La Nuova Sardegna 1 dicembre 2002

Il mito dell'assemblea, cuore del movimento

Qui sotto un brano del libro: "Siamo stati concrezioni epocali, come conchiglie"

Pubblichiamo qui sotto un brano tratto dal libro di Pietro Clemente "Triglie di scoglio - Tracce del Sessantotto cagliaritano" (Cuec, 152 pagine, 8 euro), che sarà presentato a Cagliari dopodomani, martedì, alle 17,30 nella nuova aula magna della facoltà di Lettere e Filosofia. Alla presentazione interverranno, insieme all'autore, Cristina Lavinio, Luciano Marrocu e Jacopo Onnis. Parteciperanno Eugenio Testa e Roberto e Serra. Coordina Paolo Lusci.
Il libro racconta gli anni tra il 1964 il 1973 tra MIlano, Cagliari e Siena. E' il racconto di una stagione politica irripetibile, sono storie di giovani ribelli che, come triglie di scoglio, non si sono troppo allontanati nel mare aperto. "Anche noi - scrive Clemente - fummo concrezioni epocali come le conchiglie e le spiagge del Poetto, forse mettendo l'orecchio sul mio cuore si sarebbe potuto sentire il rumore del mare, come una conchiglia. Agimmo, questo ci affascinava, ma agendo fummo agiti da un tempo, abbiamo meno colpa di quanto si cerchi di dare, meno meriti soggettivi di quanto si cerchi di assumerne. C'è voluto molto pensiero per fare una rosa. Noi eravamo rose. L'assemblea era una rosa il cui bocciolo aveva dentro di sé l'attesa, il mito, il sogno, il lavoro, la mente di generazioni".
Clemente è nato a Nuoro nel 1942. E' ordinario di Antropologia culturale nella facoltà di Lettere dell'Università di Firenze. Si è occupato di vari aspetti della cultura popolare, di museografia e beni culturali, di realizzazione di musei, di problemi teorici dell'antropologia, di problemi come l'immigrazione e le identità etniche.

La Cuec pubblica "Triglie di scoglio", un libro sul '68 tra Milano, Cagliari e Siena

scritto da Pietro Clemente

Abbagliati da una grande luce

"Ricordo, ma non so se sia vero, era un'altra vita allora"

Un racconto denso di storie e di personaggi Il volume sarà presentato a Cagliari martedì nell'aula magna della facoltà di Lettere

di Pietro Clemente

Ricordo, ma non so se sia vero - era un'altra vita la mia di allora - che il '68 si impresse nei miei sogni e desideri già un anno prima nel parlamentino studentesco cagliaritano nel quale ero stato eletto, l'ORUC (Organismo Rappresentativo Universitari Cagliaritani). Era una giunta abbastanza vivace di centro-sinistra presieduta da Giorgio e con lui c'era Gavino. Erano loro a riportare dal mondo, anche se con un certo disagio, avendo scelto d'essere nei partiti tradizionali (Dc, e Psi), i segnali iniziali e diffusi della forma assembleare che stava emergendo dalla politica studentesca. Si affermava un nuovo stile della politica e dell'impegno sociale, vivace e creativo, cercavamo già di incarnare il senso e i modelli di una nuova vita che si annunciava.

Sapevamo già di sit-in, di cortei e blocchi del traffico, avevamo già l'esperienza dell'audacia nel manifestare: Capitini ci aveva detto che non è un vero cristiano chi non ha mai avuto i carabinieri in casa, e noi, non sdegnosi di quell'immagine eroica, volevamo essere veri cristiani solo in quel senso. Prima ch'io tornassi da Milano, Capitini era stato influente a Cagliari nell'ambito di alcune iniziative pacifiste e nel '63, senza saperlo, ne ripresi il percorso con il Map, già qui si definivano forme di azione e di intervento dal basso, un'esigenza di radicalismo, iniziative che venivano da noi e non da altri ulteriori livelli della politica. Allora non ho, non abbiamo mai atteso che qualcuno dicesse cosa fare o non fare, dopo successe e non a pochi: ma si era entrati nell'era geologica dei "gruppi extraparlamentari", li creammo o li accettammo e ne fummo schiavi.

Il Psiup (Partito socialista di unità proletaria) era una nave scuola di libertà. Leggevamo Basso e Gramsci dei Consigli. Quando ascoltai nell'Oruc che aria tirava nel mondo studentesco italiano, intuii che quello sarebbe stato il mio modo di essere studente. Le cose apprese assumevano senso fuori dai libri, oltre i difficili inizi di incontro psiuppini con gli operai cagliaritani pochi e scettici e oltre i deludenti inizi al seguito di sindacalisti la cui pratica essenziale era quella della contrattazione. La politica di routine mostrava solo cinismo e retorica, ovvero pragmatismo e analisi strategiche.

I quadri funzionariali, nel sindacato e nei partiti, nell'area socialista che frequentammo, davano a noi l'impressione di persone di esperienza, o di grinta, di solido pragmatismo e di solide parentele; scampate a lavori faticosi, o alla disoccupazione, si gestivano questo privilegio con un gusto talora fastidioso. Anche questo un modo di accedere a fronte alta ai consumi della modernità di ceti tradizionalmente esclusi, ex minatori, artigiani di paese, figli di contadini con la scuola elementare.

I congressi nazionali erano occasioni di racconto, si viaggiava in nave con i biglietti dei parlamentari e si cercava di rendere il viaggio luogo di eventi di cui parlare, chiacchierare, vantarsi. Da un lato i racconti dei compagni di mezza età della fase lussiana e non, racconti di donne e di storie o particolarità sessuali. Dall'altro esperienze di giovani seri e taciturni, come Antonio mio compagno di cabina, che mi lasciò in custodia la valigetta mentre andava in giro per la nave: c'erano dentro una salsiccia secca e un pezzo di pane. Io ero con questi giovani seri, per una nuova età della politica. I più grandi raccontavano delle imprese con puttane all'albergo e poi votavano le correnti al congresso seguendo ordini di scuderia, noi creavamo il panico per la nostra imprevedibilità nel voto. Ma c'era qua e là qualche rapporto di stima e d'amicizia. Eravamo bassiani, foani, libertiniani, diverse espressioni della politica che esprimevano soprattutto differenti stili di vita, tutte cose che non andavano bene ai dirigenti sardi tardolussiani.

Ero nella sala scura, in fondo, lontano dal tavolo della presidenza; il luogo era la sede dell'Organismo Rappresentativo Universitario Cagliaritano in via Roma a un primo piano, volevano coinvolgerci in giunta ma noi, io, eravamo cocciutamente antigovernativi.

Avevamo avuto, come studenti, alcune umilianti sconfitte in una fase di politica delle piccole cose: il telefono nell'atrio, la cogestione. Un preside rispose negando le richieste e sottolineando i "solecismi" della lettera del rappresentante degli studenti; noi più estremi pensammo "vendetta, tremenda vendetta". Vi garantisco che non era meglio allora, quando un uomo serio, onesto, importante come Lilliu, poteva - da preside - rispondere così alla lettera di un rappresentante degli studenti. È stato meglio per tutti, e forse non si poteva altrimenti, che sia cambiato, che siano cambiati loro, come poi siamo cambiati anche noi. Lo dico per me stesso e per i conti che faccio sempre con Cirese, professore di laurea e maestro di studi, che di quel tempo agito è un sistematico detrattore e si sente colpevole di troppe responsabilità. Doveva esser così.

Poi ci si può rammaricare di altre e negative conseguenze e io lo faccio. Costi della democrazia. Sentii quella subita da Ignazio, il nostro rappresentante, come un'umiliazione che avrei contribuito a far scontare ai professori.

In quella poca luce di una casa cagliaritana antica, sentii qualcosa come la chiamata di un destino possibile, l'etichetta di quel destino era la parola "assemblea".

Il sogno che faceva venire a cadenza le mie ricerche di me stesso, da Milano dove avevo - infante con papillon - creato una serata di recita di testi poetici sulla resistenza spagnola, a Cagliari dove avevo creato un gruppo di recita di poesie mai giunto al debutto e il Map, il nostro mitico Movimento d'Azione per la Pace: avevamo chiesto a Londra i simboli, giunti mesi e mesi dopo, ma bellissimi (Save Our Souls in codice, bandiera a vista e una sorta di omino con le braccia aperte a triangolo). Per il Map l'esperienza di famiglia di Giuanniccu ci fu indispensabile. E in via Cugia imparai da lui modi di essere nella politica intelligentemente diversi da quelli di sua madre Joyce e di suo padre Emilio Lussu. Ho imparato più da lui allora che da Emilio. Solo molti anni dopo ho recuperato gli insegnamenti del padre. I compagni di classe di Giuanniccu avevano una grande venerazione e solidarietà per questo gracile e lungo compagno silenzioso e imbarazzato, che veniva da Roma e viveva con molta autonomia.

Per questa classe del Dettori di mio fratello Carlo nella quale c'era anche Piergiorgio, più piccoli di tre anni di me, scrissi anche una poesia antiamericana: in occasione dei missili a Cuba la polizia fece davanti al Dettori caroselli impressionanti sui marciapiedi (avevo visto a Milano il luogo dov'era stato ucciso il giovane Ardizzone) dove stavano questi ragazzi della terza C, la mia stessa ex classe, che non lottava più per il riscaldamento e la festa delle matricole, ma era ormai capace di sentire la sintonia di un'onda che traversava il mondo.

Naturalmente i missili c'erano a Cuba, e noi ci formavamo delle coscienze un po' ignaramente faziose, su questo ha ragione Cirese, ma c'era una grande luce e noi avevamo una energia irrefrenabile.

Le grandi luci talora nascondono alla vista, accecano, non è detto detto che facciano vedere meglio. Tutto ciò, ma anche gli amori non capiti, i primi esami, le amicizie nella casa di primo sposato (e in municipio), le incomprensioni, la mia distrazione egocentrica, chi capii e chi non capii mai, i misteri delle donne, della giovinezza e della vita che rinunciavo a comprendere, tutto ci maturava come un grumo di coscienza destinato a ingrandirsi in quello spazio chiaroscurato, in via Roma, di cui non ricordo il tempo.


Pietro Clemente


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