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L'Unione Sarda 10-11-12 aprile 2002
Le tappe urbanistiche nell’Isola
Quali sono state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani, esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere che venivano realizzate. La Sardegna è un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e Antonello Sanna in La città ricostruita. Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì). Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’urbanistica in Sardegna.
Mc.M.
L’utopia delle città giardino "Dopo l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città". Così Corrado Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p. 403). Il
giudizio riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato
ancora troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza
di tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma
certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli
anni. Liberando le spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno governato il tradizionale popolamento del territorio. Il progetto dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione, programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto. Scavando nel mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a farci apprezzare le loro qualità. Sarebbe
difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri
fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo,
neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella
che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché
costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo
stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di
necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la
sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della
ricostruzione. Alcune esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione (anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche, dell’ideologia al potere prima della guerra. Significative le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per piano). L’invenzione
della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di ballatoio,
è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini
"intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo
artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema
distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti portanti
realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come fece
Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana,
composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani, come
segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli edifici,
rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella medesima
direzione. Nel caso della lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista, culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland). Anche
a Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene
realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del 1933
di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria,
costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella linea
delle coetanee esperienze del dopoguerra. Si ritorna quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera, in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo piano di ampliamento di Carbonia. (1 - continua)
Quando Cagliari ricostruì la via del commercio A
Cagliari il problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza
di Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre
ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la
più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla
costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie dell’antica
fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di reinventare lo spazio
sacro da parte del progettista. Allora fu il miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro. L’edificio
della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data all’architettura,
durante il ventennio, nel rappresentare l’istituzione, per parlare con
la voce del potere dello Stato. L’ingresso centrale sottolineato da
poderosi stipiti, il grande basamento in cantoni di granito a bugnatura
accentuata, la verticalità sottolineata dal taglio delle finestrature, la
fitta serie delle stesse al piano alto come coronamento, danno la misura
dell’intenzione. Questo serrato dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua capacità progettuale. Costruito su un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della storia. Non
si può negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello
sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento,
sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf
Loos). Non altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della traversa. Vascellari ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari), proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola però in qualche formalismo. Poco distante, sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55) di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni (purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico con il rosa delle trachiti della muratura). Meno appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello (1949-1950). Anche
sul fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante,
e importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da
Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma.
Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel quartiere
di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova architettura, disegna
un intervento che rompe con la tradizione dell’allineamento sul fronte
strada, dell’isolato a blocco, del primato dell’impianto urbano che a
Cagliari, nelle zone di espansione, ricalca ancora gli schemi della città
ottocentesca. Libera è noto a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali. (2 - continua)
Idee nuove in periferia Ultima
parte del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo
dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città
ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione sarda
dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da Lino, da
Alessandra Casu e Antonello Sanna. Il palazzo è la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei tempi. A Bosa invece, nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la destinazione degli spazi interni. Quasi un abaco di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego di doghe in legno per ombreggiare). Una sorta di regional style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto (suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato insieme a Marco Zanuso,. E’ doveroso ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit. Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città, l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico, comincia a realizzare strutture a destinazione turistica. Numerosi alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli nel mondo. Dice
Richard Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e
insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva
ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare, formato
secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua sensibilità e
della patria di origine. Linguaggi che opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare. I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo però nella direzione della ricerca di una nuova regola. Sempre
a Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo
Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove
sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico
(emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi
città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con
una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea,
attua quel programma su una scala ridotta. L’esperienza maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di fabbrica. I
corpi scala sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto,
la loro rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti
interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in
mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature
strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai
vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una
gradevole compenetrazione di interno ed esterno. Alla fine di questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna, bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa, della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò. Sul numero 74 della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel mondo. L’edificio sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città, nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari alta". Efficace la descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana, a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento. In
forme però completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni,
con la maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici
cerniere, quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in
calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in
vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e
Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a
Milano. (3 - fine)
Aldo Lino
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