In libreria da domani la rivista sarda che dal 1974 discute senza integralismi di lingue e culture minoritarie

La "Grotta della Vipera", venticinque anni con il gusto di mordere

"E possa tu così rifiorire": è un distico della poesia che adorna la Grotta della Vipera, la tomba romana oggi in via Sant'Avendrace a Cagliari. Da venticinque anni c'è una rivista letteraria in Sardegna che deve il proprio nome a quel singolare monumento. Davvero non pochi (anzi, tantissimi) per un'impresa editoriale di questo genere. Che nella sua vita ha corso più di un rischio. Nel numero 65 (1993) con rammarico e rimpianto il fondatore e direttore storico Antonio Cossu, cui va il grande merito di aver fortemente voluto e altrettanto attentamente badato alla sua creatura in tutti questi anni, intitolava il suo editoriale Anno diciannovesimo, si chiude.
L'appello e le speranze di Cossu non caddero nel vuoto. In una serata intitolata, appunto, "possa tu così rifiorire", la nuova Grotta della Vipera si presentò ai suoi lettori: a benedirla c'erano Giovanni Lilliu e Sergio Atzeni. Un messaggio chiaro: tradizione e innovazione (della rivista e della cultura sarda) si fondevano in una singolare e felice commistione.
A partire dal numero 66/67, il primo della nuova serie, la rivista ha per condirettore Giuseppe Marci, una redazione e un editore, la Cuec, che si sono impegnati a far continuare un'esperienza che meritava di non essere abbandonata.
A vederla ora, tutta insieme, la collezione della rivista, ottantotto numeri, è imponente e preziosa e rivela un vissuto nel quale centinaia di collaboratori, di intellettuali sardi e non, hanno creduto, profondendo tempo e risorse. Ma a voler osservare meglio c'è da soffermarsi sugli ultimi numeri, quelli che hanno caratterizzato i più recenti anni di vita.
Alcuni fenomeni vanno rilevati. Intanto il recupero della piena periodicità, segnale che il panorama culturale sardo fornisce continuamente spunti e possibilità di allargare confini e orizzonti.
Poi la presenza di una redazione stabile. Una rivista non è un mero prodotto cartaceo di qualità più o meno elevata. Esistono le riviste ideate, confezionate e realizzate da una sola persona o da pochi carbonari. Sono fiori, per restare nella metafora, dal gambo esile. Una rivista è il prodotto collettivo dell'ingegno di uomini e donne che credono di poter portare avanti un'idea, un'azione.
Essere una redazione significa confrontarsi con gli altri a tutti i livelli, sostenere le proprie idee pur rispettando quelle altrui; significa, soprattuto elaborare una proposta che identifichi quel prodotto per alcune particolari caratteristiche. Uno sguardo rapido ai collaboratori degli ultimi sei-sette anni si rivela molto fruttuoso. Il dato anagrafico è il primo e più importante segnale che la rivista ha e vuole avere un futuro. Grande merito va ascritto ai direttori che, anziché pescare solo dall'accademia come era sicuramente più facile e più sicuro, hanno puntato il loro interesse in altre direzioni e rivolgendosi e investendo su giovani studiosi, stimolati a dare il loro contributo.
Tra i giovani, molte donne. Altro segnale in controtendenza: il numero prossimo, come omaggio al nuovo secolo nel quale la presenza femminile sarà sempre più importante, sarà tutto dedicato e fatto da donne.
Infine, in questa breve ricognizione, la cosa più importante: i contenuti. La Grotta della Vipera è stata un alfiere impegnato e attento nella battaglia per la ricerca di una identità sarda credibile, spendibile, attuale. Non è semplice avere oggi, in Sardegna, il coraggio dell'attualità, quando molti preferiscono accarezzare i loro totem etnici e rinchiudersi dentro le loro "grotte". Forse anche perché le prebende regionali tendono a prendere strade già ampiamente battute.
Un'esigenza che Antonio Cossu ha sempre avvertito, se ha potuto scrivere fin dal primo editoriale (1974) che la rivista voleva essere "un occasione per uscire dalla grotta in cui spesso ci sentiamo rinchiusi, per rompere l'isolamento sardesco. Per intrecciare rapporti con gli altri e stabilire con essi un rapporto e un dialogo costanti".
Una rivista che si occupa di letteratura, di lingua e di cultura sarda ma che ha tenuto conto di tutte "le altri parti del mondo in cui la storia ha segnato -come ha scritto Marci - orme non dissimili da quelle impresse sulla nostra isola".
Gli interventi di Sergio Atzeni (cui è stato dedicato un numero monografico), di Marcello Fois, di Camilleri o di Guccini, i saggi e le rubriche (in sardo, cosa notevolissima) del linguista Giulio Paulis, le ricostruzioni storiche, l'attenzione alla letteratura sarda del passato e del più immediato presente (che inevitabilmente diventa quella del futuro: e scommettiamo su Flavio Soriga, pubblicato nell'ultimo numero) o alle altre letterature minoritarie, da quella della vicina Corsica a quella degli indiani d'America o dei canadesi dell'Acadie.
A vederli sotto questo profilo finiscono per confluire prepotentemente in un filone comune, e per parlare della e alla società sarda in maniera molto più significativa e seria di tanti proclami sbandierati e rimasti lettera morta.
Un punto dolente c'è, tuttavia. E, quasi in modo paradossale (ma di questi e altri paradossi la Sardegna è terra feconda) va identificato nella difficoltà di raccogliere fondi e pubblicità da una parte; di stimolare lettori e intellettuali dall'altra. Troppe volte una rivista, che cerca di essere scientifica eppure leggibile, come la Grotta ha sperimentato da vicino l'indolenza non solo dei politici (e fin qui, farebbe notizia il contrario) ma anche di coloro che invece, come auspicava in un lontano e non dimenticato articolo Michele Columbu, dovrebbero avere tutto l'interesse a piberare: cioè a scrivere, a disegnare, a offrire un contributo (e perché no?, a mordere) per La grotta della Vipera.
In venticinque anni, così ci sembra, la rivista di Cossu si è sforzata di mantener fede ai propri onerosi impegni culturali. Sicuramente ha mantenuto la fedeltà al proprio nome e alla propria origine. Come tutte le altre grotte naturali, infatti, è un luogo fisico forse un poco discosto e appartato ma con il grande pregio di avere una porta sempre aperta, di consentire un facile accesso e di accogliere tutti. E perciò, con occhio rivolto al futuro, più che al passato, non ci resta che augurare, come recita la ricordata iscrizione della grotta di Sant'Avendrace (ripetuta in ogni numero), anche alla grotta cartacea, sia che siamo semplici lettori o impegnati collaboratori, che "anche il tempo avvenire sempre abbia un tuo fiore".

Stefano Salis