Crediamo che le indicazioni per far crescere l'economia sarda, in queste pagine, ci siano tutte. Soprattutto perché - al di là dei trasporti e dell'energia, del costo del denaro e della siccità - vengono indicate alcune ricette non convenzionali per superare la crisi. Prima di tutto l'innalzamento dei livelli di istruzione anche delle classi dirigenti (pochi ancora si soffermano su un dato sconfortante ma drammatico: la Sardegna, nel rapporto tra popolazione attiva e istruzione, è l'ultima regione in Italia perché ha il rapporto più basso fra diplomati e laureati. Non solo: il 69 per cento degli iscritti - anche fasulli - alle fasulle liste di collocamento non ha qualifica. E allora: dove potranno lavorare i senza qualifica?).Sebastiano Brusco e Renato Soru parlano di "competenze", dell'importanza delle "conoscenze" anche per rendere più produttiva l'agricoltura e l'artigianato, il turismo e la piccola e media impresa: sono indicazioni molto più utili di un cantiere di lavoro o di un porto canale rubasoldi, monumento all'inefficienza sarda nel golfo degli Angeli. Antonio Sassu parla molto dell'export, del confronto con gli altri, dell'isolamento che noi dobbiamo vincere intellettualmente. E Vittorio Dettori vede nella sana concorrenza, nella capacità di produzione dei beni un altro dei fattori di successo. Luigi Guiso sottolinea "non la riduzione del ruolo dell'amministrazione regionale e del suo impatto nell'economia" ma, almeno, "una ridefinizione mirata a circoscrivere l'effetto distorsivo degli interventi".Certo che l'economia non può andare avanti senza una pubblica amministrazione che funzioni, senza una burocrazia meno anchilosata, priva di incrostazioni, figlia di un sottogoverno strisciante e pasticcione, ancora duro a morire. Ma ciò non vuol dire che viviamo in una Sardegna statica. Sono stagnanti le politiche pubbliche, non la società sarda. La società civile sarda è cresciuta. Le imprese, anche quelle piccole e medie, sono più solide, sanno salpare il Tirreno e varcare le Alpi. Quel barlume di industrializzazione conosciuto tra gli anni Settanta e il Duemila è giovato non quanto bastava ma quanto è stato possibile. Ha fatto crescere una più consapevole classe dirigente. Ha fatto capire che non esiste un'economia sarda, ma l'economia che si misura con la divisione e le regole internazionali del lavoro.I guai? Dei livelli istruzione si è detto. Si può indicare, fra le note dolenti, la scarsa propensione alla lettura, al dialogo, al confronto civile? E poi? È la Regione incapace di spendere le somme messe a disposizione da Roma e da Bruxelles e dai fondi del suo stesso bilancio. Sono i Comuni lenti e macchinosi. Sono le amministrazioni provinciali incartate su se stesse. È un sistema del credito che deve assistere meglio le imprese. È un sistema complessivo regionale - isolano - lento, pachidermico, che non dà risposte né positive né negative e lascia nel limbo - non per mesi, ma spesso per anni, per lustri - imprenditori, commercianti, artigiani, associazioni. Con la Regione che non finanzia in tempo reale le Province e i Comuni, che a loro volta non finanziano chi a loro si rivolge. È un silenzio dannoso, una sorta di omertà istituzionale paralizzante. La sveltezza, la celerità non fa parte del Dna sardo. Ed è forse uno dei più grandi guai, il piede pigiato sulle possibilità di ripresa. Spesso il potere pubblico è di ostacolo all'iniziativa privata.Eppure la Sardegna è cresciuta e ha camminato. Il recente volume di Gianfranco Bottazzi, «Eppur si muove», edito dalla Cuec, dimostra in modo molto chiaro quali traguardi sono stati raggiunti ma anche quelli da raggiungere. Fra tutti non la costruzione di strade a scorrimento veloce ma la costruzione di quel capitale sociale che è ancora limitato e che deve portare a una maggiore coesione sociale. Nelle città e nei paesi, a Cagliari e a Ballao. A Orune e a Orgosolo. A San Basilio e a Tertenia. Ma guai a non vedere i progressi compiuti. Anche in alcune tabelle del rapporto Crenos, nelle statistiche dell'Istat, nelle analisi del Censis, si tocca con mano un'evoluzione in positivo dell'economia sarda: perché questa diventi più marcata e più salda - senza illudersi di poter vincere la coppa economica della serie A né in Italia e neanche nel solo Sud - occorre lavorare per concorrere a cambiare, soprattutto, atteggiamento mentale. Oggi è perfino più facile di ieri: perché la Rete, i bit e i pixel stanno rendendo meno grama la vita anche a noi sardi. Che non siamo più isolati.Negli anni Sessanta Marco Nasi, un grande giornalista che aveva lavorato al Corriere della Sera di Mario Missiroli, inviato in Sardegna per seguire fatti di turismo e banditismo, scrisse un bel libro dal titolo «L'isola senza mare» (Edizioni Iniziative Culturali). Nasi aveva ragione. Perché siamo stati sempre prigionieri in casa. Oggi vorremmo ri-parlare dell'Isola. Cioè di una terra circondata, non bloccata, dal mare. Che spezzò l'isolamento anche con i nuragici. Che costruivano i nuraghi forse con tempi più celeri delle risposte che oggi il potere pubblico dà (non dà) ai cittadini. Quel mare che è come Internet e che, a maggior ragione, può spezzare l'isolamento nel mondo sardo degli internauti. Sì, crescere si può. Basta volerlo.
Giacomo Mameli