"A rigore non c'è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti" (Stig Dagerman)
Esistono sonni senza sogni? A guardare questo fine secolo,
questo paradossale paesaggio desertico pavesato a fiera, il
capitalismo monopolitisco imperante, il controllo e lo sfruttamento
telematico e militare sempre più profondo d'ogni risorsa,
dalle stelle alle cellule, c'è da credere di sì.
Ad una povertà utopica e spirituale che ormai sperimento
da anni, si è contrapposta, come un fiume in moto contrario,
una grande escavazione nella parola, una pioggia di suoni, una
vorace e costante lettura di Poeti, noti e non. La poesia mi
ha restituito il suono degli uomini e il desiderio a mia volta
di raggiungerli con la parola, con/dividere vita con chi è
attorno e con coloro che verranno. La Poesia e il Teatro restano,
per il sottoscritto, un luogo, l'isolato baluardo di una irriducibile
testimonianza umana: l'individuo, la sua traettoria, possibilmente
la speranza solidaristica, di lotta e di com/passione. Non tutta
la Poesia, va da sè.
Alberto Lecca abita a Cagliari. Scrive poesia, legge i suoi
testi in reading, collabora/organizza una rivista (splendida)
dal nome Erbafoglio e il Festival "Lingue di Nuvole".
Il suo nuovo libro, pubblicato dalla CUEC (Cooperativa Universitaria
Editrice Cagliari) si intitola Blue Blues-lacrime profonde
di un malinconico cormorano pazzo.
La sua poesia è una pioggia benedetta, il suono fraterno
d'un grande orgoglio: la solidarietà di fronte a onde
della realtà indecifrabili, a notturni esistenziali ai
quali siamo spesso assuefatti. Farò uso abbondantemente
di citazioni dal bellissimo saggio critico di Antonello Zanda,
poeta, pubblicato in coda nel volume: "Il viaggio di A.L.
procede... sulle ali di altre parole, ricorrrenti come colori
fondamentali nel suo quadro: la morte, il mare, il profondo,
l'uomo, la solitudine, l'ombra, le lacrime, il silenzio, la
pioggia. Ognuna di questa parole... è un'immagine che
si impone allo sguardo, diventa dominio dell'occhio, ambiente
dei sensi"
Io ascolto in questi versi il fiato roco e terribilmente dolce
del blues, del jazz, figure iconiche (Il poeta, il Pazzo, la
Puttana e altre) che tornano ad essere presenze, nuovamente.
L'imbattersi nella giovinezza libertaria di parole usualmente
incrostate di giustificazioni e compromessi mi riporta a quel
"peggio di un bastardo" di Charlie Mingus, all'uomo
"venuto da un'altra solitudine", Leo Ferré,
due dei riferimenti certi di Alberto.
Qui non c'è alcuna compiacenza verso la mistica del solitario
incompreso. Tutto è a un livello, anzi ad uno strato
più profondo, più evocativo. "Non c'è
nulla di consolatorio nei versi di A.L., ma c'è una energia
umana che nasce dalla vita stessa davanti allo specchio. La
Malinconia del cormorano pazzo si propone come un momento
di partenza e non come punto di arrivo, come il presupposto
di quel continuare che è il riprendersi. Nella stessa
posizione clandestina di un nativo americano alla ricerca di
una fuga che non sia solo una scappatoia, bisogna ritrovarsi
e riconoscersi nel disordine naturale delle cose". Ne rende
testimonianza il poeta/musicista Roberto Belli che, in una sezione
del libro, raccoglie scritti suoi e di altri, in un tessuto
connettivo che amplifica il raggio di riferimenti e suggestioni.
Le parole di Alberto Lecca, lasciate così quasi sole
a scavare, come oggetti tolti dal quotidiano contesto mediatico,
tornano "a cantare", hanno la forza di un urlo. Come
il tuono segue il lampo, la lettura richiama la musica di Coltrane,
Om, A love Supreme, l'ancestrale e intricato ritmare
di Max Roach, la Donna Solitaria di Ornette Coleman e
quell'altro Urlo, il Ginsberg che mai come oggi manca
a noi tutti. "La denuncia dell'orrore della nostra condizione
umana è sottesa ad ogni verso. Anche quando l'autore
ricorre al registro più delicato e tenero, quando parla
d'amore e di amicizia, anche in ciò c'è l'ombra
della denuncia. Non bisogna pensare a quell'orrore come a qualcosa
di titanico e oppressivo. L'orrore di cui parla Lecca è
qualcosa che è entrato nel sangue, nel metabolismo del
genere umano. È un orrore che, proprio perché
immersi nella consuetudine, non riusciamo più a vedere".
"Le Cose Non Annegano.
Verdi Trasparenze Caduche.
Implicano I Fondali Della Nostra
Rovinosa Coscienza.
Piccole Incomprensioni Nascoste.
Seguono Lentamente Il Tramonto
Dei Nostri Ideali"
Stefano Giaccone