La squadra di Giacomo Mameli

L'isola che osa e quasi sempre vince

Tutti sanno, anche fuori dalla Sardegna, quanto sia devastante il quadro socio-economico dell'isola; quanti e quali effetti abbia avuto ed ha qui la crisi economica che attanaglia il Paese e quanto sia difficile, per un giovane, trovare un lavoro, manuale o intellettuale che sia, e insomma tirare a campare.
Se poi ci si mette di mezzo la burocrazia, non resta che rassegnarsi al peggio. La battaglia sembra perduta in partenza, con tutta la disperazione che ne segue.
È facile, perciò, che in questo scenario di desolazione e squallore, si accampino i soliti profeti di sventura, le cui profezie, fortunatamente, non sempre si avverano.
E non si avverano talvolta, proprio perché coloro che dovrebbero esserne le vittime predestinate, sono capaci di opporre ad esse un'ostinata resistenza che, prima ancora d'essere capacità di lotta, di instancabile impegno e volontà, è una forte (e tutta sarda) misura morale, un modo alto e nobile di opporsi a un destino che sembra segnato e non lo è, un agonismo di chi certo vede tutte le difficoltà della propria, piccola battaglia, ne misura i rischi, le perdite, le ferite, ma tuttavia lotta fino in fondo per salvarsi e salvare, con sè, la propria famiglia, la casa, l'esistenza stessa.
Sono i componenti - per darne subito un esempio di quella squadra che un giornalista come Giacomo Mameli ha messo su con undici giocatori - imprenditori, veri e propri self-made-men che, appunto in La squadra (Cuec edizioni, 150 pagine, lire 18.000) si sono fatti da sè, mettendocela tutta per arrivare a un traguardo che spesso poteva apparire come un miraggio molto lontano.
Chi sono? Imprenditori, innanzi tutto, che, "se una scuola hanno avuto è stata, il più delle volte, quella della famiglia e dell'emarginazione. Tutti hanno imparato sul campo di gioco. Tutti sanno cos'è il mercato. Tutti, prima di produrre, sanno già a chi vendere".
Insomma: «Sono, più semplicemente, quelli che fanno, non quelli che parlano».
Imprenditori che hanno iniziato, perlopiù come artigiani e sono oggi a capo di grandi imprese internazionali, semplicemente perché hanno contato sulla qualità dei loro prodotti.
Perché hanno subito capito che la legge inesorabile del mercato era ed è la concorrenza, ad alti livelli, epperciò non bisogna perdersi nelle quisquilie e chiudersi entro le mura dei propri (talvolta piccolissimi) centri, ma guardare sempre al di là, ai grandi mercati perché il pane fatto in casa può bastare a poche famiglie e invece bisogna farlo per moltissime, se si vuole guadagnare per sè e per gli altri (si legga: per i disoccupati).
Ce ne dà un interessante esempio Murgia Salvatore fu Raimondo (così si presenta quando racconta la sua storia di panettiere ("Che cosa farei e che cosa avrei fatto senza il pane? Il pane lo mangiano tutti, i ricchi e anche i poveri che i soldi per il pane se lo mettono da parte").
Ed è, pertanto da questa indiscutibile convinzione, che Murgia Salvatore fu Raimondo, da quel panettiere di paese che era, è diventato un'imprenditore che vende a New York, a Washington, a Boston, a Philadelfia, Miami e Dallas. Uno che, in una serata sarda newyorkese incontra Kissinger e Yves Saint Laurent. E che fa parlare di sè il New York Times.
Che cosa ci ha messo di sè, di suo, questo piccolo panettiere, che però si alzava alle cinque del mattino per andare a vendere il pane e a consegnarlo sempre puntualmente?
Ecco, intanto, la puntualità. E qualche sua ferma convinzione, che "occorre seminare, prima di raccogliere", "e guai se vuoi raccogliere subito". E soprattutto che la Sardegna per crescere deve andare nel mondo. Guai chiudersi in un nuraghe, nel commercio delle cose così come nel commercio delle idee e della cultura.
Murgia, il panettiere Murgia, è un esempio. Ma ce ne sono molti. Almeno altri dieci intanto. Uno si chiama Lorenzo Molinu. È passato dalla carrozza e dal pullman di papà al granito. Un bel salto. Ma ha subito le idee chiare ("mi piace la precisione, il lavoro richiede aggiustamenti continui").
Capisce che la carrozza non può rendere, rischia la crisi e, allora, si mette a cavare granito e a lavorarlo in loco, sull'esempio di altri che hanno fatto fortuna.
E, per vedere come va altrove il mondo di pietra, parte da quest'isola di pietre verso Carrara, Verona, la Sicilia e altre località. Impara ciò che c'è da imparare; torna e si mette al lavoro. Fonda una società per la lavorazione del granito. Usa tutte le tonalità granitiche della nostra isola.
Intuisce la necessità di produrre piccolissime mattonelle da un centimetro: "I 400 metri del capannone diventano presto diecimila, gli operai da sette diventano ventuno, la produzione di granito è di 25 mila metri quadrati all'anno".
La ricetta? Semplice: "uscire di casa, non stare fermi davanti al caminetto".
Altro esempio. Sono diventati celebri Turriga e Costamolino, i vini col marchio made in Sardinia prodotti da due dolcissimi terreni del Campidano di Cagliari, fra il Parteolla e la Trexenta.
Se ne fa grande uso in Giappone, in Thailandia, in Nuova Zelanda, in Cina, Emirati Arabi, Canada, Stati Uniti, Finlandia e Svizzera. Sono i vini dei gemelli Argiolas, Franco e Pepetto "che fanno ed esportano il rosso Turrìga... e il bianco Costamolino con la bottiglia dal quadratino che sembra un tappeto di Eugenio Tavolara con lo scorcio del mare sardo al tramonto". È il vino sardo di qualità. "Perché qualità vuol dire tutto".
E ci sono gli imprenditori del sughero. Capostipite Pietrino Molinas da Calangianus. Poi gli altri, a cominciare da Peppino, il figlio. Tentano all'estero e, dopo alcuni insuccessi, tentano la via della diversificazione, cioè la produzione di cose diverse. E questa volta la cosa va. I tappi vanno, ma presto anche le solette ortopediche per le calzature.
"Per stare a galla", dicono i Molinas, "basta lavorare dodici-tredici ore al giorno. Per produrre, sempre, qualità".
Siamo nel 1929, l'anno del grande crac, del crollo della Borsa di Wall Street, e della grande depressione. L'anno in cui, a Thiesi, l'attuale Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, faceva il soldato e viaggiava su un barroccino trasportando merci da una caserma all'altra.
Ma è in quel tempo che Serafino Pinna, macellaio di Thiesi, riceve una lettera dal New Jersey. È di un cugino che lo invita ad andare in America a vendere un carico di formaggio, assicurandone la vendita e il pagamento a prezzo d'oro.
Inizia la grande avventura con un finale risaputo. Thiesi è, per eccellenza, la città del formaggio, e i nomi sono sempre quelli, sebbene accomunati ad altri. Il segreto? Diversificare la produzione, stare al passo coi tempi e con le necessità della gente.
"Lavorare a casa, se possibile, ma bisogna visitare anche il mondo, migliorando sempre".
Anche Arzu Carmine di Lanusei vorrebbe starsene a casa a lavorare il ferro. E la sua è di fatto la storia di "un fabbro rimasto sul campo". Inizia in un piccolo locale, ma visibile. Arzu Carmine ce la mette tutta per arrivare. E non rifiuta nessun lavoro, dalla zappa e l'aratro ai serramenti in alluminio.
Esegue e consegna con assoluta puntualità, ed è questo il suo punto di forza, il segreto del suo successo. E peraltro "fabbro ero e fabbro sarò", dice con soddisfazione.
E c'è chi scommette sull'olio ­ come i Cosseddu di Seneghe ­ e riesce a portarlo da quel piccolo centro al Gavrosche di Londra e al Guy Savoy di Parigi. Ma fin d'agli inizi è quasi un passaparola sulla buona qualità del prodotto.
Quella "via dell'olio" è una di quelle vie maestre che conducono sempre al traguardo. Il segreto? "Correre sempre, non stare mai fermi". E qualcuno ha fatto fortuna col turismo. A differenza dei paesani che pagavano a libretto (cioè segnandovi, ogni volta, i loro debiti), i turisti pagavano in contanti.
Non era poco e cambiava la prospettiva del guadagno e della perdita. Era sì, un turismo pionieristico, bisognava inventarselo, ma in Sardegna c'era, c'è stato chi l'ha fatto, come Graziella Del Pin, direttrice dell'assessorato regionale al Turismo e dell'Ept di Nuoro, "una delle teste migliori che la Sardegna abbia mai avuto".
Insomma bisogna saperci fare, perché, anche a fare salsicce o pallini da caccia o i tipici dolci sardi "vince chi sa di più". Perciò anche guefos e pabassinas varcano il mare.
E viaggiano in aereo per arrivare freschi a Francoforte o a Los Angeles. È cronaca di questi mesi l'enorme successo in borsa di Tiscali del Bill Gates italiano Renato Soru di Sanluri. Ma c'è chi insegna, infine, che anche solo lavorando sempre con un carro a buoi "senza un giorno di riposo perché i buoi e le vacche devono mangiare tutti i giorni" si può sconfiggere la sorte avversa, sempre più radicandosi alla terra.
Perché, sì, il progresso tecnologico avanza, "ma la terra c'era e la terra è rimasta, quella non tradisce mai, la terra è buona come i buoi". E poi "come diceva mio padre, bisogna sapersi anche accontentare".
Dopo tanti profeti di sventura, dopo tante parole apocalittiche fa bene al cuore ascoltare finalmente parole buone come il pane, sì proprio come il pane fatto da Murgia Salvatore fu Raimondo, di cui si parlava all'inizio.
E bisogna essere grati a Giacomo Mameli che è andato a recuperarlo per la sua "squadra della speranza" e per mandarci, attraverso di essa, come ben dice Gianfranco Bottazzi nella sua splendida introduzione, "un messaggio di ottimismo". Ne avevamo bisogno. Giunge al momento giusto.

Angelo Mundula