Un romanzo saggio di Pia Giganti

Alba e tramonto di un epoca nelle lettere tra padre e figlia

E' un libro singolare La prigionia di un sogno di Pia Giganti (Cuec): tracce di memoria di un’infanzia vissuta dentro perennemente avviano la tessitura di un racconto interiore, l’amore struggente per il padre, un romanzo familiare ambientato in un contesto storico, politico e sociale. Il nucleo centrale e propulsivo è un sentimento che appartiene al senza-tempo, all’incantesimo di una corrispondenza esaltante e drammatica con la figura paterna. Ma questa bellezza incantata nel fondo della memoria viene all’improvviso oscurata dalla morte del padre. La bambina, a soli 11 anni, sperimenta l’angoscia della perdita: un’assenza che segnerà il suo destino più intimo. Questo distacco traumatico la costringe a rifugiarsi nel silenzio: una solitudine piena di ricordi, di desideri infranti, di inquietudini e ansie della adolescenza. Eppure questa memoria è il luogo essenziale cui ritornare perchè custode di una ricchezza emotiva da cui negli anni impara a trarre parte vitale delle risorse interiori, della intelligenza e dell’amore.
L’assenza del padre è una presenza che organizza il tempo della vita. Così le tracce di una memoria incommensurabile cominciano ad articolare un calendario di date, personaggi, eventi familiari e avvenimenti storici. È la scrittura che permette di uscire dal labirinto dell’immaginazione infantile per costruire una storia personale, familiare e sociale. L’infanzia sognata e meditata, continuamente rivissuta nell’intimità della rimembranza, preme per essere raccontata come espressione di un sogno, come atto di amore e testimonianza di valori etici e umani. Ma c’è un sentimento di pudore che interviene come rimozione. Una resistenza a raccontare un sentimento personale fino a quando non trova collocazione in un contesto storico, politico e culturale. E quasi ad esorcizzare il pericolo del romanzo sentimentale, il libro inizia con una premessa storica che scandisce gli avvenimenti più decisivi dell’Italia del dopoguerra, dai governi Parri e Bonomi fino all’Assemblea Costituente e ad governo De Gasperi, con una particolare attenzione all’attività teorica ed operativa del partito comunista e al rapporto tra politica e cultura nella seconda metà degli anni Quaranta. In questo contesto più ampio si inseriscono gli avvenimenti della politica sarda di quegli anni che vede la figura di Umberto Giganti, padre della scrittrice, in un ruolo importante all’interno del partito comunista.
E’ un periodo fervido di speranze e immaginazioni, ma anche di lotte aspre e di guerra fredda.
L’attentato a Togliatti nel 1948 crea un clima da guerra civile, con scioperi e tumulti. In Sardegna gli episodi più gravi avvengono a Carbonia, Iglesias e Bacu Abis, dove opera un nucleo organizzato del movimento operaio. Umberto Giganti, che vive a Carbonia, è protagonista di un impegno politico e ideale in difesa di una riscossa sociale sino a pagare con l’esperienza dolorosa della prigione questo suo anelito di libertà e di uguaglilanza. C’è una fede totale nei progetto di liberazione del verbo comunista che rimane intatta anche quando, dopo i fatti di Ungheria del 1956, si dimette dal partito assieme a Sebastiano Dessanaj, Pietro Agus, Alberto Pala e Antonello Satta.
Ma l’anima del romanzo-saggio di Pia Giganti è nell’intimità della comunicazione amorosa con la figura del padre. E’ la bellezza della memoria come slancio che vivifica, ma anche l’esperienza della perdita come blocco d’esistere, un dolore rinnovato e accresciuto, pochi anni dopo, dalla morte della madre. «Sono tante le immagini che riaffiorano, i ricordi che potrei raccontare per spiegare la natura, la ricchezza, la complicità del sentimento che ci legava». Ciò che era nascosto in un remoto spazio dell’animo si fa racconto e la memoria diviene progressivamente lucida e chiara. Dalla profondità del tempo indistinto emerge la figura paterna nella quotidiana esperienza della famiglia e della casa, affiora nitido il timbro della voce, l’espressione degli occhi, una carezza, una stretta di mano. Al centro della scena infantile c’è un messaggio di protezione: ”Qualcuno ti ha fatto adirare? Cosa vuoi bella di papà”. Le parole hanno un calore avvolgente, una melodia, un colore. La relazione col padre ha una qualità originaria che si concretizza in percezione visiva e musicale, in sensazione tattile, in immaginazione proiettiva. La forza vitale del suo affetto rimane miracolosamente intatta e si esalta nel ricordo di un dono: ”Una bambola con le vesti rosse e un piccolo pizzo bianco nascosto tra i lunghi capelli dorati”.
Ma La prigionia di un sogno non ha alcun accento crepuscolare, c’è un’indovinata tessitura della memoria affettiva con la genealogia familiare e con il ruolo pubblico che Umberto Giganti ha esercitato nell’attività politica e sociale, come sindaco di Carbonia, consigliere comunale di Cagliari e nell’attività di dibattiti con Emilio Lussu, Velio Spano, Antonio Francesco Branca e Sabastiano Dessanay. La dimensione etica ed umana emerge dalle lettere scritte durante la detenzione per i disordini di Carbonia dopo l’attentato a Togliatti.E’ un patrimonio epistolare intimo, personale e delicato, eppure ha un irraggiamento nelle vicende politiche e nelle relazioni culturali di quegli anni. Nelle ottanta lettere «La scrittura diventa ad un tempo specchio di se stesso, immagine rilflessa del suo pensiero e modo privilegiato di comunicare con la realtà, di sentirsi legato e parte costante degli affetti più cari» Emerge la tenerezza per i figli, Franco e Lucio, e il rapporto delicato con la moglie, Ina Spano.«”Il nostro amore rimarrà sempre giovane, non conoscerà nè stanchezza nè monotonia. Ogni volta che stringo la tua mano è come se la prima volta la sentissi tra le mie». Ma è anche un rapporto conflittuale a causa dell’impegno politico: la moglie ha il fondato timore che l’attività di partito avrebbe causato anche nel futuro disagi e sofferenze rendendo precaria la vita familiare. Le lettere dal carcere si pongono come testamento che offre alla moglie e ai figli come patrimonio di rettitudine. A confermare la figura di un uomo per il quale affetti familiari, impegno politico e rigore morale costituivano un’unica categoria di vita e di pensiero.
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Bachisio Bandinu