Erbe
e antichi solchi di un’isola fertile
Ulivi
colombini, corruddi, genovesi, majorchini, sevigliani. Cinquantaquattro
tipi di pere, trentanove varietà di uva, e erbe e api e ogni sorta
d’animali utili e dannosi. In Agricoltura di Sardegna, trattato
scritto nel 1780 dal Cavaliere e Dottore Andrea Manca dell’Arca, ogni
cosa è descritta di ciò che cresce nell’Isola sarda ferace e soave.
Riedito dalla Cuec per la cura di Giuseppe Marci (pp. 444, £ 26.000), il
libro dissepolto e prezioso è il catalogo ragionato di metodi e consigli
per la buona coltivazione del suolo e l’allevamento del bestiame.
Nato a Sassari nel 1716, Manca dell’Arca studiò grammatica e retorica,
filosofia e legge. Le scarne note biografiche lo dicono proprietario
terriero e imprenditore agricolo, nonché stimato avvocato che univa, a
detta del Tola, l’integrità alla dottrina. Rileggere oggi - con
l’ausilio delle note a piè di pagina e del glossario finale redatti dal
curatore - quest’opera utilissima, non solo per la Sardegna, ma eziandio
per gli altri paesi di simile aria e clima può, dice Giuseppe Marci,
aiutarci a recuperare informazioni su un mondo tradizionale sardo che
sempre più rivela tesori di conoscenza in vivo contrasto con la povertà
materiale da cui è stato cronicamente afflitto.
Nelle prime pagine della sua "guida", l’avvocato agronomo
definisce la cura della terra come la più utile delle arti, la più dolce
e più dilettante. Principiando col descrivere l’influenza del sole e
della luna sulle umane fatiche, prosegue con la descrizione dei terreni.
Conoscitore appassionato della tecniche agricole, egli non dimentica di
esortare la popolazione a pratiche più moderne, quali la conservazione
del fieno per il nutrimento invernale degli animali. Il gentiluomo
giurista spiega con precisione certosina come zappare, seminare, mietere,
drenare, sarchiare, citando a suo ausilio il Virgilio delle Georgiche,
Plinio ed altri meno antichi cantori della zolla. Con bellissime parole
sonore e dimenticate e note a margine per favorire la consultazione
pratica del lettore, Manca dell’Arca fornisce un ritratto vivacissimo
delle consuetudini di un’epoca che sembra conservare ancora un legame
stretto fra terra cibo vita.
Tra lo scientifico e il pittoresco, e con lo stesso realismo, egli
descrive il terribile tilibriccu, un verme endemico, flagello del
frumento, e la suggestione omerica della battitura del grano condotta
sull’aja da una catena di 23 cavalle. Minuziose anche le indicazioni
sulla coltura del riso, sconosciuto allora in Sardegna (passata al Regno
di Piemonte nel 1720) e salutevole alimento da seminare vicino a fonti e
fiumi. E un intero capitolo è dedicato alla nobile pianta della vite. La
buona vigna vuole terreno sabbioso e ventilato e bassi muri intorno per
tener lontano il bestiame brado. Alla catalana o alla sardisca,
i tralci - da vendemmiare a Luna vecchia guardandosi dal troppo caldo e
dalla rugiada - danno il dono del vino, che fortifica il corpo e rallegra
l’animo, riscalda i vecchi e scaccia la malinconia. E il vino lambiccato
produce l’acquavite e l’aceto dalle virtù medicinali: ab acuitate,
spiega il dotto, utile rimedio per debellare lebbra e peste, lenire i
dolori della gotta e le morsicature di scorpioni e cani rabbiosi, spirito
che può spaccare i sassi e liquefare le perle.
Alla summa dello scibile agreste non sfugge albero né arbusto, e assieme
alla norme di coltivazione Manca dell’Arca spiega di ogni essenza le
proprietà curative: immaginifico ricettario per il lettore che volesse
sperimentare i rimedi naturali dell’antica saggezza dei padri. Essendovi
in Sardegna carestia di gente, la maggior parte dei salti e delle forre è
coperta dalla boscaglia spontanea, e via con pioppi, e olmi e le quercie
care a Giove, da tagliare a plenilunio quando gli umori si sono asciugati.
E il ginepro perpetuo dalle bacche odorose e il tasso montanaro e il
tamerice che guarisce la milza.
La regina dei fossi, la snella canna femmina, è usata dai carpentieri per
fare tetti e graticci, dalle donne per le cannochie, dai pastori per i
flauti, dai calzolai per i chiodi, dai tessitori per i pettini. Ha un che
di meraviglioso l’universo botanico descritto da Manca dell’Arca che
aggiunge alle sue mirabilia l’elogio dell’orto, diletto di re e
imperatori. Curiosa la classificazione del manto dei cavalli, secondo cui
ai quattro colori prevalenti corrispondono gli umori del corpo: al bajo
il bilioso, al sauro il sanguigno, al leardo il linfatico,
al morello il melanconico. Per quanto riguarda gli asini, docili e
grigiastri, sono così piccoli che la gente si vergogna di montarli e anzi
la passeggiata a dorso d’asino è strumento di pubblico ludibrio. In
compenso sono forti e instancabili alla mola. Il latte? Per il bagno delle
donne e la pelle, per fabbricar tamburi. Novecentomila pecore (due per
ogni abitante) pascolano in quei tempi in Sardegna, e molti sono gli
uomini scellerati che le rubano. La lana è grossolana e irsuta ma ottima
per i cappotti da viaggio, e i pastori sono distinti in giusti e
biasimevoli, "gli uni ben formati di corpo, vaghi e leggiadri, gli
altri ateisti pieni d’inganni".
La saporosa prosa di Manca dell’Arca raffigura un’economia non ricca
ma compiuta nei suoi riti secolari, con l’attento governo di bestie e di
campi in ogni mese dell’anno e la parsimonia e il lavoro durissimo come
regole auree. Nel suo saggio introduttivo al testo, Giuseppe Marci
sottolinea l’intento didascalico dell’autore che scrive in italiano,
all’epoca meno conosciuto in Sardegna dello spagnolo e del sardo, e che
propone con spirito illuminista le migliorie che potrebbero consentire
alla scarsissima popolazione dell’isola (436 mila abitanti al momento
della pubblicazione) una buona resa agricola. Devastata dalla malaria,
minacciata dalle incursioni barbaresche, la Sardegna conobbe sotto i
Savoia un periodo di riforme economiche e culturali. L’opera in parti
cinque di Manca dell’Arca è un contributo alla cauta
modernizzazione della regione (allora?) definita naturale e selvaggia.
Alessandra
Menesini
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