In libreria, edito dalla Cuec, il volume di Sergio Bullegas che riscopre l'opera certosina di un frate col gusto del teatro
Esterzili è una manciata di case su una montagna sassosa. Se si voltano gli occhi verso il monte di Santa Vittoria si parla direttamente con Dio, ma se si guarda giù, dove il vallone è più scuro, sembra di arrivare alle porte dell'inferno. E forse sono state proprio questi due opposti punti di vista che hanno formato nella testa di Fra Antonio Maria quelle singolari visioni che hanno spinto il frate secentesco a scrivere le sue sacre rappresentazioni.
Un raffinato ricercatore
Se ne è parlato l'altro giorno nel piccolo centro posto al confine fra Ogliastra e Barbagia. L'opera omnia del fraticello è stata curata dal più raffinato fra i ricercatori di Storia del teatro che abbiamo in Sardegna, Sergio Bullegas. Un intellettuale che si occupava di sardità quando tutti avevano la puzza al naso. A tal proposito preferisco citare quasi testualmente quanto proprio a Esterzili ha raccontato nel corso della presentazione del volume l'amico Ottavio Olita, giornalista Rai ed intellettuale vero (non come i tanti sedicenti che scalpitano negli ambienti editoriali). «Bullegas - ha detto Olita - pescava da solo nel mare della sardità e veniva deriso da tutti. Soprattutto dall'accademia della quale fa parte. Oggi in quel mare tutti fanno man bassa, e hanno scoperto che si tratta di un mare pescosissimo».
La battuta non è stata lanciata così a caso. È consequenziale a un discorso assolutamente preoccupante. Pensate che Fra Antonio Maria da Esterzili è il maggior drammaturgo in lingua sarda della storia. Avesse scritto - tre secoli fa - nelle lingua più in voga dei suoi tempi, cioè spagnolo o italiano, le sue opere farebbero bella mostra di sè nelle antologie italiane o spagnole, un poco al di sopra di Metastasio e un poco al di sotto di Cervantes.
Queste due nazioni hanno avuto la fortuna d'avere dei critici letterari che erano orgogliosi della propria letteratura, mentre i nostri (fatte le debite anche se rare eccezioni) hanno avuto invece tratti più beduini, portati al nomadismo culturale che li ha spinti a ricercare lidi sconosciuti piuttosto che la terra nella quale sono nati.
Si pensi che il miglior libro su pastori e contadini sardi non è stato scritto da un sardo figlo di pastori e contadini, ma da un francese, Maurice Le Lannou, quasi mezzo secolo fa. E così il miglior trattato sociologico sulla Barbagia - oltre all'incomparabile opera di Antonio Pigliaru sul codice barbaricino della vendetta - da un "continentale", Franco Cagnetta con i suoi Banditi a Orgosolo. Le migliori ricerche antropologiche sulla Sardegna sono state realizzate da tre non sardi: Ernesto Di Martino, Alberto Maria Cirese e Clara Gallini. Pochissimi i sardi che si sono occupati a buon livello di studi sulla Sardegna: preferivano studiare i dervisci o i nomadi, Pirandello o Svevo.
In un panorama così umiliante, si può immaginare per quale motivo la Sardegna abbia dimenticato del tutto un artista della sensibilità di Fra Antonio Maria da Esterzili, mirabile autore della passione di nostro Signore Gesù Cristo. Un drammaturgo che è stato capace di calare nella realtà dei paesi isolani il dramma del Redentore, riuscendo a spiegare ai più umili come la tragedia del figlio di Dio sia la stessa tragedia dei figli dell'uomo.
La presentazione di quest'opera (vi ha partecipato, oltre a Olita, anche il professor Francesco Floris) ha toccato toni elevatissimi di confronto. Ci si è chiesti per quale motivo non siamo stati in grado, noi sardi, di recuperare l'orgoglio della nostra storia culturale trasferendo su altri il peso delle nostre radici.
L'opera di Fra Antonio Maria - edita dalla Cuec in un imponente volume - è emblematica. E non solo nella sostanza, ma per le modalità stesse atraverso le quali è venuta alla luce. E' stato necessario trovare innanzitutto un ricercatore un po' folle, che tiene conto dell'essenza delle cose più che delle note a margine, tanto care agli accademici (i quali sperano bastino queste per conquistare una cattedra). E poi anche un editore coraggioso, la Cuec, che ha investito denari su un libro necessario ma certamente non di facilissima vendita.
Faccio una piccolissima premessa. Se le cose culturali della Sardegna fossero gestite in modo serio a tutti i livelli - scuole, enti locali, pubbliche amministrazioni - il libro su Fra Antonio Maria dovrebbe diventare obbligatorio in tutte le scuole come uno dei testi sacri della nostra letteratura nazionale.
Innanzitutto cerchiamo comunque di raccontare il metodo di lavoro seguito da Sergio Bullegas. Egli ha preso le opere di Fra Antonio Maria, le ha spogliate, disgregate e raccontate pezzo a pezzo, all'interno di un continuum narrativo che unisce il grande rigore filologico e analitico alla capacità emozionale. Bullegas da un lato vive con sentimento profondo le opere che descrive, dall'altro lato riesce a utilizzare tutto il freddo distacco del critico di professione.
Chi era fra Antonio Maria? La sua storia è avvolta dal mito, è occultata dall'oblio dei secoli. Si sa solo dall'eponimo che è nato a Esterzili in pieno fulgore spagnolo. Da giovane è diventato frate e si è trasferito a Sanluri dove pare abbia vissuto per circa mezzo secolo. Sembra che la sua vita sia stata segnata da una innominabile situazione personale nella quale si sarebbe trovato (questioni di donne, probabilmente, o similari vicende) e che lo avrebbero tenuto ai margini della vita ecclesiale.
Nessuno sa se fosse innocente o colpevole, se si trattava di realtà o di terribili voci ordite ai suoi danni per limitarne l'ascesa. Sappiamo però che le sue opere ebbero nei suoi tempi una grande notorietà e moltissimi brani delle sue tragedie sono state poi tramandate come pezzi di poesia popolare.
Dopo la sua morte su questo personaggio e sulla sua opera è calato l'oblio. Oblio dovuto non a carenze letterarie ma esclusivamente alla lingua usata, il sardo. Una lingua che serviva per poter parlare alla gente col linguaggio materno senza usare l'odiata lingua dei conquistatori, lo spagnolo, l'incomprensibile latino oppure il troppo raffinato italiano.
Opere teatrali in sardo, si diceva, per poter ri-narrare al popolo la corretta esistenza di Gesù Cristo, liberandola dai fraintendimenti della riforma potestante. Una controriforma alla sarda, quindi, che si affidava alla duttilità della limba piuttosto che alle torture di Torquemada. Ed è proprio qui, sostengono alcuni (Olita, ma anche Francesco Floris e lo stesso Bullegas), che potrebbero essere nati i problemi personali di fra Antonio Maria.
La severità del clero sardo
Potrebbe darsi - e non c'è nulla che lo esclude - che l'eccessiva libertà d'espressione, il gusto popolare della scena sacra, la familiarità fra Cristo e il popolo possa essere stata considerata rivoluzionaria dal clero sardo dell'epoca. Perché la lingua, il senso popolare, la vicinanza alla gente sono sempre esperienze rivoluzionarie, che sconvolgono i rapporti di forza precostituiti ormai da troppo tempo.
Leggete con attezione questo volume e accettate una scommessa con me. Questa è solo la prima parte di un'opera più complessa che Sergio Bullegas intende realizzare su Fra Antonio Maria. Perché da questo libro bellissimo resta al lettore il piacere e la voglia di leggerne il seguito. Nel quale si scoprirà in che modo il clero sardo ha reagito alla rivoluzione della passione sarda di nostro Signore.
Ma per ora noi sardi dobbiamo dire grazie a Sergio Bullegas, che ha riscoperto un mito ormai sepolto della drammaturgia sarda e gli ha ridato quell'importanza che lo stolto e stupido provincialismo nel quale i nostri intellettuali ci hanno costretto a vivere, le aveva tolto.
Antonangelo Liori