solo è "moderna", ma addirittura "post-moderna", in quanto ne possiede i tratti caratteristici. Secondo Gianfranco Bottazzi, i segni di questa società che sembrano tradizionali, non di rado, sono «in realtà un connubio perverso di tradizione postmoderna». È una delle tante suggestioni, talvolta vere e proprie provocazioni, che l'autore ha sparso tra le pagine del suo ultimo libro al quale ha dato un titolo da fare invidia al De Rita più ispirato: Eppur si muove! (Cuec editore, Lire 22.000).
Secondo l'autore, soltanto riconsiderando gli ultimi cinquant'anni anni di storia della Sardegna, quelli che hanno determinato la modernizzazione, è possibile capire «molte delle attuali difficoltà della società sarda». Già dalla premessa si comprende che l'autore finirà su di un terreno insidioso, non solo per la varietà di opinioni sull'argomento, ma soprattutto perché implica giudizi a tutto campo sulla attuale società sarda, sui suoi soggetti, sulla politica, sul costume.
Gianfranco Bottazzi si cimenterà, rischiosamente, in questi giudizi, spogliandosi persino degli armamentari di sociologo dell'economia, ma lo farà solo dopo una rigorosa analisi del cambiamento avvenuto in Sardegna nell'ultimo mezzo secolo. A partire dalla malnutrizione e dall'arretratezza del dopoguerra, ma presentando dati che ridimensionano l'idea drammatica dell'essere i più poveri d'Europa. Espone le cifre sulla disoccupazione degli ultimi 50 anni, ma ancora una volta dimostra che in realtà l'occupazione è cresciuta in maniera significativa e che la disoccupazione, contrariamente a quanto spesso affermato, non è la conseguenza di una crisi dell'apparato produttivo, ma è determinata, prevalentemente, dall'ingresso di nuovi soggetti, soprattutto donne, nel mercato del lavoro. Disoccupazione della cui misura però dubita, e noi con lui e più di lui, per la presenza di un'economia sommersa e di lavoro irregolare. Emerge, nel complesso, la realistica immagine di una Sardegna che si mantiene sempre un poco al di sopra delle condizioni socio-economiche del sud Italia anche se non guadagna terreno nei confronti dell'Italia ricca.
Nell'arretratezza iniziale trovano fondamento alcune delle attuali distorsioni perché, secondo l'autore, è la debolezza della struttura che ha fatto, per alcuni versi, della Sardegna una facile preda della speculazione. Così come la marginalità a lungo subita, ha consentito a sua volta la conservazione di risorse che oggi, a cominciare dal turismo, potrebbero rivelarsi una risorsa.
Scava a fondo l'autore, anche in materia di industrializzazione, e andando controcorrente ridimensiona, dati alla mano, la stessa influenza che l'attività mineraria del Sulcis-Iglesiente avrebbe avuto in Sardegna, «senza apprezzabili conseguenze all'esterno se non nell'immaginario collettivo e nelle leggende regionali». Ricorda, tra l'altro, i dati di una presenza abnorme di lavoratori non sardi che a Carbonia giunsero a rappresentare circa la metà degli abitanti. Si arriva, in ogni caso, all'avvio di una industrializzazione avvenuta con tempi e modi diversi da quelli programmati dal Piano di Rinascita, che viene soffocata quasi sul nascere, prima ancora che venga compiuta. Nel frattempo è arrivata la modernità e si osserva la diffusione di modelli "globali" che vedono coinvolte soprattutto le nuove generazioni. Il peculiare ruolo della pubblica amministrazione, lo squilibrio tra reddito prodotto e consumi, sono solo alcune delle tante facce del prisma che l'autore rigira tra le dita.
Gianfranco Bottazzi racconta tutto ciò con semplicità, pur confrontandosi sempre con i modelli teorici della sua disciplina, tentandone una verifica empirica nel tempo e nel luogo che ha scelto per la sua indagine.
Ma quel tempo e quel luogo non sono stati scelti casualmente. Quando arriva il momento delle conclusioni ci si avvede che lo scenario muta radicalmente. I presupposti, solidi come macigni, rimangono, ma l'autore non è più il sociologo che assiste dall'esterno e misura gli avvenimenti. È un emiliano, con le sue radici, che entra in scena e che diventa parte di ciò che descrive, rivelando che la Sardegna, questa Sardegna, è il luogo della sua esperienza. In un certo senso Bottazzi paga il suo debito con il luogo dove ha realizzato la sua carriera di docente e di ricercatore diventandone un abitante.
E lo fa con un atteggiamento tutt'altro che retorico. Rivela, in maniera diretta, la sua insofferenza per i cartelli stradali crivellati dai proiettili, per quanti promettono «già vengo» e non arrivano mai, per tante altre situazioni che non comprende o non ammette. E si arrischia, sul filo del rasoio ma non senza convincenti argomentazioni, sulla convenienza individuale ed i limiti collettivi della pastorizia, anche se non comprendo perché sarebbe inconciliabile con lo sviluppo del turismo. Spiega perché «per sbaglio» un'Europa diversamente orientata abbia finito per incentivare una pastorizia che non avrebbe valenza positiva. E si imbatte sugli stereotipi, sulla presunta "mentalità" dei sardi quale fattore del ritardo di sviluppo. Li rifiuta, eppure li ammette, quando in agili esemplificazioni mette a nudo comportamenti virtuosi e comportamenti negativi sul fronte imprenditoriale.
Giunge a toccare i temi sacri quando si chiede perché la tradizione, che in altri contesti ha costituito un supporto per la modernizzazione, in Sardegna, invece «sembra aver rappresentato e continua a rappresentare soprattutto un ostacolo». Ed il suo giudizio appare severo nel criticare, senza attenuanti, la specificità vissuta di volta in volta in chiave di lamentazione o in chiave di orgogliosa rivendicazione.
Ma non vilipende la storia, che giudica «assolutamente fondamentale per capire il presente». Ammette che «ai sardi è stata strappata la loro lingua», ma ricorda che ciò è avvenuto in molte regioni, e si chiede «perché i sardi parlino la loro lingua meno di quanto non facciano i veneti o i calabresi»
Discretamente dissacra radicate convinzioni, perché in definitiva il giudizio sulla funzione della tradizione (nel senso di come è vissuta o enfatizzata in Sardegna), è negativo. Tuttavia quando si imbatte nella "costante resistenziale" di Lilliu, mostra rispetto, criticando semmai «la volgarizzazione e l'uso disinvolto che di tale tesi si è fatta»; tenta, così, di tenere insieme tradizione e modernità, identità e globalismo. «La Sardegna è nella morsa tra il pastore ed internet. La scommessa è come tenere insieme il pastore, o chi per esso, e internet, senza vendere l'anima».
Quando il sociologo si spoglia del suo armamentario, e coraggiosamente va oltre la rigorosa tecnica che informa gran parte del saggio, quando accetta di confrontarsi con la nudità della passione, qualche affermazione può risultare opinabile.
Ma è proprio questo navigare a vista, questa immediata esposizione di sensazioni, questa passione («mi colpisce, nella Sardegna di oggi, una diffusa stanchezza, una sorta di rassegnata apatia e di sfiducia che porta al disimpegno») che fa di questo saggio, già apprezzabile per la solidità dei ragionamenti, un'opera di straordinario interesse.
È curioso. Gianfranco Bottazzi, pare voler stemperare il tema dell'identità (e per alcune esasperazioni ha pure ragione), e invece tutto il suo saggio dimostra il contrario, e cioè che l'identità (in questo caso la sua, e che radici!) è il punto d'osservazione imprescindibile per l'analisi e, aggiungerei, per la conseguente azione.
Ma il saggio si presta anche ad un'altra lettura, confusa tra le righe e le tabelle, che probabilmente costituisce il vero messaggio che Gianfranco Bottazzi intende lanciare, appassionatamente, alla società sarda. L'autore, citando Giacomo Mameli, richiama in apertura ed in chiusura del suo lavoro il ragionamento delle cosiddette profezie che si autorealizzano. E fa l'esempio di un crac bancario annunciato che, proprio per questo, fatalmente si realizza.
Ebbene. Credo che Gianfranco Bottazzi, ostentando un ottimismo neppure sempre giustificato, fustigando gli atteggiamenti remissivi, scovando esempi di "buona pratica", ribadendo che lo sviluppo è possibile e che dai sardi dipende, non faccia altro che diffondere una "buona" profezia sperando proprio nell'effetto di autorealizzazione.

Gianni Loy