Da La Nuova Sardegna Venerdì 29 dicembre 2006

La gente di Foghesu. Storie per dire la follia della guerra
«La ghianda è una ciliegia», Giacomo Mameli ha raccolto i racconti sul secondo conflitto mondiale dei vecchi di Perdas

La memoria del paese e la cruda realtà del mondo, un testo vicino al Sergio Atzeni del «Figlio di Bakunin»

Il libro di Giacomo Mameli “La ghianda è una ciliegia”, Cuec Editrice) contiene quattordici testimonianze di sardi che hanno attraversato la seconda guerra mondiale. Sono quasi tutti di Perdasdefogu (o Foghesu come gli abitanti definiscono il paese) - Pietra di fuoco - uno solo di Gadàmu, paese immaginario e antonomastico, spettatori e spesso attori minori di un conflitto che per molti ha rappresentato il primo, lungo, viaggio fuori dal paese. Sono racconti di uomini e donne sopravvissuti ai campi di concentramento o semplicemente tornati a casa dall’Africa o dall’Ungheria, dopo aver attraversato l’Austria e un pezzo di Germania, da Torino, dalla Sicilia. Nei viaggi hanno visto le fabbriche del nord, i palazzi, le macchine, i campi di concentramento e la prigionia in India e in Sudafrica. Ma il richiamo del paese, delle radici, è sempre presente, come a placare quel presagio di fine imminente che accompagna comunque ogni testimonianza.
Di Foghesu è anche Antonio Lai Scòttula, destinato all’Africa ma miracolosamente finito a Noto poiché il piroscafo della Marina Militare che trasportava gli italiani è stato attaccato dai bombardieri tedeschi, forzando l’arresto in Sicilia. “Di cosa vivete al vostro paese?” - interroga il capitano Giuseppe Foglini. “Viviamo di pecore e di orti - risponde Lai - di latte e di fagioli, di bambini che nascono e di vecchi che muoiono. Nelle annate buone facciamo anche l’olio e il vino. Ma soprattutto viviamo di fame. Falciamo l’orzo quando non è maturo perché abbiamo fame di pane. Noi diciamo che in tempo di fame anche una ghianda è una ciliegia”.
Sarebbe dunque inesatto - o quantomeno parziale - definire la raccolta di Mameli un libro di racconti sulla guerra. Esso è anzitutto un libro sulla memoria e, allo stesso tempo, una riflessione sulla scoperta della modernità letta attraverso lo sguardo ingenuo, talvolta disperato, dei protagonisti. Eppure, i racconti - come dichiara lo stesso autore nella presentazione - sono veri solo parzialmente. Così come la testimonianza fornisce all’interlocutore una fotografia appena verosimile del reale susseguirsi degli accadimenti e poiché il racconto è esso stesso costruzione e ricostruzione, Mameli si accontenta di mettere ordine nei ricordi dei protagonisti sottraendoli al disordine e alla dispersione della memoria. Il risultato è una storiografia degli umili che, partendo da vicende realmente accadute, restituisce al lettore un frammento dell’ Italia appena entrata nel secondo conflitto mondiale. Il libro di Mameli diventa così un modello riuscito di narratività delle classi subalterne. Dando la parola ai senza voce, ha fatto in modo che non si smagnetizzasse il parlato della piazza di chiesa di Foghesu, una piazza che è la piazza del mondo. Nell’operazione di trascrizione Mameli entro nel solco di Cesare Pavese della Luna e i falò e dei Malavoglia di Giovanni Verga. Il parlato diventa scritto con una cifra linguistica alta.
Così, se ogni guerra è destinata a contenere in sé vicende straordinarie ed elementi comuni ad altri conflitti, allora anche questi racconti dalla Sardegna, dalla provincia di Nuoro - “non di Cagliari, né di Sassari” - rappresentano le vicende di un’intera generazione che apre gli occhi su un mondo nuovo conosciuto, sino ad allora, sui sussidiari dei banchi di scuola. Ma la Sardegna, alla fine, emerge comunque. Emerge come rete familiare, capitale sociale, e come riconoscimento. Come “rete familiare” poiché essendo l’omonimia una condizione quasi naturale per i sardi l’identificazione di un individuo passa non solo per la sua identità anagrafica ma attraverso la ricostruzione e lo svelamento dei suoi legami di parentela. “Riconoscimento” poiché la Sardegna rappresenta, più che altrove, non solo un paese ma un’identità, un valore, una condivisione immediata e spontanea tra paesani, come emerge nettamente da uno dei numerosi dialoghi del libro:
“Buongiorno, signore”
“Buongiorno a lei. Sardo è?”
“Sardo sono”
“E di dove?”
“Di Perdasdefogu”
“Di Foghesu? È il mio paese”
“Sì, foghesu sono”
“Che cos’è? Il padre di Giovanni il poeta, abitate vicino alla posta?”
“Sì, sono proprio io”
“E lo conosci il ragazzo di questa fotografia?”
“Sì, mi sembra Anton’e Montis, chiamato Stomaco di patate”
“Bravo, allora sei davvero di Foghesu. E come ti chiami?”
“Lai Antonio”
“E di quali Lai sei? In paese ce ne sono tanti di Lai. Sei Lai di Balùrdu o di Culubàsciu. Lai de Inchèllu o Lai Cul’e maccia?”
Nei racconti di Mameli, nell’infermiere cavadenti e nel mitragliere porcaro, in Vittorio Cazzài scampato al forno crematorio, riecheggiano, dunque, non solo Nuto Revelli e Giulio Bedeschi, come scrive Giuseppina Fois nella postfazione, non tanto il mondo dei disperati di Spoon River, ma affiora con una forza assoluta “Il figlio di Bakunin” nel quale Sergio Atzeni ricostruisce, dalla trama di relazioni intessute dal protagonista, le vicende del calzolaio anarchico Bakunin attraverso l’indagine compiuta dal figlio. Storie che raccontano altre storie e uomini che parlano di altri uomini. Storie di donne rimaste nel paese a vivere di rosmarino e a combattere la fame bevendo acqua alla fonte. Figli, cugini, nipoti dispersi in Sardegna o in continente, non importa. Con la memoria del paese e la cruda memoria della guerra.
Un’altra considerazione. Questo di Mameli è sicuramente un libro onestamente schierato. Mameli resta fedele ai suoi personaggi e alla storia, senza neanche ipotizzare revisionismi oggi troppo di moda ma lontani mille miglia dalla realtà storica. Un libro da non perdere quindi, con una scrittura tutt’altro che preconfenzionata. Con “La ghianda è una ciliegia” siamo a pieno titolo dentro il panorama della letterarietà postmoderna, siamo di fronte a una cifra di assoluta autenticità e autonomia culturale.

Mario Morcellini (Preside della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università «La Sapienza» di Roma)


 

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