Occupazione e sviluppo nei Sud: la Cuec pubblica un libro in francese col contributo dell'Ue
L'eterno alibi, il terreno tipico des lamentations si habituelles dans le Sud, cioè della lagna, delle lamentele così consuete nel Sud di ogni parte del mondo? Può anche essere, ma è bene andarci cauti con la generalizzazioni e osservare alcune realtà.
Iniziamo con la Spagna, partendo dal corso inferiore del Guadalquivir. Siviglia, capitale andalusa, è a cinquanta chilometri dalla frontiera portoghese ma per arrivare nell'Algarve con i mezzi pubblici bisogna scapicollarsi in peripli, tornare a Madrid e poi passare da Lisbona. E che dire della Sardegna, un'isola che rivendica oggi la continuità territoriale così come avveniva cinquant'anni orsono, quando stava per nascere l'Autonomia? Chi può andare da Sinnai ad Assemini, con pullman o treni, senza passare da Cagliari? Succede di peggio, forse, in Macedonia, punto estremo dell'Unione europea che si affaccia sul Medio Oriente. E l'alta disoccupazione della Languedoc-Roussillon nonostante il dinamismo della sua economia? Insomma: quale significato assume essere - anche geograficamente - ai margini, ai bordi di un campo dove il gioco è moderno, scattante, fatto di tecnologie e di denari che girano?
Attorno a questi interrogativi, e alla constatazione dell'eterna insufficienza delle «infrastrutture» - dai trasporti alle telecomunicazioni, dalla scuola alla sanità - si snodano le 405 pagine di un volume pubblicato col contributo della Commissione europea e stampato interamente in lingua francese dalla Cuec di Cagliari, col titolo Emploi et développement en Europe du Sud, Occupazione e sviluppo nel Sud d'Europa. Un riconoscimento importante per la piccola casa editrice sarda che ha festeggiato il suo battesimo in lingua straniera con una copertina tratta dal volumeColori di Sardegna: su uno sfondo grigio-blu, con le stelline dell'Europa, c'è una gru che cerca di sollevare un nuraghe. (Recentemente la Cuec ha pubblicato un altro libro, bilingue, italiano e inglese, dal titolo Paesaggio in Sardegna, storia, caratteri, politiche, di Gloria Pungetti, ricercatrice presso il Centro europeo di conservazione della Natura a Tiburg in Olanda, studi a Cambridge sulle aree rurali).
Lo sviluppo nel Sud d'Europa, allora. Il libro contiene gli atti del seminario che si era svolto a Cagliari nel novembre del 1995, quando si cercava di ipotizzare scenari per un nuovo sviluppo analizzando le indicazioni contenute nel libro bianco -Croissance, compétivité et emploi - dell'ex commissario Jacques Delors. Le regioni sono quelle già indicate: l'Algarve in Portogallo, l'Andalusia in Spagna, il Languedoc-Roussillon in Francia, la Macedonia centrale in Grecia e la Sardegna in Italia. Tutte regioni periferiche, di «non passaggio», con infrastrutture carenti, con la ricchezza al di sotto almeno di 25 punti della media europea, dove le donne con salario sono l'eccezione, dove il lavoro nero è diffuso non poco.
Tutte regioni - come scrive nell'introduzione Gianni Loy, direttore del Centro studi di relazioni industriali dell'Università di Cagliari - che hanno «un tessuto sociale e culturale specifico, prodotto di una storia che le ha viste marginali e dipendenti in rapporto al centro motore dello sviluppo economico nell'Europa centrale e in quella del Nord».
Al cuore del problema va Gianfranco Bottazzi, preside della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Cagliari, docente di Sociologia economica e coordinatore della pubblicazione. Per uscire dai guai, non propone una ricetta esclusiva, una sola via. «Sono necessarie per tutte le regioni del Sud, dei Sud, politiche integrate, pensando che ogni tipo di intervento dev'essere a sua volta considerato per le capacità insite di creare altre sinergie». Ma dando fiato alla fantasia, alla creatività perché «bisogna essere in grado di scoprire, valorizzare le proprie specificità, i giacimenti di occupazione. Occorre soprattutto avere più coraggio, più consapevolezza della necessità di intraprendere politiche in linea con lo sviluppo locale».
Passiamo alla pratica. In Sardegna è evidente che il turismo è una grande risorsa: ma non lo diventa se non si crea tutt'attorno quel «bacino» in grado di essere «al servizio» del turismo stesso. Che senso economico ha avere i turisti se gli stessi comprano i cestini made in Singapore anziché quelli confezionati a Flussio o a Castelsardo? Che senso economico ha vedere le spiagge sarde invase e deturpate, se poi i visitatori consumano bistecche che arrivano d'Oltralpe, spaghetti che sbarcano da Parma, salumi che vengono importati dalla Baviera? Insomma: il turismo - che è una delle vie dello sviluppo integrato - deve essere solo cemento, case su case, oppure opportunità di crescita economica complessiva?
Ancora: il turismo dev'essere sole e mare lungo le coste, oppure deve far penetrare introiti e cultura anche nelle zone interne ed essere così fenomeno economico e sociale diffuso?
Soffermandoci ancora sulla Sardegna c'è da considerare che fino a ieri l'isola (avendo una ricchezza pro capite del 75 per cento sulla media europea) rientrava tra le regioni del cosiddetto Obiettivo uno, cioè tra quelle più fragili economicamente. Adesso - ci dice l'Eurostat - la Sardegna è passata a quota 80, quindi è cresciuta, e perciò rischia di avere meno attenzioni monetarie da parte di Bruxelles.
E allora? «Allora - dice Bottazzi - occorre aguzzare l'ingegno, darsi da fare, anche se il dato dell'80 per cento dovrà essere consolidato. Avremo ancora ossigeno europeo per diversi anni ma è evidente che se prima c'era un'urgenza di sviluppare politiche locali adesso è ancor più pressante».
Lo stesso accade per le altre regioni prese in considerazione. Nel libro ne parlano diffusamente Maria Letizia Pruna, Giorgio Pisano, Sergio Lodde, mentre Paolo Piacentini si sofferma sulla «flessibilità necessaria».
Gli altri contributi sono di Angelo Baglio, Manuel Delgado Cabeza, Lina Gavira Alvarez, Ricardo Escudero, Francisco Gonzales Turmo, Rosa Quesada, Mario Caldeira Dias, Colette Fourcade, Stéphane Michun, Iannis Drossos, Helen Louri ed Emilio Reyneri. Tutti intenti a capire che cosa ci sia da fare per lo sviluppo delle regioni dei Sud d'Europa. E tutti convinti che lo sviluppo ha bisogno di infrastrutture ma non potrà che essere «locale».
Giacomo Mameli