La storia del piccolo centro in un libro di Gian Giacomo Ortu

Burcei. Il paese sul crinale

C'è, nel «Giorno del giudizio», questa bella osservazione: «Il pastore non ha nulla a che fare con il contadino. Il pastore appartiene alla dinamica della vita. il contadino alla statica. La differenza fra il pastore e il contadino è che quello conduce una casa che cammina, questo una casa che sta ferma. Se per l'uno la terra sulla quale vendemmia ed ara è il fine, per l'altro è solo uno strumento». La verità, osserva Gian Giacomo Ortu, è che nella Sardegna tradizionale di pastori e contadini puri non ce ne sono molti, e che la fungibilità tra le due attività è la norma nella gran parte dell'isola. «Anche sotto questo profilo - aggiunge - Burcei sta sul "crinale" della separazione relativa di due mondi e di due stili di vita».
È una delle interpretazioni (l'altra rimanda anche ad una collocazione topografica) del titolo che Ortu ha dato ad uno dei suoi saggi più recenti: «Il paese sul crinale» (Cuec Editore). Dell'oggetto della ricerca da conto il sottotitolo: «Gruppi di eredità e formazione della proprietà (Burcei, 1655-1865)».
Il 24 maggio 1692 Giacomo Ortu, procuratore del duca di Gandìa, conte di Oliva, marchese di Quirra eccetera, prende possesso del villaggio, distrutto e spopolato, di Burcei. E anche se, come dice Ortu (Gian Giacomo), nella Sardegna feudale nessun villaggio scompare mai del tutto, è una vita nuova che si va rapidamente condensando nel sito che era stato già occupato una cinquantina di anni prima. Tutt'intorno, del resto, questo pezzo di paesaggio fortemente vallato fra Sinnai, settimo e Villasalto (che saranno i popolati rifondatori) è già occupato da tutta una serie di cuilis con cui l'attività pastorale (e insieme contadina, perché c'è una sopravvivenza da assicurare) prende possesso della terra. Nel 1698 ci sono già 34 «fuochi» di allevatori-agricoltori, cioè intorno a centocinquanta persone, che ormai stanziano stabilmente sulle terre cussorgiali: saranno cinquecentottantatre nel 1808. Cominciano ad emergere le prime famiglie «principali», i Frigau Lussu e i Pisu Piccioni, cui seguiranno i Satta, gli Zuncheddu e altre famiglie che intrecceranno interessi e destini con matrimoni di parenti così ravvicinati da avere spesso bisogno della dispensa ecclesiastica: fra il 1750 e la fine del secolo undici matrimoni su cento sono fra consanguinei, nei primi quarant'anni dell'Ottocento trentuno matrimoni su cento hanno bisogno della dispensa.
Si formano così gli ereus, di cui Ortu segue con raffinata sagacia le vicende e gli arricchimenti. S'ereu, spiega Ortu, «non è la parentela in generale e neppure quella di sangue, ma piuttosto un gruppo di parenti, consanguinei e affini, rispetto a ciascun coniuge, costituito dalle aspettative di eredità»: insomma, un vero «istituto» su cui si regge non solo l'economia ma la vita stessa del paese. Alcune cussorge di Burcei appartengono oggi agli stessi ereus che le controllavano fra fine Seicento e primo Settecento e non di rado ne portano il nome.
È un'economia povera, naturalmente. Ma all'interno di questo universo abbastanza chiuso (ma che ogni tanto dirama verso Villasalto, Sinnai e Selargius, dove si spostano membri delle famiglie più grosse) una «socialità davvero dura» - come la definisce Ortu - attiva dinamiche che vanno dalla pratica del furto in campagna ad un «mercato conflittuale delle donne» sino ad episodi di sangue che, bisogna dire, sono solo 14 nei primi cinquant'anni dell'Ottocento. Davvero pochi per la Sardegna di allora, pure se questi delitti crescono, come in tutta la Sardegna del tempo, quando le leggi che daranno vita alla proprietà privata «perfetta» (dall'editto delle chiudende, 1820, all'abolizione degli ademprivi, 1865) fanno salire il contenzioso per il possesso e l'uso della terra. Dopo aver ricostruito le vicende del villaggio e della sua economia, Ortu rimette insieme anche la genealogia delle 19 famiglie più importanti, dai primi fondatori sino ai prinzipales dell'Ottocento (i Malloru, i Concas, i Monni e i Tolu). Non ci vuole molto a dire che nessun paese, in Sardegna, ha oggi un così nitido e nutrito racconto della propria storia. In cui il puro dato documentale è continuamente collocato nel contesto di una vicenda in cui tutto, gente, terra, lavoro, capre e buoi, pascoli e campi poveri, tutto si tiene.
Ortu va predicando da tempo l'importanza della storia locale. E fortunatamente sta anche fornendo esempi di come essa vada praticata: per toglierla non tanto alla minuzia degli eruditi di villaggio, che hanno sempre i loro meriti, ma all'idea che basti allineare dati e copiare pazientemente i Quinque libri della parrocchia per fare la storia della propria piccola patria. In realtà, i saggi di Ortu fanno venire ogni tanto l'idea che a scrivere questa storia «piccola» occorra il possesso di una esperienza storiografica perfino più affilata di quella che s'impegna sulla cosiddetta «storia maggiore». L'importanza di questo libro, che si può immaginare quanto possa e debba essere importante per Burcei, sta proprio qui: che ci sono tanti paesi, in Sardegna, che aspettano di vedere applicato alle proprie vicende il preciso modello che Ortu esemplifica in questo libro.

Manlio Brigaglia