Da Portales, n. 6-7, Gennaio-Dicembre 2005
 

La mania delle radici

Salvatore Pinna
La vera storia di Gigaggioga Gungù
Cuec, Cagliari 2005

È un libro-romanzo (ma anche una parodia del romanzo) La vera storia di Gigaggioga Gungù di Salvatore Pinna, edito dalla Cuce in una ve-ste indubbiamente bella, abbellita dalla bambina che si affaccia in copertina. Ed è un libro molto divertente, che tocca tutti i tasti che, a partire dalla comicità più bassa e dallo sberleffo, passano per l’umorismo, il paradosso, l’ironia (e l'autoironia del narratore-autore), la parodia, fino ad arrivare alla satira più graffiante. Incomincia con il tono leggero e insieme dissacrante del divertimento, del gioco linguistico, del paradosso questa storia che per molti capitoli ha come protagoni-sta una Principessa inglese di ventitrè anni e di nome Jane. Sposata a un Prin-cipe omosessuale, innamorato di Josto de Trincas, sardo o di origine sarda. Il Prin-cipe, per coprire la sua omosessualità, ha però una donna schermo, un'amante - segreta ma ufficiale - dal viso cavallino, di nome Efisia Olophernia Sheepskin... Si capisce già, da questi accenni, che questo romanzo crea un mondo che gioca scopertamente con il mondo di oggi, mettendone a nudo in modo divertito piccoli, in realtà grandi, grandissimi di-fetti, mediante un continuo abbassamen-to in chiave comica di una realtà regale (e non solo). La cultura da rotocalco che ama guardare dal buco della serratura delle camere da letto della casa reale in-glese arriva qui a spiare la Principessa (sempre indicata con la P maiuscola) mentre assolve alle sue più basse funzioni corporali (proprio nell’incipit) o la coglie nel suo privato toccarsi, accarezzarsi, scaccolarsi ecc.
Ma ci si accorge subito che ce n’è per tutti: non solo per la cultura mass-media-tica superficiale e guardona, o più in ge-nerale per la scrittura giornalistica con le sue sciatterie e deformazioni continue della realtà: ce n’è per la piccola erudizione dalle grandi pretese accademiche, per la filologia dei dilettanti, per la psi-canalisi, per la politica dei partiti e quella dei grandi comunicatori, per l’ideologia liberista e il dio mercato, per le fissazioni ecologiste, per la ricerca delle radici e l'orgoglio per la mistica dell’identità, per i luoghi comuni (e per quelli meno comuni). E, ancora, ce n’è per il teatro, per il cinema e il mondo cinematografico, di registi e attori, per la scrittura letteraria, per la moda del giallo (che sembra volere che in ogni romanzo ci sia un omicidio a lutti i costi) per le manie degli autori e le pretese dei loro editori ecc. ecc.
E su tutto, campeggia la grande intelli-genza dell'autore, così come campeggia un protagonista - anzi una protagonista indiscussa — che non è, come si potrebbe pensare, la Gigaggioga del titolo, ma è la lingua: una lingua le cui illimitate risorse semantiche, in particolare quelle nascono dalle ambiguità che le sono congenite, Salvatore Pinna sfrutta abilmente con una verve che, si capisce, gli viene spontanea, scaturita da un'abitudine a giocare con le parole e con i loro accostamenti, da cui nascono o possono nascere gli effetti più paradossali. E tali effetti, che - ripeto - sono effetti di senso, producono un'esplosione di significati, una storia interessante e tante storie nella storia, tanti racconti 'incassati' e colle-gati gli uni agli altri più di quanto non sembri a prima vista: nascono da un procedimento che non salta mai il livello linguistico del significante, del suono stesso delle parole usate, parole che in questo libro, 'vediamo' (contrariamente a quanto spesso accade nell'uso linguistico comune, ma anche della narrativa letteraria, dove sembra — e molti scrittori o sedicenti tali lo sostengono — che a contare, soprattutto nel racconto, sia solo il contenuto, cioè la storia che si racconta, una storia indifferente alla forma usata per raccontarla). E non emerge in primo piano solo la lingua nelle sue possibilità di "gioco" a livello "strutturale", di sistema, ma la lingua nel suo farsi parola connotata, varietà socialmente caratterizzata, cioè linguaggio di gruppi particolari di parlanti: lingua speciale della politica, del giornalismo, della filologia, della critica letteraria, ecc.
Ma andiamo con ordine, per sostanziare di qualche esempio e rendere più convincenti queste affermazioni generali che, altrimenti, rischiano di restare su un piano troppo generico e far pensare che il romanzo sia qualcosa di diverso da quello che è.
Si può iniziare da un'esemplificazione di tali giochi linguistici.
Troviamo, intanto, numerosi cambi (es.: lo "specchio baiocco" in cui si specchia la Principessa: il cambio di lettera, che ci fa leggere in controluce barocco, produce una sorta di divertente contrasto; oppure si pensi alle "bascole di frogo" che evocano ben più normali fragole di bosco...).
Spesso una parola tira l'altra, per trascinamento di forma significante: c'è un giornalista, Jules Pastone, autore di un saggio famoso (Tutti i cadaveri del Presidente), che elenca seicentotrentatré casi di decessi. Da tale gusto (insisto) di contare l'irrilevante scaturisce una enumerazione paradossale: «crolli, alluvioni, terremoti, smottamenti, maremoti, deragliamenti». ecc. (p. 35), oltre a «incendi, resse, risse, fughe di gas, ritorni di fiamma, scarichi tossici, perdite bianche». Ma in questo, come in altri elenchi similari, si annida un elemento incongruente (qui ritorni di fiamma) o che in modo in-congruente attiva un significato 'altro'. Si veda anche quando (a p. 70), il Principe ha bisogno di ricorrere alla psicnalisi e si parla delle sue libere ″associazioni″ da analizzare: sono «segreti di Stato e chi li violava veniva punito con la sedia a sdraio». Ma, trattandosi di un principe, ha ben dodici analizzatori, assistiti inoltre «da un pneumologo, un cardiologo, un epatologo, un urologo, un gastroenterologo, un dietologo, un otorinolaringoiatra, un neurologo e un "astrologo"».
Numerosi sono gli slittamenti di senso: «l'importante è essere coerenti coi propri principi quando sono buoni o almeno saporiti» (p. 33); della «casa comune degli italiani», così importante per l'Europa, è importante che «si allarghino le mura perimetrali» (p. 37); e il «problema è se vogliamo costruire la casa comune, la casa in comune o la cosa uno - Ma lasciamo perdere, la cosa uno è già andata in cantina, la cosa due è finita in soffitta - E allora si faccia la cosa tre».
Riecheggia così il linguaggio della politica. Nel cap. IX troviamo l'ulivo e l'asinello, la margherita che «non è un fiore di stagione» e «non la si distingue più da una quercia»: il tutto parlando d’altro, naturalmente, in un passo in cui la dottrina politica della Principessa è messa a dura prova. E, alla fine, sentenzia che bisognerebbe «parlare di più di radici, allargare le radici delle molte piante di cui il vostro meraviglioso Paese è fornito e innaffiarle nella stagione giusta». È questo un buon esempio della frequente letterarizzazione delle metafore: qui le radici (e anche gli innesti) sono prese alla lettera...
Allo stesso modo procede spesso il gioco con le frasi fatte, che vengono prese alla lettera o lette in controluce (come quel «Scripta canent» e non manent di p. 63), elencate in un cumulo straniante, con continuo scivolamento di piani: «a pensarci bene la vita è interscambio e dialettica. È un dare e avere, ma anche un dare a bere. La vita è un la va o la spacca. […] Senza la vita, ad esempio, noi non ci saremmo oppure saremmo senza vita», sono i pensieri ′alati′ della Principessa.
Cumuli e nonsense si accavallano (difficile isolare negli esempi i singoli fenomeni): la Principessa sta in una casa «molto in vista» («alta come un castello») e ci sono da «tenere i conti delle tenute, delle industrie, delle partecipazioni azionarie, degli interessi attivi, delle riscossioni delle vincite alle lotterie e alle tombole, della pensione del Principe e del lascito di duemila ducati, tutti di oro zecchino, lasciato dalla lasciva contessa liscia Pappaciccioli».
E c'è l'ironia verso i forestierismi che a iosa infarciscono la lingua di oggi, per elevarne il tono anche quando non ce ne sarebbe bisogno: «Il Principe si dominò con regale autocontrollo, o self-control come dicono in Italia». Gli italiani (e tra questi i sardi) parlano dunque inglese, mentre il Principe inglese pensa in sardo (per influsso del suo amico Josto: si prepara a incontrare Cossitta, «sordo come Sa campana de tiu Manghinu», mentre poi scopriamo che Cossitta è un Presidente che vanta buona cultura e veste «camicie di fattura inglese».
Evidentissimi il gioco onomastico, le invenzioni divertenti (come il «puro stile mackestyle», p. 43) o le affermazioni lapalissiane («c’è un pittore dietro i campi di fiori di Van Gogh), le aggiunte spiazzanti («la pioggia fuori non era ancora incominciata e non si sapeva se sarebbe venuta»; la Principessa «non indossò alcun tipo di biancheria, né sopra i capi non indossati indossò la vestaglia»).
Numerosi sono gli strali verso molte categorie sociali-intellettuali. Si pensi al giornalista, definito ovviamente come «testimone del suo tempo»; ma anche i giornalisti assumono su di sé gli attributi di una frase fatta. Come quella che nell'uso comune, a proposito del destino, lo definisce "cinico e baro". E, troviamo qui addirittura giornalisti non cinici e bari, ma giornalisti «cacciatori di notizie». «cinici a Bari» (p.51).
Neanche gli accademici sono risparmiati. Sono capaci di monumentali studi sulla storia del pelo e sulle relative controversie, argomento irrilevante su cui si può disquisire con somma erudizione, in opere monumentali (che magari non sono mai stai state scritte), di cui resta solo un titolo lunghissimo (e neanche completo). Come l'opera di Sir William Davis Pettine, di cui si dice che «la morte lo ghermì» prima che potesse stendere la sua opera. Ma poi, manco a dirlo, troviamo «uno studioso di primo pelo», «carente di rigore scientifico», che fa il droghiere (a cui sir William ordinò un piegabaffi di cui non si sa cosa se ne facesse, «mistero che si é portato nella tromba», sì, nella ′tromba′, dato che suonava la tromba...). Ma il droghiere poi. con un trattato intitolato «De pili rultricatione», si conquista una meritata cattedra nell'ottava università di C*** (e C***, scopriremo, ha anche una nona università...). E i nomi di luogo occultati dagli asterischi dopo la lettera iniziale, pur facendo riferimento a riconoscibili luoghi reali, così come i titoloni della maggior parte dei capitoli del romanzo, giocano parodicamente con i polpettoni ottocenteschi in cui c'era l'uso di fare anche titoli-riassunto lunghissimi.
L’elenco di tutti questi fenomeni e relativi esempi potrebbe essere lunghissimo, ma si può anche dire che questi giochi sono molto più evidenti nelle parti iniziali del romanzo (forse le prime 70-80 pagine) per lasciare posto, poi, a partire dal momento in cui il Principe incontra il Ministro Cossitta (fin dal nome, un misto tra Cossiga e Cossutta) a una tematica che si fa via via più ′avvincente′: prende corpo quella sorta di parallelismo, gemellaggio, fusione (e confusione) tra Inghilterra e Sardegna anticipata da alcuni motivi fin dall’inizio, ma qui evidente in una sorta di gara/riscoperta dei rispettivi meriti delle due isole nei racconti da una parte di Cossitta, dall’altra del Principe st. Così, Cossitta svela che Miguel Cervantes il cui passaggio in Sardegna è ricordato dalla lapide di Porta Cristina (e che non si sa veramente scese mai dalla sua nave in vista di Cagliari) ebbe la prima idea del suo Chisciotte dalle nostre parti. Voleva scrivere un libro su «la cavalleria errante in Sardegna», un libro «contro il vizio di evadere dalla verità della vita», con un cavaliere che doveva combattere contro i nuraghi e che doveva chiamarsi Donnu Scasciadu o Scasciattu o Schisciottu; e fu Antioco Cossitta, ragazzino cagliaritano antenato del Ministro che racconta, a dissuaderlo e a spingerlo ad ambientare invece il suo romanzo nella Mancha.
Il Principe, in questa gara di rispettivi primati, racconta poi che i primi a portare i tacchini in Europa furono gli inglesi. Solo che il tacchino venne importato senza campagna, non si poté riprodurre, e dunque la palma della notorietà passò invece ai francesi…
Da questo punto in poi, la storia narrata si complica, i suoi piani si moltiplicano, altri narratori prendono la parola o lasciano parlare lacunosi documenti d’archivio. Del resto, lo stesso Principe ha la passione per le ricerche archivistice (e la sua amante, segreta ma non troppo, è un’archivista). Per di più, il suo amore Josto De Trincas ha un cugino, Gavino Vorstius, con una ancora più sviluppata passione per le genealogie e la ricerca di radici. E Josto, gareggiando in ciò con il cugino, «ha fatto della scoperta delle sue radici la vera ragione di vita». E così, pian piano, ci addentriamo nell’albero genealogico di Josto (riportato graficamente a p. 259), passando attraverso gustosi episodi e personaggi, in un continuo intreccio anglo-sardo. Mentre noi lettori siamo sempre in attesa che il personaggio principale, la Gigaggioga del titolo, compaia… È annunciato, infine, nel titolo del capitolo a p. 158 («I disegni del destino sono misteriosi. Si parla anche per la prima volta di Gigaggioga Gungù»), ma in realtà non ce n’è traccia in questo brevissimo capitolo. La curiosità cresce vieppiù, finché (a p. 170) siamo informati che Josto de Trincas ha trovato un libro lillipuziano del XVI secolo che tratta delle Opere e Giorni della Beata Apostola Redenta, alias Gigaggioga Gungù, che fa un rifiuto in g maggiore a Zugo Derey Crossbed (p. 172): e qui ce n’è per filologi e per paleografi… Ma la storia continua con Gavino che tanto somiglia a un cavaliere (anzi al Cavaliere) per la sua calvizie, mentre c’è un governo che «fatica a trattenere l’inflazione sotto il tasso programmato», per cui le finanze vanno ben al di sopra del «tetto sostenibile, e promesso al momento del contratto che si fa ogni anno nel paese porta a porta» (p. 182).
L’attualità (o l’emergenza) politica e politico-culturale, insomma, irrompe di continuo in questo tortuoso viaggio tra documenti e personaggi del passato. E ci sono persino passi ′profetici′: rassomiglia tanto allo tzunami catastrofico di qualche mese fa quella fine del mondo (e siamo al 14 luglio, data simbolica) di cui si parla a p. 198 e di cui si parlerà più diffusamente più avanti, con tanto di telecamere pronte a riprenderla…
Ma chi è Gigaggioga? Forse si è già detto troppo di questo romanzo, non si può svelarlo per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo. Ma si può insistere sul gioco che si fa sempre più ampio, sull'ironia che non risparmia nessuno, in questo libro che è pienamente un romanzo, non solo perché racconta una storia, ben più unitaria di quanto non appaia, ma perché risponde in pieno alla definizione bachtiniana di romanzo: un genere pluridiscorsivo e pluristilistico al massimo grado, capace di contenere (o di fare il verso) agli stili e ai tipi di discorso e di testo, ai generi più vari. Qui ne troviamo molti: dal diario alla cronaca politica e culturale, dal saggio scientifico al documento storico, dalla lettera al pezzo giornalistico... E cè anche la dimensione ′meta′, soprattutto quando l'autore si insinua direttamente nel testo, con il suo scambio epistolare con l’editor e con le sue vere e proprie 'dichiarazioni di poetica' (a partire da p. 232): «La mia è una storia di uomini e di donne (...); si legge in seicentotrentadue minuti (...); si svolge in molti ambienti vari e diversi, tutti descritti a parte forse, gli sgabuzzini» (difficili da descrivere). Ancora. «ci sono temi e idee (...). Tutto si tiene (...). La forma è curata (...). Ogni riga comincia con una parola (...); c'è sesso (...); circola del denaro (...) e il denaro è un antidepressivo: si tratta di un uomo e una donna ricchi». Inoltre ogni narratore aspira ad essere universale» e in questo romanzo «ci sono i personaggi, ma è criticata l'eclisse del personaggio» ecc.
E, infatti, a questo punto del romanzo, l’editor rimprovera allo scrittore che il racconto non è ancora decollato, mentre qualche personaggio sembra essersi perso per strada. La storia di Gigaggioga, dopo oltre duecentocinquanta pagine, non è ancora emersa, ma l'autore continua a prenderla larga e riattacca con la storia del padre di Gigaggioga: Peppeddu Ciuffu Gungù, alias Khair Agà, che farà decollare il racconto, mentre poi, sollecitato dall'editor di nome Pig) cercherà di risolvere anche il problema dell’«eclisse del personaggio». Che ne è stato, nel racconto, della Jane Tracy Hepburn che ha campeggiato a lungo nella parte iniziale? Occorre riacchiapparla, e magari farne l'occasione per inserire l'ingrediente 'giallo' che ancora mancava... E la ritroveremo nella spiaggia «ripasciata» del Poetto...
Inoltre, in tutto ciò, si passa anche per il problema del titolo: « I.a vera storia del gallo e del toro», proposto dall'autore, è stato respinto sia dall'editore che dall’editor Pig «perché manca la fine, l'inizio non è chiaro, il centro è instabile, in un libro in cui le cose più interessanti accadono tra un capitolo e l'altro» (p. 325). Insomma, divertendoci, Salvatore Pinna non risparmia niente e nessuno, neppure le regole del racconto, se stesso e la propria scrittura, svelandone i tic e i meccanismi ma insieme rappresentando, in modo molto più serio di quanto non sembri, le manie, lo squallore e l'assenza di grandi ideali (e valori) del mondo in cui viviamo. Un mondo in cui verità e finzione sembrano essersi scambiati le parti e finisce per essere vero solo ciò che passa per la visione televisiva (come un tempo per la fotografia o il bianco e nero cinematografico), mentre è falso o non conta tutto il resto.
Viene da chiedersi: «questo mondo che non ci piace, non sarà il caso di raddrizzarlo un po'?» Se l'autore Salvatore Pinna ce lo fa vedere in molte delle sue storture, la domanda non può che essere girata ai numerosi lettori auspicati per questo libro.
Da “Portales” n. 6-7, Gennaio-Dicembre 2005

Cristina Lavinio

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