L'Unione Sarda 10-11-12 aprile 2002

 

Le tappe urbanistiche nell’Isola

 

Quali sono state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani, esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere che venivano realizzate.

La Sardegna è un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e Antonello Sanna in La città ricostruita. Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì). Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’urbanistica in Sardegna.

 

                                                                                                                        Mc.M.

L’utopia delle città giardino

"Dopo l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città".

Così Corrado Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p. 403).

Il giudizio riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato ancora troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza di tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli anni.
Abbandonate le velleità di costruire la nuova città in forma compiuta, come ideale concretizzazione di un’organizzazione sociale progettata nel sogno della qualità e della perfezione formale, quasi senza soluzione di continuità rispetto alla città dell’Ottocento, ci si lascia trasportare dalle mutevoli condizioni della natura e della socialità umana.

Liberando le spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno governato il tradizionale popolamento del territorio.

Il progetto dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione, programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto.

Scavando nel mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a farci apprezzare le loro qualità.

Sarebbe difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo, neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la città fu reinventata: estese porzioni di territorio sono state ripopolate con la fondazione di nuove città. Dopo la guerra, (negli anni cinquanta), erano le città sopravvissute (e il territorio con loro) a ritrovarsi a confermare la necessità della loro esistenza come luogo di costruzione della vita futura
L’entrata in guerra dell’Italia interrompe e modifica le strategie degli insediamenti nelle nuove città fondate durante gli anni del regime fascista. Se si fa un’eccezione per Arborea (che a case fatte aveva da fare la terra, e soprattutto il mercato dei suoi prodotti), Carbonia continuava ad assorbire spinte insediative consistenti, Fertilia vedeva completato il suo centro urbano proprio negli anni a ridosso del 1950.

Alcune esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione (anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche, dell’ideologia al potere prima della guerra.

Significative le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per piano).

L’invenzione della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di ballatoio, è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini "intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti portanti realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come fece Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana, composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani, come segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli edifici, rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana Francesco Saverio Muratori ha l’occasione di completare, con il fabbricato della chiesa, l’impianto urbano della cittadina con la definizione della grande piazza sul lato est. Intervento realizzato nel rispetto delle ipotesi di piano iniziali, ma con l’impiego di quel linguaggio nuovo, fatto di forme leggiadre, tese ad alleggerire e a smaterializzare gli elementi strutturali della fabbrica, forme e linguaggi che caratterizzarono questo periodo della produzione architettonica.

Nel caso della lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista, culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland).

Anche a Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del 1933 di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria, costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella linea delle coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è interessante l’esperienza dei Sottsass a Iglesias che con il loro Villaggio operaio del 1949, inaugurano una felice stagione di presenza in Sardegna, che li vedrà attivi anche a Quartu Sant’Elena, ad Arborea e nella stessa Cagliari. L’intervento progettato e realizzato ad Iglesias è un nucleo autosufficiente, proprio secondo la tradizione delle fondazioni, comprendendo, oltre agli alloggi, le scuole, le strutture per lo svago e il tempo libero, negozi, bar e ristoranti, la chiesa e tanto verde che permette un ombreggio diffuso, visto che "le famiglie operaie non possono evacuare nei mesi estivi ".

Si ritorna quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera, in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo piano di ampliamento di Carbonia.

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Quando Cagliari ricostruì la via del commercio

A Cagliari il problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza di Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie dell’antica fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di reinventare lo spazio sacro da parte del progettista.
Questa costruzione offre in realtà gli spunti più convincenti nelle soluzioni adottate per lo spazio interno, segnato dal generoso intreccio delle nervature in calcestruzzo dell’aula, dalla rarefazione del segno nello spazio presbiterale cupolato, dal profilo articolato del piano del pavimento: una bella virtù dettata dalla necessità di accompagnare col nuovo gli spazi sottostanti del complesso medioevale. Meno efficace sembra essere invece il suo inserimento urbano, dove i diversi elementi con i loro affacci esterni (scalinata, torre campanaria, facciata, cupola e corpo della biblioteca del convento), dialogano con difficoltà tra di loro e con il contesto, pur essendo comunque pregevoli per il raffinato trattamento materico delle superfici, in continuità e in contrapposizione con le superfici delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di ragionamento fuori dalla mischia dei temi consueti, favorevole a quel "disgelo" rispetto ai rigori disciplinari e ideologici del ventennio che gli anni Cinquanta sembrano auspicare. La bella immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo della Chiesa Cattolica, Milano 1958) restituisce efficacemente il ruolo ricoperto da queste esperienze sul terreno delle forme costruite, oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività edificatoria nel largo Carlo Felice, centralissima strada di Cagliari. Questa grossa arteria continua a costruire la sua immagine di centro amministrativo e direzionale, sulla linea della trasformazione della città da piazzaforte a città mercantile e di commercio, avendo all’orizzonte il mare e la libertà di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo la costruzione della Banca Commerciale, della Camera di Commercio (su progetto di quel Luca Beltrami che ideo tra le altre cose anche la sede del Corriere della Sera a Milano), e l’insediamento del Banco di Napoli nel Palazzo Devoto, di fatto esaltavano il nuovo ruolo di questo spazio urbano di fronte al porto. La coppia di edifici della Banca d’Italia e della Banca Nazionale del Lavoro, su progetto dei romani Foschini e Del Debbio, edificati al posto del vecchio mercato, emulano con la loro presenza gli altri due edifici ottocenteschi di Luca Beltrami.

Allora fu il miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro.

L’edificio della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data all’architettura, durante il ventennio, nel rappresentare l’istituzione, per parlare con la voce del potere dello Stato. L’ingresso centrale sottolineato da poderosi stipiti, il grande basamento in cantoni di granito a bugnatura accentuata, la verticalità sottolineata dal taglio delle finestrature, la fitta serie delle stesse al piano alto come coronamento, danno la misura dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del Lavoro, che con sottili lesene continua a dare la trama verticale dei partiti di facciata, privilegia la presenza dei vuoti sulla linea orizzontale, sottolineata anche dal brise-soleil che sembra proiettare il piano di facciata in avanti sulla terza dimensione.

Questo serrato dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua capacità progettuale.

Costruito su un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della storia.

Non si può negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento, sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf Loos).
Poco distante lo stesso Badas si comporta in modo più prudente e, forse costretto dalle particolari dimensioni del lotto a disposizione, affaccia l’edificio del negozio Costa Marras (fine anni Cinquanta) su una traversa del Largo, offrendo a quest’ultimo il fianco. Questa è comunque un’occasione che Badas sfrutta magistralmente per mettere in evidenza il suo amore per l’artigianato, non secondo certo a quello per l’architettura. Lo stretto affaccio sul Largo ospita infatti delle decorazioni ceramiche di Giuseppe Silecchia: l’architettura si afferma nel dubbio e lascia il campo all’ornamento (che non è più delitto).

Non altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della traversa.

Vascellari ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari), proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola però in qualche formalismo.

Poco distante, sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55) di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni (purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico con il rosa delle trachiti della muratura).

Meno appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello (1949-1950).

Anche sul fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante, e importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma. Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel quartiere di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova architettura, disegna un intervento che rompe con la tradizione dell’allineamento sul fronte strada, dell’isolato a blocco, del primato dell’impianto urbano che a Cagliari, nelle zone di espansione, ricalca ancora gli schemi della città ottocentesca.
La sua città giardino, nelle maglie più larghe di uno standard più generoso, si pone come momento innovativo rispetto alla coeva edilizia economica e popolare, potendo interpretare la città in maniera meno intensiva. La felice disposizione urbanistica, l’aspetto esteriore sobrio, la curata distribuzione interna, sono i pregi principali di una prassi progettuale, che fa proprie le ragioni del funzionalismo." (F. Masala, in "Arte, architettura, ambiente", n. 1, anno 2000).

Libera è noto a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali.

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Idee nuove in periferia

Ultima parte del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione sarda dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da Lino, da Alessandra Casu e Antonello Sanna.

Ad Oristano ha occasione di affrontare un tema importante l’architetto Vico Mossa, studioso riconosciuto dell’architettura domestica tradizionale, con un edificio che gli consente di cimentarsi con un’altra delle ambizioni di quegli anni, lo sviluppo in altezza. Su una pertinenza della vecchia cinta muraria, a fianco della torre giudicale di Mariano, dirimpetto alla grande Piazza Roma, sorge il palazzo Sotico, testimonianza notevole di quella ansia di crescita e di ricerca di un nuovo centro che, nel dopoguerra coinvolge anche Oristano.

Il palazzo è la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei tempi.

A Bosa invece, nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la destinazione degli spazi interni.

Quasi un abaco di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego di doghe in legno per ombreggiare).

Una sorta di regional style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto (suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato insieme a Marco Zanuso,.

E’ doveroso ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit. Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città, l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico, comincia a realizzare strutture a destinazione turistica.

Numerosi alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli nel mondo.

Dice Richard Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare, formato secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua sensibilità e della patria di origine.
A Sassari troviamo all’opera Fernando Clemente che sembra seguire, in Sardegna, le orme di quel Piero Bottoni che tanta parte ha avuto per lo sviluppo dell’architettura a Milano. Oltre i suoi grattacieli, oltre le sue università e ospedali, ci porta a questa convinzione la sua attività nelle campagne e nelle periferie, che sono i veri teatri del sociale in questi anni ricchi di speranze. Il quartiere di Latte Dolce, progettato da Fernando Clemente, Enrico Mandolesi, Mario Fiorentino e altri, è una palestra di formazione di questo gruppo di giovani architetti e di sperimentazione dei nuovi linguaggi.

Linguaggi che opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare. I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo però nella direzione della ricerca di una nuova regola.

Sempre a Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico (emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea, attua quel programma su una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una piazza, una piazza coperta, come denunciano chiaramente gli elementi architettonici più importanti: le nobili pilastrate interne rivestite di marmo bianco venato e divisi in due da un "bassofondo", che li percorre per tutta l’altezza rendendoli immateriali, pilastri che inclinano la loro linea verticale a una certa quota e sembrano non sostenere la copertura in liste di legno accostate, che quasi galleggia nello spazio come elemento sospeso e con una morbida linea.

L’esperienza maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di fabbrica.

I corpi scala sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto, la loro rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una gradevole compenetrazione di interno ed esterno.
Il taglio degli alloggi è medio-piccolo, tanto che oggi i residenti stanno via via recuperando superfici utili proprio da queste logge. Questo fatto dimostra come gli standard che erano ottimali cinquanta anni fa si rivelano purtroppo insufficienti rispetto agli attuali bisogni.

Alla fine di questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna, bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa, della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò.

Sul numero 74 della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel mondo.

L’edificio sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città, nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari alta".

Efficace la descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana, a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento.

In forme però completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni, con la maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici cerniere, quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a Milano.
Il palazzo della Società Elettrica Sarda idealmente conclude con positiva ambizione il percorso faticosamente iniziato dall’architettura in Sardegna con la ricostruzione. Percorso che, comunemente e correntemente, viene ancora oggi giudicato in maniera negativa. Ma come abbiamo visto, fra le campagne aggredite dalla città che cresce con assordante gracidar di rane, si è sentito molto spesso il canto dell’usignolo.

(3 - fine)

 

Aldo Lino

 

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