Le insidie dell'"identità"
La presentazione del libro di Costantino Cossu 
suscita dibattito su violenza, mafia e tradizioni

SASSARI. Non è facile qui a Sassari, da qualche anno, avere dibattiti di buon livello come quello suscitato ieri, nel palazzo della Provincia, dal libro di Costantino Cossu "Sardegna la fine dell'innocenza" (Cuec). Temi fondamentali qual è il rapporto tra identità e progresso o tra mafia e cultura della violenza, sono stati i sassi che hanno contribuito ad agitare lo stagno della rassegnata decadenza cittadina. Il libro di Cossu, capo servizio delle pagine culturali della Nuova Sardegna, raccoglie nove inchieste compiute dal giornalista e pubblicate su Diario, il settimanale di Enrico Deaglio, dal 1998 al 2001. Un filo conduttore tessuto con il metodo interpretativo, le scelte di campo culturali e politiche, oltre che con lo stile e il linguaggio, estende queste inchieste dalla categoria (anch'essa dignitosissima) dell'effimero giornalistico fino a quella del consumo solitamente più riflessivo che si fa dei saggi. Gli articoli si fondono e assumono struttura omogenea, aiutati in questa metamorfosi anche dall'introduzione dello scrittore Salvatore Mannuzzu. Il quale polemizza con l'autore, con la diffidenza verso l'identità, con le sue convinzioni sulla quinta mafia sarda, con l'identificazione tra reazione (al progresso) e tradizione. Temi che - qui costretti in una necessaria sintesi che li banalizza - in quelle inchieste e nel dibattito di ieri, sono emersi nei loro importanti risvolti. La mafia, ha a esempio chiarito Cossu, non esiste certamente nell'interno dell'isola, dove però la cultura della violenza, che si poggia su un certo modo di intendere e vivere "tradizione" e "identità", è una diga contro civiltà e progresso. Ma - ha aggiunto il giornalista - alcune situazioni metropolitane, il taglieggiamento di tanti industriali e un certo flusso di denaro nelle coste offrono senz'altro l'immagine di una situazione premafiosa. Una provocazione, quella di Cossu, costruita anche con battute del tipo "Ai tempi dell'editto delle chiudende io sarei stato dalla parte dei sabaudi che ci sparavano contro", ma anche una coerente linea di pensiero ben spiegata da questa affermazione: "Il mio punto di vista è quello del meridionalismo democratico, purtroppo sempre meno frequentato, che propugna cambiamenti profondi in nome del progresso".
I relatori, coordinati dal giornalista Rosario Cecaro, erano Manlio Brigaglia, lo stesso Mannuzzu e il giornalista Angelo De Murtas. Brigaglia ha spiegato il rifiuto della mitizzazione del passato, i rischi di strumentalizzazione dell'identità denunciati da Cossu nel suo libro. Aggiungendo che si può più o meno condividere, più o meno essere pessimisti, ma che è importante osservare come queste inchieste siano un esempio sempre più raro di ottimo giornalismo. Salvatore Mannuzzu dal canto suo ha proposto risposte ad alcune delle incalzanti domande poste dal libro di Cossu: affermando tra l'altro che per capire qualsiasi realtà della Sardegna si devono usare delle chiavi universali e che l'identità sarda non può essere alibi per alcuno. Neanche, ha aggiunto lo scrittore, per una sinistra che vuole "evitarsi il fastidio di essere sinistra". Per compiere a questo punto un affondo politico: "Tutto il fronte democratico insegue la Costituente con il fiato grosso. Ma le costituzioni si scrivono dopo il 25 aprile, non dopo il 28 ottobre. Altrimenti a scriverle sono quelli che il 28 ottobre hanno vinto".
Cosimo Filigheddu

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