Da L'Unione Sarda, 24 luglio 2006

Il pensiero della pace seppellirà tutte le guerre
Spunti e riflessioni raccolti da Annamaria Loche mentre infuriano
i conflitti in Medio Oriente

Conversare di “Guerra giusta e filosofie della pace” in un salotto letterario di questi tempi potrebbe apparire vano. Il Libano che si sbriciola sotto le bombe israeliane, uomini e donne iracheni e afgani che crepano come insetti, mortificano e scoraggiano qualunque ragionamento. Risposte ai perché di tali devastazioni e buoni motivi che costringono a pensare si trovano invece nelle righe di La pace e le guerre (Cuec, 262 pagine, 16,50 euro), opera collettiva curata dalla filosofa della politica Annamaria Loche che raccoglie gli atti di un seminario interdisciplinare tenutosi alla fine del 2004 all’Università di Cagliari. Il libro dà risposte ma pone anche altri dubbi e incertezze utili per continuare a riflettere e soprattutto per non farsi abbagliare da quello che il filosofo Giuliano Pontara chiama “dispotismo fanatico”, concezione univoca del mondo per la quale gli interessi “made in ovest” mascherati da benessere e democrazia possono essere seminati oggi qua e domani là, armi in pugno e senza dover dare troppe spiegazioni.

Una discussione sul volume curato da Loche è stata recentemente promossa a Cagliari dalla locale sezione della Società filosofica italiana che, sotto la presidenza di Giancarlo Nonnoi, riprende la sua attività e inaugura una nuova serie di incontri culturali. All’iniziativa ha partecipato la docente di Storia della filosofia all’Università di Cagliari, Maria Teresa Marcialis. Secondo la studiosa un presupposto da cui partire è che la pace non si declina al plurale: «Non si danno molte paci, la pace in quanto tale è un fine e insieme un termine, la pace in sé è pertanto, come la intende Kant, “pace perpetua”». Diversamente le guerre sono molte perché scoppiano in modi, tempi e luoghi diversi, «continuamente rinascono o sembrano non avere mai fine», continua Marcialis. La contraddizione tra i due termini è molto evidente: da una parte è un male da fuggire, dall’altra un bene da perseguire. Ma passando dal piano filosofico a quello più prettamente attuale, ci si accorge che esistono anche degli stadi intermedi tra gli opposti, emergono modi e percorsi di costruzione della pace. Il grande umanista Erasmo da Rotterdam, scriveva: «Quasi sempre anche la più ingiusta delle paci è la migliore della più giusta delle guerre», introducendo così una sorta di gerarchia tra le definizioni assolute e ribadendo il suo totale rifiuto nei confronti della guerra, “infame e folle impresa”, «confronto da cui, immancabilmente, ognuna delle due parti trae più danno che guadagno».

La pace come obiettivo primario da perseguire incondizionatamente è il messaggio che consente a Erasmo di «dialogare con noi attraverso i secoli», sottolinea Marialuisa Lussu. Dal Cinquecento si piomba alla grigia attualità, all’era dell “guerre umanitarie”: «Tra i conflitti internazionali scoppiati negli ultimi dieci anni, l’intervento armato della Nato contro la Serbia, nel 1999, rappresenta il caso più ecclatante di offesa giustificata sulla base di ragioni morali», scrive Alberto Castelli. Riconoscendo una profonda contraddizione tra l’idea di moralità e la guerra, Castelli si chiede se le armi siano coerenti con il progresso sociale e da dove trae legittimità «il soggetto che si arroga il diritto di imporre “il bene” attraverso la guerra».

Le argomentazioni contrarie alle bombe “giuste” nei Balcani, si sprecano. Autorevoli commenti, dallo stesso Pontara ad Alessandro Pizzorno, sottoscrivono il fallimento della politica umanitaria della Nato: l’intervento ha provocato più vittime, profughi e distruzione di quanto ci si poteva aspettare senza l’intervento. «La guerra non è cominciata con il fine di difendere i diritti umani, e per di più questo obiettivo ha perso ogni rilevanza giustificativa dal momento che la catastrofe, che la guerra avrebbe dovuto impedire, è invece accaduta», rileva lo storico inglese Hobsbawm.

Passando per le relazioni di Marco Geuna, Massimo Mori, e Fulvio Venturino, si giunge alle considerazioni finali di Giuliano Pontara. Per il massimo studioso italiano di Gandhi, il mondo attuale è pervaso da tendenze naziste che minacciano la pace e la convivenza umana «fondata su distribuzioni eque di risorse e potere». La lotta alla supremazia, il diritto assoluto del vincitore, lo svincolamento della morale, la glorificazione della violenza, sono solo alcune delle eredità hitleriane più difficili da estirpare.


di Walter Falgio


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