Di Giuseppe Marci, curatore di «Agricoltura della Sardegna» di Andrea
Manca dell'Arca per la Cuec (544 pagine, 26.000 lire) pubblichiamo
un articolo e uno stralcio dell'introduzione al
volume.
Il caso di Andrea Manca
dell'Arca e della sua opera «Agricoltura di Sardegna» è, nello
stesso tempo, singolare e tipico. Non c'è infatti da meravigliarsi
se il trattato, apparso nel 1780, sia stato poco considerato: i
sardi, lo diceva già il Fara nel corso del Cinquecento, sono avari
di riconoscimenti reciproci, mentre sono molto cortesi nei confronti
dei «forestieri» ai quali tributano grandi lodi. Anche quando non
siano del tutto meritate. Non c'è quindi da stupirsi se il lavoro
del Manca dell'Arca non abbia avuto ampia rinomanza, oscurato fra i
contemporanei, e poi via via nel corso del tempo, da quel
«Rifiorimento della Sardegna, proposto nel miglioramento di sua
agricoltura» che Francesco Gemelli aveva pubblicato nel
1776.
Singolare invece il caso che vede l'opera nuovamente
proposta ai lettori, 220 anni dopo la prima uscita, in ben due
edizioni: una, già in libreria, pubblicata dalla Cuec (e curata da
chi scrive questa nota) e l'altra, imminente, dell'Ilisso. C'è da
augurarsi che i lettori corrispondano allo sforzo rappresentato
dalla doppia iniziativa con un consenso ampio che sia di premio
all'impresa editoriale e, nel contempo, «risarcisca» l'autore
vittima di una secolare disattenzione.
Ma perché un lettore
moderno dovrebbe occuparsi dell'«Agricoltura di
Sardegna»?
Rispondere a questa domanda significa avviare una
riflessione che non riguarda un singolo testo ma un insieme di opere
e, più in generale, il quadro culturale relativo al mondo nel quale
siamo nati e viviamo.
Ritengo si debba partire da una
considerazione di ordine generale. In ogni parte del mondo si è
diffuso un bisogno di «riscoperta» delle «radici», di miglior
definizione della propria «identità» che appare obiettivamente in
aumento. Tale fenomeno alle volte si caratterizza come chiusura in
una definizione identitaria intesa in termini monolitici e
immodificabili, in fin dei conti antagonista rispetto a tutte le
altre possibili identità. Più spesso la riscoperta di sè è intesa
come offerta agli altri, dialogo, volontà di comunicazione, scambio
di patrimoni che provengono dalla cultura tradizionale dei singoli
individui e che sono messi a disposizione di tutti.
La Sardegna
ha, sotto tale profilo, un'antica e forte consuetudine nella quale
si mescolano i sentimenti di ospitalità e un prepotente bisogno di
descriversi, di mostrarsi negli abiti e nei riti tradizionali, nelle
tecniche dei lavori antichi, nella preparazione dei cibi, nei canti,
nei balli e nell'uso della lingua. Tutto ciò è positivo ma anche
parziale perché lo sforzo di elaborazione dei sardi non può essere
unicamente ricondotto nella sfera, pur significativa, della cultura
materiale quando invece si è esplicato, nelle diverse condizioni
determinate dal trascorrere del tempo, anche nei campi dello studio
e della scrittura, della creazione artistica, della speculazione
filosofica e dell'elaborazione linguistica.
Accanto alle
tradizioni più comunemente conosciute e «recuperate», esiste,
insomma, un'altra tradizione, meno nota ma non meno importante,
almeno per noi, in quanto rappresenta il fondamento della nostra
fisionomia intellettuale, del nostro essere, qui e oggi, sardi,
italiani ed europei, partecipi di universi che hanno avuto in
passato, e sempre più hanno oggi, un alto grado di compenetrazione.
Di tutto ciò offrono testimonianza le opere degli scrittori vissuti
in ogni epoca, forse in maniera più significativa quelle elaborate
nel corso del Settecento.
Quel secolo fu per l'isola di
particolare travaglio: terminata una plurisecolare dominazione
spagnola, non sopita la memoria dell'autonomia giudicale, forte,
comunque, la consapevolezza delle proprie prerogative
costituzionali, i sardi si trovarono, a partire dal 1720, sotto la
sovranità dei Savoia.
Gli storici hanno descritto i processi di
trasformazione derivati da quell'evento, l'immobilismo iniziale,
l'avvio di un'azione riformatrice, la conclusiva «restaurazione»,
così come hanno descritto le speranze, le adesioni e le delusioni
degli intellettuali sardi. Un'età di fermento, di grandi sforzi e
tensioni culminate, sul piano politico, nel «triennio
rivoluzionario» e, su quello culturale, nell'elaborazione di
numerose opere d'intonazione didascalica con le quali molti vollero
dare il personale contributo al rifiorimento della «patria».
Tra
questi anche il Manca dell'Arca, a suo modo portatore di un
«progetto Sardegna» basato sull'agricoltura. È anche possibile che
in qualche caso peccasse d'ingenuità, che non tutte le sue «ricette»
fossero appropriate: sicuramente dimostra un preciso senso
dell'identità e quello che oggi definiremmo un «forte sentimento
autonomistico», ma non nei termini dell'astrattezza e delle
rivendicazioni teoriche quanto in quelli della prassi quotidiana
consapevolmente orientata a conseguire l'utile della propria
terra.
L'opera è importante anche sotto il profilo linguistico. È
scritta in un italiano che può, rispetto alle regole odierne,
manifestare improprietà grammaticali e sintattiche: dobbiamo, però,
osservare la lingua del Manca dell'Arca nel raffronto con la sua
epoca, e, in particolare, con la situazione di una Sardegna alle
prese col doloroso trapasso dallo spagnolo all'italiano, mentre
naturalmente restava viva la presenza del sardo. Letto in tale
prospettiva il trattato riserverà la sorpresa di un autore che non
balbetta stentatamente l'italiano ma possiede un lessico ricco e
capace di spaziare nei campi diversi dell'agricoltura e
dell'allevamento, della medicina, della veterinaria, della botanica.
In più offre, come un prezioso lascito arrivato direttamente fino a
noi, il dono di molti vocaboli sardi, non di rado per la prima volta
attestati.
Il compito che ho dovuto affrontare, come curatore
dell'opera, è stato quello di riprodurre con la maggior fedeltà
possibile il testo originale; nel contempo è stato necessario
dotarlo di un apparato di note tali da consentire a chiunque la
lettura. Una duplice sfida che ho sentito carica di tensione morale:
lo scrupolo filologico esattamente coincidente col desiderio di
restituire nella sua interezza un «bene» ai legittimi «eredi». Non
sarebbe stato opportuno manipolare e ridurre con adattamenti
modernizzanti l'opera del Manca dell'Arca che per molti versi può
essere giudicata una delle più significative fra quante compongono
il patrimonio letterario sardo. E tuttavia occorreva renderla
disponibile anche a chi la voglia prendere in mano per mera
curiosità, per conoscere le modalità antiche della coltivazione
della vite, della semina dei grani, dell'allevamento dei fruttiferi,
per sapere il nome di piante ed erbe, o per vedere come, fossero
curate le malattie degli uomini e degli animali.
Se il lavoro del
curatore ha raggiunto l'obiettivo prefisso, il lettore potrà
aggirarsi senza troppe difficoltà in un mondo antico ricco di
suggestioni e di insegnamenti. Tra questi insegnamenti, il più
importante non si riferisce alle tecniche di coltivazione, ma dice,
per chi sappia vederlo, del sentimento dal quale deve essere animato
ogni uomo che ama la sua terra, quella da coltivare e quella, più
ampia, che coincide con la «patria».
Lo scrittore settecentesco
è, sotto tale profilo, di notevole modernità, indica una prospettiva
fatta di consapevolezza di sè e di confronto con gli altri, di
legame con la tradizione e di curiosità verso il futuro. Vale
proprio la pena di rileggerlo, fresco di stampa duecentoventi anni
dopo la prima edizione.
Giuseppe Marci
Dall'introduzione
L'«Agricoltura di Sardegna» (1780) è un trattato
didascalico che si articola in cinque parti: «De' grani e legumi;
Della coltura delle vigne, e del modo di far i vini e conservarli;
Degli alberi ed arbusti che si piantano, e di quelli che
naturalmente producono i terreni di Sardegna; Delle piante, fiori ed
erbe, che son solite di piantarsi negli orti di Sardegna, e della
custodia dell'api; Pelli bestiami di Sardegna e della sua custodia
ed utilità».
L'autore intende fornire uno strumento operativo, un
testo che racchiuda l'insegnamento derivante dall'esperienza
maturata nel contatto con il mondo rurale della Sardegna e
quell'esperienza confronti con le teorie degli scrittori antichi e
moderni che si sono occupati d'agricoltura. In ciò il Manca
dell'Arca è in linea con gli orientamenti che animarono la gran
parte degli scrittori didascalici sardi nel XVIII secolo. Questi
autori, dal Cossu al Purqueddu, al Simon, con maggiore, o minore
consapevolezza, guardavano alle condizioni dell'isola, al modo in
cui veniva governata, alla vita che vi conducevano gli abitanti,
esprimevano un giudizio critico e proponevano un rimedio. Tale
rimedio non poteva che essere una cura tutta interna, una
rivitalizzazione dei settori produttivi isolani e quindi in primo
luogo consisteva nella proposta di un sistema agricolo
razionale.
Il progetto di Andrea Manca dell'Arca si fonda sulla
riflessione relativa alle condizioni dell'isola, sulle opinioni
elaborate in anni di studio e di esperimenti. Può trarre in inganno
lo spazio dedicato ad aspetti tecnici, l'innesto della vite, la
malattia delle pecore, ma l'opera è più di un manuale di istruzioni
per l'uso: il suo autore non si occupa solo del come fare, ma anche
del perché, è mosso dall'impegno civile, intende giovare alla
pubblica utilità comunicando «sentimenti e lumi».
Il Manca
dell'Arca consente con la nuova borghesia europea tesa in maniera
intelligente a ottenere il proprio guadagno. Non è più possibile
utilizzare pratiche di conduzione della terra arcaiche e inefficaci,
se si vuole risollevare l'economia sarda dalla condizione in cui
versa.
Quale che sia il posto che il trattato del Manca dell'Arca
occupa nell'insieme della produzione agronomica settecentesca,
recepisca ed esprima le più avanzate formulazione della scienza
agraria o, come talvolta appare, si attesti su posizioni per così
dire «classiche», non c'è dubbio che molte delle asserzioni in esso
contenute sono formulate per la prima volta in Sardegna: sono
formulate per la prima volta non in una relazione inviata al sovrano
o in un dispaccio governativo ma nello scritto che un sardo rivolge
agli altri sardi. L'intenzione che lo sorregge dà alle parole
accento di verità, le convalida e, per così dire, le
autorizza.
Altra cosa infatti è l'affermazione sprezzante e
vagamente razzista che troviamo in pagine di viaggiatori e in
relazioni di funzionari i quali dipingono i sardi come «indolenti,
pigri e neghittosi», altra è l'esortazione dell'autore che incita i
suoi conterranei a non essere «trascurati e pigri», «neghittosi».
Egli sa che, nonostante l'handicap della malaria, i contadini sardi
coltivano la terra con la zappa: una condanna biblica derivante
dalla mancanza di capitali, non certo da una qualche pervicace
volontà contraria alle strumentazioni più avanzate, a cominciare
dall'aratro trainato dai buoi.
Le sue parole, allora, non suonano
come un insulto ma come un'esortazione a fare di più, nonostante il
molto già fatto e la precarietà della situazione. È un generale che
viene dalla truppa e quindi può chiedere ai suoi uomini quello
sforzo che nessun altro potrebbe pretendere: può chiedere di
combattere per una causa che condividono, perché la madreterra
rifiorisca e torni a essere quale appariva nella mitica immagine
tramandata dalla classicità. Potremmo considerarlo un appello
all'amor patrio, se ci piacesse una simile definizione che pure può
suonare riduttiva perché in realtà nel discorso del Manca dell'Arca
sembra di vedere una più precisa connotazione «politica» che lo fa
effettivamente anticipatore di tempi ormai maturi, quelli che
faranno dire a Giuseppe Cossu: «scopo di chi fatica è il guadagno:
premio giustissimo la prosperità».
Il trattato, anche sotto il
profilo linguistico, compie scelte di grande apertura. Andrea Manca
dell'Arca scommette sul futuro e scrive in italiano: senza
rimpianti, considerato anche che gli ispanismi del suo testo sono
veramente pochi. È stato detto, con un'affermazione schematica e
vagamente liquidatoria, che non conosce bene la lingua. Forse,
innanzi tutto, avremmo dovuto chiederci che cosa significasse
«conoscere bene l'italiano» in un'Italia settecentesca che ancora
non aveva avviato il suo processo unitario, nella varia oralità
fatta di dialetti che costituivano l'insieme delle lingue
«nazionali» in una «nazione» che per essere tale avrebbe dovuto
attendere fino al 1860.