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La Nuova Sardegna 2 dicembre 2006 «La ghianda è una ciliegia», esordio letterario di Giacomo Mameli, verrà presentato a Perdasdefogu questo pomeriggio alle 18 nella biblioteca “Daniele Lai”. Interverranno: il sindaco Walter Mura, il direttore della collana Itaca (Cuec editrice) Paolo Lusci, la critica letteraria Giovanna Cerina, la storica Giuseppina Fois e l’intellettuale Ugo Pirarba. Il libro sarà poi presentato a Roma, alla Fiera della piccola e media editoria, all’Eur, palazzo dei Congressi, domenica 10 dicembre alle 12 nella sala Petrarca. Del volume parleranno in quella occasione Mario Morcellini (preside della facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università La Sapienza) e la scrittrice Lia Levi. Moderatore il giornalista Stefano Salis, redattore del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Il nuovo lavoro di Giacomo Mameli (pagine 348, euro 16) è un libro di storie, racconta la tragedia della seconda guerra mondiale con le rievocazioni, in presa diretta, dei soldati di Perdasdefogu (oggi novantenni) e delle loro peripezie in Russia, in Albania, in Grecia, nei campi di concentramento tedeschi e degli anni passati in India e in Sudafrica. Il parlato dei testimoni diventa «scritto» senza che si perda niente della freschezza, della semplicità e dell’efficacia dei racconti riportati alla memoria da uomini finora senza voce, che, in questo libro, assurgono alla dimensione di protagonisti di uno dei periodi più tormentati della storia europea. La guerra e il mondo narrati dai vecchi di Foghesu Il racconto dei senza voce Per gentile concessione della Cuec, pubblichiamo un brano della postfazione di Giuseppina Fois al libro di Giacomo Mameli «La ghianda è una ciliegia». di Giuseppina Fois Un libro così in Sardegna mancava. Seguendo il modello virtuoso dei Nuto Revelli, dei Giulio Bedeschi, in parte dei Mario Rigoni Stern, Giacomo Mameli dà voce in queste pagine ai senza-parola, ai “vecchi ragazzi” della seconda guerra mondiale, protagonisti di un’epopea tra le più tragiche della nostra storia contemporanea. Sono tante diverse storie di vita (quattordici), che Mameli - magnetofono alla mano - ha saputo raccogliere e trascrivere con pazienza, intelligenza e trasparente comprensione umana. Ne viene una galleria straordinaria di uomini e di fatti. Una specie di «Spoon River» sardo. Chi parla, attraverso la voce di Bonino Lai, Vittorio Palmas, Pietrino Murgia, Mario Demontis e degli altri testimoni diretti, è però soprattutto un paese, una comunità di anziani con alle spalle almeno due cose da condividere: la memoria della guerra, l’esperienza grande e terribile delle sue inutili ferocie; e la memoria del paese: Foghesu, come lo chiamano loro; Perdasdefogu, come sta scritto, in italiano, nella carta geografica. In tutti i racconti la guerra è vissuta come il mondo di fuori. Per tutti, o quasi, è il primo viaggio lontano, al di là dei confini domestici, quasi un’iniziazione, aspra e dolorosa: la scoperta meravigliata della città (Lanusei prima, col suo tribunale e la pretura; Cagliari poi, con i suoi alti palazzi e i suoi tram a rotaie), la lunga notte in mare sballottati sul piroscafo, l’incontro incuriosito con i giovani delle altre regioni, il duro impatto con la disciplina dell’esercito. E poi l’addestramento militare, le marce forzate di chilometri, la crudezza del combattimento, il pericolo, i compagni che cadono, la morte come banale probabilità quotidiana. [...] Dall’altro mondo nel quale sono stati loro malgrado scaraventati, questi soldatini di Foghesu sembrano allora presi dalla nostalgia invincibile per i luoghi, per i sapori, per gli odori della loro adolescenza allora troppo recente. Tornano in tutti i racconti i nomi del primo amore quindicenne lasciato in paese con un’improbabile promessa, il tepore del fuoco nella stanza grande e il profumo povero delle minestre di casa. E la vita serena del collettivo paesano. Chi ha presenti le memorie dell’altra guerra, la prima mondiale, e il modo in cui la vissero i sardi, troverà in queste pagine molti motivi comuni. Il primo, forse il più ricorrente, è la dimensione prosaica, strutturalmente antiretorica di questa partecipazione agli eventi della storia. Ci sono, anche qui, i volontari, i fascisti convinti, gli ammiratori del duce: partiranno pieni di entusiasmo e matureranno quasi tutti, nel dramma della sconfitta, i motivi di un sofferto distacco dal regime e dai suoi falsi miti. Ma ci sono anche, anzi sono forse i più, quelli che vanno in guerra «né per eroismo, né per fascismo, solo per fame»: «Non ero un volontario di guerra - dice Mario Casu -. Ero un disgraziato mandato a fare la guerra da un paese dove la guerra si chiamava fame». Molti gli ammiratori di Lussu, parte integrante della leggenda orale della guerra precedente, «il capitano Lussu» della Brigata Sassari e della folgorante stagione sardista del dopoguerra. Ricordano da vicino quell’esperienza i rapporti tra uomini liberi, quasi amicali, che spesso si creano tra i soldati foghesini e gli ufficiali di provenienza sarda [...] La fedeltà alle radici è anche il riconoscersi immediato tra paesani, e tra sardi di paesi diversi. Come accade in Russia, in un livido 12 settembre, giorno della festa più amata di Foghesu: «Ero contento di aver visto un paesano, di aver parlato nel mio dialetto, di aver ricordato che era il giorno di San Salvatore»; «Mi sembrava di vedere quei panni che passavano nelle strade davanti alle statue dei santi». O in un campo di prigionia sudafricano, verso la fine della guerra: «Avevamo fatto amicizia con un altro militare di Escalaplano. Ci prendevamo in giro con le canzoni e le beffe tra Foghesu e Scalliòru». Identità vuol dire anche conservare al fronte i soprannomi, i nomignoli spesso caricaturali di un’anagrafe paesana che conta più dello stato civile: Antonio Lai detto Scottùla, zio Liannedda, zio Ruba-acqua, Maria Cercapane, Vittorio Palmas detto Cazzài, Peppino Carta Coa Allutta, Pietro Murgia Stria, Mario Demontis Cancius, Vittorio Lai Patata, Gonario Rubategole, Giovanni Mura Marraparis (zappa insieme). Dietro ogni nome una storia, personale o ereditata dai padri e dai nonni. Tutte le storie insieme, come un mosaico umano, a comporre la storia collettiva del paese. [...] Tra il paese (il mondo di dentro) e la guerra (il mondo di fuori) c’è come un valico che non si colma mai. Lineari, comprensibili, prevedibili i rapporti all’interno della comunità paesana, pur con le asprezze che li caratterizzano. Incomprensibili e soprattutto imprevedibili quelli della caserma e dell’ambiente militare. Peppino Carta fu Giovanni viene mandato in licenza in paese. Il mare in tempesta lo costringe a sostare a Civitavecchia, dormendo in caserma («le camerate erano sporche, il cibo pessimo, di sera la minestra era fatta più di sale che di carne»). Perde, suo malgrado, una settimana «da inferno». Quando finalmente può raggiungere Foghesu il maresciallo dei carabinieri gli contesta il ritardo, lo accusa di diserzione e lo dichiara in arresto. Solo l’intervento della madre spalleggiata dalla folla dei paesani può scampargli la notte in galera. [...] L’originalità del libro di Mameli, anche rispetto ad altri recenti (penso per esempio a «La guerra dimenticata della Brigata Sassari», il libro sui sassarini nella campagna di Jugoslavia messo insieme nel 1994 da Francesco Fatutta e Paolo Vacca) sta appunto in questo: che al centro delle testimonianze foghesine non c’è solo la guerra, ma piuttosto la vita stessa dei protagonisti. È vero che il periodo bellico ne costituisce come l’asse portante, ma poi, a leggerle di filato, queste sono storie a tutto tondo, diari, talvolta nitidi e rivelatori, di esperienze umane tutte intere, tra l’infanzia e la vecchiaia. Al libro Mameli ha lavorato per tre anni. Prima ha raccolto le testimonianze, lasciando (per citare qui un’espressione di Alessandro Portelli) «aperto il magnetofono». Poi le ha rielaborate, conservandone scrupolosamente il linguaggio e i ritmi narrativi. Eliminate le sovrapposizioni cronologiche più vistose, qualche errore inevitabile della memoria, i racconti hanno assunto il piglio fluente che risalta già alla prima lettura. L’io narrante, di norma, segue un filo cronologico: la nascita, l’infanzia, l’ambiente familiare, l’adolescenza. E soprattutto il paese. [...] Una «Spoon River» che si chiama Foghesu, certo. Ma un po’ come capita nella Macondo di García Márquez, la storia di tanti altri villaggi, qua e là nel vasto mondo. |
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