Da L'AltraVoce.net Venerdì 19 dicembre 2006

Da Perdasdefogu al fronte russo, storie di uomini capaci di apprezzare una ghianda di Matteo Bordiga

 

«In tempo di fame anche la ghianda è una ciliegia.» La frase, estrapolata da uno dei racconti che compongono l'ultimo libro firmato dal giornalista Giacomo Mameli, suona come un motto, una sentenza popolare. E racchiude in sé tutto il significato di un'opera che racconta con dignità, ma soprattutto con straordinaria partecipazione e trasporto, l'esperienza radicale vissuta da minatori, contadini, manovali e operai di Perdasdefogu che, negli anni trenta, vennero chiamati alle armi. Destinazione Italia, Europa, America, Asia o Africa. Destinazione guerra. Da combattere, ai loro occhi, per motivi sconosciuti e contro nemici sconosciuti.

Il libro di Mameli, presentato ieri al T-Hotel di Cagliari, si intitola appunto "La ghianda è una ciliegia" (Cuec editrice) ed è composto da quattordici racconti che narrano ciascuno la storia di un ex soldato foghesino tornato a casa dopo aver vissuto l'orrore della seconda guerra mondiale. L'opera si fonda sulle testimonianze reali dei novantenni di Perdasdefogu che, oltre sessan'anni fa, furono improvvisamente strappati alla loro realtà agreste e operosa. E finirono catapultati in un universo contemporaneamente orribile ed affascinante, un mondo in guerra, dilaniato dalla sofferenza ma tutto da scoprire per chi, come loro, fino a quel momento aveva vissuto di emozioni semplici e di piccoli gesti quotidiani, senza mai varcare i confini di uno sparuto paese dell'Ogliastra.

Le pagine del libro filano via incisive e commoventi, vive e fresche di un linguaggio che, come puntualizza lo stesso autore, «si limita a tradurre il foghesino in italiano». I concetti, espressi da un io narrante che coincide con lo stesso protagonista della singola storia, sono restituiti in un italiano estremamente secco e immediato. Senza alcuna concessione all'orpello e senza mai cedere alla tentazione della trasposizione meramente letteraria.

«Ho voluto far parlare i foghesini esattamente come parlano loro», ha precisato Mameli, «e ho fatto in modo che le loro storie giungessero a tutti noi. Perché la seconda guerra mondiale, e la storia in generale, va raccontata e, in un certo senso, spiegata dalle persone che ne sono state parte. Per quanto mi riguarda», ha proseguito Mameli, «la letteratura non la fanno solo Leopardi, Manzoni o Dante. È degna di essere letta e apprezzata anche la testimonianza della gente povera e analfabeta che, di punto in bianco, lascia un paese nel quale non c'era neppure la corrente elettrica per affrontare il gelo e le distese sconfinate dell'ignota Russia».

Giuseppe Marci, docente di filologia italiana all'Università di Cagliari, ha sottolineato che «in questo suo libro Mameli, indicando Perdasdefogu con l'avverbio di luogo "quassù", ribalta il punto di vista: non è più il piccolo paese, gretto e selvaggio, che guarda il resto del mondo dal basso verso l'alto. È piuttosto il paese stesso che, dall'alto della sua dignità, scopre e scandaglia la realtà esterna. Questa osservazione aiuta a capire che le storie contenute in questo testo trasudano forza, trasporto emotivo e soprattutto grande umanità. Mameli ha dato la parola agli umili e, nel farlo, ne ha elevato e sublimato emozioni e pulsioni».

Il giornalista e scrittore Bachisio Bandinu, nel corso della presentazione, si è soffermato sullo stratagemma narrativo utilizzato da Mameli per raccontare ai lettori le storie narrategli dai vecchi di Perdasdefogu. «Il libro ha un taglio che può anche essere definito giornalistico», ha detto Bandinu, «perché l'autore fa da filtro fra le parole degli ex soldati e la sua personale scrittura. Ma, a mio avviso, tocca anche vette di creatività e di letterarietà. Nel racconto dei foghesini, ad esempio, si ravvisa una struttura narrativa ben precisa: i vecchi narrano le vicende proprio come farebbero a quattr'occhi, intrecciando al leitmotiv narrativo una gran quantità di ricordi, memorie e associazioni mentali».

«Il risultato», ha concluso Bandinu, «è quello di un racconto tipicamente paesano, e dunque a maggior ragione vivo e spontaneo, ritmicamente spezzato dalle nostalgiche reminiscenze e dalle digressioni emotive. Penso, ad esempio, alla storia dei foghesini che, frustati dal gelo sul fronte russo, tornano con la memoria alla festa di San Salvatore che si celebrava quello stesso giorno nel loro paese».


di
Matteo Bordiga



 

 Torna su

© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana