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"C’è una Sardegna popolata da cialtroni" La tradizione? "Un alibi per loschi affari" Dibattito serrato sul libro di Costantino Cossu "La fine dell’innocenza" (Cuec) Costantino
Cossu ritiene che la Sardegna abbia perduto l’innocenza. Lo sostiene nel
suo libro intitolato, appunto, Sardegna fine dell’innocenza
(edizioni Cuec, Cagliari), presentato a Sassari a fine gennaio.
Raccogliendo alcuni tra i suoi articoli apparsi su Diario di Enrico
Deaglio tra il 1998 e il 2001, Cossu (sassarese, 46 anni, caposervizio
delle pagine culturali della Nuova Sardegna) racconta di un’Isola
tormentata (o cullata?) dalla tradizione, dove vecchio e nuovo si legano e
si aggrovigliano, essendo vittima e carnefice allo stesso tempo. "La
Sardegna è piena di cialtroni che fanno dell’identità etnica e
culturale la base dei loro sporchi affari": questo il punto di
partenza dell’autore e del dibattito avvenuto durante la presentazione
del libro. I relatori, Salvatore Mannuzzu, Manlio Brigaglia e Angelo De
Murtas, coordinati dal giornalista Rosario Cecaro, hanno discusso i temi
fondamentali sollevati da Cossu: l’identità dei sardi e della Sardegna,
la tradizione e la conservazione, la lunghissima transizione che cerca di
trascinare l’isola verso la modernità, ma anche tradizione che diventa
alibi per la delinquenza. Se qualcosa caratterizza fortemente la Sardegna
è certo il forte attaccamento agli usi e costumi del passato che,
talvolta, sembrano preservarci e proteggerci dall’aggressività e dallo
stravolgimento della novità e del progresso. Brigaglia "di fronte
allo sconquasso del presente che ci colpisce e ci spiazza facendoci
tendere al rifugio nel passato", parla di nostalgismo. L’attaccamento
alle radici e il rifiuto del nuovo viene testimoniato, secondo Cossu anche
e soprattutto da quel grido di "a su connottu" proclamato dai
sardi contro la monarchia sabauda che rappresentava in quel momento il
nemico ma anche una forma di cambiamento e di modernità. Probabilmente
questo è un caso estremo che dimostra il legame dei sardi con ciò che è
loro e soprattutto a ciò che sono loro, la reazione e rifiuto di fronte
al nuovo, a prescindere dalla sua manifestazione apparente o dal suo fine
ultimo. Oggi però - si sostiene - la sottile e impercettibile linea che
separa la vera identità da quella oggi spacciata per tale "in nome
di a su connottu" viene usata come copertura per "loschissimi
affari" che fanno addirittura supporre la nascita di una quinta
mafia, quella del centro Sardegna. Certo, il senso dell’identità è
molto forte, non si può prescindere da esso né rinnegarlo. A proposito
di questo Salvatore Mannuzzu afferma che "non c’è innovazione
senza tradizione, anche se oggi c’è mistificazione della tradizione che
però, non può e non deve essere un alibi per nessuno". È proprio
in virtù del preservare e preservarsi che nascono i problemi di fronte a
un progetto come quello del Parco del Gennargentu. Forse è semplice (e
magari anche lecito) pensare che questo non si realizzi perché i pastori
si ribellano a quello che considerano un furto di fronte ai loro occhi,
della loro terra rubata, ancora una volta, da chi non capisce e non
rispetta il costume antico, sconvolgendo equilibri secolari. Ma chi ha
vero interesse a reggere quegli equilibri, per Cossu sono "quelle
poche famiglie di prinzipales, ovvero di ricchi pastori possidenti, che
impongono con la violenza la loro volontà a una maggioranza silente solo
perché spaventata". E "il Parco non si fa per una
strumentalizzazione della tradizione". Non diverso è il caso di
Maria Ausilia Piroddi, ex sindacalista della Cgil ogliastrina, prima
vittima e poi, forse, carnefice, accusata di essere mandante di una serie
di attentati dinamitardi "all’interno di un’organizzazione che,
sul modello mafioso e camorristico, ha puntato al controllo del territorio
attraverso la violenza". Proprio questo tipo di organizzazione e di
"mentalità" hanno fatto pensare a una di quinta mafia. Questa
tesi - affidata in questi mesi alla valutazione della magistratura - non
è pienamente condivisa dai relatori. Quando si parla di possibili
traffici di riciclaggio di denaro sporco, Brigaglia afferma, tra il serio
e il faceto, che "l’aria della Sardegna è talmente pulita che non
si può escludere che qui si venga a pulire anche del denaro sporco".
Non crede quindi che si possa parlare di mafia tra i nuraghi. Neanche
Salvatore Mannuzzu crede che questa nuova organizzazione criminosa si
possa chiamare mafia. "Quella vera stabilisce la pace e i sindaci
preferisce eleggerli più che spararli e governa non sulla paura ma sul
consenso". Per Cossu le organizzazioni criminali hanno uomini in
Sardegna per i loro traffici, e se anche non si può parlare di vera e
propria mafia si deve comunque riconoscere che nelle città più grandi si
sono manifestati episodi di tangenti o di un tipo di criminalità tutto
sommato nuovo per la Sardegna. Quella che era nata solo come voglia di
raccontare ha così finito per essere una vera e propria ricerca,
convertendosi poi in analisi e denuncia di una società, quella sarda, il
cui pensiero d’identità condiziona lo sviluppo e la conseguente
modernizzazione in una maniera tanto forte e penetrante che le strutture
economiche e sociali sono, di fatto, ferme. |
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