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Da La Nuova Sardegna 15 gennaio 2007 Editi dalla Cuec i romanzi di Gianluca Floris e di Nino Nonnis Se l’“autonomia” è la capacità di mettersi alla pari, di unirsi nella differenza e non viceversa la condizione di omologarsi nella disparità, allora è più che mai evidente che la vera “autonomia” non si dice, ma si fa. E si fa, magari, anche e soprattutto parlando d’altro oppure facendo la satira di se stessi. Se riteniamo di poter recensire assieme, affiancandoli nella medesima sede, i due racconti d’autore sardo che qui presentiamo, è perché a nostro parere essi esemplificano un tratto comune di narrativa per così dire “autonomistica”, nel senso che abbiamo dato alla parola. Si tratta dunque rispettivamente de “Il lato destro” di Gianluca Floris e di “Hanno ucciso il bar Ragno” di Nino Nonnis (alla sua seconda edizione). Il primo è ispirato a un evento di portata per l’appunto tutt’altro che locale e anzi di rilievo non solo nazionale: il rapimento Moro; mentre il secondo è una travolgente incursione autoironica, tra il nostalgico e l’esilarante, dentro i ricordi di provincia di una città piccola ancorché principale tra le rade sarde, che ricopre svogliatamente il ruolo di capoluogo regionale. Entrambi sono proposti dall’editrice cagliaritana Cuec. Ciò che distingue i nuovi narratori autonomistici da quelli delle precedenti generazioni dell’autonomia (dai Dessì, dai Cambosu, dai Satta, ai Cossu, ai Puddu, agli Zizi), è la loro scelta di prefiggersi un tema che non sia Madre Sardegna con i suoi tradizionali problemi storico-antropologici, ma piuttosto l’attualità del mondo che le gira attorno; e, cosa non meno importante, la scelta di ridere di se stessi. Il racconto di Floris è una sorta di racconto-inchiesta, rinforzato con risvolti da fiction di tipo fantapolitico, sul sequestro Moro, uno dei “casi” italiani più drammatici e inquietanti della nostra storia recente. Il racconto vuole in particolare rendere palpabile l’effetto destabilizzatore che “quella azione sconvolgente di via Fani provocò nelle coscienze degli italiani”. Quel giorno veramente la “nostra immaginazione vide materializzarsi d’improvviso tutto quello che avevamo visto nei film fino ad allora e lo vide rispecchiarsi nella realtà della cronaca”. L’autore afferma di “non volersi occupare del caso Moro” ma di soffermarsi invece a “commentare, a raccontare, a immaginare e a reinventare solo il momento della strage”. In realtà egli procede, come si è detto, da un’ipotesi di tipo politico-investigativo accoppiata a strategie narrative da fiction giallistica e lascia intendere che quel tragico evento così misterioso non fosse estraneo a una logica da complotto, strategia della tensione, trame eversive e servizi segreti deviati. Ipotesi che del resto molta letteratura di analisi sul caso Moro non esclude anzi avvalora. Il racconto di Nino Nonnis invece a Cagliari ci si ambienta naturalmente e a suo bell’agio e per così dire ci “sguazza”.Il giorno in cui sua Maestà sa Limba servirà come mezzo elettivo al popolo sardo per fare la satira e magari il verso a se stesso sarà il giorno della conquistata autonomia, della perfetta autonomia. Coi romanzi di Nonnis ancora non siamo dentro, dal nostro punto di vista, interamente a un tale scenario o salto di qualità, ma quel giorno ci pare miracolosamente vicino. Almeno così ci piace credere. Questo sia detto senza la minima riserva nei confronti dell’opera di Nonnis, che non va certo giudicata per il suo grado di prossimità a quel bersaglio, ma per se stessa: e nel suo genere sia chiaro subito che appare felicissima. L’umorismo è merce preziosa, ma piuttosto rara presso il temperamento dei sardi, come è noto. Ebbene, Nino Nonnis, che sembra una persona raffinatamente triste come la maggior parte dei veri comici, sembra recuperare in questo senso e riassumere in proprio tutto il tempo perduto della sua gente. “Hanno ucciso il bar Ragno” è il racconto di un periferico “come eravamo” generazionale, dove la nostalgia si muove sul filo della parodia, con un procedimento quasi da oralità cabarettistica e clandestina che rasenta la maniacalità. Leandro Muoni |
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