La squadra
Undici giocatori-imprenditori e una riserva
di Giacomo Mameli
L'agile volumetto con cui Giacomo Mameli, giornalista assai noto de L'Unione Sarda, racconta dodici storie-interviste su altrettanti personaggi di quella Sardegna nascosta che è poi quella della piccola e media imprenditoria locale, rappresenta senza dubbio alcuno una testimonianza importante. Perché indica che c'è, in mezzo al deserto di iniziative che ci riconsegnano molti dei nostri luoghi comuni, una squadra di undici giocatori (più la riserva) che va disputando sul mercato il suo campionato. Con successo e buone soddisfazioni. Che non è soltanto capace di vincere sul terreno di casa
(domestic market), ma che ottiene buone performance anche in trasferta, in campi
difficili ed ostili (overseas market).
Scritto con l'agilità dei reportage del buon cronista, il libro offre - come ha scritto il prof. Gianfranco Bottazzi nell'introduzione, «uno spaccato degli ultimi cinquant'anni in Sardegna, di quel processo tumultuoso e rapido di modernizzazione che ha cambiato in profondità gli assetti sociali, economici, culturali della regione e che, troppo spesso, non viene preso in considerazione per spiegare e per comprendere molte delle difficoltà e dei problemi del presente». Ecco, questa ne è la prima e più importante chiave di lettura. Uno spaccato dell'isola laboriosa ed intraprendente delle imprese, che cerca di indicare la strada su cui occorre incamminarsi per raggiungere, con il progresso, una "vera" rinascita.
Quelle che Mameli racconta sono, certamente, delle piccole storie di imprese minori, ma, perché vincenti, meritevoli d'avere un posto di riguardo nella considerazione di tutti. Prendete, ad esempio, tzia Michela Mastio di
Orosei, fondatrice e fac-totum del complesso alberghiero di Cala Ginepro, aperto tutto l'anno, 700 posti letto, un servizio d'alta qualità ed un marketing aggressivo da far invidia alle più accreditate "catene" continentali. Prendete gli Argiolas di
Serdiana, della civiltà del Turriga (un vino rosso da Re), e della stirpe che inizia con "Merello", allumingiu di nonno Francesco così chiamato perché s'occupava di mercanzia come Luigi, l'uomo d'affari più noto e ricco del cagliaritano. I loro vini ormai viaggiano ovunque sulle strade del mondo ed hanno sposato in pieno quello che è, oggi, il gusto del consumatore.
E poi ancora Salvatore Murgia (La Forneria di Pula) che ha fatto fortuna con il pane, ed oggi vende con successo panettoni, colombe e pandoro anche nei lontani market degli
States. Ed i Pinna di Thiesi che hanno rinverdito la tradizione dei grandi formaggiai sardo-continentali di
Macomer, come gli Albano, Di Trani e Bozzano, e sono alla guida di un'industria casearia che va imponendo dovunque un formaggio ovino a pasta molle, interessante replica dei successi internazionali del romano. Il granito è stata la pietra filosofale per le auree fortune di Lorenzo
Molinu, dottore in scienze economiche ed imprenditore di Buddusò. Che indica come maggiore ostacolo al fare impresa nell'isola il timing approssimativo dell'intervento pubblico regionale. E come fattore critico di successo
l'intenazionalizzazione.
Della squadra "selezionata" da Mameli fanno ancora parte Maurizia Goddi-Pala di Bitti (produce ziliccas e amerettes che giungono anche a Francoforte ed a Los Angeles), ed i Molinas di Calangianus che, come ogni bravo
gallurese, hanno costruito con il sughero la loro fortuna imprenditoriale a tutto campo (dai laminati d'alluminio dell'ex Comsal
all'hotelerie di classe con lo Sporting di Porto Rotondo ed alle fabbriche portoghesi). Con loro c'è Antioco
Murru, quello delle salsicce di Irgoli prodotte con i robot e vendute ormai un po' dovunque, dopo aver conquistato il posto di market-leader nell'isola. E Gian Paolo Corongiu che ha ridato una seconda giovinezza alla fabbrica di pallini da caccia di San Gavino, fiore all'occhiello della "vecchia" Montevecchio dell'ing.
Minghetti. Tra i titolari c'è anche l'ogliastrino Carmine Arzu che lavora ferro e leghe con straordinaria capacità in una vera fabbrica. E gli oli extravergine
(Sartos e Livaros) dei Cosseddu di Seneghe che sono diventati oggetti di culto nell'alta ristorazione, ed infine il dodicesimo, Celestino Demontis di
Perdasdefogu, che costruisce carri a buoi con la stessa cura e gli stessi ritmi lenti con cui a Maranello assemblano le Ferrari di Formula Uno.
Forse c'è un po' troppo strapaese in queste imprese raccontate da Mameli. Condite con il giusto del cronista nella scoperta di questa straordinaria palingenesi imprenditoriale di tanti
serbidoris, giorronaderis ed emigranti di ritorno che formano la "squadra". Veri self-made men in una terra tanto sterile d'intraprendenza e d'iniziative. Ma c'è in fondo alla lettura una interessante morale da sottolineare, che al lettore attento non deve sfuggire. Ed è che ogni vicenda illustrata - ogni impresa di cui s'è raccontata l'affermazione - è stata, per i suoi promotori, una scommessa con la sorte, avendo il coraggio di rischiare e con quella voglia di affermazione
(need for achievement) che è la dote principale dell'imprenditore
schumpeteriano.
In più - occorre sottolinearlo - in tutti si intravede la voglia di continuare, di impegnare nell'impresa i propri figli e nipoti, di far del proprio successo il trampolino di lancio per performance future sempre maggiori. In una terra ove il futuro appare sempre più legato alla manna delle assistenze e delle provvidenze altrui, non è forse un'utile lezione da cui trarre insegnamento?
scheda a cura di Paolo Fadda
pubblicata sul numero 4/1999 di Sardegna Economica