Maschere e doni nelle feste tradizionali nell'isola in un saggio di Luisa Orrù
Come sta il Carnevale in Sardegna? Bene, a giudicare dal numero di manifestazioni, dall'impegno profuso dalle comunità e dal flusso turistico interno ed esterno. Ma di quale Carnevale si tratta? Possiamo meglio comprenderlo mettendolo a confronto con quanto rivela l'ultima opera di Luisa Orrù Maschere e doni, musiche e balli. Carnevale in Sardegna (Cuec, pp.422 e 16 fotografie b/n, L.42.000), uscito ad oltre un anno di distanza dalla scomparsa dell'antropologa. Si tratta di un saggio scientifico che si concentra sul Carnevale tradizionale nell'isola «così com'era organizzato e fruito fino al secondo dopoguerra». Un volume decisivo nel ristretto orizzonte di ricerche tanto sull'argomento quanto sulla sistemazione dei materiali in forma di repertorio.
Il lavoro ricompone una ricerca iniziata dalla studiosa alla fine degli anni '70 e proseguita con la catalogazione incessante delle informazioni e la loro interpretazione critica. Il percorso di lettura si sviluppa attraverso l'organizzazione del ciclo nelle diverse comunità, i legami sociali emergenti da balli, questue e doni, le maschere, le denominazioni anche rare della festa e un prezioso insieme di indici delle località e delle zone geografiche, dal quale risalire alle fonti e alle caratteristiche dei fenomeni. Il volume, elegante e rigoroso, apre la sezione di "Antropologia" della collana "University Press" edita dalla Cuec e si rivolge direttamente agli studiosi e all'ambiente accademico. Ma la sua fruizione deve necessariamente estendersi anche agli enti locali, alle associazioni, ai gruppi più o meno istituzionali che si dedicano all'organizzazione della festa e ne vogliono riconsiderare i tratti originali della propria comunità.
Lontano dalle posizioni ideali sulla genesi pagana e magico-agraria del Carnevale, ancora legate all'opera di James Frazer e da quelle di Michail Bachtin sull'origine comico-popolare del carnevalesco, il libro della Orrù preferisce la strada critica e motodologica di Arnold Van Gennep sul carnevale francese e di Julio Caro Baroja su quello spagnolo, entrambe efficacemente sintetizzate dalle considerazioni di Pietro Clemente. Da qui l'esame accurato delle fonti e la cautela nel segnalare nessi tra attestazioni non sufficientemente documentate. Ed ecco, allora, la scelta di «voler stare ben ancorati alla storia» delle comunità, studiando dall'interno le specificità locali, le varianti e le assenze, per poi indicare «gli elementi che tornano di sequenza in sequenza» e che ci conducono ad un'immagine ben definita del ciclo festivo così come è stato conosciuto in Sardegna. Il libro è arricchito da 16 fotografie in bianco e nero e non si tratta di una scelta solo esornativa. Introducendo alcuni saggi sul Carnevale sardo riuniti sotto un unico titolo, circa un decennio addietro Diego Carpitella scriveva: «Nell'entnofotografia la foto conserva i valori simbolici della tradizione», ne è, anzi, l'ultima frontiera al di là della quale il processo un tempo tradizionale si manifesta nella sua (irreversibile?) folklorizzazione. Dunque l'immagine dispone della capacità di segnalare relazioni di significato, di tradizione e storia. E tuttavia, intelligentemente, Maschere e doni non guarda con nostalgia e ingenuità al passato ma puntualizza cosa è la tradizione del Carnevale. Influenze urbane e diversi legami sociali interni alle comunità introducono mutamenti nelle manifestazioni popolari, anche riproducendole in termini contrabbandati come autentici ad uso del turismo mordi e fuggi. L'opera di Luisa Orrù è determinante per la conoscenza a 360 gradi del Carnevale in Sardegna. E permette di misurare la distanza tra la festa contemporanea e quella che le è immediatamente soggiacente, indicando come e dove intervenire o per una reintegrazione della tradizione.
Vanni Boni