Sebastiano Brusco: «La programmazione e il credito per valorizzare le risorse locali»

La ricetta anticrisi? Ha un nome: più competenze

Le cifre dell'economia sarda sono più o meno statiche, fisse, chiunque e comunque governi: disoccupazione in altalena dal 22 al 19 per cento, Pil che cresce o decresce in forme modeste, poca industria, ridotta presenza manifatturiera, consumi sempre superiori alla media di tutto il Mezzogiorno, eccetera. Se lei fosse contemporaneamente, oltre che presidente del Banco di Sardegna, anche presidente della Regione in quali settori incanalerebbe le risorse? Perché risorse ce ne sono e tante ne sono state sprecate. La prima cosa da fare qual è?
«Potrei rispondere: la prima cosa da fare è portare in Sardegna delle competenze. O meglio: portare in Sardegna competenze serie, forti, di grande qualità. Forse si può osservare che questa attività di immissione delle competenze nel tessuto produttivo si fa a livelli molto alti, come in Sardegna è successo con il Crs4. Queste competenze stavano lì, in via Nazario Sauro a Cagliari. Ma nel Crs4 non c'era alcuno che insegnasse a fare l'imprenditore, c'era semplicemente della gente che insegnava a capire come girano certi meccanismi, qual è la logica necessaria per fare certe cose. Ora da lì, da quel meccanismo competente è uscito non solo Renato Soru, non solo Luigi Filippini, ma tutta quella serie di imprese e impresine che a Cagliari creano prodotti nuovi: sono fondamentalmente software che hanno accesso al mercato nazionale e al mercato europeo o, addirittura, al mercato mondiale. Queste cose nascono dal fatto che lì, al Crs4, con la presenza di Carlo Rubbia, s'era creato un nocciolo duro di competenza che poi ha dato o comunque darà frutto. Questo è un esempio importante di cose che si possono fare. Si possono fare cose simili non solo nella new economy ma anche nella old economy. Dopo tutto resta vero che perfino la petrolchimica ha lasciato dietro di sé dei nuclei di competenza che paradossalmente non sono connessi con la chimica ma con la costruzione degli impianti, perché quel tipo di petrolchimica è stata soprattutto costruzione di impianti.
- Era edilchimica e polichimica: grandi cantieri, assunzioni gonfiate e clientelari negli impianti parastatali, solo oggi la Sardegna ha un po' di chimica vera.
«E dovrà puntare sempre più sulla specializzazione e sulla ricerca. Ma quanto sto dicendo si ricollega a quanto dicevo prima: attorno al turismo è cresciuta una fetta rilevante di economia sarda perché ha usato le competenze dei costruttori che si sono piegate sino a diventare altro, nel senso che hanno cominciato a costruire ma poi, anziché costruire case per i residenti, hanno costruito un altro tipo di case, però la competenza c'era.
E la competenza delle donne - che allora era solo quella di offrire cura alle persone - che è stata piegata in altra direzione, ma quella competenza, quel saper fare c'erano. Oppure torniamo al Crs4. E di esempi ce ne sono tanti altri. Si può citare il vino, anche se qui il modello è diverso: hanno cominciato a lavorare persone come Giacomo Tachis, il Turriga ha cambiato la faccia della viticoltura e dell'enologia sarda cogliendo le competenze esterne convocate da Conegliano Veneto. Credo che le banche e la Regione debbano stare attente a questo tipo di cose. Credo insomma che sia molto utile attirare in Sardegna un'attività che porta e che poi innesca competenze, che insegni processi produttivi nuovi pur dando origine a un numero inizialmente limitato di posti di lavoro».
- Come possono convivere la old economy di Serafino Pinna e la new di Renato Soru?
«La risposta più semplice è che Serafino Pinna e tutti gli industriali sardi del formaggio potrebbero vendere attraverso Internet. In realtà ci sono molti pezzi della old economy - penso alle boutique alimentari, ai tour operator, ai servizi turistici veri e propri - che possono usufruire in vario modo della rete. Ma il senso della domanda è certo più profondo: e si ricollega alle competenze, perché se oggi la old economy - la produzione di beni materiali - non è allo stesso tempo new, non è più neanche economia, perché diventa asfittica.
In ogni settore produttivo dell'isola - è lapalissiano - occorrono le competenze: nel commercio, perfino nell'artigianato, e così via procedendo. Il pastore dovrà credere nella qualità del latte, convertirsi al vero biologico, idem per l'agricoltore».
- Torniamo al turismo. Certo, va visto come industria turistica, oggi tutti in Sardegna ne sono convinti. Ma occorre puntare sul turismo di élite come è andato dicendo a Nuoro Dominick Salvatore («Dovete avere solo turisti ricchi, perché loro portano i soldi, li spendono e vi comprano il tappeto di Nule, gli altri, la massa vi sporca il territorio e basta»), oppure dobbiamo portare gente comunque e da dovunque. E poi: come coinvolgere anche le zone interne dell'isola?
«Sono due domande in una: quale tipo di turismo catturare e come si fa a coinvolgere le zone non costiere. Gli effetti positivi di un turismo di buona qualità sono evidenti. Il turista che sceglie la Sardegna spende più del turista italiano medio che va in vacanza, è un turista che cerca cose diverse da chi va a Rimini o Cesenatico. In questa fascia c'è una porzione alta che è ricca, che fa ed esporta immagine. Questa fascia è una sorta di formidabile agenzia spontanea di sviluppo turistico basato sul passaparola. Noi dobbiamo andare avanti su questa strada. Si può certo pensare a una utilizzazione diversa degli alberghi, all'allungamento della stagione, a fasce di turisti diversi per censo e per età. A me pare insomma - e la regola non esclude l'eccezione - che la Sardegna, nel turismo, abbia trovato una collocazione del tutto ragionevole.
In Sardegna sono cresciute professionalità che hanno acquisito competenze alte. Queste presenze turistiche hanno avuto - come effetto - la creazione di grandi imprese alberghiere che tendenzialmente le statistiche nascondono. Ci sono degli operatori turistici, e non penso al Nord dell'Isola ma ad alcuni della costa ogliastrina o della Baronia, i quali nelle statistiche non compaiono nella loro dimensione reale perché il più delle volte emergono spezzettati nelle varie società in cui un gruppo è composto. Invece sono operatori turistici di alto spessore, nazionale e internazionale, capaci di contrattare in grande, ad altissimi livelli. Per tornare alla domanda: mi sembra che questa fascia tra il medio, il medio-alto e l'alto sia quello che si confà all'isola. Se poi ci mettiamo il problema di come dirottare, o portare, almeno una porzione di questo turismo nelle cosiddette zone interne i problemi sono diversi. Intanto anche nelle zone interne - e alcuni casi sono estremamente validi - le competenze di alto profilo ci sono da tempo. Ma occorre anche creare un clima generale che accetti il turismo, che accolga il forestiero, che lo faccia sentire a suo agio. Ma è un problema che coinvolge anche alcune città, Cagliari esclusa. A Sassari e Nuoro, a Tempio e Macomer, a Oristano e Iglesias, si vive una stagione di grandissimo mutamento, queste città si spopolano, sono tendenzialmente in decadenza non solo demografica, non c'è un assetto coeso, stabile, leggibile che riscuota il consenso di chi le abita e di chi ci lavora. All'interno non si sa se il rapporto tra pastori e contadini sia risolto o no. Torno alle città dove si vive in una situazione instabile, la vecchia capacità di produrre merci - non di venderle - in qualche modo è venuta meno, se non a Cagliari. Le coste, dal canto loro, stanno crescendo vorticosamente. E allora? La ragione per cui portare il turismo all'interno è complicato può dipendere certo da alcune ragioni sociali, ma la verità che non piace sentirsi dire è che l'assetto sociale dell'interno non è tale da riscuotere consensi e non è né pacifico né calmo neanche per coloro che lo vivono. E poi? Che fa il turista in un paese dell'interno, fatte alcune lodevoli eccezioni? Se io vado a caccia e ritrovo regolarmente pugnalate le gomme della mia auto, volete che io diffonda il messaggio-calamita di cui parlavamo prima? Quali paesi o città sono in grado di offrire un pacchetto completo per un soggiorno? Competenze quindi, ma anche tranquillità, predisposizione favorevole verso il turista che chiede solo di poter trascorrere vacanze serene».
- Lo sviluppo della Sardegna e il ruolo delle banche in generale e del Banco di Sardegna in particolare.
«Il Banco di Sardegna è, tra tutte le banche che operano in Sardegna, quella che fa maggior numero di prestiti ad operatori economici piccoli. Questa attività è un'attività che il Banco di Sardegna fa con grande impegno, che assorbe una quota di risorse enormemente più alta di tutte le altre banche. Le altre banche sono molto liete di abbandonare questo settore perché è tendenzialmente più difficile. Credo certamente che le banche possono avere un ruolo per favorire lo sviluppo. E dirò, per stare a casa mia, che sia necessaria una politica creditizia diversa da parte del Banco. Ma si dovrà coniugare anche con una politica regionale diversa. Vi è l'esigenza che la Regione in qualche modo costruisca - ovviamente non solo col Banco ma con qualunque istituto di credito che svolga i compiti, propri di una banca locale, di sollecitazione allo sviluppo - un rapporto complicato, di cui occorrerà individuare i percorsi e i caratteri, ma che metta comunque la banca locale nelle condizione di poter perseguire l'obiettivo duplice e contraddittorio di cui ho parlato più volte: garantire agli azionisti profitti adeguati e lavorare a fondo per solecitare lo sviluppo endogeno e la crescita delle energie locali».